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QUANDO LA MUSICA SALVA LA VITA

25 GENNAIO 2019

 

MILANO, AGRATE, MONZA

CELEBRIAMO INSIEME

LA GIORNATA DELLA MEMORIA


ALICE, LA PIANISTA DI THERESIENSTADT
​​​con Elda Olivieri, Alice Baccalini e Rachel O'Brien

La storia della pianista Alice Herz Sommer sopravvissuta al campo di concentramento grazie a un pianoforte.

Venerdì 25 Gennaio 2019 ore 21.00 presso il teatro Pime di Milano
(info qui)

Sabato 26 Gennaio 2019 ore 21.00 presso la Chiesa di S. Eusebio ad Agrate B. (info qui)

L'ORCHESTRA FEMMINILE DI AUSCHWITZ
con Silvia Giulia Mendola, Rachel O'Brien e Le Cameriste Ambrosiane

Domenica 27 Gennaio 2019 ore 10.45 presso la Palazzina Liberty di Milano
(info qui)

Domenica 27 Gennaio 2019 ore 16.00 presso il Teatro Binario 7 di Monza
(info qui)

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TRAME E DISEGNI

13 GENNAIO 2019

 

La notizia non aveva mancato di gettare nello sconforto i telespettatori di quella che certo era una delle soap più seguite, e non solo a livello nazionale. Alla famosa attrice americana xxx, protagonista storica del feuilleton, dopo accurati controlli era stato diagnosticato un male incurabile con la necessità di un intervento tempestivo per alimentare le non moltissime speranze di sopravvivenza. La brutta nuova aveva portato mestizia anche nello staff del programma. L'attrice si era fatta molto ben volere. L’eccentricità ed i capricci non erano mai stati una sua caratteristica, per contro il modo di fare disponibile e la grande professionalità l’avevano collocata tra le star più amate ed affidabili che avessero mai calcato quelle scene. Particolarmente affranti i due produttori della serie, i quali ben sapevano che la donna era una vera e propria istituzione e non sarebbe stato affatto semplice sopperire alla perdita di un personaggio simile. D’altronde i medici avevano lasciato poco margine per la ripresa professionale della diva che, semmai avesse anche debellato il terribile nemico, difficilmente sarebbe potuta tornare a recitare.

“Fortunatamente siamo avanti con le registrazioni ed abbiamo materiale sufficiente per almeno i prossimi tre mesi!” se ne era uscito sir Edward Leech, durante la riunione esecutiva di fine mese. “E’ vero, Edward”, aveva obbiettato il socio, sir James Vulture, “ma faremmo bene a non prendere la cosa sotto gamba e trovare una soluzione prima che la nostra gallinella dalle uova d’oro lasci questa valle di lacrime!” “Non oso pensare ad un’eventualità del genere!!” “Edward, non ti facevo così sensibile nei confronti dei nostri attori…” “Sono sensibilissimo invece, caro James, particolarmente nei confronti degli attori che assicurano un’audience così duratura e consistente! Troveremo come uscirne, vedrai!”. Il resto del personale ammesso alla riunione annuì senza commentare e si passò senz’altro alle altre priorità della giornata. Mentre le puntate della soap continuavano ad essere trasmesse, una delle sue protagoniste, che sul piccolo schermo appariva ricca, sfrontata ed affascinante, iniziava il suo primo ciclo di chemioterapia all’ultimo piano di una celebre clinica privata della capitale. La donna e la sua famiglia avrebbero desiderato mantenere il più assoluto riserbo circa il luogo del ricovero e l’inizio delle cure. Al contrario, malgrado le assicurazioni, fu Leech stesso a darne comunicato stampa. Naturalmente fin dal primo giorno una folla mista di giornalisti e curiosi si era assiepata fuori dall’edificio, e lì restarono accampati per tutto il tempo della degenza. Il produttore aveva visto giusto. Qualche tempo dopo il ricovero della star, qualcuno sparse la voce che le metastasi si erano ormai diffuse in varie parti del cervello e la poveretta non sarebbe sopravvissuta a lungo. Lo share del programma stava raggiungendo vette nemmeno sfiorate in precedenza. Il telespettatore poteva ammirare il perverso spettacolo di un personaggio pieno di vieta nella finzione e prossimo al decesso nella realtà. Una settimana più tardi a Vulture e Leech venne conferito il Grammy Award come i produttori di maggior successo dell’anno, e nel loro discorso di ringraziamento furono attenti a “elogiare l’intero staff senza il quale stasera noi non saremmo qui e mandare un bacio alla nostra cara xxx, che portiamo nel cuore ogni giorno con un amorevole incitamento a non arrendersi”. L’assembramento davanti alla clinica proseguiva senza soste. I familiari più stretti della donna venivano fatti entrare da un ingresso secondario e salivano con l’ascensore riservato al servizio mensa. Una mattina Vulture si svegliò con una strana idea in testa. Ma arrivato allo studio, non disse nulla. Però il suo umore era ancora più allegro del solito e pregustava già la riunione esecutiva che sarebbe stata tenuta quattro giorni dopo, durante la quale avrebbe esploso la bomba.

“Perché non la facciamo morire?”

Un silenzio con un po’ d’imbarazzo, ma non troppo, si insediò nello studio. Edward fu il primo a prendere la parola e, senza scomporsi, gli chiese di spiegarsi meglio.”Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima? Trasporteremo la realtà nella finzione. Nelle prossime puntate, la nostra eroina scoprirà di avere un tumore che poi la condurrà alla tomba tra immani sofferenze. Non sarà difficile. Basterà alterare al computer le scene che non abbiamo ancora trasmesso in cui compare lei per modificarne i tratti e renderla sofferente ed immobilizzata a letto, e girare nuove scene di contorno con gli altri attori.Tanto abbiamo capito che se anche guarisse, non ce ne faremmo più niente per la soap. Sarà un successo enorme, cattureremo nuovi spettatori ed una volta coinvolti, non ci molleranno più.!”

“Sei grande James” esultava il socio “Suggerisco inoltre di prolungare l’agonia il più possibile per sfruttarne al massimo lo shock emotivo!”

“Ottimo, domani andremo agli studios per impostare il discorso con i registi, gli scenografi e tutta la troupe…ci aspetta davvero un duro lavoro ragazzi, ma ne varrà la pena!” “La riunione è sciolta!”

Contemporaneamente. L’attrice versava in condizioni sostanzialmente stabili nella sua camera di dolore. Stabile e senza alcun segno di cedimento era anche l’assedio della stampa, fans e sciacalli vari.

Trame e disegni.

La mattina seguente, Leech e Vulture viaggiavano su una strada statale poco affollata. Il manto statale era in perfette condizioni, il tempo bellissimo ed i due non avevano alcuna fretta. Ma per ragioni misteriose essi persero il controllo della vettura finendo pesantemente contro un albero. Impatto fatale per entrambi. Quello stesso giorno, l’attrice xxx iniziava a dare segni inattesi di miglioramento. Da allora progredì progressivamente ed in pochi mesi fu dichiarata fuori pericolo. L’anno successivo ricominciò a recitare. Era in splendida forma.

 

UN INCONTRO

10 GENNAIO 2019

 

Silenziosa nel lungo vestito svolazzante, un tutt’uno con la scogliera e la linea blu del cielo. “Io sono l’amante”, sembri dire all’onda che con cadenza irregolare s’arrampica lambendo più volte la tua figura minuta. Il tuo sguardo fisso attende una risposta da questo moto perpetuo, gentile e discreto confidente. Scendendo oggi in spiaggia, dopo la breve tempesta di sabbia che ha svuotato il bagnasciuga ed il suo entroterra rumoroso, forse sapevo già che ti avrei trovato lì, in fondo al sentiero che si apre tra gli scogli. Adesso il sole è tornato, alto ed accecante, ma il vento non ha diminuito la sua forza, sta continuando a scagliare onde contro le rocce frastagliate. Tu le guardi, ed io ho l’impressione che l’accenno di un sorriso stia colorando la tua espressione impenetrabile. Forse hai capito che ci sono.

 

L'ACQUA DEL DESERTO

7 GENNAIO 2019

 

Dall'hotel si dipana verso il basso una lunga passerella, costellata di botteghe, negozietti, bar/ristoranti, sale giochi, internet points. Tutto chiuso. Scendo fino ad una piazzetta ovale piastrellata d'arancione e m'immetto sul lungomare, che s'espande per una decina di chilometri ambo le direzioni. Lo percorro brevemente, poi accedo alla spiaggia, una spiaggia libera, immensa, costituita da rena color caffelatte, che si può estendere anche per un centinaio di metri prima d'essere lambita dall'acqua dell'oceano. Raccolgo le ciabatte, non vorrei sporcarle. Per quanto il mio sguardo possa abbracciare l’arenile, non vedo anima viva. Lunghe cordate di scogli partono da riva. Oltre la punta dell'ultimo scoglio verso levante, la cupola rosseggiante del sole inizia ad affiorare dall'oceano, mi sembra impossibile che riuscirà a squarciare il folto gregge di nuvole che adesso staziona sul cielo caraibico, eppure lo farà. Qui dicono che in una giornata si vivano le quattro stagioni: la sera e la notte rappresentano e l'inverno: nuvole basse e piene, totale assenza di stelle, temperatura in calo; il mattino e il pomeriggio sono primavera e estate, col sole che s'impadronisce della scena per stabilizzarsi e colpire forte fino a sera, temperato sempre dall'inebriante brezza tipica. Il brivido forte dell'acqua mi pervade, va in circolo.
Sono le cinque e dieci. Osservo. Quando le onde arrivano sulla sponda, ancora molto deboli, rivestono il bagnasciuga di spuma color nocciola, densa, uniforme. Ritraendosi, scoprono una base molto più chiara, con appena alcune venature scure. Dall'altra parte è America, e sbircio oltre l'orizzonte i pochi volatili insonnoliti e le rarissime imbarcazioni che violano la distesa celeste e blu che mi si para davanti. Entro camminando piano, lasciando che l'acqua ricopra gradatamente ogni parte del mio corpo, i vestiti attendono fiduciosi appena oltre il bagnasciuga. I tremiti si moltiplicano, ginocchia, schiena, ventre; ogni contaminazione esterna s'attutisce. Non sono abituato all'alba sul mare, mi manca il luccichio brillante che il sole dissemina sulle onde prima d'affogare dietro le coste di ponente. Resto in piedi e chiudo gli occhi, respirando la pressoché totale assenza di sole o vento. Eccomi ibernato nel gelo tonificante dell’acqua, a vivere momenti fatti di nulla, gonfi dell’azzurro pallido dell’orizzonte che rapisce ed ottenebra, impedendo il filtro d’ogni residua agitazione, considerazione, banalità. L’appiattimento dei sensi,  l’io come parte integrata dell’impermeabile limbo dell’alba sull’oceano. Uno stato in cui il mare m’aveva imprigionato e da cui solo il mare poteva affrancarmi. Talmente concentrato ed appagato, impiego del tempo a recepire un brusio crescente intorno a me, dapprima sibilo trascurabile, che bussa gentilmente ai miei riflessi e non guasta l’inebriante esclusività della mia condizione. Ma il rumore si fa insistito, presto avverto uno sbattere secco intorno a me e di colpo un vero e proprio fragore investe barbaro la baia di silenzio, alienandomi dal mio essere. I sensi ora si risvegliano, e di corsa. Tutt’intorno è un irrompere di flutti, onde irruenti che tracciano traiettorie irregolari, smottamenti del fondo, correnti umide e fredde: il tutto m’induce a recuperare la terra ferma in un amen. Quale fosse l’origine di quello che, dal nulla, stava trasformandosi in vero e proprio maremoto non era esattamente il mio pensiero primario. Mi riprendo i vestiti, già mezzi bagnati, che indosso a spanne, correndo; scalo la gradinata a quattro a quattro, mettendomi al riparo dal furore degli elementi. Spettacolo in fondo affascinante. Resto, a capace distanza, a rimirare le scogliere, le coste, ora battute dalla rabbia del mare con violenza inaudita, senza farmene una ragione. Sino a pochi istanti prima mi trovavo in un’oasi di pace inenarrabile, del cui elitario aroma godevo intensamente. Ecco. Forse proprio qui stava il punto. Forse avevo profanato un regno che non dovevo violare: l’alba doveva trovare gli elementi ancora liberi dalla presenza dell’uomo, che già di lì a poche ore sarebbe divenuta opprimente e chiassosa. Quiete e tranquillità avevano vegliato sulla maestosità dell’oceano e non erano ancora pronti a rassegnarsi all’invasione animale, che fino a notte poi non avrebbe più restituito loro quel regno amato e vituperato. Mi guardo attorno. E’ il terzo anno che vengo qui. Nell’entroterra ci sono bellissime colline, dolci pendii che ospitano piantagioni di bananeti, piante tropicali; nelle zone più intricate resistono territori di flora primitiva, inaccessibili, spettrali. Dagli anni scorsi però, i mutamenti si notano a vista d’occhio. Ogni volta conto nuove file di hotels grandiosi, residence che sembrano tanti piccoli alveari, miriadi di quadratini come stanze.
Strade veloci li collegano, centri commerciali, ristoranti, bar,
casinò vi sorgono intorno, quasi tra la sera e la mattina. Qui la temperatura è mite tutto il giorno, tutto l’anno: si lavora anche di notte, d’inverno, e il paesaggio cambia repentinamente, e non torna mai indietro. Un’ondata più forte delle altre si sfascia contro il muretto, sobbalzo. Ho offeso la natura, e la sua reazione è stata forte, impressionante. Finalmente m’allontano e lancio un ultimo sguardo alla rabbia dell’oceano. Cosa succederà quando si ribellerà allo sfruttamento selvaggio, alle speculazioni, agli interessi?

 

FREDDY E IL LANIFICIO

11 DICEMBRE 2018

 

Jim Parker lavora presso un lanificio in collina, sulle rive di un torrente che adornava di azzurro la valle. Jim ha una famiglia che adora, con due ragazze già grandicelle ed un maschietto che lui definisce il più dolce terremoto dell'universo. Se c'è un uomo buono al mondo, questi è Jim Parker. Qualche tempo fa è capitato qualcosa di spiacevole ed allora lui ha spiegato al figlio minore, di nome Freddy, che la mamma era partita, ma gli voleva bene e pensava sempre a lui.Da allora, Jim passa tutti i giorni a scuola a prendere le ragazze ed il piccolo all'asilo, e non di rado nel pomeriggio porta l'intera prole con sé al lanificio. Mentre il padre è in ufficio, le due sorelle tengono il piccolo Freddy per mano e l'accompagnano lungo i vasti corridoi dei magazzini. Lui osserva le grandi matasse di lana stipate nei cassoni e sugli scaffali, sotto il controllo delle ragazze può persino avvicinarsi e toccare. A Fred piaceva toccare la lana, l'accarezzava, era contento di ammirare tutte quelle varietà di colori accostate l'un l'altra. Spesso le disegnava con i pastelli che il babbo gli aveva regalato. I colleghi di Jim lo trattavano gentilmente: passando non gli negavano mai una carezza, una caramella. Quando aveva compiuto sei anni, gli avevano organizzato una festicciola e lui aveva aperto tanti regalini: si era divertito tantissimo. Le sorelle di Freddy avevano nove anni più di lui, e Jimmy si rendeva conto ogni giorno di più che crescevano davvero in fretta. Rientravano un pò più tardi la sera ed ogni tanto erano abbastanza sfuggenti col padre su come avevano passato la giornata. Ma Jim cercava di essere un padre comprensivo e discreto, il sorriso che le sue ragazze gli facevano bastava per risollevarlo dalla tristezza. Quando non era col babbo, Freddy passava delle ore spensierate con i suoi amici, sull'amata bicicletta o con un pallone tra i piedi, e soddisfatto e stanco morto recitava le preghierine ogni sera prima di addormentarsi. Se il tempo era inclemente, restava in casa con la tata, una signora gentile che tra un lavoro di casa ed una commissione trovava anche il tempo di intrattenere il piccolo con qualche gioco da tavolo. Alla sera aveva infine il papà tutto per sè. Non che le due sorelle lo trascurassero eccessivamente, ma quando stava con lui ogni cosa acquistava nuovo colore, sia che guardassero la tele, rileggessero i compiti o, una volta a nanna, lui gli narrasse una favola. Con Jim, Freddy non piangeva mai, non era mai triste. In sua assenza, talvolta pareva pensieroso, distante. In quei momenti c'era chi notava come un assentarsi, un distacco dai giochi, dalle matite colorate, dal libro che stava leggendo, ma nessuno per ora ne aveva mai parlato con lui. Non la maestra, che addebitava il fatto agli imprevedibili voli pindarici delle menti più innocenti, non la tata, né le sorelle che gradatamente stavano diradando le "gite" col fratellino al lanificio, adducendo impegni sempre più pressanti. Un pomeriggio assolato, Fred aveva preso la bici e si era recato in solitudine al torrentello che costeggiava il lanificio, risalendolo poi fino a arrivarne nei pressi. Vi gironzolava intorno dubbioso, non era del tutto sicuro di voler entrarci. Quel giorno aveva detto a Jimmy che si sarebbe recato dagli amici per i compiti, ma in realtà aveva poca voglia di restare con loro. Fu proprio guardando casualmente fuori da una delle finestre laterali che Jim lo scorse, e si precipitò fuori per capire cosa stesse succedendo. Il piccolo aveva la consueta espressione serena, ma al papà bastò uno sguardo per intuire che non si trattava del solito Freddy. Il babbo lo accompagnò in ufficio con dolcezza. Lui sorrideva debolmente, ma di fronte all'espressione preoccupata del genitore lo rassicurò, dicendogli che stava bene ma non se l'era sentita per quel giorno di andare dagli amici. In ufficio iniziò ad osservare con occhi curiosi i computer e gli accessori che vi si trovavano. Sfogliò con crescente interesse i cataloghi con i campioni di lana e le illustrazioni dei prodotti finiti. Poi si accucciò mansueto presso la postazione di Jimmy. Qualche minuto più tardi il padre venne richiamato fuori dall'ufficio per recarsi in laboratorio. Allora il piccolo sgattaiolò fuori dal locale e prese la via dei magazzini. Conosceva bene la strada oramai. Presto la sua immaginazione si lasciò rapire dal carosello di colori che gli si parava davanti: matasse dipanate, gomitoli multiformi,confezioni in preparazione, altre già stipate sugli scaffali. Il gioco per lui stava ricominciando. Passò un operaio che lo vide ridere, gli ammollò due cioccolatini. Proseguiva ancora. Adesso non pensava più alla sua mamma. Era stato giù di morale tutto il giorno. Se lei gli voleva bene, come diceva il babbo, perché non tornava mai a casa? Ma ora aveva ritrovato l'allegria, ed il meglio doveva ancora arrivare. Si fermò e guardò in giro con circospezione e, sicuro di non essere visto, si arrampicò sopra un cassone stracolmo e vi si sdraiò sopra. Le onde soffici lo accolsero come un letto caldo e lui, cullato dalla morbidezza della lana si addormentò felice.

 
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