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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 34 - OUTRO (FINE)

19 AGOSTO 2018

 

Outro

Finalmente, la lunga fase di preparazione ha termine.

Tutto è stato regolato al meglio. Microfoni e amplificatori a posto. Le luci sono su di lui. Silenzio.
“Ehm…ciao a tutti. Noi siamo gli Stox..(attimo di pausa).. sono contento che siate qui in tanti, speriamo di divertirvi.. (attimo di pausa)…scusate, è il nostro primo concerto e siamo un pochino, anzi un tantino, emozionati…”.

Un applauso d’incoraggiamento rincuora il ragazzo che abbozza un grazie, sguardo a terra. Con cautela si stacca dal microfono e sistema la tracolla della chitarra. Poi si gira verso i compagni, batte il piede per dare il via alla canzone, ed il concerto ha inizio. La scaletta è composta da sette covers, i ragazzi hanno selezionato i pezzi più sicuri sulla quindicina che compongono il repertorio e copriranno almeno un tre quarti d’ora di tempo. Superato il primo, comprensibile momento di tensione, al secondo pezzo l’atmosfera si fa subito distesa. Riletture di grandi successi di De Andrè, Battisti, due brani di Dalla, poi gli eterni Clapton e Dylan.

Il finale affidato a “Let it be”, per chiudere in crescendo.

Il pubblico mostra di gradire. Nell’ultimo brano, ecco un esemplare assolo da parte del chitarrista a fianco del lead singer.

Al termine dell’esibizione, il cantante, ancora leggermente agitato, ringrazia caldamente, presenta la band in breve e saluta, dando appuntamento al “prossimo concerto”.

Seduti ad uno dei radi tavolini che adornano la sala, un bassista, una ragazza, un batterista, due ceres ed una gazzosa hanno assistito più o meno attentamente all’intera esibizione. Pochi minuti più tardi, la comitiva
viene raggiunta dal chitarrista solista degli Stox.
“Complimenti, Oscar, è andato tutto bene, direi” , lo accolse Fabrizio con una pacca sulle spalle che avrebbe squartato un rinoceronte.

Parenti gemette in silenzio, poi fece spallucce e s’accomodò, ordinando la terza ceres.“Non era certamente nulla di complicato. Anche l’assolo di “Let it be” è basato su un semplice giro di quattro accordi che si ripetono ogni quattro battute. Il resto, addirittura ordinaria amministrazione.”
“Che entusiasmo”, buttò lì Stefania.
“Penso che fosse abituato ad altro”, il commento sarcastico di Alfonso.
“E’ sempre una partenza” la saggia chiosa di Karsi.
I quattro ragazzi proseguirono brevemente la conversazione su altri argomenti, poi Oscar, congedatosi dagli amici,
tornò dal suo nuovo gruppo. Aiutò coscienziosamente a sparecchiare il palco mentre gli altri scambiavano pareri entusiastici su quella prima esperienza dal vivo.
“Quando ci troviamo per le prossime prove?”
La richiesta del batterista, un ragazzone simpatico, alto ed occhialuto con una sgargiante maglietta inneggiante ai Giants USA, era quanto di più normale potesse scaturire dopo un concerto. Gli altri iniziarono a proporre qualche serata nel corso della settimana successiva ed infine si accordarono per il giovedì successivo.
Sollecitato ad esprimere la propria opinione, Oscar non addusse nessun problema particolare e confermò la sua presenza.

Fuori, un gelo prematuro iniziava già a graffiare l’aria di
quella prima metà di novembre.

Oscar rialzò il bavero del giubbottone e stipò poi in auto il marshallino portatile, chitarra e pedaliera. Dentro, la serata del locale andava tramontando. L’inaugurazione del nuovo centro sportivo di Arluno era stata certamente un successo, anche grazie a loro. Per gli irriducibili tiratardi da venerdì sera, alla musica dal vivo s’era sostituito adesso il caro vecchio sound techno-dance, che indusse la maggior parte della gente ad andarsene.
Coppiettine uscivano abbracciate.

Sparute compagnie di adolescenti si disperdevano sgommando su motorini. Pochi giovani s’attardavano fuori dall’ingresso. Oscar restò in macchina ancora qualche minuto, finchè dallo specchietto vide che tutte le luci all’interno del locale erano spente.
Girò finalmente la chiave nel quadro e partì, ma stranamente esitò prima di accendere lo stereo.
Quella frase continuava a ronzargli per la testa e nemmeno giunto a casa riuscì a smettere di pensarci.

Detta dal cugino poi, era sinistramente attendibile.

Il giovedì successivo, Oscar non si presentò alle prove. Addusse motivazioni dozzinali, ma in una successiva riunione annunciò che avrebbe lasciato la band. Senza rancore, gli altri accettarono la sua decisione.

La settimana seguente, il signor Garavani telefonava agli altri per organizzare un incontro, a festeggiare il suo ventiseiesimo compleanno.

Una cosa tranquilla, come l’ex-chitarrista sottolineava nel corso degli inviti:

“Venite qui, non so, verso le 9,30, andiamo giù in tavernetta e ci inventiamo qualcosa per passare la serata.”

Tutti aderirono prontamente, anche Karsi il quale, per quella data, non aveva impegni con le sue bands.

Così la domenica sera, 21 novembre, Garavani ospitava i Dhegrado al completo, per la prima volta dopo mesi. Alberto e Pamela, Alfonso, Oscar e Karsi, furono accolti nell’accogliente dimora del giovane.

La serata fu permeata da conversazioni amabili. Né Alfonso né Alberto riuscirono a rovesciare liquidi o solidi di sorta sul tappeto o sul pavimento. Nessuno pensò a far alterare Fabrizio in alcun modo, e non che il suo ventre fosse diminuito. Università, accademia d’arte drammatica, lavoro, sport. Tempo. Il Natale, che si avvicina. Famiglia, condizioni di salute, niente sport o politica. Musica, anche, certo, con qualche “ti ricordi” di troppo. Nel videoregistratore scorrevano le immagini di svariati live acts dei degrado, apprezzato sottofondo alla piacevole serata, e nuova fonte di varia aneddotica con risate assortite. Paolo si metteva volentieri al piano, e tutti erano contenti nel vedere il leader scimmiottar  sé stesso in ispirate interpretazioni lisergiche

Ogni tanto si poteva vedere Mirella, perfetta padrona di casa, portare agli ospiti rinnovati vassoietti di dolci e cioccolato, paste e salatini. Gli ospiti e particolarmente il golosissimo ex-Fat Karsi, apprezzarono considerevolmente. Poi ad una cert’ora si congedarono (“domani è sempre lunedì”, la saggia considerazione di qualcuno), e la compagnia si scioglieva lasciandosi con un semplice arrisentirci per gli auguri di Natale.

Cinque mesi dopo.

La sera di un tranquillo lunedì lavorativo, Mirella ha lasciato l’ufficio e si reca in casa a preparare la cena. Nel magazzino, gli ultimi operai se ne sono andati e il signor Luigi sta compilando la tabella delle consegne per il giorno successivo. Ancora una telefonata, ed è il padre di Paolo ad alzare la cornetta.

“Buonasera, signor Leonardi, come sta? Bene, grazie, bene. Mi dica..si, dunque, per quell’installazione, io direi che mercoledì non c’è nessun problema, comunque le passo mio figlio, si accordi direttamente con lui. Grazie, anche a lei e signora, buonasera.”

Pochi minuti dopo, il giovane depone il ricevitore ed annota l’appuntamento sull’agenda. Ora la giornata è proprio terminata. Prima d’andarsene, nota dei grumoli di polvere stazionare ozianti proprio all’ingresso della showroom. Mentre li spazza via, sta forse pensando che è la stessa polvere che ancor oggi ricopre il vecchio palco sul quale lui e altri quattro amici inseguivano un incubo garage-punk.

Ma ormai è un inganno sbiadente, un retaggio di gioventù che si perde nelle fuggevoli luci della saletta, rimaste spente da mesi.

E Paolo non ha tempo di soffermarsi su quest’immagine perché già la voce della moglie lo chiama.

La cena è pronta.

La stessa sera, in un capannone a Sedriano, all’interno di una moderna sala prove, la voce tonante di Giovanni Marini si diffonde perentoria, in un momento di pericolosa stasi.

“Dai, ragazzi, forza, siamo troppo rilassati!! Dobbiamo suonare sui Navigli domani, non possiamo presentarci in queste condizioni. Mettiamoci sotto e caviamo dei suoni degni di noi, a costo di star qui tutta notte!!” Ricevuto l’ordine, la band si lancia in un blues atrofizzante e fumoso, carico di armonica, tastiera e chitarra a creare un vero e proprio “wall of sound”. Disteso su un tavolino tondo presso la consolle, pericolosamente in bilico per la forte pressione, qualcuno osserva distrattamente la performance. Lui è un provetto batterista, ma nei Gamba fa il percussionista e percuote alla bisogna campanacci, triangoli, bonghi e percussioni varie, gli capita anche talvolta di non dover suonare. Nella prossima canzone ci sarà bisogno di lui. Fabrizio allora si recherà diligente in postazione e probabilmente ripenserà a quando dominava la sezione ritmica di un gruppo di indisciplinati hard rockers, tenendo a bada a bacchettate il suo bassista ed inveendo a turpiloqui assortiti contro il frontman.

Poi penserà solo a suonare diligentemente.

E’ un impeccabile professionista.

Nei primi mesi del 1994, grandi novità hanno caratterizzato l’esistenza poliedrica del signor Alberto Torretta.

O meglio, dovremmo dire dell’Attore Drammatico Diplomato, nonché laureato in filosofia e collaboratore dell’azienda di famiglia Alberto Torretta.

Si, perché nell’aprile di quell’anno, ancora fresco di “titoli”, l’ex furibondo leader della post-punk band dei Dhegrado ha sostenuto e superato un provino per entrare a far parte di una Compagnia Stabile, ed il suo talento lo porta a rivestire, all’interno della stessa, il ruolo di protagonista in più d’un’occasione.

Un’altra bella notizia gli arriva direttamente dallo Stato, sotto forma di congedo permanente. Non era per meriti artistici, come lui riteneva di meritare, bensì per mero esubero; ma, come si dice in questi casi, prendi e porta a casa.

Ma seguiamo ora una delle sue serate.

Un palco spoglio d’autunno, una panchina diroccata, un cane accucciato a terra. Un uomo anziano, seduto con un bastone in mano si lamenta ad alta voce del governo e dei tempi moderni, rimpiangendo il passato che non torna, singhiozzando sulla sua misera condizione.

Ma il suo unico interlocutore è il cane, rimastogli fedele. Oltre a una platea gremita di gente che applaude divertita, accorsa ad ammirare l’astro nascente del teatro drammatico italiano. E domani affronterà una nuova piazza, un altro palcoscenico, per una nuova ovazione, un’altra lode della critica.

Peccato, però, non avere mai tempo per ritrovarsi una serata con quei vecchi compagni per i quali Alberto improvvisava altri tipi di scene e monologhi stralunati, davanti a randagi inquieti accalcati in bettole fumose, interpretando il più allucinato sogno psichedelico o distorte, veementi melodie garage-sixties.

Chi manca? Ah, si, proviamo a seguire il seguente monologo:

“…e per quanto riguarda il repertorio, beh, come sapete io amo molto i Police, per cui proporrei una versione reggae di “Every breath you take” oppure punterei sul rhythm’n’blues di Zucchero, o James Brown, tipo “I feel good.” Magari, che so, anche qualche pezzo del Battisti arrabbiato, come “Il tempo di Morire”. Per il rock’n’roll puro citerei certamente gli Who, oppure i Beatles, o gli Stones. Qualcosa per far presa sul pubblico, che ne dite? Ad esempio gli U2 o un po’ di funky alla Prince. Per i più giovani, qualche incursione nel grunge dei Nirvana sarebbe l’ideale…”. A casa sua, Enrico spiega agli amici le sue idee per il complesso musicale che sta creando, i “Senza filtro”.

Tra i papabili soci costituenti della band in questione, due cugini che un tempo militavano nella hard rock band dei Dhegrado.

All’esposizione di Enrico annuiscono blandamente, ma quando viene loro chiesto un parere, Alfonso e Oscar si guardarono in faccia e si resero conto d’aver assunto la stessa espressione sul viso. L’unica risposta possibile fu espressa all‘unisono:

“Grazie, Enrico, ma non ci interessa.”

Poi prendono la porta ed escono, amici come prima.

In cuor suo, Oscar sapeva che quella sarebbe stata solo una perdita di tempo. Una curiosità, una facile conferma che non avrebbe tardato a manifestarsi. Ma ormai aveva altro in testa. Il giorno dopo, entrò in ufficio con la consueta tranquillità. Certo che era stato fortunato: la prima proposta di lavoro a pochi giorni dalla laurea in architettura. Valutate le condizioni, aveva accettato al volo. Tutta esperienza che maturava, in attesa di aprire l’attività in proprio che desiderava.

Quella stessa sera, una fragrante sera di maggio, Alfonso ricevette in regalo una splendida pianta di gardenia. Troneggiava sul tavolino del salotto, a portata di luce naturale, ed ogni volta che passava da lì il suo stato d’animo ne usciva ritemprato.

Anche lui, ora non sentiva più troppo il bisogno di uscire la sera. Proprio il salotto divenne il centro dei suoi momenti di relax: scriveva, leggeva, e non mancava un buon stereo per la “ricreazione intellettiva”, come la chiamava lui, che ogni tanto riproduceva anche canzoni dei dhg o dei luxuria betovox, ma in genere diffondeva rock progressivo.

Nel primo cassetto sotto l’imponente libreria in mogano, al fianco di alcuni raccoglitori di fotografie custodiva adesso due quaderni.

In uno conservava gli scritti, i mezzi poemi, i raccontini che da Bolzano in poi aveva avuto la geniale pensata di metter giù per iscritto; una passione che, lungi dal tramontare, ora lo prendeva forse più della musica stessa.

L’altro contiene la storia che ho appena finito di raccontare.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 33 -QUESTO FALSO OTTOBRE

16 AGOSTO 2018

 

Questo falso ottobre

“Così presto? E come fai a conoscerli?”

“Sono i ragazzi dell’università, abitano tutti in zona tra l’altro, pensa che il più lontano è di Rho, io li avevo già visti in facoltà armeggiare con dischi e cassette varie…da lì è stato facile entrare in confidenza.”

“E gli manca un chitarrista?”

“Incredibile la coincidenza, vero? Come avrei potuto dir loro di no?”
“Ti ammazzavo, se gli dicevi di no. E quante prove finora avete già fatto…tre?…però, attivi i ragazzi…no!…cosa!…non mi dire…ma è fra un mesetto scarso!”

“Infatti sono un po’ di corsa, devo imparare una decina di canzoni, mentre le altre quattro/cinque del repertorio le conosco già, per fortuna”

“E dove sarebbe questo concerto?”
“Ad Arluno. Festa per l’inaugurazione del nuovo impianto sportivo.”

“Quando, hai detto?”

“Il 12 novembre, è un venerdì sera.“

"Grazie dell'invito, Oscar, ci sarò sicuramente!".

Depose il ricevitore con un vivo senso di curiosità. Chi saranno mai questi amici del cugino, rimuginava perplesso, non ne aveva mai sentito parlare, nè immaginava che Oscar avrebbe trovato tanto in fretta un gruppo alternativo ai Dhg. Quando gli aveva detto il repertorio che avevano preparato nei pochi mesi dalla formazione della band (manco gli aveva chiesto come si chiamavano) gli era venuta una fitta allo stomaco.

“Il materiale è quello con cui iniziano tutti. “Cocaine”, qualcosa dei Pink Floyd, “Knockin’ on heaven’s door”, quella roba lì.”

Quella roba lì.

Quando avevano iniziato loro, cinque anni prima, gli sembrava di toccare il cielo con un dito.

Invidia? No. Quella che provava era piuttosto una sensazione indefinibile. Vecchio a 25 anni? Per carità: era contento per il cugino, almeno qualcuno riprendeva a suonare.

Per prima cosa, sarebbe andato a vedere quel gruppo. Così, per un’impressione, per curiosità, per il cugino, per…

Per vedere se qualcosa gli si smuoveva dentro.

Chiuse pensierosamente dietro di sè la porta di casa e si buttò sul divano.

Ebbe la tentazione di telefonare a Stefania, dopotutto era quasi sera ed il giorno di festa se ne era volato via senza contatti. Non si vedevano da una settimana, la ragazza era costretta in casa, messa k.o. da una precoce influenza accompagnata da un fastidioso mal di gola.

Ci stava ancora pensando quando il trillo del telefono lo fece sobbalzare.

"Ciao, sono io, mi spiace ma non riesco ad uscire neanche stasera."

Prima ancora che chiarisse il concetto, lui aveva già capito dato che la voce era rauca e pareva giungere da un pianeta lontano.

"Vorrà dire che troveremo il modo di recuperare.."

"Su questo non ci sono dubbi, pensavo proprio che mi farebbe bene una nuova gitarella al lago come sabato scorso...pranzetto e traversata in battello, molto romantico non trovi..."

"E' un'idea grandiosa, Stefy. Non vedo l'ora!"

"A proposito, hai ripensato a quella cosa?"

"E' una settimana che ci penso. Poi oggi ho visto Oscar, lui sì che sta sfruttando bene la pausa prolungata della band..."

Spiegò alla giovane del nuovo complesso del cugino.

In tre prove avevano già messo tanta carne al fuoco da coprire un’ora buona. Il concerto di metà novembre era un esordio che non temevano. Anche in considerazione di questo, Alfonso aveva ripensato a "quella cosa" e preso una decisione, che illustrò alla fidanzata.

"Ottima idea, così almeno dovrete prendere una posizione netta" fu il commento di lei.

Concluso il colloquio, Alfonso concordò con sè stesso che la cosa non era più ulteriormente procrastinabile. Accese la tele, aiutò a preparar da mangiare e dissolse l’uggia tipica da domenica sera col tenente Colombo e la domenica sportiva a seguire.

Non uscì quella sera, nè squillò ulteriormente il telefono; era tranquillo, almeno su qualcosa s’era deciso.

Il mattino successivo era una nuova, splendida giornata di sole, ed ormai era passata anche la metà del mese.

"Questo falso ottobre!" rimuginava un giovane venticinquenne abbondante mentre scendeva le scale che lo portavano allo studio, "Non sono più le stagioni di una volta, ci saranno trenta gradi!".

Il padre annuì, poco interessato all'argomento, ma contento di vedere il figlio affrontare la nuova settimana con piglio allegro.

"Ecco le commissioni di oggi."

Alberto prese dal padre i documenti e gli appunti che questi gli passava con noncuranza, li osservò con cura, scribacchiò qualcosa a margine di un foglio e depositò tutto con cura sulla propria scrivania. Prese un raccoglitore dalla parete retrostante, aprì un registro ed una rubrica ed iniziò ad effettuare alcune telefonate.

Una di esse era destinata all'amico Paolo, imprenditore, e durò una cinquantina di secondi convenevoli inclusi. Quando Alberto posò il ricevitore, segnò qualcosa sulla propria agenda e passò tranquillamente alla telefonata successiva.

Più tardi, casa Garavani:

"Sai, Miri, stamattina mi ha telefonato il Beto"

"Finalmente, come sta? E’un po’ che non lo si sentiva! Ci sono novità?”

"Si. Dobbiamo ancora incontrarci con lui e Pam per definire la questione della cucina. Sai come siete insistenti voi donne, avete sempre una fretta incredibile per queste cose. Comunque ci vedremo in settimana, giovedì credo, ed imposteremo la cosa."

"Bene! Ma non ti ha detto allora se..beh, insomma, han pensato ad una data, oppure.."

"Penso che non sia ancora definitiva, ma ormai dovremmo esserci...lui mi accennava qualcosa del tipo fine '94, primi '95..C'è la spada di Damocle della chiamata a naja, non possono fissare niente di preciso prima del militare."

"E'vero, è vero, speriamo lo chiamino presto..prima parte prima torna.."

"Già, già..." rimuginava Paolo. Ora doveva andare.

Terminò avidamente la grossa mela bianca che aveva addentato pochi istanti prima, un'aggiustatina in bagno e poi tornò in ufficio, prese i documenti e via.

Doveva essere alle due in centro Milano, l'organizzazione della fiera "Dicembre Mobile" non poteva certo aspettare. Concentratissimo sull'evento, Paolo condusse una riunione impeccabile e ripartì euforico. Per quel giorno, non avrebbe più pensato al lavoro. Nemmeno l'angosciosa coda in tangenziale del lunedì sera poteva abbattere la sua contentezza. Infilò una cassetta nello stereo e rientrò a casa calmo e rilassato.

Cosa stava ascoltando? E che importava?

Quattro giorni dopo, intorno alle sette e mezza di sera, ricevette una nuova telefonata, stavolta dal signor Garimbelli, amico e collega di complessino musicale.

Superati le cerimonie di base, Alfonso venne al punto con precisione.

"Paolo, il gruppo è finito?"

Sulle prime, Garavani non seppe rispondere; forse non si aspettava una domanda tanto netta.

"Non credo, perchè?"

"Perchè?!? Mi chiedi perchè? Un gruppo prova, ogni tanto. Un gruppo non lascia passare mesi senza contatti. Un gruppo, dopo un disastro come quello di Malvaglio, si trova per cercare di analizzare cosa sia successo..Possibile che a nessuno interessi più nulla?"

Paolo ebbe un flash, e solo in quel momento realizzò che che nel contatto con Torretta del lunedì precedente, nessuno dei due aveva neanche lontanamente accennato ad un eventuale ritrovo per motivi musicali. A dirla schietta, la band non era rientrata per niente nel dialogo. Le formalità avevano riguardato famiglia e salute.

Poi riprese la conversazione.

"No, non ho sentito nessuno in questi quindici giorni. O meglio, ho parlato con il Beto, ma solo di lavoro. Non c‘è venuto in mente, sinceramente."

Dall'altra parte del cavo, silenzio.

Non c’è venuto in mente.

Ancora una volta, Alfonso comprese che avevano ragione loro: si può sapere, cosa voleva? Perché stava facendo tutti questi capricci?

Così subito dopo riprese, con un tono sensibilmente più dimesso:"Scusa, Paolo, forse adesso come adesso avete altro per la testa. Capisco anche che è giusto così, scusate, forse sono troppo insistente. Magari, qualche volta che vi sentite col leader, se vi vien voglia, tirate in ballo voi la faccenda, ok? In questo modo io non starò più a tampinarvi e suoneremo quando davvero ci sentiremo di farlo."

Gli ultimi istanti di conversazioni furono agghindati di banalità che Alfonso non si rendeva forse neanche conto di star dicendo; voleva cancellare il modo di fare aggressivo con cui aveva aperto il contatto.

Ciononostante, per la prima volta Paolo si era sentito in imbarazzo con lui.

Aveva risposto: “Va bene, restiamo d’accordo così”, e sentiva tutto il sapore stucchevole di quelle formule lapalissiane ed ordinarie di certe conversazioni di circostanza che spesso addobbano una giornata di lavoro.

E che si sgonfiano subito, a ricevitore deposto.

Garimbelli aveva progettato una seconda telefonata, ad Alberto stavolta, ma adesso non gli pareva più tanto importante.

Era venerdì sera, Stefania era finalmente guarita. Si preparò per passare a prenderla. Andavano fuori a cena, poi al cinema. Che programma originale, rifletteva. Ma se stava bene, perchè lamentarsene?

Trascorse un fine settimana durante il quale, si era ripromesso, la musica sarebbe stato l’ultimo dei suoi pensieri. Voleva forse provare a sé stesso che anche lui aveva una vita propria, al di là di quello che oramai – era evidente – si era dimostrato nient’altro che un hobby per ventenni blandamente emozionante, pronto da buttare non appena la vita “adulta” avesse cominciato a presentare conti. Se la maturità passava attraverso questo tipo di esclusione, lui non sarebbe stato da meno. Promise solennemente a sé stesso che non avrebbe mai più pregato nessuno per riprendere l’attività.

Per la prima volta, nell’osservare la campagna sfuggirgli d’intorno nella veloce corsa del treno del lunedì mattina, Alfonso pensò solo alla settimana che stava per cominciare, alla sua famiglia, a Stefania.

Buon ultimo, attuò anche lui il proprio ribaltamento di priorità, e ne trasse fin da subito gran beneficio: inevitabilmente, anche per il suo apparecchio telefonico cominciò un periodo rilevante senza la presenza di chiamate per o da (ex) componenti dei dhegrado.

Per altri invece, “l’hobby per ventenni” doveva evidentemente proseguire ancora per qualche tempo, anzi trasformarsi in “per trentenni ed oltre“.

Dopo la metà di ottobre, l’ormai ex “Grasso Fat Karsi” invitò altre due volte gli ormai ex-colleghi dhegrado ad ammirare lui e i suoi soci Gamba dal vivo.

In entrambe le occasioni si presentò solo Oscar, che questa volta non investigò più circa la possibilità di congiunzioni dal vivo tra le bands; né Marini, forse istradato da Fabrizio, chiese al ragazzo più niente circa l’attività dei dhg.

Oscar era d’altra parte concentrato su quello che chiamava “alternativo progetto musicale”: prima della fatidica data del dodici novembre, lui e il suo gruppo sarebbero riusciti ad infilare una decina di prove, raggiungendo quantomeno un po’ d’amalgama (che non è un liquore a base d‘erbe, come avrebbe amato specificare Gary un tempo).

Tornando a Karsi, lui era l’unico tra i cinque che apparentemente non aveva modificato i propri parametri di vita.

Il lavoro stabile gli garantiva una certa indipendenza economica e le lamentele dei suoi diventavano sempre più flebili, senza contare che il prolungato stato di pausa dei Dhg aveva snellito la sua settimana musicofila. Il disco dei Gamba, ormai in circolazione da qualche mese, stava attecchendo piuttosto bene nei dintorni. La band approfittava delle molte occasioni live per vendere dischi e musicassette ed il seguito aumentava considerevolmente serata dopo serata.

Al termine del secondo concerto, mentre il resto dei Gamba si godeva l’usuale bagno di folla, Karsi scorse il suo (ex) chitarrista scendendo dal palco e si fermò a scambiarci quattro balle.

“Le cose vanno bene, vero?”

“Non possiamo lamentarci”, rispondeva un copiosamente sudato Cassetti all’una-volta-compagno-di-complesso. “Vendiamo il disco, le canzoni piacciono, meglio di così…meno male, tra l‘altro, perché è un periodo che siamo presissimi, adesso abbiamo un altro concerto sabato sera a Milano alle “Scimmie”, sai quel posto sui navigli, e mi pare che anche a novembre non è che ci sarà troppo da riposare”.

“Sono davvero contento per voi, Karsi”.

Fat si staccò poi un momento dall’amico per andare a salutare un gruppo di colleghi, che aveva preso ad assistere ai concerti di Marini & Co, ed ora li seguivano praticamente ovunque andassero. Si trattenne con loro una decina di minuti, il tempo di una birretta. Fece cenno ad Oscar di raggiungerli, ma il giovane chitarrista non si mosse.

Guardava il palco vuoto.

Ancora dopo una ventina di minuti dalla fine del concerto, le luci erano rimaste accese, gli strumenti ancora nei loro sostegni, i microfoni sempre piantati, la batteria appena coperta dai veli. Solo i bonghi, le percussioni, il triangolo e tutto il resto dell’armamentario di Fabrizio erano stati da quest’ultimo doverosamente ritirati.

Osservò la scena ancora qualche attimo, poi Parenti domandò all’amico rientrato nel frattempo:

"Ma ti piace, stare con loro?"

Cassetti scrutò Oscar con l'aria di non capire, così il ragazzo ribadì l'interrogativo in una forma differente: "Voglio dire, ti diverti, coi Gamba? Tu sei un batterista, un bravissimo batterista, non ti senti..."

Fabri lasciò trascorrere qualche secondo, poi visto che la frase non veniva completata, ci pensò lui stesso.

"..Sminuito, vuoi dire?!"

“In un certo senso, Fabri. Sbaglierò, ma mi dai l’idea, come dire, d’essere sottoutilizzato, in questo modo. Il batterista è un protagonista..un leader, stabilisce e modella il ritmo della musica. Così mi dai l’idea del comprimario…di classe, per carità, ma poco più di un semplice abbellimento..non ci hai mai pensato?”

“Il posto di batterista era già occupato, e Max è molto in gamba. Non sono stato obbligato ad unirmi alla band, ed il mio ruolo è stato messo in chiaro fin da subito”

Impercettibilmente l’impostazione della voce era mutata, più agra, meno cordiale.

“Certo, Fabri, non volevo offenderti….”

“Questo lo so, non c’è problema; ma poi c’è qualcos’altro che non hai considerato. Noi ci divertiamo. Come hai visto anche tu, ogni esibizione è un happening, i concerti si trasformano sempre in serate esilaranti. Joepa non ha proprio niente da invidiare al leader come frontman, ed i musicisti sono impeccabili. Ultimamente…”

“…Ultimamente?!?”

“ Ultimamente, quando facevo anche il batterista con voi, non ho avuto troppe occasioni di divertimento. Dovrei dire, non abbiamo avuto, vero, Oscar? O sbaglio?”

Non sbagliava, Oscar lo sapeva.

E stava giù prendendo provvedimenti.

Non aveva forse intrapreso anche lui una nuova avventura con una nuova formazione?

Così ordinò una coca cola per sé ed un braulio per Karsi, che avrebbe preferito un fernet menta ma non si formalizzò più di tanto.

Poca volta che non pagava lui.

Si sedettero al tavolo e si misero a parlare d’altro. Non di calcio, che al chitarrista come sappiamo importava nulla ed al batterista poco; conversarono invece amabilmente circa la prossima apertura di un mercatino d’antiquariato d’arte a Milano, tra l‘altro proprio in zona Navigli, che in quell‘epoca iniziava a costituire il punto nevralgico di fiorenti attività culturali.

“Io sabato ci vado. Ho un esame al mattino e mi prendo il pomeriggio libero. Ci vuoi venire? Ci possiamo trovare là, nel caso, dato che tu devi suonarci la sera.”

“Volentieri”, la risposta del sostenuto batterista.

Oscar ne fu piacevolmente sorpreso. “Non ti facevo appassionato di vintage, Karsi. Strano questo tuo lato old-fahioned! E su quali stili e forme d‘arte vertono le tue preferenze?”

“Ma che cavoletto (eufemismo!) mi stai raccontando, stupidino (eufemismo!) che non sei altro? No, non mi hai capito, io vengo solo per la gnocca!”

Lusingato dall’inatteso intellettualismo dell’amico, Oscar gli diede appuntamento per quel sabato e se ne tornò a casa contento.

Quel 30 ottobre si dimostrò per entrambi fruttuoso e dilettevole. Oscar superò agilmente l’esame.

Nel pomeriggio lui e Fat conclusero ottimi affari: il batterista/bonghista reperì pelli da batteria non risonanti (stile anni ’70)  e persino una vecchia grancassa “da piede” a prezzi irrisori. Non le avrebbe utilizzate, ma avrebbe consolidato la sua reputazione di raffinato collezionista. L’amico s’assicurò un set di tre lampade a fazzoletto post-boom economico ed un piccolo mappamondo liberty dei primi del novecento. Restò volentieri la sera ad assistere all’esibizione di Karsi e i suoi amici, e chiusero il sabato insieme in un prestigioso locale del centro città, con la partecipazione di tutti i Gamba.

Di Dhegrado e uova sul palco, di Huomini o Sysyphus II, non v’era ormai più traccia, né traccia sarebbe più riapparsa, nella vita dei nostri.

E se i cinque ragazzi avessero potuto guardarsi in faccia alla fine di quel falso ottobre, nell’atmosfera d’un accogliente desco famigliare o nell’allegra, esuberante tavolata di amici radunatisi in zona Brera, l’avrebbero capito dalla consapevole distensione che traspariva dai loro volti.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 32 - ICEBOUND

13 AGOSTO 2018

 

Icebound

Se avesse saputo che quell’anno l’estate sarebbe durata quattro mesi, si sarebbe infine deciso a cambiare il proprio desueto impianto d’aria condizionata, invece di doverlo far interagire con un buon paio di ventilatori, funzionali ma leggermente demodé..

Aprì il frigo bar ed afferrò un’altra gazzosa gelata.

“Ti farà male”, gli fece notare il padre, passando. Lui considerò che dopotutto ormai era sera, poteva anche resistere. Fece per posare la bibita, e lo squillo del telefono lo spinse a sveltire l’operazione.

“Buonasera, signora Marelli, che piacere sentirla, come sta? …eh, ha proprio ragione, lo stavamo proprio commentando qui in ufficio, altro che lavoro!! Ci vorrebbe ancora un po’ di mare con questo caldo! Ma mi dica, signora, come posso aiutarla?”

Nell’ufficio contiguo a quello di Paolo, Mirella stava terminando di registrare alcune fatture. Conclusa l’operazione, si alzò e si recò dal marito, attendendo che lui finisse di parlare al telefono.

La conversazione andava prolungandosi.

“Certo, signora Marelli. Lasci fare. Vedrà che per mercoledì sera alle sette la sua nuova cucina sarà installata. Non c’è dubbio, il modello sarà quello che ha scelto quando ci siamo visti. Si, avviso io i ragazzi di suonare due volte il campanello, certo….ma ci mancherebbe, per il saldo passi dentro quando desidera, OK? Allora a mercoledì, signora! Grazie, grazie, buonasera anche a lei, e buona domenica!”

Depose il ricevitore ed annotò la consegna sul registro, poi si voltò e sorrise alla moglie.

“Paolo, vado a preparare la cena, ci vediamo tra una mezz’oretta, ok? Non far tardi che poi mi si raffredda tutto, mi raccomando!”

“Non ti preoccupare, ho quasi finito, segno due appuntamenti, sbrigo un altro paio di telefonate ed arrivo”.

Venti minuti più tardi, il giovane imprenditore chiudeva l’ufficio ed entrava in magazzino per concordare con il signor Pierluigi l’itinerario dei ragazzi col furgone per il lunedì successivo, poi si congeda dal genitore ed esce in cortile.

Lo attraversa a passi tranquilli ed entra in casa, quasi puntuale: sono le venti meno un quarto di sabato due ottobre millenovecentonovantatre.

Ed era stata una giornata operosa e serena.

Il giorno successivo all’ultima, catastrofica esibizione dal vivo dei Dhegrado.

Tre ore prima, all’ex-Bologna.

Due birrettine e gazzosa, un chinotto, niente patatine né pastrocchi di sorta; due musicisti e una ragazza.

Clima esterno: sole, caldo, ventotto gradi, estate infinita.

Clima interno: gelo, mestizia, umori vacillanti intorno allo zero.

Parola al signor Garimbelli.

“Meno male che non c’eri, Ste. E’stata una cosa umiliante. Non ci sono altri vocaboli. A un certo punto non sapevo più dove guardare, invidiavo il Fat che poteva, almeno in parte, nascondersi dietro la batteria. Particolarmente per il leader deve essere stato devastante”.

“La gente che non vedeva l’ora che smettessimo”, s’intromise Oscar. “Fischi, ululati. Incredibile, che sia successo a noi”.

La ragazza era sinceramente rattristata dal fatto. Da quando conosceva Gary, aveva ascoltato tutte le registrazioni dal vivo dei Dhg, imparando praticamente ogni pezzo della band. Quel venerdì non poteva proprio esserci, e ne aveva davvero un po’ patito. L’ultima cosa che si sarebbe aspettata era un fiasco. Chiese spiegazioni.

“Ma avete suonato male, o cosa? Intendo dire, se avete sempre raccolto un buon successo dovunque abbiate suonato finora, da dove ha origine questa debacle?!?”

Ecco il punto. Oscar e Alfonso si guardarono e non seppero cosa dire. Nella fretta di andarsene da lì, la sera precedente, fuggendo quasi come dei ladri, salutandosi a malapena, nessuno dei quattro aveva pensato al “perché”.

"E' chiaro che in questo momento il gruppo di punta dei paraggi sono i Gamba", rifletteva Oscar. "Il pubblico non chiedeva altro che ascoltare loro. E' successo a noi molte volte, di avere ovazioni, successo, applausi tra questa gente. Ma la gente cambia."

"Forse non è la gente, ad essere cambiata. Può darsi che sia stato un fiasco inevitabile”, sottolineò Alfonso.

Annuendo, Oscar si alzò dal tavolo e, approcciato il banco, pagò il giro, poi i tre uscirono. Piuttosto che restare chiusi ad immalinconirsi, decisero di mettersi a passeggiare lungo le rive dell’amato Naviglio, solo il giorno prima teatro del misfatto.

"Cosa pensate di dover fare a questo punto?".

"Non abbiamo nemmeno preso accordi per nuove prove, non sappiamo nemmeno quando ci troveremo. Oscar, hai per caso parlato con Karsi ieri notte?"

Il chitarrista era rimasto infatti l’unico dhg ad assistere all'esibizione dei Gamba che si era protratta oltre le due del mattino, con il solito considerevole gradimento dell'audience.

"No, Gary. Alla fine erano talmente euforici...la gente correva sin sotto il palco a congratularsi, a fare complimenti. Tutti agitavano la copia del disco, Marini s’è messo persino a firmar autografi. Poi loro sono gente alla mano...Giopa (soprannome di Marini, ndr.) inscenava persino dei duetti con chiunque passasse a salutarlo..regalavano birre, parevano ancora divertirsi. Certo, non mancavano di indirizzare la gente a mani vuote verso il baracchino di vendita, è ovvio, ma certamente sanno come arruffianarsi il pubblico".

Alfonso restava pensieroso. Attraversarono il ponte sul canale; il tiepido, inconfondibile aroma proveniente dal corso d'acqua, ebbe il potere di rianimare come un toccasana stati d'animo piuttosto mortificati.

Quella coda di bella stagione era destinata a proseguire ancora per alcuni giorni.

Il sabato successivo, nove ottobre, sembrava una giornata di fine giugno, tanto mite e buono era il sole, ed una leggera brezza stava accompagnando due ragazzi in tenuta quasi estiva lungo un suggestivo sentiero di montagna sperso tra i masi del trentino.

Era stata una levataccia, ma ne era assolutamente valsa la pena.

Lui non ricordava di aver mai visto, a quelle altezze, una mattinata tanto luminosa e scevra di nuvole. Uno spettacolo meraviglioso. Aveva fatto bene Stefania ad insistere ed Alfonso ora non poteva essere più lontano dai grattacapi che la traballante situazione-Dhg gli creava.

Quattro ore dopo, a Boffalora, un uomo di quasi ventisei anni stava cercando di mantenere un atteggiamento interessato o almeno di non farsi cogliere dormiente di fronte al seguente torrente di parole:

"Dunque, ricapitoliamo...per federe, cuscini e lenzuola ci penso io, sai che i miei conoscono quel venditore all'ingrosso di stoffe ed otterranno certamente dei prezzi di favore, per non parlare delle tende, allora, ascolta, a me piacerebbe prendere quelle della camera un pò eleganti, di seta magari, tanto poi le teniamo bene, vero, sennò ti ammazzo, mentre invece quelle del bagno possono anche essere in cotone, ok? Beh, comunque, di questo possiamo anche parlare più tardi. Ah, ecco, quasi dimenticavo i materassi, come dovranno essere, normali, ortopedici, o altro? Beh, tu dì pure la tua, che tanto poi decido io, vero, piccolo mio?“

A quel “piccolo mio”, il fiero e grintoso leader della selvaggia post-punk band dei Dhegrado si sentì davvero indifeso e debole come un infante esposto alle prime intemperie dell’esistenza. Tuttavia scacciò subito quell’immagine, perché la sua fidanzata aveva già ripreso a mitragliarlo.

Anzi, non aveva mai smesso.

“…tanto Paolo non farà fatica a procurarci tutto il necessario, ricordati che è quasi ora di andare a parlare con lui per impostare il discorso della cucina, non mi dire che te ne eri già scordato, te l’ho ripeto da un secolo, devo farti una cura di fermenti lattici?!?!"

Al capo, gli occhietti gli si chiudevano.

Aveva lavorato tutta mattina presso lo studio dei suoi. Doveva studiare, possibilmente riposare un pò, ma al telefono Pam era stata intransigente: "Bisogna fare il punto della situazione, per non farsi cogliere impreparati, ci vediamo oggi pomeriggio verso le due, due e mezzo, non più tardi che poi ho appuntamento dalla parrucchiera e devo fare un mare di altre commissioni."

Ancora dovevano fissare una data, e già la ragazza elucubrava sull'arredamento, sui pizzi, le tende, i fermenti lattici...Beto avrebbe tanto voluto, in quel momento, avere un microfono o anche solo l'asta, cui attaccarsi, non per fare la rockstar ma per non cadere a terra stremato, comunque continuò a dondolare la testa in segno di adesione totale.

A un certo punto borbottò qualcosa e si diresse a passi incerti verso la scala a chiocciola.

“Ma…dove vai adesso?!?”

“No, volevo dire..ehm, io sono d’accordo su tutto, ma proprio tutto, eh? Completamente d’accordo…”

“Ah, ecco. Va bene, allora se tutto è chiaro io vado; ricordati dopo che hai finito di studiare nel pomeriggio, di passare a prenotare il fine settimana di Capodanno a Cortina, sai che lì bisogna muoversi per tempo, e ricordati che stasera sei a mangiare a casa mia. Magari lavati un po’… (scherzo, caro!) comunque almeno pettinati, che ti preparo una cena coi fiocchi! A stasera, amore!”

“..si, si, certo.. a stasera, naturalmente…”

Salì sfiancato in camera sua, si tuffò sul letto e riposò diligentemente fin verso le quattro, ronfando appetitosamente. Non sognò né prosceni eleganti approntati per aggraziate scene di pirandelliana memoria né palcoscenici polverosi traboccanti di musica pesante, sudore ed esultanza.

Sognò di dormire illimitatamente, la laurea in filosofia e il diploma d’attore drammatico ben spolverati sulla mensola, ed un colossale, beato periodo di vacanza ad attenderlo.

Invece ad una cert’ora l’implacabile sveglia a forma di girarrosto lo destò di soprassalto, ed il signor Torretta smontò dal letto oscillando ed evitò di cadere abbrancando con foga la maniglia della porta.

Passò in ufficio in cerca di novità, ma la situazione era tranquilla.

Tornò in camera sua, ove, svegliatosi con una cisterna di the bollente al rabarbaro, si rimise a preparare coscienziosamente la chiusura della sua carriera da studente.

Tesi prevista: marzo/aprile 1994.

Due mesi più tardi, il diploma.

Poi, solo il servizio militare lo divideva dalla Vita dei Grandi, come amava dire lui scherzando. Ecco, se c’era un pensiero che lo tormentava in quel momento, era questo. La cartolina rosa non s’era ancora manifestata in via 25 aprile 17, a Boffalora sul Ticino.

“Non che mi dispiacerebbe, se non arrivasse…” rifletteva dolciastro mentre si recava, verso le 18,00 all’agenzia di viaggi, come da diktat pamelistico.

Lì qualcuno lo riconobbe e al termine delle inevitabili formalità da snocciolare tra conoscenti, gli fu chiesto:

“Ma suoni ancora? So che avevi un complesso…fate rock, mi pare, i corvi, battisti, quelle cose lì, vero? E come va? Vi trovate ancora?”

Sorridendo un po’ timidamente, il frontman e leader dei dhegrado risponde sommesso:

“Si, ogni tanto ci vediamo e facciamo un po’ di musica insieme..ehm, un passatempo sempre bello..scusami però, adesso, sono un po’ di fretta…senta, sono pronti quei due biglietti che avevo prenotato per telefono? A nome Torretta, si, grazie…”

Meno di un’ora più tardi era già sulla via del ritorno. Aveva anche provveduto ad assicurarsi un bellissimo omaggio floreale per la mamma di Pam, sperando di aver indovinato il fiore preferito della signora (nonostante le imbeccate della fidanzata, era rimasto fin in fondo in dubbio tra ciclamini e crisantemi, e vi lascerò ancora un poco in sospeso circa la risoluzione del dilemma).

Giunto a casa, s’insediò in bagno, armato di spazzola, pettine, lacca e gel e con uno sforzo supremo riuscì nell’impresa di donare all’inguardabile zazzera una parvenza di disciplina, e dopo un’imbarazzante ma doverosa ispezione da parte della madre, uscì di casa scortato da un’olezzante scia di profumo e badando bene a non rovinarsi la pettinatura.

La sera di quel sabato nove ottobre scendeva pacifica. Questa volta il complesso di Marini era di scena a Corbetta, nell’ambito di una festa in una villa privata. Joepa e soci avevano portato solo le chitarre e parevano divertirsi in scioltezza. Gli invitati, circa duecento in tutto, seguivano i brani dialettali e non della band con vivo interesse. Il disco “Volume 1” faceva bella mostra di sé sopra lo stereo.

Fat Karsi, in arte Fabrizio Cassetti, o il contrario, non impegnato da bonghi e percussioni di alcun genere, si barcamenava alla bell’è meglio tra dolcetti, paste, salatini e tramezzini, senza dimenticare di annaffiare il tutto con dell’ottimo gutturnio alternato a un valoroso prosecco di valdobbiadene e cercando di non digerire con rumore, almeno quando qualcuno lo osservava, e soprattutto di tenere sotto controllo eventuali veemenze intestinali.

Fu presto invaso da un’euforia incontenibile: da un certo momento della sera in poi gli apparve sul viso un’indecifrabile maschera color terracotta, con un sorriso ad arco ed una vaga aria da maniaco, ma si trattava di una semplice fase del suo infallibile, avanguardistico sistema  di assimilazione.

Il chitarrista dei Dhegrado, Oscar Parenti, compagno di scuola del padrone di casa e dunque invitato a sua volta, approfittava delle pause dell’informale esibizione per tampinare il signor Marini circa la possibilità di scovare, tra le sue conoscenze in continua ascesa, qualche contatto di lavoro per il suo gruppo, ma Joepa rispondeva sempre in modo alquanto evasivo.

Poi, tra mezze promesse e progetti più o meno abbozzati, che sarebbero inevitabilmente stati trasportati chissà dove dalla gentile frescura di quell’indimenticabile sera autunnale, i due venivano trascinati nell’allegria della festa, che si sarebbe protratta sino alle prime ore della domenica mattina. Come ai vecchi tempi, Oscar dovette riportare a casa il proprio batterista leggermente alterato dall’alcool (per darsi un tono aveva però fuggito la birra) e sensibilmente rigonfiato dai sapori di cibo e bevande.

Non era un bell’affare per Fat, pensò Oscar guidando.

Infatti il signor Cassetti era impegnato, il pomeriggio successivo, con la sua seconda band, i Biglietti Scaduti, presso la celebre “Queen of Jazz” di Brugherio, e stavolta avrebbe dovuto suonare eccome.

Il ragazzo pensò che una buona dormita l’avrebbe certo rimesso in sesto.

Tanto, ormai, se aveva bisogno di riposo extra poteva contare anche su una nuova serie di lunedì sera, ormai spogliati dei vibranti, ispirati suoni garage-punk dei tempi che furono.

Ripensò per brevi istanti a come s’era lasciato con Giopa. E più Oscar ci pensava, più si rendeva conto che il capo dei Gamba aveva ragione. Come poteva pensare di includere ancora i Dhg in un eventuale progetto di collaborazione dal vivo, dopo la magra, anoressica figura rimediata otto giorni prima a Malvaglio?

Poveretto, lui aveva fatto il possibile per non risultare sgarbato. Aveva persino detto: “Sai, Oscar, forse i Gamba e i Dhegrado non hanno proprio lo stesso pubblico…forse il vostro genere fa un po’ a pugni col nostro, con le atmosfere goliardiche, dialettali, un po’ folk, se vogliamo, che prediligiamo noi…poi quella sera la gente era lì per noi in sostanza, non vi hanno magari neanche ben ascoltato, è gente alla buona, e….”

E tante altre giustificazioni deferenti, ma che non significavano un tubazzo di niente.

Che i Dhegrado forse non avevano più voglia di suonare ed il loro fiasco era figlio della supponenza e del menefreghismo, doveva dirgli.

In quella notte mite ed indimenticabile, cibi e bevande erano stati protagonisti in un’altra scena, svoltasi soltanto a pochi chilometri di distanza.

Stavolta il leader aveva centrato in pieno la serata.

Con sforzo immane, oltre a presentare una passabile capigliatura e a ricordarsi in extremis che i fiori per la mamma di Pamela erano i ciclamini, aveva indossato una cravatta, meravigliosa, a pois gialli su sfondo celeste, dopo aver optato in un primo momento per un farfallino a quadretti color fumo di londra che per fortuna lasciò a poltrire nel cassettone di camera sua.

Aveva parlato decorosamente, di argomenti d'attualità piuttosto che del proprio lavoro o della carriera universitaria che volgeva verso il più auspicabile dei traguardi.

Aveva ricevuto consensi convinti da quelli che ormai considerava i futuri suoceri e la tensione si era allentata molto presto.

Ora si congedava, ad un'ora decente (giusto prima di mezzanotte) e rimase in breve all'ingresso per salutarsi come si doveva con Pamela. Salì poi sull'auto e dritto a casa: non una sola goccia d'alcool tranne un bicchierino di vino bianco a tavola con gli altri commensali.

Nel frattempo, un altro componente dell’agguerrita post-punk-band dei Dhegrado aveva appena chiuso una giornata davvero ideale. Per Alfonso, s’era trattato di un indispensabile approvvigionamento di refrigerante benessere.

Ecco un altro gradito lascito del servizio militare.

L’ultima cosa che avrebbe mai pensato era di arrivare un giorno a provare amore per quelle valli, per quelle cime che l’avevano tenuto lontano da casa e che lui nei momenti peggiori aveva giurato di non voler mai più rivedere nemmeno in cartolina.

Invece solo un paio d’anni dopo era tornato, e nemmeno solo, ed ora quegli scenari andavano assumendo tutt’un'altra importanza per lui.

La passeggiata al mattino lungo un viottolo che s’inerpicava sui fianchi del bosco, e la sorpresa di uno spiano naturale dal quale si poteva abbracciare la valle intera e le vette perennemente innevate.

La sosta pranzo alla malga, a contatto con flora multiforme dal fascino tenue ed irresistibile, cullati dal lieve scampanellio delle mucche sparse sui pascoli e coccolati dalla non comune ospitalità dei gestori.

Un praticello, adocchiato subito dopo pranzo, attraversato da un fiumiciattolo di non oltre un paio di metri di larghezza, limpido e silente, con ponticelli naturali di pietre e arbusti e la gradita sorpresa di cogliere al volo il fulmineo balzare di uno scoiattolino.

Il relax tra silenzi fiabeschi appena scortati da un filo di vento ancora estivo, e dal sommesso gorgoglio del torrentello.

Un buon libro e loro due.

Che altro?

Mentre la più piccola stilla di luce aveva ormai lasciato il posto ad un’oscurità quieta e definitiva, il bassista dei Dhegrado guidava pensieroso di ritorno dalla sua riuscitissima gita.

Nonostante la quale, sentiva di non riuscire a reprimere del tutto il sottile dispiacere che il ripensare alla situazione del complesso gli causava. Ma stavolta, invece di cercare di sfogarsi a parole, preferiva riflettere.

Era chiaro che fossero cambiati, ed era ora non solo di accorgersene, ma d’iniziare a comportarsi di conseguenza; tutto stava sfumando come il sorriso del bimbo mai cresciuto di “Sysyphus II”, brano che, nelle occasioni più strampalate, gli si riaffacciava alla memoria per poi sparire altrettanto repentinamente.

Solo che lui non doveva più permettersi, di fare come quel bimbo.

Fece un tentativo di trovare un po’ di buona musica alla radio, girando distrattamente tra le stazioni, finché la spense definitivamente e si concentrò sulla guida, sempre senza aprire bocca.

Fu Stefania a rompere il silenzio, indovinando i rimescolamenti che stavano attraversando la mente del giovane.

“La gente non vedeva l’ora che smetteste, mi hai detto? E perché non smettete?”

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 31 - PIPPO, PLUTO, PAPERINO

8 AGOSTO 2018

 

Pippo, pluto, paperino

“Aspettavo te”.

La cosa lo sorprese.

In effetti, perché aspettava lui?

Fortunatamente, fu abbastanza furbo da non chiederglielo; ma la ragazza, indovinatane la perplessità dietro il sorrisino ebete che le veniva mostrato, offrì sua sponte una chiara spiegazione:

“Perché ti vedo sempre che prendi il mio stesso treno e sei uno dei pochi che riesce sempre a trovar posto. Più di una volta me l’hai anche ceduto, forse non te ne sei nemmeno reso conto. Così, oggi che sei in difficoltà ti restituisco il favore.”

“Certo che le ragazze sono strane”, rifletteva meditabondo il celebre bassista dei Dhegrado. “Pensa te, se io accetto di lasciare in piedi una ragazzina per sedermi al suo posto.” Così oppose un netto ma cortese rifiuto alla gentile proposta della biondina. Sarebbe rimasto tranquillamente in piedi.

Lui era un uomo di carattere.

Infatti, dopo meno di quindici secondi si ritrovò seduto al posto della ragazza che ora lo guardava dall’alto di un posto in piedi con velato sarcasmo. Non sapeva nemmeno il suo nome e già gli comandava. Lui, imbarazzato, non riuscì quasi più nemmeno a guardarla in faccia, figuriamoci a rivolgerle la parola. Dovette attendere di arrivare in stazione per degnarsi di parlarle, e cercando di non cadere in devastanti banalità, saltò a piè pari le presentazioni uscendosene con un brillante:

“E stasera che treno prendi?!?”.

Lei lo gelò orrendamente.

“Non parlo con chi non conosco. Ma come, ti cedo il posto, mi ringrazi a gesti, non apri bocca per mezz’ora e poi mi chiedi che treno prendo stasera? Uno qualsiasi, basta che ci sia una compagnia più divertente!!“

E’ superfluo evidenziare che in quel preciso istante una combriccola di curiosi d’ogni età, in giacca e cravatta piuttosto che polo e jeans o anche palestrati in canottiera e bermuda s’era formata tra i due ed ora sghignazzava dietro al malcapitato, mentre la ragazza se ne andava offesa ed impettita.

Alfonso doveva correre in ufficio, dunque non poteva in quel momento augurarsi di sprofondare.

Rimandò così l’auspicio alla pausa pranzo.

Ma il bello dell’essere pendolare è che prima o poi ritrovi sempre i tuoi compagni di viaggio. Per la maggior parte delle occasioni si tratta di galletti o galline che ciarlano ad altissima voce ininterrottamente dalle sette meno un quarto sino all’arrivo in Porta Garibaldi (o Centrale). Oppure di gente che dorme russando spaparanzata, stando attenta a tenere le scarpe ben aderenti al velluto dei sedili ed occupando tre/quattro posti mentre tu sei compresso in un angolo contro il finestrino o esposto al via vai esteriore. Oppure ancora di possessori di stereo ad altissimo volume che si avvertono nitidi nonostante le cuffie, e ti chiedi come faranno a non sfondarsi i timpani, sperando che ciò prima o poi avvenga.

Lui contava, insomma, di rivederla, prima o dopo.

E per sua fortuna, quella sera stessa la sorte gli diede la possibilità di riparare alla cafonaggine con la quale s’era comportato nei riguardi della leggiadra fanciulla. Arrivato per primo in carrozza, riservò subito un posto di fianco al suo, dove pochi minuti dopo la ragazza si sedette, replicando con un largo sorriso di perdono allo sguardo intimidito e palesemente imbarazzato del leggendario bassista del complesso dei dhegrado.

Com’era, come non era, nei giorni successivi quei due trovarono sempre posto sulle carrozze del treno, ed i posti erano sempre adiacenti.

Quel mese di settembre, iniziato malinconicamente per Alfonso, alle prese con un ispessimento dell’apatia in seno alla band, che nemmeno la certezza del nuovo live del primo ottobre sapeva arginare, aveva preso improvvisamente una piega inaspettata.

La nuova linfa che ne ingentiliva le giornate non fu probabilmente estranea al fatto che, per la prima volta, anche lui non trovò difficoltà ad adeguarsi al trend musicale molliccio del periodo. Seguirono infatti altre due settimane d’avvilente silenzio e la serrata della saletta prove perdurò per il mese intero. Il primo approccio tra membri del gruppo capitò la sera di domenica 19, quando Gary e la ragazza s’incontrarono con Oscar alla celebre “Festa de la Sucia”, appuntamento annuale durante il quale al paesello confluivano genti e bancarelle d’ogni dove, in occasione appunto della secca del Naviglio. Mancavano Paolo e Mirella, in week-end marittimo di fine estate, mentre Alberto aveva risposto nì a una telefonata di Oscar, poi aveva disertato.

Passato con qualche piccola difficoltà l’esame del 4 settembre, il leader era già proteso verso gli ultimi due saggi da superare entro la fine dell’anno, prima di coronare la sua carriera modello con la tesi a principio 1994.

Un concerto dei Gamba de Fegn (in posizione privilegiata, prima e dopo i fuochi artificiali) fu ancora una volta l’occasione per riavvicinare i dhegrado, o parte di essi.

I tre s’intrattennero con il cantante e Karsi post-live.
“Oh, ma come sta il leader, è una vita che non lo vedo!” chiedeva un Marini in evidente ebbrezza da bagno di folla.
“Anche noi”, l’imbarazzata risposta di Alfonso,” ma certamente ci vedremo il primo ottobre…”
“Ah, si è vero..siete pronti per il concerto, ragazzi?”,
“Beh, insomma…” replicava timidamente Oscar
“Beh, dovremmo” rafforzava Alfonso
“Beh, ma certo” chiosò Karsi, prima di offrire un giro di Ceres a tutti ed annegare in (poco) alcool le incognite e le incongruenze di una situazione kafkiana. Il voluminoso batterista notò poi che qualcuno presso Garimbelli restava piuttosto sulle sue, senza parlare.

“Non mi hai ancora presentato la ragazza, che aspetti, che le rovesci la birra in testa?”

Gary accorse a provvedere prima che il minaccioso drummer mettesse in pratica l’orribile proposito, e credendo di fare una battuta di spirito introdusse Cassetti come segue: “Stefania, ti presento il nostro grande batterista, grassoccio ma agile tra i tamburi come una talpa nel letame!”

Invivibile momento di gelo.

Fu quella la seconda occasione nella vita dei luxuria betovox prima e dei dhg poi che Gary si guadagnò il sincero disprezzo di tutti, compreso il barista del vecchio “Connymouse”, accanito fan dei Gamba, che lo squadrò disgustato. Certamente Fat non lo percosse per rispetto di lei, che lo rimirò con aria perplessa.

Trascorse un’altra settimana e, come d'uopo in questi casi, passò un altro sabato, una nuova domenica ed arrivò l’ennesimo lunedì. Fu al termine di quella giornata che, finalmente, suonò un telefono in casa di un esponente del complesso musicale dei dhegrado.

Dall'altra parte della cornetta era un componente dei Gamba.

Anche dei dhegrado, certo, ma comunque avete già capito di chi si trattava.

"Hey, grande Karsi, che si dice? Cosa spinge il tuo largo ventre ad osar comunicare con un artista del mio calibro?", la delirante reazione del signor Alberto Torretta al colpo di telefono di Cassetti.

Fabrizio trattenne a mente l'insulto, ripromettendosi di percuotere il leader non appena l'avrebbe avuto sotto le sue grinfie.

"..mah..avrei pensato..dato che tra pochi giorni ci sarebbe un concerto da fare e non ho notizie di voi praticamente da giugno, se vi degnaste di dirmi qualcosa per organizzare l'evento, a me non è che verrebbe da piangere, cioè sennò fate come volete, ci troviamo là la sera stessa, attacchiamo l'ampli e suoniamo, oppure ti porto il palco sotto casa e canti dalla finestra..."

"Hai ragione, scusa, hai davvero ragione, cicciottino mio...effettivamente siamo un pò pigri, o meglio dovrei parlare per me, dato che anch'io non vedo nessuno da molto, ho un pò smarrito i giri, però sai, il lavoro, lo studio, le solite cose insomma..no comunque adesso mi sento col Paolo e poi ci riuniamo, almeno per metter giù una scaletta, qualcosa. Primo ottobre era, vero?"

"Si, tieni presente che è fra quattro giorni, quindi mettetevi d'accordo e fatemi sapere, o giuro che è l‘ultima volta che mi sbatto per farvi suonare!"

Sbattè giù la cornetta ripensando al "cicciottino" usato dal leader e pregustando i sonori schiaffoni a mano piena che gli avrebbe subito affibbiato al ritrovo.

Il mese di settembre terminava così, senza scossoni.

Si, lo so, avete fatto il conto che la telefonata del Karsi al Beto era il lunedì 27, e dunque mancavano ancora tre giorni, fatte salve rivoluzioni copernicane, alla chiusura del mese.

Il fatto è che in quei tre giorni non successe nulla.

Paolo e Beto non ebbero alcun contatto, anche perchè il primo era impegnato in una fiera a Colonia che lo avrebbe riportato in patria solo il giovedì sera, come debitamente riferito ad Alberto dalla madre di Paolo.

Allora il leader, che qualche pensierino alla esibizione imminente forse iniziava a covarlo, contattò Oscar per dare una disponibilità di massima.

E infatti si diede disponibile….per la sera di venerdi primo ottobre a Malvaglio, la stessa sera del concerto!

Naturalmente lui doveva estendere l’avviso ad Alfonso. Cassetti, invece, sarebbe stato già presente di suo.

Il buon Oscar pensò che Beto fosse uno psicopatico e temette per la propria incolumità. Fu tentato di dire al leader che aveva sbagliato numero, ma si ricordò di essersi già qualificato. E quando intervenne in linea la voce di Pamela a confermare il tutto, capì che non stava sognando.

Ecco la spiegazione del capo:

"In settimana, davvero non riesco. Troppo da studiare, poi lavoro tutto il giorno. Comunque non preoccuparti, ci vediamo lì venerdì verso le nove, tanto c’è il gruppo che suona prima di noi, parliamo un attimo, ci ripassiamo tre passaggi (testuale, ndr.) e tutto andrà liscio, talmente assodato il repertorio, ormai. D‘accordo allora, a venerdì!”.

Oscar tentò una debole e vana opposizione.

Il leader lo condì via con uno sproposito pseudo letterario e depose allegro la cornetta. “Ci vediamo là, mio eccellente collaboratore artistico!”

Invano Oscar aveva sperato d’ottenere l’ok per provare il 28 o al massimo il 29; Fabrizio infatti aveva già preannunciato che, essendo i Gamba la principale attrazione della serata, a loro avrebbe dedicato l’ultima serata possibile per provare, ossia il 30 settembre. Così quando non ricevette alcuna comunicazione dagli altri dhg, l’imperturbabile batterista pensò che dovevano sentirsi talmente pronti da non doversi scomodare nemmeno per una prova.

Che le cose fossero destinate ad andare storte, con simili premesse era soltanto prevedibile.

La sera del primo ottobre, il colpo d’occhio della boscaglia del Naviglio grande, zona di Malvaglio, era da cartolina, o quanto meno da “Very best of..” del parco del Ticino.

Il tramonto, d’un arancione vivo e coprente, s’era librato in un cielo carezzato da miti brezze autunnali regalando un malinconico retaggio dell’estate appena sfumata, e le acque gorgogliavano vezzose sotto le luci multicolori dell’alzaia, su uno spiazzo della quale, in prossimità del ponte che conduceva al centro abitato, si sarebbe tenuto l’ “Inaugurazione dell’autunno”.

Svaccati a un tavolino e completamente privi di gentilezza poetica, un chitarrista molto preoccupato, il di lui cugino bassista, ed il loro batterista si trovavano, verso le 19,30 davanti ad una doppia Steinbacker triplo malto, due acque toniche, una con ghiaccio, l’altra senza limone e svariati mini-paninetti colmi di salumi d’ogni genere ed ogni tipo di nefandezza d’accompagnamento possibile, salse in quantità ed ogni tipo possibile di salatini.

Il bravissimo musicista Fabrizio Cassetti stava oltrepassando la soglia dell’agitazione per lanciarsi senza titubanze oltre quella di una viva alterazione.

“Ma dove cavolo (eufemismo!) sono finiti quei due cari nostri amici (eufemismo!)? Si sentono talmente sicuri quei due birichini (eufemismo!) da non volere nemmeno fare il sound check, quei due gran simpaticoni?!?(eufemismo!)! Dio, come mi girano le scatole (eufemismo!), so io dove metterei loro le bacchette della batteria, dritte in…(omissis), appena li vedo gli taglio le…(omissis)…che due bastardi!!(questo si può scrivere..)…”

Oscar: “Dai, Fat, non ti agitare, staranno arrivando di certo, e poi lo sappiamo il daffare che hanno..”

Alfonso: “Hanno avvisato, no? Hanno detto: arriviamo, inseriamo il cavo e suoniamo. Dobbiamo salire sul palco tra due ore e tanto sappiamo tutto a memoria, son sempre le stesse canzoni. Non vedo cosa ci sia da preoccuparsi.”

Karsi osservò in modo stralunato il proprio bassista.

Proprio lui, non si preoccupava? Restò senza parole.

Lo osservava tranquillo mentre trangugiava tranquillo l’acqua tonica, imitato dal cugino, apparentemente senza pensare al live fischiettando stralci da “Huomini” e da “Tu mi spezzi il Kuor” alternativamente, e riproducendovi originali parti ritmiche.

Una cosa da niente.

Dopo un noiosissimo complessino che suonava blues scimmiottando Zucchero e compagnia, i Dhegrado dovevano semplicemente fare da apripista ai Gamba davanti a qualche  centinaia di persone che non vedevano l‘ora di vederli suonare e che avrebbero chiuso la serata.

Ma l’immobilismo di Alfonso era contagioso: anche Oscar, reperito un gruppo di coscritti, si mise a discutere su Tangentopoli e sul connesso terremoto socio-politico che era ormai giunto alla seconda stagione, senza nemmeno prestare attenzione al primo gruppo che nel frattempo era salito sul palco dando il via alla serata.

Karsi era fuori di sé.

Era riuscito ad ottenere ai Dhg il momento migliore della sera, perché l’attenzione sarebbe stata rivolta al palco in attesa dei “padroni di casa”; ora, metà band non compariva e l‘altra metà se ne fregava.

Poco dopo le ventuno e trenta, arrivarono entrambi.

Non c’erano né Mirella, rimasta a casa stanca dopo la tirata della fiera, né Pamela, che Beto aveva riaccompagnata a casa dopo una cenetta a due che il boss s’era concesso, al termine d’una nuova settimana tutto libri e ufficio. La ragazza dovette disertare l’esibizione perché doveva tornare a sua volta a studiare.

La prima delle tre bands previste stava già esaurendo la propria esibizione, senza aver riscosso particolare consenso tra l’audience.

Scrutando il pubblico, Karsi riconobbe molti sostenitori usuali dei Gamba, mentre dei seguaci storici di Torretta & co., in giro se ne vedevano pochini.

E di segnali che non stavano proprio giocando in casa, il leader e soci avrebbero potuto coglierne a iosa.

Ad esempio osservando la folla, in coda quasi civile, che s’ammassava allo stand installato giusto di fianco al palco, dove lo staff dei Gamba (mogli, fidanzate, amici, ammiratori) stavano vendendo la prima opera in vinile e musicassetta della band, intitolata semplicemente “Volume 1”.

E mica solo quello: gadgets, foto, registrazioni pirata di svariati live.

Sono le dieci in punto quando i Dhegrado salgono sul palco. A dire la verità, i ragazzi non paiono eccessivamente concentrati. Ancora nel momento in cui saliva sul palco, Beto stava raccontando a Gary la cronaca degli ultimi esami affrontati. Paolo aveva il solito sorriso sicuro, Oscar si accomodò senza particolari cure la pedaliera del wah wah. Solo Karsi aveva allestito con estrema cura il proprio spazio: lui sarebbe sceso solo a notte fonda ed installò a fianco della batteria tutto l’occorrente per la sua performance da percussionista.

Senza particolari preamboli, Beto afferrò il microfono ed introdusse brevemente il gruppo come “la stella del garage-punk meneghino”.

Partenza così così.

Non aveva ancora finito di dirlo che le prime note di “Strano cerca amore” fendevano già la bucolica atmosfera di quel tratto di Naviglio. Al termine del brano però, pochi applausi e qualche silenzio di troppo accoglievano l’inizio di quell’esibizione.

I degradi al momento non ci badarono più di tanto.

Senza concedere troppo alla platea a livello scenografico, i cinque snocciolarono di fila altri sei/sette classici del repertorio, eseguiti in maniera impeccabile.

Purtuttavia, l’audience restava fredda, ed un insolito senso di disagio andava insinuandosi sinistramente sul palco.

Ma il peggio doveva ancora venire.

L’ultimo brano in scaletta era “Luxuriotica”, che di solito attestava trionfalmente la fine dei concerti di Torretta & C.

Asciutto, il capo presentò il brano come: “il nostro pezzo forte” e si voltò professionalmente verso Paolo dandogli l’ok per l’inizio. Durante la complessa ed eterea introduzione strumentale, alcuni fischi si levarono dal pubblico, un’esperienza mai provata.

Adesso i cinque erano esterrefatti, riuscirono a portare a termine il pezzo ma la disapprovazione della gente cresceva e risuonò ancora più forte non appena gli strumenti tacquero.

Mentre i nostri non sapevano cosa fare e si guardavano in faccia increduli, un addetto all’organizzazione salì sul palco con l’intenzione di calmare l’acque, ma in realtà peggiorò soltanto la situazione. “Per favore, restate tranquilli, tra pochi minuti sarà la volta dei Gamba de Fegn”.

Un boato d’esultanza sottolineò la comunicazione.

Era veramente troppo. Imbestialiti dall’umiliazione, i cinque dopo un breve cenno d’intesa si lanciarono in una versione fulminante di “Already gone”, e dopo 1’34” di pura adrenalina in quattro quarti raddoppiato abbandonarono il palco quasi ancora prima che la musica sfumasse nell’etere, mentre un leader inviperito sibilava al microfono:

“Chiedete ai Gamba di suonarvi questa, poi!” e sputacchiava per terra.

Tutti scesero tranne Cassetti, vistosamente imbarazzato e pronto a trasformarsi in pochi istanti da pirla ad idolo, con l’altro gruppo.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 30 - UN'ARIDA ESTATE

3 AGOSTO 2018

 

 

Come abbiamo potuto constatare, quella prima metà del 1993 trovò Alberto particolarmente impegnato sul fronte degli studi: nel mese di giugno l’obiettivo era passare l'esame per l'ammissione al terzo ed ultimo anno del Corso d’Arte Drammatica.

Il nostro diede davvero il massimo, riportando alla mente certe epiche performance su palchi infuocati davanti a platee estasiate. Adesso la scena era lo studio di casa sua, la ribalta l’ufficio dell’azienda paterna. Ma l’impeto bruciante che vi metteva era immutato.

Dopo il live-Redial, diradò leggermente le uscite con Pamela e in pratica del tutto quelle coi compagni di band, ma anche stavolta fu un successo, e il traguardo fu centrato il venerdì, 25 giugno di fronte a un pubblico entusiasta di familiari, fidanzata e amici tra cui, immancabilmente, i militanti della simpatica band di musica leggera dei Dhegrado.

Nel brindisi (semi) analcolico che ne seguì nel salotto di casa sua, il leader ufficializzò con orgoglio che tra un anno avrebbe ottenuto la qualifica formale di Attore Drammatico.

C'erano anche altre piccole grane burocratiche ad annuvolare i cieli rosa-azzurri del capo, ad esempio il fatto che pochi giorni prima dell'esame aveva dato anche il suo ennesimo (ed ultimo possibile) rinvio del servizio militare per motivi di studio, ed a partire dal giugno 1994 avrebbe potuto essere chiamato in qualsiasi momento ad espletare il dovere. Naturalmente lui contava sulla sua regolarità per ottenere tanto il Diploma d’Arte quanto la Laurea in Filosofia prima della partenza, anche se il suo vero sogno consisteva nella botta di fondoschiena improbabile ma non impossibile di un congedo illimitato, magari ottenuto per riconosciuti meriti artistici.

Quell’estate proseguì dunque per lui in maniera tutt’altro che riposante: il patto d’acciaio stretto dallo zazzeruto artista con il signor Enrico entrava nella fase saliente. Tra le parti era stato nel frattempo concordato un sensibile aumento di stipendio per il ragazzo, che i genitori erogarono con soddisfazione crescente, visti i risultati. Per Alberto d’altra parte, le esigenze economiche andavano aumentando.

“Anche per la mia nuova vita a due".

E questa fu, fra tutte, l’asserzione che ai famigliari dell’artista-cantante-laureando faceva più piacere ascoltare.

L'unica cosa a cui il leader non stava pensando era di creare qualche testo illuminato di furore artistico o qualche possibile eccentrica scenografia per il prossimo grande spettacolo dal vivo dei Dhegrado, parole tratte di peso proprio da uno dei dialoghi tra lui e la fidanzata, sul lungomare di Alassio, all’inizio d’un caldo weekend di luglio, mentre passeggiavano felici all’ombra dei palmeti.

"Vedrai, vedrai, adesso a settembre ci ritroviamo e facciamo un macello...appena torniamo in sala..appena il Paolo è stabilizzato sulla sua nuova vita...appena sono instradato bene verso il diploma e la laurea...appena il Karsi ha finito di divertirsi con le percussioni di quel gruppo là, come si chiama.."

"Però..non sono poche le variabili..meno male che almeno Oscar e Alfonso non stanno attraversando cambiamenti epocali, sennò la vedevo dura, ma proprio dura!"

"In che senso, scusa?!?"

Una folata di vento indusse la ragazza a stringersi nel tailleurino rosso, dono dello stesso Alberto per il suo compleanno, ed entrarono allora in un bar, ove il leader comandò un semplice sandwich alle ostriche con succo d‘orzata e limone verde.

Distratti dalle contingenze, non ripresero più il discorso di poco prima.

Il giorno dopo trascorsero una bellissima mattinata al mare, mentre il pomeriggio visitarono l'entroterra. La domenica sera rientravano, stanchi ma contenti, ed in perfetto orario Alberto Torretta si presentava il lunedì mattina al suo posto a fianco del signor Enrico.

Il prossimo obiettivo era il penultimo esame in facoltà, fissato per il 4 settembre. Con straordinaria costanza, riuscì a prepararsi in modo eccellente. Per l’intero mese d’agosto, al di là di un altro paio di fine settimana al mare in compagnia della fidanzata, quasi non fece vita sociale. Nemmeno un contatto, un’uscita, né coi vecchi amici, né con gli altri dhg.

Una mattina intorno alla metà di agosto ricevette una cartolina da Alfonso. Anche lui era andato al mare. Cercò di leggere le firme intorno alla sua ma non gli riusciva di distinguerle. Pensò per un attimo a Gary, forse era il Dhg con cui storicamente aveva avuto più dialogo, più confidenza. Era logico, si disse. Coetanei, spesso insieme all'ex Bologna a piangersi addosso sulle morose o mancate tali, anche se a lui talvolta bisognava strapparle con le tenaglie, le parole. Adesso si sarebbero rivisti a settembre. D'un tratto però gli parve strano, stranissimo. Come poteva essere, che non si vedessero da quasi due mesi, dall'esame di ammissione al terzo anno?!? Qui bisognava ripristinare i contatti, urgeva richiamare all’ordine i vassalli del suo gruppo, riprendere a scroccar birrette, a uscire a divertirsi e far cagnara la sera…qualche istante più tardi, il penetrante sibilo del fax distrasse la sua attenzione.

Un’occhiata all’intestazione del foglio che stava uscendo, un sospiro di liberazione, la rapida corsa verso l’ufficio del padre. “E’arrivato, papà, è arrivato!”. La conferma d’un importante commissione da un cliente, operazione portata avanti sostanzialmente dallo stesso Alberto, diede nuova linfa alla sua giornata trascinandosi via con sé le devianti riflessioni di poco prima. La buona novella occupò la parte preponderante della conversazione che ebbe con Pam, quella sera di venerdì al “Ballroom”, teieria & cioccolateria di nuova apertura ad Abbiategrasso.

Per il nostro prima e meritata uscita serale dell’intera settimana.

"Allora, com è andata la vacanza?" chiedeva Ciccio, arrancando al solito sotto un maligno sole di fine agosto, cercando inutilmente di star dietro alla ruota degli amici.

Fu Oscar il primo a prendere la parola, non per questo rallentando l'andatura. "Riposo, antistress, tutto quello che ti viene in mente metticelo. D'altronde credo che uno vada in montagna per quello. Invece il nostro Gary non sa fare a meno del mare, o sbaglio?"

"Esatto, cugino" iniziò il bassista, "ma non significa che non mi sia rilassato alla grande anch'io. Mi son messo persino a scrivere."

"Cosa, se è lecito?"

E raccontò il suo (relativamente) nuovo hobby, del quale ancora non aveva messo a parte nessuno, concludendo:

“…poi raccolgo tutto in quaderni, taglio, aggiungo, metto insieme finchè mi pare ne esca qualcosa di sensato."

"Sensato secondo te" l'arguta osservazione di Ciccio.

"E' ovvio. Cosa me ne frega che abbia senso per gli altri. L'arte non si spiega. Chi ha orecchie per intendere, intenda"

"E gli altri, in roulotte..." Fulminante, la battuta di Oscar.

Che però ritornò serio abbastanza in fretta da introdurre una questione piuttosto spinosa. "Ma perchè non porti questo materiale alla band? Chissà che ne esca qualcosa di interessante, magari spunti per qualche pezzo nuovo. Adesso non appena ci ritroviamo a settembre.."

Alfonso non lo lasciò concludere.

"Cosa ti fa pensare che potremmo ritrovarci?".

Non c’era né rabbia né amarezza, solo una sorta di cinica consapevolezza. Riprese: “Sai cosa farò io, Oscar, il primo settembre? Ti telefonerò, se non ci vedremo prima, chiedendoti se saresti per caso disposto a riprendere a suonare. Otterrò probabilmente il tuo consenso. Poi ci divideremo le tre telefonate rimanenti, e ci riaggiorneremo alla fine della giornata.” “E il lunedì, è probabile che in saletta ci troveremo io e te”, terminò la frase Oscar. Il ragazzo riconobbe che era strano, che quest'anno non si fossero praticamente più ritrovati dopo l'ultimo Redial live, almeno per salutarsi prima della chiusura per ferie. Anche lui non vedeva Beto, Paolo e Karsi praticamente dalla sera stessa dell'ultimo concerto.

Alfonso tornò di colpo brioso e loquace: “Forza, piantiamo giù una corsettina, che qui abbiam poltrito tutta estate e c’è da bruciare un mare di calorie se non vogliamo finire tutti come il Karsi!”

E produsse uno sprint che lasciò gli altri due a bocca aperta. Ciccio, stremato, si schiantò a terra con gran rumore prima ancora di partire, mentre Oscar, che se ne guardava bene dal rialzarlo, lo finì scalciandolo selvaggiamente nel Naviglio. Poi attese con pazienza il ritorno del cugino per andare tutti insieme a farsi una birretta.

Anche per il signor Fabrizio Cassetti, operaio specializzato, batterista, percussionista, senza il minimo interesse per la floricultura, quella che volgeva al termine era stata un'estate molto impegnata, ma per motivi opposti a quelli del leader degradista. Infatti i Gamba avevano deciso di anticipare da settembre a luglio l'ingresso in sala di registrazione per il loro primo disco. Contavano così di farlo assimilare ai seguaci già di ritorno dalle ferie e promuoverlo poi ulteriormente con una serie di concerti. Ciò provocò esultanza al leggendario batterista dei Dhegrado, che con un brevissimo preavviso era stato di fatto precettato per percuotere bonghi e percussioni varie, battere triangoli ed altre piacevolezze. Ma Fabrizio aveva dato una parola e mai si sarebbe tirato indietro, tanto più che, chissà, magari ci sarebbe stata anche la possibilità di guadagnare qualcosa. Non era forse quello uno dei principali argomenti con cui aveva difeso mesi prima in famiglia la scelta di unirsi ad una nuova band? Così rinunciò alle vacanze programmate (le prime dalla vendita del bar ristorante l'anno prima) considerando tale rinuncia alla stregua di un investimento, e da vero professionista si dimostrò preciso ed impeccabile nel rispettare alla lettera la nuova tabella di marcia di Marini e soci. Fu questo il motivo principale che impedì in pratica i contatti tra Karsi ed i suoi colleghi dhg. Ma sarebbe ingiusto dire che il valoroso musicista, ora diversamente occupato, aveva scordato i suoi compagni di post-punk. Fu proprio ai Dhegrado che Fabrizio aveva pensato, allorchè durante una "riunione di lavoro" verso la fine di agosto, Marini illustrava ai compagni di complesso il programma degli spettacoli dal vivo che si sarebbe tenuto da metà settembre circa. Tra gli appuntamenti spiccava una serata che da svolgersi niente meno che sulla riva del Naviglio, venerdì 1 ottobre in territorio di Malvaglio, una specie di "inaugurazione dell'autunno", come l'aveva argutamente definita il leader della folk-band. Cassetti, che ascoltava il capo parlare grattandosi il pizzetto salepepe con la guinness in mano, deglutì in fretta e furia la sorsata sbavandosi i baffi per proporre al volo il nome dei Dhg come complesso opener della serata. Argomentò sagace che questo avrebbe attirato anche i fans di Torretta & co. aumentando dunque l'audience complessiva.

Marini e gli altri aderirono entusiasti, proponendogli una mezz'oretta di spazio per la band. Karsi rifletteva giustamente che il repertorio era talmente assodato che non servivano nemmeno prove, ed avrebbe avvisato gli altri con un giro di telefonate qualche giorno più tardi, certo dell'ok dei ragazzi.

Le fosche prospettive prospettate (gioco di parole voluto) da Alfonso e Oscar durante la recente corsa sul Naviglio vennero dunque subitaneamente disattese.

La prima telefonata che Fabrizio fece fu a Paolo, giovedi 2 settembre. Al di là della cornetta, il signor Garavani faticò dapprima a riconoscere il suo batterista, che poi salutò con vigore e dileggi. Anche per il chitarrista, ormai, vacanze finite. Anche per lui, poche e veloci.

La sua prima estate da sposato s’era dipanata in un periodo di riposo improcrastinabile ma breve. Troppo incalzante la necessità di far interagire nel modo più veloce e funzionale possibile il proprio lavoro ed il suo nuovo status, per potersi permettere un intervallo maggiore. Ragioni opposte e complementari a quelle dell’estate precedente, dove tutto era invece teso alla preparazione dell’evento. Al momento della chiamata di Cassetti l'azienda aveva già ripreso l'attività ormai da un buon paio di settimane.

Ecco ad ogni buon conto la cronaca della conversazione:

"Cosa dici..bene, son contento..così il disco è quasi pronto, allora? Oh, mi raccomando, voglio essere uno dei primi ad ascoltarlo, dal vivo oppure mi regali una copia tu.."

"Proprio di questo volevo parlarti, coi Gamba avremmo pensato di coinvolgere anche i Dhegrado in una serata che vorremmo fare sul Naviglio, secondo me il repertorio non è un problema, dato che si tratta di una trentina di minuti, poi sarebbe una bella occasione visto che non diamo concerti da qualche mese. Oltretutto quella sera i Biglietti scaduti non ci saranno per impegni prefissati, saremmo solo noi e i Gamba, una cosa da protagonisti, bella, come facevamo ai vecchi tempi, al Magia o al Clausura…"

"...suonare, noi...hmmm..agli altri l'hai già detto....ah, non ancora...e quando sarebbe?!?...il primo ottobre?..Beh, non è che ci sia tutto 'sto tempo allora...no, è che è una vita che non prendo in mano la chitarra...tu dici? si dai, allora si può fare..prove? No, a che serve? Se è per fare una mezz'oretta buttiamo li quattro, cinque classici, qualche trovata del Beto e chiusa lì, ti pare?..ok allora, vai, per me è ok, avvisi tu gli altri? Va bene, dai, ci sentiamo eh? Ciao, ciao".

Karsi depose la cornetta sentendosi quasi in colpa, mentre era convinto che Paolo sarebbe saltato sulla sedia dalla contentezza. Non stette comunque a pensarci a lungo, e anche Garavani dal canto suo tornò subito ad occuparsi delle questioni di lavoro che occupavano la sua scrivania.

Adesso, la sera, Paolo non cercava più di uscire tanto per farlo, sentiva di non averne motivo nè voglia. Era deciso pur tuttavia a non trascorrere le serate sul divano accanto a Mirella davanti alla tele, per non pensionarsi a venticinque anni, come diceva lui, ma si creò presto dei diversivi gratificanti. Fecero l'abbonamento al cineforum, ambiente che permise loro di stringere presto nuove conoscenze e anche di scoprire un’insospettabile passione per il cinema, che lo portò in pochi mesi a crearsi una collezione di opere contemporanee e d’essai. Altre volte, specie il venerdì, invitavano nella casa nuova coppie di amici per una serata in compagnia, invito poi debitamente ricambiato. Amava particolarmente prendere in mano l'acustica o sedersi al pianoforte in tavernetta per rallegrare queste occasioni con qualche brano dei sempre amati Pink Floyd o vecchi riffs claptoniani. A dire il vero aveva già pensato di dedicare una di queste serate ai compagni di band. La chiamata di Fabri gli rinfrescò la memoria e si ripromise che l'avrebbe organizzata quanto prima.

Qualche sera dopo Karsi si ritrovò con Gary, Oscar e Beto gambe sotto il tavolo dall'ex Bologna ed ottenne le altre adesioni. Anche stavolta tutti sembrarono d'accordo sul fatto che era inutile entrare in saletta a preparare un concerto (breve) che si sarebbe potuto effettuare ad occhi chiusi.

Solo una piccola obiezione, uscì con poche speranze dalla bocca di uno dei tre.

"Ma in saletta si potrebbe anche accedere per cercare di creare qualcosa di nuovo..di dare un seguito al discorso musicale intrapreso ed ora stagnante da mesi, è un anno che non scriviamo più niente.."

Nessuno rispose, e chi aveva parlato si zittì, ingollando un tramezzino aglio, cipolla e peperoni gialli e focalizzandosi su un concerto di trip-hop che stavano dando su MTV. Ancora una volta, Gary non trovò più molto da dire per quella serata. Qualche secondo dopo, il vocalist Alberto Torretta, già leader dei Luxuria Betovox e dei Dhg, s’alzò dal tavolo per recarsi ad ordinare educatamente un chinotto con ghiaccio e senza limone, che gli venne servito in modo impeccabile senza nemmeno una goccia fuori posto.

Mentre tornava al tavolo, s’immaginò una scena di alcune estati prima, rivide Karsi al bancone che litigava di calcio scambiandosi insulti con astanti assortiti ed eliminando a manate la schiuma in eccesso che fuoriusciva del fusto della birra.

Lo percorse un brivido, mentre rivide subito dopo sé stesso che declamava con fare tronfio ed ispirato proposizioni colme di termini astrusi senza il minimo senso compiuto, ma con un senso di spettacolarità spontanea e dirompente che forse andava già smarrendosi nei meandri gelidamente inappuntabili del Lavoro.

Rise vedendo che Paolo dileggiava allegramente la beata incoscienza di Alfonso che inseriva cavi a caso nell’amplificatore e distorceva tutto generando scintille, oppure la scena opposta, con Gary che irrideva un Garavani costretto al rientro a casa presto il venerdì sera “perché il giorno dopo andava in ufficio”.

Un sorriso lo riportò seduto, mentre riviveva la gioiosamente strampalata presentazione di Oscar da parte del cugino, il quale, entusiasmato per il suo valore di rappresentanza del momento, era prorotto in un delirio disperato di nonsense, naufragando presto nel fangoso ludibrio cui divenne oggetto da parte degli altri.

Le belle immagini svanirono non appena si trovò a contatto con le facce davvero poco entusiaste degli altri tre, con Gary perso nelle movenze techno-rap d’illustri sconosciuti che inondavano il locale d’impersonali suoni campionati. Karsi stava invece raccontando ad Oscar le tecniche di registrazione che coi Gamba avevano adottato durante la preparazione dell’opera prima del complesso, ancora senza titolo, che era ormai allo stadio finale.

“Pensiamo di terminare la settimana prossima, e la pubblicazione è prevista per il 19 settembre. Non so esattamente quante saranno le copie, queste sono cose che riguardano Giovanni (Marini ndr.) e quelli della “Overpowered!” (la piccola etichetta indipendente che avrebbe distribuito il disco, ndr.). Ma a dir la verità non me ne fotte niente di ‘ste stronzate, mi basta vedere le nostre facce da minchioni fuori dalle vetrine!” concluse, con un irreprensibile tocco di classe.

E stavolta Gary non potè non accusare il colpo, e smise di guardare gli invasati psicopatici di MTV per unirsi al coro di complimenti degli altri al batterista.

Il giorno dopo, sul treno che lo portava a Milano, osservava distratto la campagna già arroventata dal sole, mentre tamponava con un fazzolettino alcune gocce di sudore che un finestrino insufficientemente abbassato non bastava a sopprimere.

"Che deserto di afa, che arida estate che è!!" si trovò a riflettere.

 
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