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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPIT.26 - UNA NOTTE CHE PIOVEVA

12 LUGLIO 2018

 

 

Da un mezzo accenno, una battuta, l’atmosfera s’era impercettibilmente surriscaldata:

“Non capisco, non riesco davvero a capire, ma che bisogno hai di entrare in un altro gruppo? Non ti bastano quei quattro o cinque che hai già? Sei via tutte le sere, con ‘sta musica, sempre la macchina carica di tamburi che sembra un circo. Non ci vediamo quasi mai…forse alla tua età potresti anche cominciare a darti una calmata, che diamine!”

Sapeva che l’accenno polemico al suo hobby non sarebbe mancato, ma lui non aveva nessuna intenzione di farsi rovinare il pranzo di Natale. Anzi, aveva colto proprio quell’occasione per mettere in chiaro che non solo lasciava, anzi raddoppiava, come diceva quel mitico conduttore mezzo americano del quale non si ricordava mai il nome. Trangugiando ferocemente la sua porzione di oca (i suoi ne mangiavano mezza in tre, lui tre da solo) ribatteva all’obiezione sollevatagli dalla famiglia con determinazione ma anche con la massima calma.

“Non ho alcuna intenzione di diminuire il ritmo della mia attività musicale”, spiegava, adottando un linguaggio raffinato, “ormai non abbiamo più in carico il bar ristorante, ho trovato fin da subito un lavoro stabile ed ho tutte le serate libere. A quasi ventotto anni non mi sento costretto a passare le mie serate sul divano con voi a per guardare i  programmi di quel conduttore mezzo americano…….buondì, buonanotte come si chiama, è giusto che io faccia come meglio ritengo opportuno. E poi i gruppi non sono quattro o cinque, erano due ed ora diventano tre. La formazione alla quale mi sono appena unito è molto interessante e piena di prospettive. E’ costituita da gente semi-professionista, che s’è posta come obiettivo il fare delle serate a pagamento per locali ed hanno bisogno di un percussionista-bonghista affidabile e preciso. Sono orgoglioso che abbiano pensato a me, altroché, darò il massimo per loro”.

Prese fiato per ingurgitare un enorme boccone d’oca annaffiato da un doppio boccale di birra scura ed un mezzo barattolo di funghetti sottolio; qualche secondo dopo riprese:

“Non intendo lasciarmi sfuggire questa occasione anche perché suonare mi diverte ma, dato che non è che percepisca uno stipendio da favola, se riesco ad integrarlo con attività collaterali è ancora meglio.”

Qualcuno dal fondo del tavolo aveva ribattuto:

“Beh, ma allora, perché non rallenti l’attività con uno degli altri, se tanto sono poco remunerativi?!?”

Fabrizio non rispose, terminò l’oca con violenza di mascelle e si alzò per andare ad osservare il tramonto roseo che si stagliava all’orizzonte sopra l’immobile distesa di neve.

La suggestiva visione non gli ispirava nessuna positività particolare, e pochi secondi dopo ne comprese la ragione: corse in bagno e vi soggiornò per svariati quarti d’ora, rintuzzando continui spasmi di stomaco, dei quali non riusciva a spiegarsi l’origine, e rischiando in più occasioni d’abbioccarsi tra un attacco e l’altro.

Quando vi uscì, si sentiva ristorato e in pace con sé stesso. Si ricongiunse placidamente al desco familiare apportando una deliziosa musicassetta di canti di Natale con cori gospel. In un attimo riportò letizia ed armonia all’interno del focolare, sorrisi e battute presero a svolazzar come stelle filanti. Finalmente Fabrizio poté passare al panettone con mascarpone, pandoro e brindisi assortiti.

Si ubriacò efferatamente, e crollò sul letto squartandone le molle, svegliandosi di colpo nella notte tra Santo Stefano e il 27 e ululando disperatamente dalla fame.

La sera dello stesso 27, complice un riposino di quattro ore di pomeriggio, si sentiva al contrario del tutto pimpante e riposato, e fornì una performance superba dietro la sua postazione da percussionista nell’ambito delle prove speciali che i Gamba avevano fissato per quella serata.

E nell’ambito delle vacanze di Natale, quelle session non sarebbero nemmeno state le uniche.

Rinunciò per prudenza al ritrovo post-musica all’ex-Bologna, adducendo misteriosi dolori di stomaco, si ritirò in casa senza nemmeno passare dal frigo bar e si coricò, addormentandosi come un angioletto. Il giorno dopo si prestò a spalare la neve in cortile, a dimostrazione che i tormenti d’ernia erano ormai un ricordo sbiadito, e a svolgere piccole riparazioni in casa e la mattina del 29, grazie anche a un sole pallidissimo che scheggiava d’arancio debole l’aria ovattata di ghiaccio, recuperò e rimise in sesto la mountain bike che languiva in cantina da tempo immemorabile. Si mise in strada sotto lo sguardo incredulo dei suoi e compì un lungo giro corroborante lungo il Naviglio deserto e imbiancato. Erano sei mesi che aveva venduto il Bologna, e fu quello il momento in cui maggiormente apprezzò il suo nuovo status.

Fabrizio era soddisfatto come non si sentiva da mesi.

Atmosfera tranquilla e tipicamente natalizia, in quegli stessi giorni, in casa leader.

Nel salotto, con una tazza di cioccolata calda tra le mani ed un sorriso rilassato, il signor e la signora Torretta osservavano con moti d’orgoglio crescenti il figlio esibirsi in estrapolazioni teatrali assortite, tratte dal suo repertorio in continua espansione.

Alberto teneva la scena da attore consumato, quale ormai in effetti era, dispensando battute e citazioni artistiche di dubbia provenienza ma d’effetto assicurato, sempre ben spalleggiato da Pamela.

Verso le sette di sera suona il campanello ed ecco entrare Paolo e Mirella. Un salutino veloce, doveva essere secondo le intenzioni. Invece Beto, carico al massimo, estrae da chissà dove una videocassetta del teatro meneghino anni sessanta - settanta ed inchioda gli astanti alle poltrone (o al divano, nel caso dei genitori). I visitatori veramente avevano portato la videotape amatoriale del Live al Bologna, ma ben presto se ne dimenticano, affascinati dalla foga e dalla perizia con le quali Alberto accompagnava ed esplicava la proiezione, arricchendola di particolari ed aneddoti probabilmente veri.

Dopo altri quattro giri completi della lancetta dei minuti, i futuri sposi si congedano. Il giorno seguente li attendeva un Santo Stefano con pranzo organizzato con entrambe le coppie di genitori a casa di Mirella, allo scopo non solo di celebrare le Feste in unione ed allegria, ma inevitabilmente anche per pianificare e dettagliare in vista del traguardo di quattro mesi dopo.

Paolo non aveva mancato di telefonare ad Alfonso, durante la giornata, senza però trovarlo a casa. “Sarà da qualche parente” aveva pensato, si sarebbero risentiti per Capodanno magari.

Nel tornare a casa quella notte dopo aver riaccompagnato Mirella gli sembrava di aver vissuto uno dei più perfetti Natali della propria vita. Rientrò senza rumore e riuscì nell’intento di non svegliare i genitori, e prima di coricarsi si fermò nello show room di nuovo allestimento, che avevano inaugurato proprio pochi giorni prima con un aperitivo aperto al pubblico. Il locale era stato arredato con sobrietà, era ampio e luminoso. Discretamente dislocati, gli uffici e la sala ricevimento ospiti. Lui aveva sgobbato tanto negli ultimi mesi, ma adesso si sentiva decisamente appagato.

E quattro mesi esatti lo separavano dalle nozze.

In effetti, il bassista dei degrado non era per l’appunto a casa propria durante quel giorno di festa. Si era recato a Torino, dalla sorella, che all’ultimo momento era riuscita a procrastinare alcuni impegni di lavoro e sarebbe partita la sera del 25 per la Francia, in luogo del 23 come stabilito in un primo tempo. Alfonso e la madre accettarono volentieri l’invito.

A Gary piaceva Torino, ne ammirava particolarmente il profumo di storia che emanavano gli austeri edifici del centro, la squadratura delle strade imponenti, la cortesia e la correttezza formale dei torinesi “vecchio stampo”. Per non parlare delle innumerevoli botteghe in legno del caffè e del cioccolato, allestite sempre in maniera fantasiosa e con quei colori decadenti che faceva tanto old-fashioned.

Vi era arrivato la mattina della Vigilia, e s’era tuffato quasi subito in mezzo all’orda agguerrita di popolo rombante per le strade alla ricerca di completare con affanno lo shopping natalizio. Lui però, si rintanò per ore in librerie e stores di musica, abbeverandosi di letteratura italiana contemporanea, per le quale scopri un’insospettabile passione, oltre a ricavarne spunti per la stesura di nuovi racconti che andava concependo.

Il pomeriggio di Natale, mentre preparava bagagli ed armeggiava tra trucchi e spartiti:

“Tu faresti una vita come la mia?”

La domanda della sorella arrivo a Gary inaspettata, in realtà non si era mai posto quell’interrogativo, così bofonchiò la risposta più logica: “In che senso?!?”

“Così, sempre in giro, teatri, palcoscenici, cori, stagioni liriche, borsoni e make-up sempre pronti…cambi di programma all’ultimo momento..”

“Non so…mi pare però che non sia solo questo. C’è anche il concerto, il palco..il pubblico che applaude, di solito..qualche soddisfazione ogni tanto arriva, no?”

“Si, si, ma lo stress non è da poco. E’ Natale e io parto per lavoro, altre volte è Pasqua, o Capodanno e capita lo stesso, poi magari non c‘è niente per un po’. Sai, tutto è così volubile, da noi.”

“Hai ragione. Tuttavia è certo che la vita della cantante, dell’artista in ambito generale, non è esattamente sedentaria e noiosa come quella dell’impiegato qualsiasi, credo.”

“Impiegato qualsiasi”, fu proprio questo il termine adottato, al che un altro paio d’orecchie s’allertarono.

Il successivo intervento della mamma voleva essere utile a risollevare il morale del figlio, che data la risposta non pareva proprio al top. “Non devi buttarti giù, anche tu nel tuo piccolo hai le tue prove, i tuoi concerti, le creazioni; il fatto che tu lo faccia per hobby non toglie la passione, il divertimento che ti porta, giusto?!?”.

Alfonso sorrideva, e doveva ammettere che aveva ragione lei. Il fatto che lo facesse per hobby, certo. Perché, era ormai evidente, tale sarebbe rimasto.

Aveva mai avuto la reale sensazione che ne sarebbe scaturito qualche cosa al di là di un rinfrescante diletto? Era per quello, inconsciamente, che i suoi interessi stavano impercettibilmente mutando?

La conversazione scivolò presto su altri argomenti, e verso sera i tre si salutarono. Gary e la madre accompagnarono la sorella in stazione dove l’aspettavano i colleghi ed il rapido per Nizza. Più prosaicamente, lui e la madre presero la Milano-Torino, invero piuttosto avara di traffico in quella limpida serata natalizia e rientrarono senza il minimo contrattempo.

Fu il giorno successivo che si vide con Oscar e gli zii, stavolta a Magenta. Dopo il pranzo, Oscar e Alfonso rimasero in salotto e, prese due acustiche, suonarono per lo scarno ma selezionato pubblico presente alcune canzoni dei dhegrado e persino qualcosa dei Luxuria Betovox, prevalentemente con Gary alla voce, il che vuol dire teatralità e carisma nulli rispetto al leader, ma quantomeno versi espressi correttamente.

Oscar aveva notato che neppure per un momento, in nessun ambito, Alfonso aveva fatto cenno alla sua storia con la ragazza di quell’estate, ne dedusse che se non ne parlava più nemmeno in famiglia, doveva essere evidentemente un discorso davvero chiuso. Il dialogo deviò, inevitabilmente, sul lavoro (per Gary) ed i fiorenti studi di architettura (per il cugino). Oscar accennò al fatto che, una volta laureato, il suo sogno era quello di aprire uno studio professionale in proprio, il che significava anche far fin da subito esperienza “sul campo”. Per questo aveva già iniziato a bazzicare presso alcuni cantieri edili della zona, dove ormai cominciava a farsi un nome ed a occuparsi a livello informale di progetti di vario genere. Anche Alfonso aveva ambiziosi progetti di miglioramento. Avrebbe iniziato a partire dal mese di gennaio un corso di spagnolo, che contava di terminare entro l’anno, e con il tedesco oramai “masticato” da oltre quattro anni di studio intenso, intendeva portare così a quattro le lingue parlate e scritte. Impeccabili erano infatti le conoscenze di inglese e francese, praticate sin dalla scuola media. “Contemporaneamente voglio anche seguire un corso di computer, fino a raggiungere quanto meno un livello medio”, spiegò alla madre ed agli zii, “Voglio arricchire il curriculum e distribuirlo al meglio, per migliorare le mie condizioni di lavoro ed ottenere secondo i miei meriti.”

Un discorso fermo, vera e propria dichiarazione d’intenti. Evidentemente le mestizie che in qualche modo trasparivano dal colloquio del giorno prima con la sorella parevano essere evaporate con le bollicine dello spumante. Fu forse a tal proposito che lo zio concluse sorridendo che “un ultimo brindisi è la maniera migliore di festeggiare due figli tanto studiosi ed ambiziosi”. Poi Oscar e gli zii salutarono e tornarono a casa. Per il giovane chitarrista del gruppo milanese dei dhg (lo cito perché questo è un capitolo in cui la musica c’entra poco), le vacanze di Natale sarebbero finite proprio quella sera. A partire dal mattino dopo, avrebbe riaccompagnato il padre nel suo lavoro di installazione e manutenzione di caldaie ed impianti di riscaldamento.

“Quattro mani sono meglio di due, ed, inoltre,” suggeriva argutamente il babbo, “farti conoscere presso i miei clienti fin da subito potrebbe rivelarsi utile nella tua attività futura, che ne è in qualche modo collegata”. Girarono in zona per i quattro giorni successivi, ed Oscar iniziò effettivamente ad allacciare interessanti contatti e conoscenze. Stanchissimo la sera, non uscì di casa fino a San Silvestro, quando partecipò a una festa tra coscritti e non estrasse la chitarra dalla custodia fino all’anno seguente, così come avrebbe fatto d’altronde il suo compagno di strumento, Garavani, che egualmente il 27 aveva riaperto lo show room.

Adesso il signor Pierluigi e Paolo gestivano parimenti le vendite ed il commerciale. Il musicista dei Dhegrado era ormai sciolto e perfettamente a suo agio nella parte, ed i clienti e gli ospiti potevano contare su un servizio impeccabile e altamente professionale da parte del “signor Garavani”, come si abituò ad essere denominato.

Quella stessa mattina del 27, aveva ricevuto una delegazione di commercianti del ramo, operanti in zona, che volevano discutere con lui circa una possibile collaborazione professionale. Al termine dell’incontro, lui e il padre erano entusiasti del progetto, e Paolo si gettò a capofitto nello sviluppo dello stesso, il che lo tenne occupato praticamente sino all’Epifania; si sarebbe rivelato un investimento assai azzeccato. Il miglior complimento lo ricevette dal padre: “Avresti potuto benissimo portare avanti il tutto senza la mia supervisione.”. Ma Paolo, saggiamente, lo ringraziò replicandogli che aveva ancora molto da imparare. Il buon esito della trattativa lo portò a dedicare ancora più tempo al lavoro. Iniziò a non lasciare l’ufficio prima delle venti, quantomeno.

In quel momento particolare della propria esistenza dunque, i cinque componenti dei dhg avevano una sola cosa in comune: la calma piatta che contraddistingueva il variopinto universo musicale che li accomunava.

Non si sarebbero più rivisti che dopo capodanno, in occasione del quale c’era stato il classico scambio di telefonate d’auguri, senza particolarità degne di nota.

Il quattro gennaio, un lunedì, Beto si risvegliò stranamente d’umore mediocre. Guardò fuori dalla finestra per scorgervene il solito panorama mezzo innevato e mezzo grigio. Non nevicava più da una settimana, e deboli ma insistite pioggerelline terrose non avevano portato ad altro effetto che lordare il paesaggio e gli argini delle strade, senza per questo riuscire a sciogliere le lastre di ghiaccio. Evidentemente insoddisfatto da quanto vedeva, che non gli ispirava nulla di poetico, annoiato dal fatto che Pamela era bloccata in casa da una noiosa influenza, completamente insensibile all’idea di studiarsi (perché no?) o crearsi testi in genere, ed impossibilitato a riprendere l’attività lavorativa dato che l’azienda riapriva il giorno sette, prese in mano il telefono, e chiamò Paolo.

Dato che non voleva spendere troppo, incaricò Garavani di chiamare Alfonso, e di dire a quest’ultimo di avvisare Oscar. Mancava un anello alla catena, e c’era una ragione.

Motivo di questo raduno non era infatti il ristabilire delle prove in saletta, ben chiusa da oltre due mesi ormai, bensì di esternare il fatto che Fat Karsi aveva invitato i Dhg, nella persona del capo, naturalmente, ad assistere alla sua prima esibizione dal vivo con i Gamba, la cui attività di prove non era al contrario cessata durante le feste, presso il prestigioso “Pandemonio” di Abbiategrasso, la sera di mercoledi 6 gennaio alle 21,30.

L’ingresso era gratuito, certo, s’affrettò a precisare il Fat.

Alberto replicò altezzosamente che quello della pecunia per la sua band non era mai stato un problema. (Niente di più vero. Dalle esibizioni dal vivo infatti, i dhg non avevano mai ricavato una lira. E se c’era da pagare qualcosa da qualche parte, in genere il capo riusciva a rimediare scroccando).

I quattro riuscirono per miracolo con quella strampalata catena di chiamate ad ottenere tutti la stessa informazione e la sera di quell’Epifania si rincontrarono sotto il portone della casa di Gary per recarsi al live. Si salutarono a pugni. In macchina, per un po’ i discorsi si riconducevano dozzinalmente alle feste appena trascorse, ma era latente nell’aria il bubbone che doveva scoppiare e fu l’anima più pia a puntarci contro la spilla.

Proprio all’ingresso di Abbiategrasso, Oscar infatti domandò:

“Ma, scusate,  chi sono questi Gamba de Fegn e come mai suonano dal vivo addirittura al Pandemonio?!? Non l’abbiamo fatto neppure noi finora….”

Dopo un breve istante silenzioso:

“Potrebbe essere una bella occasione” rifletteva Gary “per conoscere i gestori e vedere se si riesce a strappare una data anche per noi, poi col fatto che abbiamo anche un elemento in comune la cosa non dovrebbe essere complicata.”

Fu Beto a far notare con sagacia che prima di pensare ai concerti sarebbe stato necessario scrostare la ruggine depositatasi sulla vitalità del gruppo in due mesi abbondanti di assenza dalla saletta (utilizzò metafore ridondanti ma il senso era quello). Paolo, forse perché impegnato a guidare con attenzione sotto una pioggia devastante, o magari distratto dall'ascolto di "Tutti contro tutti" dei Ritmo Tribale, non faceva commenti particolari.

Ma tutti gli occupanti dell'automobile rimasero colpiti in modo evidente, una volta raggiunto il Pandemonio, dalla folla che si accalcava sotto il palco per assistere al concerto dei Gamba.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPIT.25 - SUDDIVISIONI ARTISTICHE

7 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 25

Suddivisioni artistiche

5 settembre 1992, un cantante, un bassista, una ceres ed un’aranciata amara, davanti all’ex-Bologna, locale che ogni tanto denomineremo “ex” per rispetto al Fat, nonostante non avesse mutato nome.

Fuori su un tavolino, seduti con tutte e quattro le gambe delle sedie che toccano terra. Blandamente vocianti, tendenti a pause prolungate. Canterellando, talvolta, o guardandosi in giro. Il vento aveva placato la sua ira, da un paio di giorni l’atmosfera era di nuovo secca e le temperature riprendevano a causar boccheggi.

Ancora una volta si era ritrovato con le chiappe per terra. “Evidentemente non era cosa.” aveva provato a consolarsi. Certo che non era proprio il rientro che si sarebbe aspettato. Prima l’annuncio-bomba di Paolo, adesso questo.

Di fronte a lui un leader altrettanto mesto lo osservava con la Ceres in mano, indeciso se mostrare solidarietà in silenzio, oppure dire qualcosa. Purtroppo per lui, e per Gary, il capo optò per la seconda soluzione.

“Secondo me, se ti ha mollato, un motivo c’è. Ci hai pensato?”. Il bassista si impegnò con ardore per non sputargli in faccia, poi considerò che l’altro, seppur goffamente, lo faceva per amicizia. “Si, e non capisco dove possa aver sbagliato…siamo stati insieme meno di due mesi, per giunta con le ferie d’agosto di mezzo..torno e trovo che non le va più bene, senza troppe spiegazioni…” “Quantomeno ti ha risparmiato la legnata della pausa di riflessione e del doversi guardare dentro, e poi che ti frega, per una che parte, cento ne arrivano…”

Un’altra banalità mostruosa come quella e si sarebbe impiccato.

Rifletteva amaramente che non aveva il diritto di prendersela col leader, quando la storia era iniziata non aveva nemmeno avuto il coraggio di confidarla e adesso invece era corso da lui. Così si impose di cambiare argomento.

“Tu invece?!?”.

Alberto, al contrario, non ebbe nessuna remora nello spiattellare tutto.

Da poche settimane, anche lui stava uscendo con una ragazza, la quale, per dirla “alla Beto” aveva una “particolarità“ da non sottovalutare.

“Come, una fan dei dhegrado?!?” sgranò gli occhi Gary, “mi stai dicendo che esci con una che conosce la nostra musica?” “Non solo, ma che è grandemente legata al post-garage, ai sixties, al punk ed è ovviamente pazza di me!” ribadì con un ghigno un Torretta smargiasso. Quando ebbe finito di descrivergliela, ad Alfonso parve di ricordare qualcosa. “Ah si, ecco, ecco, rimembro, rimembro, si certo, Pamela, quella morettina, con gli occhiali..si infatti, l’ho vista recentemente a qualche nostro live, ah quindi stai combinando, eh? Beh, guarda il lato positivo, allora, se per caso i dhegrado dovessero finire ingloriosamente, quantomeno ti avranno fatto trovare l’amore!”

Doveva essere una battuta o almeno un augurio, invece per Beto ebbe l’effetto di un microfono che cade sul palco e si disfa in cento pezzi.

Il resto del dialogo divenne insignificante, quasi che il boss di fronte a quella considerazione paresse perdere di sicurezza ed interesse.

Il mese di settembre vide solo una sessione di prove, il lunedì 21. Verso le 20,30 di quella sera Alfonso era passato a prendere Oscar. In auto, quest’ultimo aveva ricordato al cugino che, in un anno che lui era presente nella band, era la prima volta che si facevano delle prove senza avere un live prestabilito in vista. Più specificatamente, Oscar avrebbe voluto sapere se e quando fossero previsti dei concerti. Infatti nessuno di loro aveva più sentito Paolo fino all’agognato colpo di telefono di pochi giorni prima, con cui Garavani aveva annunciato al leader che finalmente aveva una sera libera per suonare.

Anche Alfonso non sapeva nulla di ciò, ma si dichiarava convinto che, una volta ripreso il giro, Paolo sarebbe tornato a dedicarsi con più fervore alla sua band e sarebbero riprese anche le esibizioni dal vivo. Impercettibilmente però alzò il volume dello stereo e non trovò più nulla da dire fino all’arrivo in saletta.

Contrariamente alle infauste previsioni di un bassista e un chitarrista perplessi, quando arrivarono allo studio trovarono invece un clima di euforia e di cameratismo come non era capitato per mesi. Paolo, evidentemente contento di tornare “allo strumento” come diceva lui, dopo una pausa eccessivamente prolungata, iniziò a grattare barrè ed urlacchiare insulti di incoraggiamento al gruppo, guidandolo in veloci ripassi di repertorio “per scaldarsi” come si usava dire. Karsi era carico, martellando senza pietà rullanti e tom per tutto il tempo e Beto… beh, uno non è leader a caso.

Nella prima pausa, circa venti minuti dopo l’inizio delle prove, uscì dalla saletta e se ne andò, senza dire nulla ad alcuno ovviamente, lasciando gli altri a guardarsi come degli alienati senza minimamente immaginare che…

“Salve ragazzi, vi presento Pamela.”

“Salve ragazzi, finalmente vi conosco, Alberto mi parla sempre di voi e mi fa una testa tanta con ‘sto garage-punk o come cavolo si dice, che ho pensato di venire a dare un’occhiata di persona…”

Breve il giro delle presentazioni, mezz’ora dopo Pam era già in pratica il sesto dhegrado. Alberto, esaltato il giusto per il riuscito colpo di teatro, s’impadronì di un’armonica ed incominciò ad emettere un suono ripetuto, insistito, quasi un jingle. Invece di venir vituperato e sbeffeggiato, gli altri presero incredibilmente a stargli dietro e a sviluppare il tema introdotto dal leader. Questi prese a enunciare suoni e frasi senza eccessivo costrutto, mentre basso e chitarre gli vestivano intorno un giro basato su un unico riff nudo e crudo, alle cui variazioni sul tema i tre strumenti pensavano poi a turno.

Un accordo in minore sviscerato in varie forme e dimensioni, con tempi accelerati e dimezzati con maestria a cura del largo batterista. Ci fu persino spazio per un assolo vocale di Beto mentre gli strumenti venivano meno e Karsi manteneva solo un leggero ritmo di spazzole, sino ad una vigorosa rullata a rimettere tutti in pista…la canzone era praticamente nata in studio così come ve l’ho descritta. Il tocco finale fu di Paolo che introdusse un triplo stacco con brusca interruzione, durante la quale Alberto avrebbe urlato qualcosa che sarebbe stato il refrain del brano. Il leader non riuscì a trovare nulla di meglio di qualcosa tipo “I’m away” e “far away” (sono lontano) e (molto lontano), tuttavia Alfonso si prestò a creargli l’ennesimo testo in inglese che lui non avrebbe mai imparato. Insensatamente denominato “Tom Verlaine”, il brano parla dell’impatto difficile di un ex-bambino troppo poco cresciuto con le difficoltà della vita dei grandi…ogni riferimento era del tutto intenzionale, ma tanto nessuno si sarebbe preso la briga di tradurlo.

Con tutta probabilità il bassman voleva solo celebrare l’amico cantante con una scanzonata presa in giro.

In realtà era davvero contento per lui.

Dopo quella serata shocking, Beto e Pamela erano diventati pressoché inseparabili.

In quel confortevole autunno '92 lui, la sera, aveva diradato di molto le proprie uscite, e quasi sempre era, logicamente, solo con lei. Quando non andavano fuori, con Pam a casa leggevano testi di teatro, oppure si portavano a casa qualche film, o ancora si divertivano a creare nuove liriche per il gruppo. In tal contesto, si sarebbe rivelata un'azzeccatissima musa ispiratrice.

Alberto aveva ricevuto una carica di adrenalina che scaricava con forza nelle prove che si susseguirono con una certa frequenza durante per l’intero mese d’ottobre. Lei era presente quasi sempre, e la sua coinvolgente carica di simpatia si dimostrò un ottimo propellente per la band. Non erano previsti live di sorta, ma la prolungata pausa da pubblico venne bilanciata dalla creazione di un nuovo pezzo da studio. Fatto strano per gli standard del complesso, la nuova canzone nacque da uno dei momenti più trascurabili di una prova di un lunedì di metà ottobre.

Svaccato su un divano durante una pausa, il Fat stava presentando, non richiesto, il resoconto delle sue vacanze in Irlanda. Dopo noiosissimi particolari sulle verdi pianure e pittoresche scogliere, cose che nessuno nota una volta là, era riuscito a millantare di aver conosciuto i Waterboys, band che raccoglieva un certo seguito in patria, e di averne frequentato i componenti, tanto da diventarne in pratica compagno di bevute nei celeberrimi pub. Tutti erano ovviamente poco propensi a bersi simili baggianate tranne Pamela, che per gentilezza o per scarsa confidenza non osava ridere in faccia al batterista (come faceva il leader) o, con più pudore, di fianco (come gli altri). Vedendo che qualcuno gli porgeva attenzione, Fabri proseguiva imperterrito il racconto arricchendolo di aneddoti non proprio verosimili, come il fatto di aver “sostituito con successo il batterista dei Waterboys durante una tourneè”, anche se tecnicamente avrebbe potuto benissimo farlo.

Intanto che la poveretta veniva stritolata dalle blaterazioni senza fine del Fat, elettrizzato per aver trovato un ascoltatore paziente, gli altri imbracciarono gli strumenti per una sorta di session acustica. Mentre i chitarristi improvvisavano un giro che ricreasse le atmosfere celtiche, con note gettate fuori a flusso continuo, costituendo una melodia ininterrotta e di forte enfasi, Alberto prese il flauto, l’armonica ed il kazoo e vi soffiava dentro alternativamente, cercando di beccare quanto meno qualche nota. Talvolta, assennatamente, si rassegnava a cantarvi dentro qualcosa di ascoltabile.

La session proseguiva incurante dell’assenza di Karsi. Quando questi si degnò di liberare la malcapitata leader’s girl dal tedio del proprio racconto e risedersi pesantemente sul povero sgabello da batterista, non faticò a dare ordine e disciplina al ritmo genuino ma scoordinato che stava scaturendo dall’improvvisazione.

E di colpo il brano si incanalava su binari logici.
Ciò che ne fuoriuscì fu una ballata in crescendo, basata di nuovo su di un unico riff, stavolta però inconfondibilmente “irish”. La parte strumentale di Beto, purgata dalle incongruenze, mantenne il solo flauto, che ricalcava fedelmente la melodia ed entrava in gioco alternativamente alla voce. Verso il finale, mentre il ritmo aumentava
vorticosamente, tutti univano la propria voce, anche Michi e Karsi, e contribuivano il dovuto battimani. Alfonso rivestì il pezzo di un testo che raccontava il ritorno di un reduce irlandese dalla guerra civile, e venne intitolato “Gaelic letter”. Alberto non lo imparò, e sarebbe curioso il contrario, però si informò col bassista di cosa trattasse l’argomento e si dichiarò poi fiero della “profondità delle tematiche dei pezzi della band”.

L’esaltazione derivante da un tale brano, portò ad un post-prove delicatamente alcolico e prolungato, il che non si verificava da un po’ e non si sarebbe più verificato per un altro po’ non da poco, presso l’ex-Bologna, nonchè al raccapricciante risveglio di un freddo martedì mattina lavorativo.

Sarebbe ora auspicabile parlare di una “nuova primavera entusiasta e creativa all’interno della band meneghina dei dhg”.

I successivi mesi di novembre e dicembre, invece, non videro nemmeno una prova.

Quasi tutti i musicisti decrebbero l’interesse per le sette note d’almeno un paio di posizioni dalla scala valori.

Chi non smise di produrre musica fu il signor Cassetti.

Con la sfilza di serate libere che si era trovato davanti, non doveva più fare salti mortali per rubare un paio d’ore al bancone del bar. Entro la fine dell’anno collezionò qualcosa come una decina di prove con la nuova formazione, implementando velocemente il repertorio, tanto che si ventilavano già uscite dal vivo per l’inizio del 1993.

Inoltre, approfittò del (momentaneo?) calo di tensione dei dhg per intrufolarsi in un nuovo complesso, il gruppo folk-blues dei Gamba de Fegn, con i quali avrebbe però ricoperto il solo ruolo di bonghista/percussionista.

Con quest’ultima band, le cose procedettero ancora più alla svelta. Tanto alla svelta che un sabato mattina, l’amabile Fabrizio scese le scale di casa, roteò intorno al cortile, inciampò contro una zolla di terra rialzata in esso contenuta, s’infuriò e sparò una sfilza di terribili scurrilità, controllandosi non appena spinse l’ingresso del locale cui era diretto.

“Buongiorno signor Cassetti, qual buon vento!” la cordiale accoglienza che gli venne rivolta da oltre il bancone.

Fat contraccambiò ed appropinquò l’interlocutore.

Uscì dal locale quindici minuti, due campari ed una valigia di parole dopo. Si fermò brevemente a riguardare l’interno. Non avevano fatto molti cambiamenti, anzi non ne avevano fatti affatto.

Tutto nel segno della continuità.

“Furbi”, pensò, “il locale andava bene, perché rischiare?”. Ma né lui né i suoi avevano alcun rimorso.

Erano stufi, sono liberi, aveva sintetizzato ogni volta che si andava in argomento.

Così adesso tornava a casa a finir di dormire il sabato mattina, contento dei campari che aveva ingollato e delle quattro balle che aveva scambiato col suo successore al timone del Bologna.

E, naturalmente, dell’accordo stipulato per tre concerti dei Gamba nel locale, in tre sabati sera dislocati nei primi tre mesi dell’anno.

Il mercoledì successivo, quello era il loro giorno di prove, il leader dei Gamba invitò la band al completo a festeggiare il mini contratto stipulato da Karsi offrendo da bere per tutti.

Dove? Al “Bologna”, of course.

Coincidenza vuole che quello stesso sabato mattina, riordinando le sue cose post-naja (quei tipici lavori che prima o poi li facciamo e invece restano a prender polvere per decenni), Gary pescò dal residuo un quadernetto appena impolverato. Lo riconobbe subito. Era il suo taccuino da viaggio. Quello che aveva riempito di scritti, impressioni, brevi storielle, disegnini, nei momenti liberi del lungo letargo militare. Lo scartabellò dapprima svogliatamente, poi cominciò a soffermarvisi sopra con più curiosità. All’epoca non vi aveva dato peso eccessivo, inconsciamente erano un modo come un altro per accorciare le distanze col ritorno, pensava addirittura di buttare tutto a fine servizio. Ma rileggendo a distanza di un paio d’anni ammise a sé stesso che comprendeva

anche materiale interessante. “Sarà stata la solitudine, o il soggiorno in un luogo tanto diverso dal nostro.” C’era una favoletta di Natale, ambientata fatalmente sulle Dolomiti. Una composizione dedicata al papà, che aveva una metrica adatta a trasformarsi in canzone. Altri spunti, idee, sprazzi di dialoghi immaginari. Lo stesso giorno ricopiò a macchina il materiale che giudicò più interessante.

Da quel giorno avrebbe dedicato la maggior parte del proprio tempo libero a scrivere. A limare, a sviluppare temi: racconti, poesie, qualsiasi cosa. Qualche volta con la chitarra o la pianola cercava di vestire di melodia quanto usciva dalla penna, con risultati volubili, tra il carino e il cestino.

Qualche lunedì più tardi, nel silenzio della sua stanza si fermò ad osservare in controluce la polvere stazionante sulla cassa della sua chitarra. Non potè reprimere un moto di malumore, pensando a quanta ormai ne stava montando sugli amplificatori in saletta.

Avrebbe telefonato presto per sollecitare una ripresa, si ripromise. Intanto era il ventun dicembre.

Domani, ultimo giorno di lavoro, poi stop.

Niente più treno per Milano, fino a dopo l’Epifania.

Nel corso di quello stesso pomeriggio, Oscar aveva incontrato a Magenta due coppie di sua stretta conoscenza. Erano l’altro chitarrista e la voce solista dei dhegrado con rispettive fidanzate che svolazzavano per le vie del centro in evidente fase di shopping prefestivo.

I primi quaranta secondi dell’incontro si consacrarono a cerimonie d’interesse medio-basso.

Finalmente:

“Sono appena tornato dall’università, fino al 10 gennaio non se ne parla più, ed i primi che incontro sceso dal treno siete voi quattro! Allora, che si dice, gìà un po’ che non ci incontriamo, quand’è che ci troviamo, insomma?!?”

“Caro chitarrista dhg” era il leader che parlava, “io e Paolo stiamo accompagnando le nostre amate per locande e botteghe al fin di rallegrar loro le Sante Feste con dovuti e meritati omaggi…”

“Si, insomma, noi scegliamo e loro pagano!!” si intromise Mirella, suscitando l’ilarità generale. “E tu per Natale che fai, Oscar?”

“Classico: in famiglia. L‘unica cosa che ancora non abbiamo deciso è se eventualmente fare una visita ai nostri parenti in montagna…in questa stagione ci sono i mercatini, un‘atmosfera bellissima, mi sa che andremo lì.”

“E il veglione? Noi quattro lo passiamo insieme a casa mia”, s’interpose il leader, “preferiamo una cosa un po’ tranquilla, lontano dal caos delle feste organizzate, chiassose e un po’ pacchiane…se volete potete venire anche voi due…”

Oscar non riusciva a credere a quanto andava sentendo. Il capo aveva sempre amato gettarsi a capofitto, nelle feste “chiassose e un po’ pacchiane”.

Comunque:

“Per San Silvestro dovremmo avere già un mezzo accordo con Gary ed altri per un locale qui nella zona..anche se adesso è un po’ che non lo sento, e non so più bene come siamo messi…”

“Ma”, fece Mirella, “quella ragazza che frequentava quest’estate?!”

“Non so.. era durata talmente poco… lei penso si veda già con un altro..comunque io e lui non ne abbiamo mai parlato, sai com è, non che si apra troppo sulle cose che lo riguardano…”

“Questo mi spiace molto” e stavolta Alberto pareva serio, ma non seppe aggiungere altro. Mentre i quattro salutavano Oscar, stava pensando che era vero, Alfonso si era dimostrato verso di lui un paziente ascoltatore e dispensatore di consigli qualche volta persino assennati, ma non ricordava un solo momento in cui fosse riuscito a farlo parlare seriamente di sé.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 24 - ONE HOT SUMMER

24 GIUGNO 2018

 

CAPITOLO 24

One hot summer

A questo punto sarebbe vano, ma lo faccio lo stesso, il sottolineare come il concerto del dieci luglio ebbe un meritato epilogo consistente in una grande festa, cui parteciparono tutte le band coinvolte, compresi gli amici degli amici e chiunque si trovasse lì in quel frangente. Alberto, montato dalla notevole affermazione personale, si permise stravaganti caricature del proprio robusto batterista guadagnandosi turpiloqui in serie; Alfonso ed Oscar si distinsero per aver consumato tre ginger senza ghiaccio senza nemmeno una spruzzata di rhum; Paolo e Mirella riconobbero tra la folla alcuni clienti dell’azienda del chitarrista ed intavolarono un amabile conversazione sul tutto: musica e lavoro, garage punk e suppellettile. Naturalmente l’avveduto musicista fissò più di un appuntamento in ufficio da lui, per proseguire la chiacchierata e mostrare modelli e soluzioni d’arredo all’avanguardia.

L’afosa serata estiva ed il crescente livello alcolico circolante nelle vene dei presenti portò velocemente ad un’orrenda caciara, sottolineata presto dall’approvazione incondizionata degli abitanti dei dintorni, paghi di poter essere nuovamente danneggiati nella loro irragionevole smania di dormire la notte. Una nutrita pattuglia di carabinieri aggiustò la situazione senza particolari conseguenze.

Al termine della serata, o meglio all’inizio della mattinata successiva, i dhegrado si congedarono senza fissare appuntamenti particolari: non erano previsti concerti per i mesi di luglio ed agosto. Solo una decina di giorni sarebbero tuttavia trascorsi prima di una nuova riunione della line-up torrettiana. Dietro iniziativa di Gary, i ragazzi si recano a Brugherio a rendere omaggio ai loro grandi maestri, ossia i Ritmo Tribale, che proprio in questo momento stavano pubblicando il terzo disco. Da questa esperienza si torna con gadget di valore assoluto, tra cui le bacchette semi distrutte di Alex il batterista, che giustamente sarebbero state conservate da Karsi. A tal proposito, da registrare la lamentela di Paolo che, avendole ricevute con forza sulle orecchie, se ne considerava il legittimo proprietario.

Dalla metà di luglio, il gruppo andava ufficialmente in vacanza per un mese e mezzo circa. Quella che era iniziata si preannunciava come un’estate bollente, carica di aspettative per i cinque innanzitutto a livello personale.

L’impareggiabile Alberto affrontò e superò due nuovi esami della facoltà di filosofia ed ottenne in premio dai suoi un meritato mese di riposo, agosto, che passò in parte al mare, con un gruppo di amici, ed in parte in relax assoluto, del quale aveva davvero bisogno, senza progettare liriche nuove o ripassarne vecchie, solo scartabellando testi di teatro, con un occhio speciale sul verismo italiano.

Oscar aveva ottenuto il diploma di geometra e aveva deciso come previsto di iscriversi ad architettura, divenendo così il secondo universitario della band dopo il leader. Nei momenti liberi dallo studio, non molti in verità, seguiva sul lavoro il padre, che aveva un’attività in proprio, e con la fine dell’anno accademico questa divenne la sua principale occupazione.

Lo aspettavano intorno a Ferragosto un paio di settimane sulle Dolomiti coi coscritti, nel corso delle quali avrebbe suonato ai compagni le canzoni dei dhegrado. Inutile sottolineare come la cassetta del “Live at Bologna 30.4.1992” avrebbe in quei quindici giorni irrorato le bianche cime e le verdi valli sudtirolesi, risultando molto apprezzata in verità sia dai nativi che dai turisti. Restando in famiglia, il di lui cugino bassista aveva appena compiuto sei mesi d’occupazione a Milano e si sarebbe goduto a sua volta ristrette ma meritate vacanze.

Assorbito con prontezza lo sbalzo psicologico sorto dal cambiamento esistenzial-lavorativo che aveva attraversato, l’esimio gran batterista Cassetti stava in quel torrido luglio concludendo gli accordi per entrare a far parte di una nuova band, dal nome che era tutto un programma.

Si trattava dei “Biglietti scaduti“, gruppo multietnico (che cioè comprendeva gente di Magenta, Corbetta, Arluno, Boffalora ecc.), fautore di un sound a base di fiati a volontà e ritmi sincopati.

Quando lo seppe, in occasione del live-Ritmo Tribale, persino il placido Garavani non potè trattenere il proprio sdegno:

“Ma come puoi suonare quel psico-jazz da vecchio, così moscio e noioso, ripetitivo e scolorato, per poi diventare un infame post-garage punk illuminato insieme a noi?!?”.

Karsi l’aveva sbirciato sarcasticamente ignorando la velleitaria provocazione.

Lo stesso Paolo comunque, al termine del concerto del 10 luglio, ripulì con cura il proprio strumento e lo depose nella custodia e da qui in garage, e dal giorno seguente si concentrò unicamente sull’azienda, prima di partire con Mirella, alla prima settimana del mese seguente. Ricevette tra le altre una telefonata da Pisani e si ventilò durante la stessa nuove possibili partecipazioni del gruppo a serate del Redial. Garavani però non ebbe fretta di pianificare: “Ci sentiamo a settembre o giù di lì, adesso penso solo al lavoro e poi al mare.”

E così sarebbe stato.

Resta da registrare qualche ulteriore contatto tra membri dhg.

Il fatto che il Bologna non fosse più diretto da Fabrizio non significava che dovesse essere depennato dalla lista degli antri visitabili, ma almeno per le prime volte Alfonso ed Alberto pensarono bene di comportarsi in maniera passabilmente civile. Avrebbero svaccato più tardi.

Niente sconcezze ad alta voce, né urlacci o gutturalità, piedi sul tavolo rimandati a momenti migliori e qualche per favore buttato là al momento dell’ordinazione. Fondamentale il ricordarsi di pagare ogni volta il conto. Ma come due comari qualsiasi, le prime volte che entrarono al nuovo locale, che aveva mantenuto furbescamente il vecchio nome, sprecavano commenti di bassa lega:

“Ma dov’è andato il Fat a pescarlo, questo” esordì a bassa voce il leader, “piccolotto, basso, parla a monosillabi, tutto rigido..”

“Beh, è all’inizio, deve ancora acclimatarsi..in effetti l’immagine è un po’ un massacro, comunque stiamo a vedere magari gli piace il post-punk o conosce i Sick Rose, proviamo a prestargli una cassetta dei dhegrado…”

“…secondo me è lui il vero fan di Ghinazzi... senti, a proposito, cosa sono ‘ste storie che girano su te e quella tipa nuova che si è trasferita da poco..come si chiama, Marianna, mi sembra…no perché…”

“…ah, si, ho sentito qualcosa anch’io..(!)…no beh, siamo amici, sai lei s’è trasferita da poco e non conosceva nessuno, è entrata nella compagnia ma è ancora un po’ spaesata…cerco solo di essere gentile…”

“…si, come no, so io cosa cerchi di fare te, divertiti pure ma ricordati che non dobbiamo farci distrarre dal sesso, noi abbiamo una lezione di hard-garage da perpetuare ai posteri e dobbiamo essere lucidi…”

Se il pericolo era farsi distrarre dal sesso, il gruppo avrebbe potuto proseguire per decenni, il pensiero che attraversò la mente d’entrambi. Alfonso sviò dunque facilmente, e la conversazione prese pieghe differenti e trascurabili.

Chissà perché non aveva confessato la verità, nemmeno a Beto, rifletteva solo, sul balcone di casa, quel giovedì notte di fine luglio.

Intorno, quiete pressoché totale.

Fatua l’eco di motori dalla statale vicina; ormai affievoliti gli schiamazzi dei tiratardi della bella stagione. Solo refrigerio di calma e fresco; la luce sfuocata dei lampioni, ed in alto il viso buono della luna, semi annerita da nuvolette di passaggio, a rischiarare la via deserta.

Era una settimana che stava con la ragazza nuova del paese e gli sembrava ancora inverosimile. Non l’aveva detto praticamente a nessuno, a parte l’interessata ed un pugno d’amici fidatissimi. Era classico suo, il non aprirsi. Ci rise sopra. “Forse ho paura di rovinare l’incantesimo…“

Chiuse piano la portafinestra, una nottata del genere non induceva certo al sonno e non voleva correre il rischio di svegliare la mamma. Uno sguardo in controluce al bagaglio preparato ai piedi del letto. Tra poco sarebbe partito per una settimana di mare.

Guardava quella valigia e quasi gli veniva un gruppo in gola. Si sentiva come Lennon, quando era stato espulso da Amburgo nel 1962 con un biglietto di sola andata per Liverpool: temeva, al suo ritorno, di non trovare più le cose che aveva lasciato alla partenza.

Era quello il momento che più d’ogni altro aveva bramato di raggiungere, sin da quando venti mesi prima era mancato il padre. Ottenere una sensazione di appagamento, non importa quanto si sarebbe dimostrata effimera, ma arrivare a definire una completezza personale. In famiglia, sul lavoro, nell’hobby e, perché no, forse anche nel campo in cui la solitudine prendeva sempre più a rodere, compagna sgradita ed attaccaticcia, col passare delle primavere.

Si sdraiò e si lasciò addormentare dal silenzio.

Il giorno della partenza, al contrario, era lieto e leggero come una piuma. Non portò con sé nemmeno una cassetta dei Dhegrado, né ne sentì la mancanza.

Karsi trascorse invece l’intero mese d’agosto in paese, tranne pochi giorni di relax al lago durante la settimana centrale; in parte perché essendo assunto da poco, come imbianchino, non disponeva di molte ferie, ma soprattutto perché, come aveva ampiamente anticipato a mezzo mondo, sarebbe stato cinque giorni ad ottobre in Irlanda nel tentativo di “rinvenire le mie radici musicali ed etniche, morali e personali e di perfezionare la mia rinascita.”

Pletorico riportare in questa sede il contenuto dei facili sarcasmi che una dichiarazione del genere aveva saputo estorcere al leader, fatto sta che il corposo batterista fu costretto a passare i primi mesi da ex-gestore di bar sostenendo ritmi e carichi di lavoro non indifferenti, pur gustando ogni giorno di più l’agognata e raggiunta libertà. Paolo aveva chiuso finalmente l’azienda al termine della prima settimana di agosto, partendo contestualmente per le ferie, ma, diversamente dalle estati precedenti, trascorse in villeggiatura solamente una decina di giorni.

Stavolta, al rientro, non trovò nessun Alberto a tagliargli la strada in bici sul portone di casa. Niente annunci d’imperdibili live imminenti, nessun sconvolgimento di line-up, niente necessità di prove urgentissime ed improcrastinabili.

Tutto era già stabilito. Determinato.

E lui avrebbe presto dato spinta a questa determinazione.

Riaprì subito la società il lunedì 24 e per qualche giorno la mente fu unicamente concentrata sul riprendere il ritmo lavorativo.

Fu solo la sera del giovedì 27 che si mise al telefono. Destinatario della chiamata, Alfonso.

“…quindi dato che ormai bene o male stiamo tutti rientrando, ho pensato che non sarebbe una brutta idea fissare una serata per ritrovarci, a casa mia magari; quattro balle, un liquorino e vediamo come sono andate le vacanze, OK? Gli altri come sono messi, hai già sentito qualcuno?”

“Si, Oscar rientra il 29 ed il leader più o meno anche. Karsi non ha praticamente smesso di lavorare, il suo ventre vasto non ha mai lasciato il paesello perché..”

“..perché va via ad ottobre a curarsi etnicamente, si, ce la menerà in eterno adesso…facciamo così, Gary, sentimi tuo cugino che io mi occupo del leader e del Fat, e se per voi va bene ci vediamo mercoledì due settembre verso le 9 da me…di sera, certo, è ovvio…senza strumenti, ci mancherebbe, non fatevi idee strane…mi raccomando puntuali, che poi non possiamo fare tardissimo, ok?”.

I collegamenti incrociati funzionarono a meraviglia, ed effettivamente i cinque degradisti si trovarono la seconda sera di settembre nell’ampio salotto di Garavani con un bicchiere in mano, e la fervida richiesta del padrone di casa, di quanto meno fare il massimo per non versarne ancora una volta il contenuto al suolo.

Gary e il leader si misero d’impegno, e stavolta l’opera ebbe successo. Il tappeto rimase immacolato.

Dopo un’oretta scarsa di convenevoli, tra i quali l’inevitabile celebrazione del Live Bologna e Live Alleanza tramite filmini amatoriali, non ricordo girati da chi, il capo si sentì in dovere di dire la sua.

“E’inutile che vi racconti la mia estate”, aveva esordito, senza che alcuno gli avesse chiesto nulla, “come ben potete immaginare si è composta di cultura, svago, divertimento e naturalmente tanto sano sesso, mansione per la quale la mia innata inclinazione…” Subissato dallo scherno generale, al quale si unì lui stesso, non si diede nemmeno il pensiero di terminare la frase.

Oscar emise un onesto rendiconto del periodo trascorso in montagna e lo stesso fece Gary narrando brevemente la vacanza al mare. Stava ancora parlando che, finemente, il leader s’intromise volgendo lo sguardo e la parola a Karsi: “Guarda, tu puoi fare a meno di raccontarci il tuo mese d’agosto, sostanzialmente perché non c’interessa affatto, ma in secondo luogo perché sappiamo benissimo che sei restato in zona a imbrattar pareti in attesa di andare a perder tempo in Irlanda, quindi puoi anche star zitto e lasciar parlare gli altri!”

Fat si infuriò pesantemente, ma sovvenendosi che si trovava in casa d’altri, e assennatamente rincuorato da Paolo che gli allungò una generosa porzione di gin tonic, si limitò ad odiare con forza il proprio leader, riproponendosi di sferrargli incessanti gomitate sul costato oppure calcioni sulla tibia, appena oltre la porta di casa di Garavani, o in saletta, durante le prime prove da rientro.

Paolo aveva ascoltato tutti con disciplina, e quando prese la parola l’ira di Cassetti era ormai sbollita.

“Io non ho molto da dire su come ho trascorso le ferie perché, come ormai sapete, le mie sono da anni standard con Mirella, ed è proprio a proposito di questo che vorrei farvi un annuncio.”

Gli astanti si fecero seri, o meglio lo fece chi ne aveva bisogno.

Quella sera Paolo rendeva di pubblico dominio l’idea che gli era balenata una sera di maggio di un paio di anni prima sul divano di casa, e che allora aveva espresso a Mirella ed il mattino dopo al padre mentre si recavano in Brianza per organizzare una fiera.

“Mi sposo il 25 aprile dell’anno prossimo”.

Per una storia che durava ormai da quasi sette anni, un epilogo del genere era solamente logico.

Ciononostante, la notizia cadde sui quattro quinti dei dhegrado come una bomba.

Seguirono felicitazioni e complimenti.

“Ora si, che potrai mettere le gambe sotto al tavolo e strafogarti alla mia salute!” fece un euforico Paolo ad un Beto che malgrado tutto faticava a riprendersi dallo stupore.

Il resto della serata passò subito in secondo piano, e venne trascorso in salottiere ovvietà riguardanti la “nuova vita a due” (gelatinosa frase di Gary, che se ne pentì subito) che Garavani e consorte avrebbero presto intrapreso. Paolo confessò di sentirsi già emozionato ed eccitato al pensiero. “Il primo dhegrado sposato!!” fu il coro ricorrente dei ragazzi, che ribadirono il concetto a furia di brindisi (per lo più analcolici), prima di dichiarare sciolta la riunione qualche quarto d’ora prima di mezzanotte, e salutarsi tra gran dispendio di sorrisi e (leggere) pacche sulle spalle.

I cuori e le menti dei degradiani erano, in verità, in gran fermento.

Urgeva riunione.

Che si tenne al nuovo Bologna la stessa sera, o meglio la notte successiva, senza la presenza del Karsi che obbiettava uggiosi motivi di lavoro e ovviamente dello stesso Paolo.

Tre quinti dei dhegrado avevano occupato un tavolino piuttosto appartato e rimuginavano pensieri lontani, con aria assorta e tutt’altro che distesa.

Si fecero portare dei sacchetti di patatine, due gazzosa e menta, un jagermeister con limone e ghiaccio ed un succo al pomodoro perina.

Il primo a prendere la parola fu naturalmente Alberto, che emise un’affermazione di straordinaria banalità.
“Qui la faccenda si fa seria”.
“Più seria di così!” puntualizzò Oscar, peggiorando la situazione.
“La vedo grigia, molto grigia, quasi beige, tendente al fosco” se ne uscì infine un ispirato bassista, buttando il carico.

Nessuno lo insultò, in realtà lui stesso appariva pensieroso e compunto come raramente prima, nelle faccende della band.

L’estate calda dei ragazzi s’arricchì in quella contingenza d’un tassello ostico e nebuloso.

Fuori, una vivace brezza notturna agitava le piante già in parte arrossate emettendo prematuri richiami d’autunno e scombussolò ancora di più le idee al trio. Nessuno parlava più, mentre raggiungevano la macchina.
Che dire, d’altra parte? Paolo non avrebbe potuto essere più esplicito.
Il matrimonio con Mirella, che distava poco più di sette mesi, non avrebbe causato un radicale cambiamento nella sua esistenza, dato che in essa tutto era già perfettamente pianificato da qualche tempo ormai, ma l’ampliarsi delle responsabilità nella società sarebbe stato ineluttabile, per non parlare della nuova famiglia che stava per crearsi.

Il tempo e la voglia per altre cose si sarebbero fatalmente assottigliati.
Aveva azzardato qualcuno, e cosa si intende per “altre cose”, ma tutti conoscevano già la risposta.

Paolo replicò comunque, per non dar adito a fraintendimenti: “Inevitabilmente, la mia presenza e la mia attenzione per il gruppo diminuiranno”.

Pausa, durante la quale nessuno aveva ritenuto d’obiettare alcunché.

”Ora non dico che mollerò tutto subito, però..insomma ragazzi, è chiaro che abbiamo un’altra vita che ci aspetta, o no?”
Era chiaro…O no?

Accenni d’assenso.

Tutte queste cose, i ragazzi le sapevano. Erano lapalissiane, se le erano anche ripetute nelle conversazioni al chiar di luna dopo notti irrequiete al Bologna, come un intercalare tra vuote considerazioni su ragazze sognate trasformatesi in incubi, sogni di lavori stabili, più o meno questi si, realizzatisi, voglia di palco, musica ed emozioni forti, e l‘idea che, in ogni campo, il meglio sarebbe sempre dovuto arrivare. Ma un conto era dedurlo, forse.

Era la conferma ufficiale, che risultava difficile da digerire.

Alberto, fermo nel cortile scuro, rimirò brevemente l’arazzo di foglie che ampliava il rumore dei suoi passi, poi entrò in casa e si mise a letto, senza più pensare.

Prima di spegnere, allungò il braccio verso il comodino ed afferrò il volume.

L’aveva trovato al mercatino dei libri usati.

Gli piaceva la copertina, una brocca arrugginita su un tavolaccio, fieno, paglia e arnesi sullo sfondo, tutto molto old-style.

E il titolo: “Del mare comune”:

Aprì. Il segnalibro era puntato sempre sullo stesso carme.

“Guardo le stagioni/ Guardo i vostri visi/ Guardo le attese/ Frementi e illuse/Come marosi sfracellanti sulla costa inflessibile/ Del mare comune.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 23 - LA CONQUISTA DEL MAGIA

19 GIUGNO 2018

 

La conquista del Magia

Sabato pomeriggio, 6 giugno, 1992. Campagna.
Non riusciva a capire perché delle sponde tanto ampie in un corso d’acqua così tranquillo ed attraente restassero semi vuote per lunghi periodi dell’anno.

“Tutti sono capaci di tirar fuori bici e pantaloncini, adesso che è giugno! Volevo vedere tutta sta gente cinque mesi fa, quando c’era la neve, arrancare sulle rive ghiacciate sopra il naviglio gelato, come facevo io”.

“Tu tendi al bislacco, caro amico”.

Non c’è bisogno di nominare i protagonisti del dialogo. Proseguivano schivando skateboards, pattini, cani, bimbi, giovani, adulti, vecchietti, bici normali, bici mountain-bike, auto della forestale e qualche motorino irregolare, coni di gelato in mano a giovani bitorzoluti, perditempo immobili con una canna da pesca in mano, genti seminude distese sulle sponde e tanto altro, senza per questo rallentare la loro corsa sostenuta, specialmente il ciclista più magro ed occhialuto. La sera precedente, durante l’usuale partita a pallone del venerdì si era quasi fratturato un piede in un contrasto, in un impeto di foga inusuale. In effetti la carica di Gary di quei giorni raggiungeva livelli di tutto rispetto e nell’afoso pomeriggio navigliare Ciccio soffriva enormemente nel tentativo di stargli dietro. Alcuni chilometri dopo, giaceva disperato su una panchina che occupava praticamente da solo, la maglietta strizzabile, ansimando ad alto volume e dovendo in più subire lo sfogo logorroico dell’amico bassista:

“No, perché, guarda che suonare al Magia non è mica da tutti, sai, noi è già la seconda volta in pochi mesi (in realtà era trascorso un anno e mezzo, ndr.), ci chiedono già con insistenza nuove date (balle, ndr.), vuol dire che il nome inizia a circolare, la considerazione a crescere, le possibilità ad aumentare…”. A questo punto l’altro emise un gemito, divenne progressivamente multicolore, poi di colpo flaccido, indi con un ultimo soffio di vitalità cadde in un sonno profondo ed iniziò a russare con animata disperazione.

Alfonso non si scompose, lasciò l’amico al suo destino e proseguì da solo, senza mancare di informare chiunque incontrasse, conosciuto o meno, circa l’evento imminente e riceverne spesso in cambio pernacchie assortite.

L’eccitazione del bassman era inarrestabile.

Quello stesso pomeriggio, al termine della passeggiata in bici, si precipitò a casa del leader, il quale a suo dire avrebbe passato ogni singolo momento prima del live-magia a perfezionare stacchi ed ingressi, testi e presentazioni. Infatti lo trovò felicemente addormentato a gambe penzoloni sulla sdraio del giardino di casa.

“Gary, tranquillo. Tutto pronto, anzi di più.” Questo l’esordio del leader dopo che Gary lo aveva svegliato a ceffoni.

Per dimostrare la propria preparazione, il cantante del gruppo si sottopose volentieri a un breve interrogatorio da parte del collega, e riuscì brillantemente ad individuare (indovinare?) il contenuto del quarto verso della seconda strofa di “Sysyphus II” (prova d’inglese) e le parole del bridge di “Miserabile” (prova d’italiano). Al che, l’altro si tranquillizzò alquanto.

Alcune ore dopo, cambiati e lavati (credo), voce e basso dei dhegrado si trovavano con i chitarristi del gruppo stesso ed altri amici ad un tavolaccio del Bologna per un classico sabato sera randagio, ove si rovinarono presto a causa del mai sopito flirt con beveraggi alcolici di vario genere, tranne il prescelto di turno che aveva l’ingrato compito di riaccompagnare a casa il gruppo. Karsi osservò indignato più volte i suoi compagni di band e gli altri sbevazzoni, prima di liberarsene con maniere gentili allo scoccare delle due di notte.

Alberto ebbe poi la grande idea di suonare il campanello di Paolo, che era già rientrato da tempo dopo aver riportato Mirella a casa, salvo poi dimenticarsi di scappare come fecero
prontamente gli altri.

Garavani, ma specialmente i suoi, non ne rimase entusiasta.

Ma era gente di buon cuore: il primo impeto era stato quello di biasimarlo severamente, ma una volta resosi conto del bislacco sfavillio che lampeggiava sulla faccia del suo cantante, Paolo si preoccupò leggermente, poi s’offerse poi perfino di riaccompagnare Beto a casa e scaricarlo sull’uscio, tipo sacco di cemento al cantiere.

In auto, nel breve tragitto, Alberto fissava il cielo con occhi straniti che parevano allungarsi oltre il finestrino.

Paolo sentiva di volergli dire qualcosa, ma tutto ciò che gli uscì di bocca fu un superfluo “meglio che ti faccia una bella dormita, ne hai bisogno” al quale il leader replicò con un cenno assente. Seppur inconsciamente, prese alla lettera il consiglio del proprio collega, dato che il giorno dopo si ridestò in tempo per il telegiornale delle 20.

E il lunedì furono effettuate le ultime prove pre-Magia in un clima di crescente attesa.

Finalmente, alle sei di un pomeriggio qualsiasi venerdì 12 giugno 1992, due auto di media/grossa cilindrata occupate rispettivamente da quattro dhegrado normali l’una ed un grosso dhegrado più strumentazioni ed accessori vari l’altra, inforcarono la statale per raggiungere la ben nota via Salutati nel capoluogo lombardo.

La prima auto, guidata da Paolo, conteneva: un cantante che improvvisava ardimentosi intermezzi poetici e ripeteva liriche di canzoni, odiando le difficoltà della corretta pronuncia inglese; un chitarrista che tempestava di domande circa la corretta suddivisione delle sezioni chitarristiche l’altro chitarrista, che cercava di rispondergli ed eventualmente doveva pensare a guidare e a ritrovare la strada a 17 mesi dal primo live-Magia;  un bassista che emetteva frastornate bolle d’aria rappresentanti le parti di basso dei brani da presentare; una tranquillissima Mirella sul sedile anteriore che non vedeva l’ora di godersi lo spettacolo.

La seconda auto, guidata (per esclusione…) da Fabrizio, comprendeva: due chitarre e un basso nelle rispettive custodie, una batteria smontata, effetti sonori vari, microfoni ed aste, quant’altro e un batterista che rifletteva al 50% sullo spettacolo ed al 50% ad un altro avvenimento, ormai prossimo, per lui di considerevole maggior importanza.

Appena arrivato, qualcuno tra i cinque ebbe l’idea di accedere al locale proclamando a gran voce:

“I Dhegrado sono arrivati!!”.

Nessuno lo cagò.

Due baristi sfumacchiavano asciugando distrattamente dei bicchieri, qualcuno ai tavoli non ancora addobbati per la serata passava uno straccetto mentre un’inserviente ripuliva il palco minuscolo rendendolo almeno passabile per la prevista esibizione. I dhegrado si guardavano in giro, e la irrobustita ego dei loro componenti ebbe un moto di dispetto nel momento in cui si resero conto che nella sala pochi striminziti manifesti annunciavano la loro performance serale.

Ma i ragazzi avevano messo un conto una eventualità del genere. Paolo ed Oscar avevano preparato, stampato e fotocopiato un quantitativo impressionante di locandine e brochures informative con brevi note di presentazione circa la band e l’avvenimento specifico di quella serata.

Una volta entrati in città, i ragazzi avevano iniziato a innaffiare le strade di materiale, magari badando a non cospargerlo su vigili e compagnia, aumentando gradatamente la semina man mano che s’avvicinava la sede del live.

Fatto sta che due ore abbondanti più tardi, la famosa saletta

che circondava lo stage era gremita di avventori, il che rese elettrica la salita “a bordo” della band. Se l’anno precedente in quattro si sentivano stretti, ora con un Oscar, una chitarra ed una pedaliera in più era come stare sulla metro tra cordusio e cairoli.

Il leader ebbe qui la prima idea fulminante della serata.

Saltò giù dal palco, riuscendo a non spezzare né il filo del microfono né un proprio arto, ed eseguì l’intera performance a livello del pubblico ed a non più di un metro/metro e mezzo dai primi ospiti.

Introduzione del leader:

“Questo locale ha già avuto l’anno scorso l’onore di ospitare il nostro gruppo. Noi ci siamo trovati talmente bene, ed abbiamo così tanto apprezzato il calore del pubblico, che abbiamo deciso di accettarne un secondo invito. Siamo molto cresciuti dall’ultima volta, e se quella vi era sembrato un grande spettacolo, di fronte a questo resterete totalmente stupefatti. Adesso silenzio, parla la nostra musica!”

Oscar e Paolo sbiancarono in volto, ma non lo diedero a vedere. Cassetti, comunque strettissimo nel cul-de-sac cui era confinato, bisbigliava turpitudini.

Gary proruppe in un “Grande leader!” a voce abbastanza bassa ma non troppo, ricordandosi contestualmente che forse era quasi ora di accendere ed accordare il basso.

Pochi secondi dopo un colpo di batteria tonante come una revolverata diede il via a “Miserabile” e al concerto. Dipanatosi per quasi due ore, porterà ad un’affermazione incondizionata, rappresentando forse il concerto migliore del complesso nella sua intera storia ormai quasi quadriennale.

Questo live illustra in modo convincente tutte le fasi artistiche attraversate dai ragazzi, mostrandone una volta di più la versatilità e la continua evoluzione: garage puro (“She’s going home” e le covers dei Miracle Workers”) punk e post-punk (“La voglia assassina” - “Miserabile”) - psiche ed allucinazioni (“Luxuriotica” - “Sysyphus 2”), sixties-rock (“Strano cerca amore” e le cover italiane di “10 ragazze” e “Crudele”).

Nonostante l”’allenamento” che aveva effettuato sulla macchina di Garavani, Beto optò in corso d’opera per una prestazione priva di spazi per esperimenti e divagazioni teatral-poetiche, decidendo invece di puntare tutto sull’energia e la grinta da vero frontman.

Verso la metà dello spettacolo, le esortazioni di Alberto all’audience, colorate come da copione da frasi sconnesse ed insulti vari, iniziano a fare effetto.

Il pubblico, che aveva già cominciato ad alzarsi dalle sedie e muoversi sguaiatamente al ritmo sporco della band, prende a ballare ed a pogare in modo disordinato lungo l’intera sala, distruggendo bicchieri dei quali il contenuto viene per la maggior parte rovesciato a terra, ed ammaccando sedie e tavolini. Il frastuono degli astanti supera addirittura il suono dhg durante alcuni pezzi ed Alberto, esaltato, smette sovente di cantare e si getta tra la folla, rimediando qualche calcione ed un paio di graffi con bottiglie di birra rotte, prima di ritornare esultante sul palchetto, giusto per rendersi conto che nel frattempo il brano in questione è stato portato a termine dal resto della band. Naturalmente, in maniera compatibile con il fatto di dover suonare e cantare, anche i membri del gruppo si percuotono a vicenda, senza coinvolgere Karsi ma solo per motivi logistici ed ambientali.

I gestori del locale impongono lo stop dopo 21 canzoni, per evitare guai peggiori, ed il bis sottoforma di “You knock me Out” suggella il trionfo. Alberto lanciò la propria maglietta madida di sudore tra la folla, e ricevette in cambio un paio di puzzolenti canottiere sul muso.

Quando Alberto si rese conto che la shirt gettata al pubblico costituiva l’unico indumento (superiore) da lui indossato in quel frangente, cercò poi di recuperarla, e la reperì in un angolo della sala poco più che a brandelli, modello straccio da pavimento. La indossò fiero, “a testimonianza visiva della memorabile performance che abbiamo realizzato!!”. Poi distribuì corpose pacche sulle spalle agli altri, Karsi compreso: “Grazie, seguaci prediletti!”. Seguirono prevedibili derisioni alla quale s’aggregò Beto stesso e l’imperturbabile Mirella, che tenutasi a debita distanza, non aveva riportato danni dalla bagarre scatenatasi.

La direzione offrì una cena costellata da abbondanti libagioni alla band, comunque in genere analcoliche, mentre a livello pecuniario il compenso resta sconosciuto, probabilmente fu simbolico, ma non era quello ciò che contava al momento.

“Proprio come i Miracle”, sarà il commento finale di Alberto, e lui poteva ben dirlo dato che, spalleggiato da Oscar e Alfonso, si era presentato non più tardi di un mese prima al live dell’illustre band americana al “Bloom” di Mezzago ed aveva potuto assistere e partecipare agli stessi tafferugli, che si erano manifestati (in scala leggermente più ampia) anche a quel concerto. In quel dato istante, il leader si sarebbe paragonato a chiunque gli fosse passato per la mente; però sarebbe sminuente sottovalutare il fatto che i nostri superavano ora a pieni voti lo sbarco nella metropoli, calcando con maestria una scena che aveva visto passare professionisti del calibro dei Negazione e degli amati Ritmo Tribale.

Il viaggio di ritorno fu tranquillo ed anche relativamente sobrio: tutti oltrepassarono autonomamente le soglie delle proprie abitazioni, e sia Paolo e persino Alberto ricordarono di puntare la sveglia dato che il sabato ormai sopravvenuto era certamente giorno di felicità da successo, ma anche prettamente lavorativo. Per il boss dei Dhegrado era periodo eccezionalmente carico d’impegni: lo aspettavano una coppia d’esami all’università e, meno di un mese più tardi, il Saggio finale del primo anno del Corso d’Arte Drammatica, che era di gran lunga ciò a cui teneva di più.

Per queste, ed altre ragioni, di nuovo nessun contatto tra i degradi in pratica per l’intera metà seconda di giugno.

E fu proprio nell’ultimo giorno della prima metà dell’anno grazioso millenovecentonovantadue, che una rilevante novità solcò il mare mosso delle variopinte attività degradistiche.

Quel giorno, Fat Karsi si sobbarcò, follemente, la spesa di ben quattro telefonate locali per convocare singolarmente gli altrettanti esponenti del complesso.

“Vi aspetto stasera verso le sette per un aperitivo di commiato. Ho venduto il “Bologna”. Chi non viene è un… …(seguono epiteti variati e parimenti irriportabili.)”.

I quattro nominati all’avvenimento, ognuno dall’altro capo del telefono, rimasero egualmente di sasso: nessuno sospettava alcunché. Tale fu l’effetto estraniante suscitato dalla cosa che i ragazzi si vestirono bene ed entrarono composti e silenziosi, per l’ultima volta, al “Bologna” gestione Cassetti. Manco fossero a un funerale, s’appoggiarono al banco con discrezione scambiando impressioni con i presenti, mentre nel centro della hall troneggiava una tavolata straripante d’ogni ingrediente necessario per un congedo che si rispetti.

Quella sera Fabrizio ed i suoi apparivano sciolti, rilassati ed aperti al dialogo, ma furono anche terribilmente impegnati. Il locale era stracolmo, tanto che Karsi non ebbe che una manciata di minuti a disposizione da trascorrere con i colleghi di band, ai quali illustrò brevemente, come aveva già fatto con altre persone e gruppi di persone e come avrebbe continuato a fare in quella serata infinita, i motivi che avevano spinto lui e la propria famiglia a quella risoluzione epocale.

E che i lettori più attenti avranno certamente già individuato. Al culmine dei festeggiamenti, presentò all’audience i due fratelli che dal giorno successivo “avrebbero rilevato l’esercizio”.

“Parla come un sindaco in consiglio comunale”, l’arguta osservazione di Oscar. L’effetto sorpresa doveva essere stato notevole per tutti, una strana sensazione serpeggiava nel locale; Karsi aveva, prudentemente, limitato al minimo la presenza di alcoolici al desco affinché tutto procedesse assolutamente liscio. A tal proposito, non erano naturalmente mancate “delicate” raccomandazioni a Fabietto e la sua gang, ai quali Fabrizio era l’unica persona a saper incutere puro terrore, ed altri personaggi, diciamo così, eccentrici.

Come il leader dei dhegrado, ad esempio.

A livello musicale, era ovvio che, trascorso il primo istante di disorientamento, la vendita del “Bologna” non poteva che portar effetti benefici, per i Dhg e le altre band cui tuttora il poliedrico batterista forniva le proprie bacchette: Karsi sarebbe stato praticamente libero tutte le sere.

Né doveva risolvere il problema di portarsi a casa il pane, dato che durante i mesi della trattativa, Fabrizio aveva preso le proprie precauzioni, garantendo la consegna del locale solo nel momento in cui lui avrebbe trovato un nuovo lavoro, e proprio nel corso di quel giugno aveva raggiunto l’accordo per impiegarsi come operaio specializzato presso una ditta dei paraggi.

Una serata dunque lunga ma pacata, memorabile ma sgombra da eccessi, segnava un nuovo spartiacque per la nostra storia.

Tre giorni dopo, grazie ai soliti contatti Beto-Paolo-Comune, il gruppo ebbe la notifica della prima prova dal vivo post-Bologna. Avrebbero suonato il 10 luglio nel corso della manifestazione: “Festa dell’alleanza” nella natia Boffalora, occasione questa da non sottostimare in quanto per la prima volta al gruppo viene anteposto un complesso locale apripista, che in verità faticherà al momento del dunque a frenare l’attesa per Beto e soci.

La partecipazione della band ad un simile convegno non ha alcun intento politico, come sottolineerà bene Alfonso prima del concerto: “Non vogliamo sostenere alcuna fazione, nessun partito né colore..siamo qui solo per i soldi!!”. La simpatica battuta spianò la strada ad un nuovo facile consenso di pubblico. Per quanto riguarda il repertorio, era nel frattempo sorta una canzone nuova dalla penna del bassista, l’irriverente “Fat Karsi”, che è esattamente ciò che sembra, ovverosia una descrizione crudele e minuziosa degli inestetismi dell’adiposo batterista, il quale tuttavia non comprendeva l’inglese e rimase fortunatamente sempre abbastanza all’oscuro delle tenerezze del testo; musicalmente si trattava di un rhythm’n’blues di estrazione stoniana, anche se prettamente degradiano è il finale raddoppiato. Inaugurato già al Magia, verrà puntualmente riproposto ad ogni live, senza che per questo il testo venisse correttamente mandato a memoria dal leader, nonostante le sue fuggevoli promesse, che si volatilizzano come i languidi petali d’un soffione al vento. Il giorno successivo all’annuncio della partecipazione dei Dhegrado al live-Alleanza, il gruppo al completo assiste al Saggio finale del Corso d’Arte Drammatica del leader, presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, che vedrà Alberto, teso, emozionato, educato ed elegante come mai lo si era visto nei dintorni, passare trionfalmente al secondo anno.

Era davvero un momento d’oro.

Senza bisogno d’ulteriori contatti, i cinque si ritrovarono il venerdì successivo, sotto una canicola opprimente, per il live-Allenza.

Birrettina gelata e panini assortiti in mano, i cinque si misero comodi ed osservarono distrattamente il concerto della band precedente la loro, mentre dal pubblico già si levavano grida d’incitamento per i nostri. Verso le dieci e trenta di sera i dhg salirono sul palco e riprodussero con poche esclusioni la scaletta del Magia.

Alberto ripristinò le amate gag teatrali, esibendo anche alcuni numeri nuovi che aveva presentato la settimana precedente nel corso del Saggio, il che divertì sommamente la folla. Quella sera fecero la loro comparsa rivisitazioni in chiave moderna di pièce celeberrime quali “Uno nessuno centomila” di Pirandello, oppure sprazzi di “Moby Dick”, di Hermann Melville, che Beto amava intercalare tra sognanti brani di psichedelia o cruenti numeri di trash-punk.

Tra gli sketch originali, il più riuscito ed acclamato era denominato: “Un uomo solo in mezzo alla folla” ed era sconosciuto agli stessi altri membri del complesso. Fu inscenato allo scoccare della mezzanotte, mentre la band accompagnava l’esibizione leaderistica con un soft-blues in sottofondo ed ispirati stacchi vocali nei momenti clou. Durante quell’atto unico, Alberto si chiuse in un breve raccoglimento, poi scese tra il pubblico e cominciò ad assegnare gardenie di cartapesta a quegli astanti che, a suo discernimento, erano le “anime riflessive e moderate che conquisteranno la terra con il sorriso ed il perdono”.

Fluttuò tra la gente conferendo quei fiori finti e lodando con toni drammatici i prescelti, e allontanandosi con “desolazione e mestizia” da chi non meritava tale attestazione, scuotendo la polvere da sè.

Pianse lacrime sgargianti nel recuperare la propria postazione sopra il palco, anche perché nel corso della rappresentazione aveva picchiato un’orribile nasata contro un palo della luce, ma la gente pensò che facesse parte del numero, e riservò al capo la meritata standing ovation.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAP.22 - UNA NUOVA STAGIONE DI LIVE

14 GIUGNO 2018

 

Alberto trangugiò il proprio amaro amaramente, e non perché parte dello stesso derivava da un piattino invece che da una bottiglia, anzi, come previsto da Fabrizio, non se ne accorse nemmeno.

Il cruccio del leader scaturiva dal fatto che proprio ora, che lui si era nuovamente reso disponibile, Paolo stava, a suo dire pericolosamente, latitando. Non sapendo reprimere né la propria negatività, né la voglia di alcool, passò subito dopo ad un fernet menta senza ghiaccio ma con una scorza di limone ed espresse le paturnie al proprio bassista.

“Credevo ne avessimo già parlato qualche mese fa. Lo sai che le cose devono andare così. Tu stesso hai avuto bisogno di una pausa, di che ti lamenti?”

Utilizzando la parte ancora sobria del proprio encefalo, Beto si ricondusse quietamente alla ragione.

Lo scontento del cantante si sarebbe presto rivelato intempestivo, almeno in quella contingenza. In effetti, dopo quel gelido e malinconico 12 gennaio, la formazione a quattro sarebbe durata solamente per un’ulteriore session, la settimana successiva, dalla quale non trapelò comunque alcun progresso rilevante.

Piuttosto atteso, lo squillo del telefono in casa Torretta giunse la sera del 21. “Ragazzi, io sarei pronto, si riparte?!?”

In effetti, Alberto avrebbe voluto esprimere delle rimostranze. Ma con tutta la sua padronanza scenica, la parte del rancoroso gli usciva proprio male. Finse la massima imperturbabilità comunicando a Garavani che “se voleva riunirsi al suo gruppo, per lui andava benissimo” e che “se non c’era altro ci si vede lunedì che adesso devo proprio andare”. Ovviamente Paolo scaricò un paio di spicce irrisioni al leader che già si fregava le mani per la buona novella.

Da quel momento la band riesce ad effettuare delle regolari prove settimanali. Nel mese seguente l’amalgama si fa prepotentemente strada nella band ed i ruoli si definiscono in modo piuttosto netto.

Paolo manterrà il compito di chitarra solista tranne in alcuni pezzi dove Oscar, ormai a suo agio nel ruolo di accompagnatore, ne prenderà il posto introducendo un’importante innovazione tecnica, ovverosia il pedale del wah-wah, che avrebbe movimentato i suoni futuri della band.

Nei primi mesi del 1992 si registra una nuova fioritura di brani originali. Il primo, “Tempo fu di me”, è costituito in sostanza da una grezza distorsione melodica in re minore con un ossessivo giro di basso che al re stesso alternerà il fa ed il sol ogni quattro battute. Cupa la strofa, esplosivo il refrain che urla con violenza il titolo. Un ottimo numero da live, stranamente piuttosto ignorato dalla band on stage, certamente un rock di strada senza compromessi, degno successore di “Strano cerca amore”. Il secondo brano originale dell’anno nacque dopo numerose sperimentazioni effettuate in studio ed era fondamentalmente una composizione del solo Alfonso. Esprimeva il desiderio, condiviso da tutti i membri della band, di dipingere un grato omaggio alla psichedelica floydiana del tempo che fu. Intitolato non a caso “Sysyphus II”, centra appieno il proprio obbiettivo: rigorosamente in 4/4, con la sua melodia trasognata ed il riuscitissimo riff dissonante di organo, che dal vivo sarà reso alla perfezione da Paolo, verrà da quel momento rappresentata in ogni concerto del gruppo.

Il testo descrive un languido quadro pastorale e rappresenta il tentativo d‘un adulto di rivedere il mondo con gli occhi da bambino. Cosa che dalla morte del padre in poi, qualche volta il suo autore avrebbe voluto vedersi avverare.

Con un paio di prove ficcanti e concentrate, i due nuovi pezzi potevano definirsi ormai parte integrante del repertorio degradiano.

Una mattina piovosa, ventosa e freddissima di metà marzo, intorno alle undici del mattino e quindi in linea con la sveglia di Fabrizio, due persone entrarono al Bar Ristorante Bologna e dissero al padre del batterista dei Dhg che avevano “un appuntamento con i signori Cassetti.”

Cassetti senior corse in casa a chiamare il figlio. Incrociò un umano che stava uscendo dal bagno ed il suo primo istinto fu quello di farlo arrestare per violazione di domicilio. Fu la moglie a fargli notare che si trattava di Fabrizio. Il talentuoso drummer s’era destato verso le dieci, con uno sforzo dolente. S’era lavato, pettinato, sbarbato, stirato, profumato, vestito di tutto punto. Non aveva ancora toccato una sigaretta.

Colazione: cappuccio e brioche. Rispolverò il suo miglior sorriso ed anche una cravattina delle scuole medie, rinunciando all’idea del farfallino.

Assunse un’aria compita e scese nel locale, cercando di non farsi troppo notare dagli avventori, che tra poco sarebbero accorsi per l’aperitivo. Il signor Fabrizio Cassetti, in quella fulgida mattina di fine inverno, strinse con decisione le mani dei due tizi che cercavano lui e il padre. I quattro si recarono in una sala tranquilla, papà Cassetti portò quattro crodini, al che il figlio si sentì mancare, patatine e popcorn. All’inizio del colloquio, Fabrizio era evidentemente a disagio per l’immagine inconsueta che stava incarnando ed iniziò con una gaffe, chiedendo ai signori se avevano fatto buon viaggio e dimenticando che venivano dal paese confinante.

Ma da lì in poi si riprese presto, indovinando un paio di battute e mettendo a proprio agio gli interlocutori, coadiuvato dalla sapiente regia del padre.

Verso mezzogiorno, la signora Cassetti si recò nella saletta per chiedere se gli ospiti volessero ancora qualcosa da bere o qualche stuzzichino. La riunione si protrasse ancora per una mezz’oretta circa. Poi padre, figlio e gli ospiti s’alzarono e questi ultimi radunarono delle carte in una valigetta. Tutti apparivano compiaciuti. Prima d’andarsene, i visitatori perlustrarono per bene il locale, condotti da un Karsi cicerone, prendendo appunti, chiedendo, annuendo.

Sulla soglia del bar ristorante, proprio mentre il cielo andava rischiarandosi e pareva voler concedere una tregua, l’assemblea si divise. “Ci vediamo verso la fine del mese prossimo allora, per gli ultimi dettagli”, la chiosa di un Fabrizio sorridente.

Il quale non vedeva l’ora di dismettere quegli abiti eleganti, scolarsi un paio di campari soda in compagnia di una Marlboro medium e sistemarsi dietro al banco, per litigare di calcio e politica. Ma lui e i genitori erano evidentemente appagati. Pochi giorni dopo, alle prove, tutti notarono che Cassetti era più allegro e loquace del solito.

Alberto tastò il terreno con qualche pungente battutina fuori luogo, scimmiescamente imitato dagli altri, e la blanda reazione di Fabri, che non s’alterò nemmeno, fece capire alla band che qualcosa d’importante bolliva in pentola. Nel frattempo i pezzi nuovi erano ormai pane quotidiano per il gruppo, e tra la fine di marzo e i primi di aprile ecco sorgere una nuova canzone assolutamente strepitosa, che racchiudeva in meno di tre minuti tutti i progressi artistici di oltre tre anni di lavoro. Originato da una progressione di note discendenti di basso e chitarra ad elevatissima velocità, il pezzo consta di un cantato nervosamente punk che si stende per due strofe al fulmicotone, prima di uno stacco di batteria in controtempo, un nuovo riff stavolta hard-rock ed un intervallo jazzato a tinte blues ad opera della sezione ritmica con intrusioni distorte ad opera di Oscar e Paolo, prima della folgorante ripresa della strofa, troncata bruscamente nel finale.

Il tutto in due minuti di brano!

Per quanto riguarda il testo, anche qui si tratta della summa dei talenti letterari del leader, qualche nonsense ad effetto e le consuete citazioni tragico-alienalistiche della vita. In genere Alberto preferiva non rispondere quando gli si chiedevano lumi circa i reconditi messaggi contenuti nelle sue liriche.

“Non cercate di violare lo scrigno privato del mio animo!”, era il tramite demente con il quale negava spiegazioni, che probabilmente non aveva.

Per la cronaca, Torretta battezzò il nuovo parto creativo: “La voglia assassina”.

Questa nuova primavera della band non poteva essere solamente spiegata con l’ampliamento della formazione, ma era anche da ricollegarsi strettamente con la proposta fatta da Karsi un freddissimo lunedi di fine inverno, prima delle prove.
“Ragazzi, che ne direste di fare una serata al “Bologna”?!?. Incredibile però che non ci avessero mai pensato.

Ma come, il batterista di una band gestisce un locale e al gruppo non viene in mente di farci dei live?

Ovviamente entusiasta la reazione del leader.

“Da troppo tempo la mia creatività comunicativa sta ammuffendo tra quattro mura scrostate di umidità…” aveva iniziato a blaterare, quando gli altri lo fecero tacere a schiaffoni cercando invece di analizzare la fattibilità dell’evento.

C’erano da considerare fattori che in senso uguale e contrario spingevano il gruppo per organizzare quel tipo di serata o rinunciarci. Tra i pro, il fatto che agli usuali avventori del “Bologna” si sarebbero certamente aggiunti la schiera di sostenitori della band, che non appena avrebbero saputo del ritorno del leader e del live imminente si sarebbero precipitati in massa (specialmente Fabietto e la sua turbolenta gang, per non parlare di Mauro e la compagnia-naviglio).

Nei contro non si poteva non includere il fatto che il complesso era fermo da alcuni mesi per quanto riguardava l’attività dal vivo, che sarebbe stato il primo concerto con Oscar e che proprio il fatto di giocare in casa non concedeva ai ragazzi la possibilità di sbagliare.

“Secondo me sarebbe da incoscenti (eufemismo – termine realmente utilizzato: c….oni) lasciarsi sfuggire un’occasione simile”, proseguì Karsi con gli usuali toni moderati, “perché sennò cosa cavolo (eufemismo – termine realmente utilizzato: c..zo) proviamo a fare come dei somarelli (eufemismo – termine realmente utilizzato: p..la) tutte le settimane per poi aver paura di suonare dal vivo?!?”.

Di fronte ad argomentazioni tanto pacate anche i più dubbiosi, ossia Paolo ed Oscar, si convinsero che valeva la pena di tentare. Alfonso era letteralmente entusiasta. Ad Alberto venne spiegato con rudezza che almeno in QUELLA serata doveva cercare di ricordarsi i testi, entrare a tempo e particolarmente evitare riferimenti politico-sociali e non provocare risse al microfono. Gli fu concesso al massimo di dimenarsi senza eccedere o blaterare qualche stupidaggine pseudo-poetica.

Fat Karsi fu inflessibile nel piantare questi paletti, dato che, soprattutto in questo momento, l’ultima cosa che aveva bisogno era che scoppiassero tafferugli nel proprio locale. Per dar maggior forza alle sue comunque convincenti argomentazioni il voluminoso batterista minacciò il leader “di strappargli le balle e dargliele al gatto”.

Una volta che tutto fu chiarito, dopo un breve conciliabolo si fissò una data, giovedì 30 aprile, il che significava che c’era ancora poco più di un mese per preparare l’evento a dovere. Quelli che seguirono furono lunedì piuttosto caldi.

Paolo riuscì ad assicurare una presenza fissa data l’importanza dell’Avvenimento.

Era il primo live a cinque, e che live!

Fin dalle prime prove, Alberto dimostrò la propria buona volontà imparando non solo i testi scritti da lui stesso (ossia tutti quelli in italiano), bensì anche i vecchi testi in inglese di Gary, come “Open” e “Luxu”. Addirittura si prese la briga di trascriverli tutti su un quadernetto. Dato che la seconda sera l’aveva già dimenticato a casa, fu stabilito che, fosse ricapitato, avrebbe pagato la ceres e le coche a tutti. Com è come non è, non scordò mai più a casa il libro dei testi.

Alfonso non aveva problemi particolari, aveva creato dei giri di basso avvolgenti sulle nuove creature, come le chiamava lui, e s’impegnò particolarmente per il suo ruolo di backing vocals in “Sysyphus II”, riuscendo quasi sempre a beccare l’ottava superiore rispetto al leader. Karsi, essendo di gran lunga il musicista migliore, rappresentava da parte sua la consueta certezza ed aspettava con fiducia la data. Quand’anche il leader o Gary lo sollecitassero sull’eccesso di mole o sull’impresentabilità delle enormi basette, un cenno di compatimento di Paolo riportava le prove oltre il rischio di disordini. Fatto sta che a metà aprile la scaletta era decisa. Naturalmente presenti i tre pezzi nuovi, le covers più coinvolgenti come Huomini, Ragazzo di strada e Dieci ragazze, gli inevitabili classici come Sentieri, Strano cerca amore o Miserabile. Durante ogni sessione di prove, Alberto doveva di continuo promettere di non ubriacarsi e di “non fare lo stronzo nel mio locale”, come cordialmente Karsi gli avrebbe ricordato perfino una volta saliti sul palco.

Mercoledì 15 aprile, verso le tre del pomeriggio,il signor Fabrizio Cassetti, barista/batterista di rock blues e garage punk, prese in mano il telefono.

Chiamò un numero del paese vicino. Al terzo trillo, qualcuno sollevò il ricevitore.

“Buongiorno, come sta?....Anche noi, anche noi, grazie…certo che mi ricordo il nostro appuntamento, per la fine del mese. Come dice, un invito a uno spettacolo? Quando?...Giovedì 30? Mi lasci controllare…uhm, si, siamo liberi, sia io che mio fratello…ci saremo sicuramente! Arrivederci!”

Quell’ultima sera di aprile, il mondo pareva finalmente pronto per l’inizio della bella stagione, al termine d’un mese piuttosto ritroso al cambiamento. Abbandonati infine giubbotti pesanti e pullover, una folla di frequentatori formata da facce più o meno note stipava la dance hall del celebre “Bologna” a Boffalora sopra Ticino. Davanti a loro, un palco da cinque per cinque, come cinque erano i personaggi che lo occupavano, tra cui il corrente padrone del locale.

Le persone che erano salite sul palco s’appropriarono dei propri strumenti con calma, nello spegnersi dei faretti.

Sobriamente, il leader abbrancò il microfono ed annunciò con voce profonda:

“Ragazzi, i dhegrado sono tornati, stasera effettueremo un’esibizione talmente indimenticabile che non potrete far altro che adorarci. Dai Fabri, attacca la prima; voi zitti tutti, ascoltate attentamente e dopo esaltateci!”.

Incredibilmente, sarebbe stata l’unica concessione del leader alla platea. Messo di fronte alle proprie responsabilità di front man, in un luogo e davanti a persone verso cui aveva tutto da perdere in caso di sbagli, aveva deciso di puntare tutto sulla voce e sulla presenza scenica e di evitare ogni “ghirigoro” melodrammatico. In un’ora e mezza di live serrato e coinvolgente, nel quale le covers costituivano ormai soltanto il 30% del repertorio, i dhg riuscirono nell’impresa di riaffermarsi come band di punta della scena post-garage della zona senza mai essere spariti..si può dire che i pochi mesi di rinnovamento e riflessione avevano restituito un gruppo maturo e compatto, che badava al sodo di esecuzioni curate e vocalità armoniose.

Solo nei bis, Alberto, infine rilassato e con l’audience ormai definitivamente dalla sua, si lasciò andare a qualche battuta di gusto discutibile piuttosto che alle sue famose citazioni letterarie. Durante la cover di Ragazzo di Strada omaggiò il suo idolo storico Charles Bukovskji definendolo “randagio vittima d’arte ingrata ed immemore” ed insultò un ragazzino butterato tra il pubblico che osava non averne mai sentito parlare; il finale, con la cover di “Not a steppin’ stone” lo vide sbeffeggiare il titolare dell’esercizio ospitante, ossia il Fat Karsi, scimmiottandolo da dietro alla sua batteria mentre questi cercava invano di colpirlo con una bacchettata senza perdere il ritmo. Alla quarta Guinness dichiarò chiuso il live e corse in bagno, mentre il resto della band ripeteva il coro insieme alla platea con un inusuale esibizione a cappella.

La perfetta riuscita dello spettacolo dal vivo venne ovviamente festeggiata in loco con una bella tavolata alla quale i dhegrado invitarono chiunque volesse partecipare, naturalmente senza per questo offrire alcunché, che si protrasse praticamente sino a notte. Il giorno dopo era il primo maggio e stavolta davvero nessuno poteva addurre giustificazioni lavorative di sorta. Eppure da quel desco allegro e spensierato, s’assentò a lungo proprio quella che per certi versi ne era la figura di spicco.

Al termine del concerto, il signor Cassetti volò in casa, s’immerse fulmineo in una doccia refrigerante, si cambiò d’abito, praticamente si vestì, e ridiscese al bar. Aveva istruito a puntino il padre, che stava intrattenendo gli ospiti, e si presentò a loro con aria sicura di sé, seppur senza la cravattina della volta precedente.

“Caro Fabrizio! Complimenti, un ottimo concerto, davvero in gamba, il suo complesso..” “Grazie, grazie, sa, era un po’ che non suonavamo dal vivo, ma questa sera devo dire tutto s’è svolto al meglio, anche il fatto di giocare in casa, insomma, ha avuto il suo peso..ma prenda qualcosa da bere, prego, cosa le posso offrire..”

Nell’oretta che segue, mentre nella hall si bagordava, si riformò il tavolo a quattro di quaranta giorni prima tra i due interlocutori e Cassetti junior & senior. Dell’esibizione, non si parlò più. Fu solo verso le due che, visibilmente pago, Fat raggiunse la tavolata di compagni di band ed amici. Il livello alcolico dei commensali era già tale che nessuno di essi notò non solo che il batterista s’era lavato e cambiato, ma persino che s’era assentato sino a quel momento. Qualcuno gli passò una caraffa di rosso ed una corposa porzione d’aglio olio e peperoncino, e da lì in poi fu meritato svacco anche per lui.

Il mese successivo, un concerto fotocopia venne tenuto all’ormai collaudato “Redial” (22 maggio), grazie alle conoscenze di Paolo che, forte del rinnovato interesse intorno alla band aveva chiesto e prontamente ottenuto una serata ai gestori del locale, ed in quest’occasione il repertorio ed il conforto di pubblico furono gli stessi di tre settimane dianzi. Anche in questo caso, tra uno spettacolo e l’altro non ci fu nessuna session di prove intermedie, e stavolta nessuno se ne dolse, nemmeno Alfonso che ora non tornava neanche prestissimo da Milano. Il treno del ritorno era in genere il 19,15 da Stazione Centrale e, almeno per quei primi mesi, il bassman ci teneva a preservare il più possibile le energie.

Ad ogni buon conto, la telefonata più interessante sarebbe arrivata il lunedì seguente all’apparecchio posto a fianco del bancone del caro vecchio Bologna.

Un Karsi eccitato, il che non doveva essere un bello spettacolo a vedersi, telefonò agli altri ed organizzò un meeting per la sera stessa, a casa sua ovviamente. Non ce la faceva più a mantenere il segreto.

“Ragazzi, ci hanno chiamato ancora! CI HANNO CHIAMATO ANCORA!!!!” ululò prima ancora che gli altri fossero scesi del tutto dalla macchina.

Proruppe immantinente nel Grande Messaggio.

“Abbiamo due settimane. Il dodici giugno dobbiamo tornare al Magia. Ci hanno chiamati a suonare il venerdi, la sera di punta!”.

Nessuno osò fiatare.

Ma una cosa era chiara a tutti, se c’era un ottimo momento per la band per ritornare nel tempio underground del cuore di Milano, era proprio quello!






 
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