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ATTIVITA' SERALI DI BRUNO EMPOLI

14 GIUGNO 2017


Attività serali di Bruno Empoli.

Il pregiudizio contro pseudo colpevoli, il rapporto con la Santa Messa, a pranzo dai suoi.



 

 

Anche quel venerdì sera, Bruno Empoli aveva deciso di trascorrerlo a casa. Se ne stava seduto in salotto, con la televisione accesa al volume più basso possibile ma comunque udibile, in modo da non distrarsi nel lavoro, ma mantenere un sottofondo sonoro a tenergli compagnia. Scriveva e leggeva. Leggere e scrivere erano le sue attività preferite. Era pensare, che non gli riusciva tanto bene, e quando gli capitava entrava in crisi, o meglio, si costringeva a restare fermo su un punto, su un concetto, una riflessione, finchè riusciva a trovare un suo equilibrio, quella che, illusoriamente, chiamava la pace interiore. La tranquillità transitoria, l'armistizio tremolante, la tregua di controllo, ecco che cos'era, invece.

Pensando a lungo, tra lunghe, estenuanti crisi di coscienza, di riuscire a pareggiare i conti con sè stesso.

Quel venerdì sera dovette combattere una battaglia dura. Dal volume minimo del televisore colse una notizia che lo lasciò inebetito. Subito depose la biro. Scostò il quaderno (usava raramente il computer, in pratica soltanto per ricopiare e salvare il materiale che riteneva degno), si passò la mano sulla fronte.

Due ragazzi, ormai circa trentenni. Alcuni anni prima erano stati coinvolti nell'omicidio di un'amica. Vivevano insieme in uno di quegli appartamente condivisi da universitari, per limitare le spese. Un brutto giorno l'amica era stata rinvenuta cadavere. I due ragazzi, all'epoca fidanzati, erano stati quasi sin da subito additati come i possibili colpevoli. Tre gradi di giudizio. L'assoluzione in primo grado, la condanna in appello a ventotto e trent'anni, il maschio era ritenuto l'esecutore materiale del delitto. Poi la cassazione. In mezzo, sette anni di esposizione mediatica. E lui, Bruno, s'era fatto la sua idea, che probabilmente corrispondeva a quella dell'osservatore medio. I due ragazzi non potevano che essere colpeoli. Empoli li aveva classificati. Imbottigliati con etichetta indelebile. E quelli dovevano essere. Ogni volta che i tre volti venivano esposti sui media, lui riconosceva e separava martire e carnefici. Che terribile coraggio avevano avuto quei due, pensava. Si sentiva migliore, e da quella bottiglia non li liberava più. Quella sera però, apprese che in cassazione i due erano stati dichiarati definitivamente innocenti.

E lui aveva smesso di scrivere, scostato il quaderno e s'era messo la mano sulla fronte. I due giovani riconosciuti innocenti erano ora di fianco a lui, ad occupare altre due sedie intorno al tavolo del salotto.

Gli chiesero di ridar loro la propria vita, o almeno gli otto anni che avevano trascorso nel limbo. Con sguardo gentile, fu il ragazzo a rivolgersi a Bruno:

"Dovresti proprio renderci quegli otto anni, per favore. Solo allora li riavremo davvero, quella della legge non è che una assoluzione formale, noi abbiamo bisogno di quella della gente. Pensaci, ti prego. Adesso dobbiamo andare, abbiamo tante di quelle persone ancora da convincere..."

Rimasto solo, ci mise più di un pò, il buon Bruno, prima di ricominciare a scrivere. E quando riprese, lo fece senza convinzione. Avrebbe aperto, infine, quella bottiglia?

La fissava dallo scaffale, restava sigillata, l'etichetta bianca in buona evidenza. Non l'ha riaperta, per qualla sera. Ricorrendo a quello che era un classico compromesso con sè stesso, si disse che l'avrebbe lasciata chiusa ancora per un pò. In fondo le giurie non erano infallibili. Quei due giovani dovevano essere gli assassini, lo dicevano tutti.

A questo punto gli era venuto un brivido di freddo.

Dunque lui giudicava a seconda di quel che dicevano tutti?

Certamente no, che diamine! Era un uomo che sapeva discernere! Ma per quella sera, dopo essersi alzato tre volte, deciso a riaprire la bottiglia e liberarne i due innocenti, per tre volte s'era risieduto, senza farlo.

E non era più riuscito a leggere o scrivere. La mente s'era ormai allentata e lui non provava più gioia a restarsene in salotto circondato dai suoi libri, a svolgere l'attività che amava. Intorno a mezzanotte era andato a letto. Non temeva che non sarebbe riuscito a dormire: non soffriva d'insonnia e smettere di pensare gli faceva sempre bene.

Il giorno dopo, sabato, era tranquillo. Una giornata che passava normalmente, a riassettare la casa, fare un pò di spesa, riposarsi, insomma viveva da persona normale. Quel sabato pomeriggio tardi andò in chiesa. Era molto religioso: non saltava mai una Messa, anche quando sentiva che non aveva troppa voglia di andarci. Perchè sapeva che si trattava di un suo preciso dovere: nè più nè meno che andare a lavorare.

Questo lo faceva stare male.

Sentiva che avrebbe dovuto andarci con gioia, invece talvolta la frequenza gli si rivelava un peso.

Bruno era molto devoto alla Madonna: le dedicava la prima preghiera del mattino e l'ultima della sera. E a Lei chiedeva di diventare migliore in quanto riteneva di non essere buono e di non meritarsi tutto quello che aveva.

Per quale ragione, le chiedeva, nonostante fosse un credente convinto, s'annoiava spesso nel corso della funzione religiosa?

Era successo anche quel sabato sera.

La Vergine gli aveva risposto tramite il sacerdote officiante, durante l'omelia. Il prete parlava di cose pratiche. Del doloroso fenomeno dei Cristiani in medio oriente. Incitava i fedeli a pregare per loro, senza lasciarsi prendere da sentimenti di odio o rancora per i "nostri fratelli che sbagliano". Parlava di questo ed altre questioni di primaria importanza quali la tolleranza, l'accoglienza, la follia umana, il discernimento, il perdono. Inevitabile, inestimabile. Per tutto il tempo della predica, Empoli ascoltava sempre con estrema attenzione. Non s'accorgeva nemmeno che passava il tempo e riteneva che quello fosse il momento pregnante della celebrazione. Quelle che lo annoiavano erano altre funzioni della celebrazione: certe invocazioni vuote, costituite da terminologie pompose, obsolete, astratte. Certi inni cantati a più voci, impeccabilmente suonati, che parevano ogni volta sollecitare più che altro il narcisismo degli esecutori. Credeva che la funzione, oltre che da un'omelia anche corposa purchè significativa, dovesse essere in sostanza costituita dalle letture, il Vangelo, il Padre Nostro ed i riti di Comunione.

Era convinto che questo avrebbe attirato più giovani alla Santa Messa, non certo le formule più vetuste della celebrazione. Ma quando aveva accennato a queste sue convinzioni in confessione, il prete l'aveva squadrato con aria di rimprovero, lui s'era subito sentito un blasfemo, mentre in realtà cercava solo un dialogo, un confronto, una risposta.

Il prete non aveva invece nemmeno voluto ascoltarlo, e lui era rimasto nel dubbio. Era davvero un'opinione tanto ardita?

Non l'avrebbe mai saputo, e nel frattempo aveva continuato a frequentare fedelmente le funzioni religiose, tenendosi per sè le opinioni indesiderate, i momenti di noia e quelli, fortunatamente non mancavano mai, di sincera condivisione e ardimento di fede.

E anche quel sabato era uscito da chiesa mediamente risollevato.

La domenica mattina aveva chiamato la madre. Era stato invitato a pranzo dai genitori e preannunciava il suo arrivo.

Erano cinque anni che abitava da solo, malgrado in realtà non ne avesse bisogno. Lui avrebbe potuto benissimo continuare a vivere coi suoi, ma s'era arreso, non sapeva bene nemmeno lui a cosa. Alla logica, forse.

Una logica astratta, che voleva che un trentacinquenne non potesse più, e già da tempo, suvvia, restare nella sua casa d'origine. I suoi non lo avevano influenzato, ma s'erano sentiti sollevati nel momento in cui Bruno li informava che aveva trovato un trilocale in semicentro accollandosi un mutuo a tasso variabile ventennale.

S'era accorto che da quel momento la sua figura era cresciuta di considerazione agli occhi della gente. Anche se lui avrebbe preferito non avere quegli ottanta metri da pulire e ripulire, quella sacca periodica di vestiti da portare in tintoria, la pigna di piatti da lavare ogni tre/quattro giorni finchè l'acquaio si permeava di ragnatele. Era un emancipato, era maturato, adesso? Non lo sapeva e non ci poteva pensare. La differenza era che aveva molte più cose da fare, ma la panettiera lo chiamava "Signor Empoli" e non "il figlio della Pierina".

Arrivò dai suoi alle dodici e trenta: il padre lo attendeva in poltrona mentre la madre era china sui fornelli, lo salutò frettolosa, doveva curare il risotto.

"Siedi figliolo, come va?"

"Bene, papà, bene, grazie".

Il padre gli sorrise, il figlio ricambiò.

Bruno Empoli si sedette a tavola coi suoi occupando lo stesso posto che aveva quando ancora abitava con loro. Mangiavano senza troppe parole, seguendo il telegiornale. Bruno era sinceramente affezionato ai propri genitori, ma da loro aveva ereditato una certa sobrietà nei modi e tendeva ad evitare gli slanci affettivi. Tra il risotto e il pollo, guardò sua madre. Gli pareva che la ruga che le solcava la fronte si facesse più marcata. Avrebbe voluto, di colpo, alzarsi e darle un bacio, ma non lo fece. Pensò d'informarsi circa la sua salute, rinunciò, nel timore di ricevere cattive notizie. Ma se ci fosse stato qualcosa glielo avrebbero detto, era suo figlio in fondo. IL padre invece gli sembrava avere sempre la medesima espressione paffuta, con quel bel ventre tondo eppure non aveva mai sofferto di colesterolo o patologie particolari. Si, lui scoppiava di salute, come sempre. Almeno sperava. Scacciò quei pensieri dalla mente, avrebbe pregato la Madonnina per i genitori, come sempre, ma non gli andava di parlarne. Dopo pranzo, se ne andavano tutti a riposare, un'oretta, non di più, era come un rituale. Bruno Empoli rientrava nella cameretta ove aveva vissuto sino a un quinquennio prima. Lo pervase il solito attacco di nostalgia, che al solito scacciò. Il pomeriggio decise di restare coi suoi. Non era una privazione per lui, come loro pensavano. Gli dava davvero piacere passeggiare per le vie del centro, chiudersi al tepore di un bar per una cioccolata, informarsi genericamente su dispiaceri e gioie, serenità e contrattempi. Perchè abitare separati, allora?

Se lo chiedeva quando malinconicamente riprendeva la strada di casa sua, o meglio, del luogo dove abitava, che non era lo stesso.

"Sei sempre solo?", gli chiedevano i suoi

"Si"

"Ti dai da fare?"

Che voleva dire, darsi da fare?

Sforzare l'eliminazione di una solitudine accompagnandosi con chi era altrettanto solo, tanto per migliorare una statistica? Per realizzare l'escalation sognata dai suoi e miliardi di altri genitori nel mondo. E' cresciuto, ha trovato un lavoro, è uscito di casa, ha trovato una brava ragazza, s'è  sposato...

Ma secondo lui l'amore non si provoca, e le solitudini non si cancellano a forza. Intanto però viveva una situazione ibrida, era rispettato e scontento, stimato e irrequieto.

La sera di quella domenica si trovava in salottino, col televisore acceso al minimo. Era deciso a non pensare, perchè stavolta non avrebbe superato facilmente la crisi, guai se si fosse fossilizzato su un pensiero, un'idea, un'intuizione...come avrebbe pareggiato i conti con sè stesso? Così scriveva, leggeva, occupava in pieno il tempo che si era dato prima d'andarsene a dormire. Il giorno dopo era giorno di lavoro, e lui seguiva schemi inflessibili per il riposo. La mattina seguente, la testa era libera, lucida, priva degli insidiosi interrogativi - improvvisi, spietati - che gli frastagliavano l'esistenza

 

GRUGLIASCO SWING 2017

8 GIUGNO 2017


GRUGLIASCO SWING è una rassegna musicale della durata di una settimana che si svolge sul territorio di Grugliasco: un'occasione di incontro per orchestre, musicisti e appassionati, formata da spettacoli, concerti, intrattenimenti musicali al chiuso e all'aperto, corsi di formazione musicale e di ballo. Tutte le iniziative della rassegna hanno il comune denominatore nel genere musicale, lo Swing, la più nota e apprezzata forma di jazz orchestrale, nata nell'America degli anni '20 e caratteristica colonna sonora di un’intera epoca, la “Swing-Era”, identificata nel periodo che va dagli anni '20 alla fine degli
anni '40. Da alcuni anni la musica Swing gode in tutta Europa di un meritato revival, come testimoniano le decine di “swing-festival” presenti anche nel nostro Paese, riacquistando il ruolo che le era proprio negli anni iniziali, quello di musica “sociale”, capace di entusiasmare un pubblico vasto ed eterogeneo. Così nasce il progetto di GRUGLIASCO SWING, ad opera dell'AGAMUS (Associazione Giovani Amici della Musica) di Grugliasco, che promette di coinvolgere e divertire la città con le note e le atmosfere degli anni di Glenn Miller e Benny Goodman.

La rassegna, quest’anno alla sua terza edizione, si terrà nei giorni da Sabato 10 a Domenica 18 giugno, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Grugliasco, con Società Le Serre e con Fondazione Piemonte dal Vivo, sotto il Patrocinio della Regione Piemonte. La realizzazione si avvale del supporto e della consulenza artistica della scuola di swing-dance di Torino Dusty Jazz, e della collaborazione della Pro Loco di Grugliasco.

Le giornate di festival includeranno due concerti serali: Venerdì 16 presso il Padiglione “La Nave” e Sabato 17 al Teatro Le Serre. Il primo dedicato allo swing tradizionale “da ballo”, con l'alternanza di due orchestre da due palchi distinti; il secondo un concerto “da ascolto”, con il Trio del trombettista Fabrizio Bosso, ospiterà anche il cantante Walter Ricci. Durante la giornata di Sabato 10 le vie del centro cittadino saranno animate da esibizioni musicali nello stile di New Orleans, tenute da orchestre dixieland itineranti. Un'anteprima di musica itinerante sarà anche ascoltabile nel pomeriggio di Sabato 3 giugno presso la galleria del Centro Commerciale Le Gru di Grugliasco. Sempre Sabato 10, in diversi momenti della giornata, si terranno inoltre dei concerti all'aperto nelle piazze e nelle vie del centro. Domenica 11 il festival sarà nuovamente ospitato dal Centro Commerciale Le Gru, dove si terrà un concerto con l'intervento alternato di due orchestre. Per tutta la settimana, da Lunedì 12 a Giovedì 15, in orario tardo pomeridiano vi saranno concerti-aperitivo presso esercizi ristorativi del centro cittadino. Infine Domenica 18 giugno sarà di nuovo all'insegna dello swing “on the road”, con musica itinerante e concerti nelle vie del centro, per terminare la sera con un concerto in piazza con due formazioni alternate, con possibilità di ballare e, per i musicisti, di cimentarsi in jam-session. Per gli appassionati di balli swing, Sabato 17 e Domenica 18 vi sarà la possibilità di partecipare a corsi di Lindy Hop e Charleston di diverso livello, a cura dell'Associazione torinese Dusty Jazz, che si terranno presso il Padiglione La Nave del Parco Le Serre. Sempre il 17 e 18 si terrà inoltre uno stage musicale intitolato alle tecniche e agli stili di jazz orchestrale e di big band, a cura del M° Gianpaolo Casati, docente del Conservatorio di Torino, che si terranno presso la sede dell'Associazione Agamus di Grugliasco.

Infine, il festival ripropone la sezione “educational” dedicata agli studenti delle Scuole di Grugliasco: nel corso del mese di maggio si terrà un ciclo di sei incontri con le scuole medie, a cura degli insegnanti dell'Associazione Dusty Jazz, nei quali, attraverso un approccio teorico-pratico e interattivo, i ragazzi potranno imparare, cimentandosi direttamente, i passi fondamentali del ballo swing. Il ciclo di lezioni prevede una esibizione-saggio durante la serata di Venerdì 16.

GRUGLIASCO SWING 2017
III Festival della Musica Swing

SABATO 10 GIUGNO
“Swingin’ on the road” a cura dell’Associazione Agamus
Centro cittadino

 

IL DIARIO

9 GIUGNO 2017

 

Ci sono tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Non hanno paura. Se sbandassero, potrebbero volar via e salvarsi. Resto a guardarli, senza pensare di abbassare gli occhi e ritornare in camera. D’altronde la nostra camera è in stand-by. Non ho ancora iniziato a mettervi mano. Ho le idee abbastanza chiare al proposito, ma mi manca la voglia di realizzarle. Di base, vorrei lasciare tutto com’è. Il tuo letto, il tuo armadio di fianco al mio, lo scaffale, la scrivania lo stereo al suo posto, che continuerò a non usare dal tanto che ne eri geloso. Era scontato che ognuno avesse le proprie cose, i propri possedimenti. Non che non potessimo invadere gli spazi, semplicemente non ci veniva in mente. Per questo adesso guardo “di là” e resto perplesso. Vedo involucri che esistono da sempre, copertine conosciute, coperchi noti, oggetti di cui potrei citare a memoria forme, colori, dimensioni, il tutto sparpagliato senza criterio apparente sulla scrivania o sullo scaffale. Ma non li conosco. Non mi è mai venuto in mente che avrei potuto chiederti di farmi dare un’occhiata, di prestarmi qualcosa; non ho mai pensato che forse avrei anche potuto benissimo farlo direttamente. Lo stesso, per te. Che strano: il nostro era davvero un ottimo rapporto, eppure tutto era immutabile, da sempre. Di colpo mi prende una frenesia isterica, di aprire tutto, di leggere tutto, di venire a scoprire tutto, ed ora che potrei farlo senza alcun impedimento, provo solo orrore al pensiero. Mi sembrerebbe di profanare. Così per qualche tempo, mi sono limitato a spolverare. Anche questo, prima non l’avevo mai fatto. Avevo già la mia parte, che non era piccola. Sono arrivato a pensare, vergognandomene relativamente, che adesso si potrebbe finalmente tenere in ordine la totalità della camera, però anche qui mi pare di violare, di mancare di rispetto. Ma adesso che tutto è tornato tranquillo, adesso che anche i miei sembrano ridiscesi sulla terra e stiamo cercando di ricompattare e di razionalizzare, c’è qualcosa che mi frulla in testa e mi lascia inquieto. Tra tutto il materiale vario che costituiva, costituisce tuttora, devo ricominciare ad usare il presente, l’altra metà della stanza, c’è qualcosa che non contribuiva a formare la massa informe e senza nome dell’off-limits. Qualcosa che, a differenza delle altre, colpiva lo sguardo. Contribuisce, colpisce. L’ho detto adesso, che dovrei tornare ad usare il presente,ma ci metterò ancora un po’ di tempo, sono in evidente fase di rodaggio, di convalescenza. Ho riflettuto a lungo se avessi dovuto farlo o meno. Poi oggi pomeriggio, ho deciso. E’ sabato, il tempo è grigio, ed io non ho nessuna voglia di uscire. Tu saresti uscito comunque, di questo sono certo, ma a me non sarebbe mai venuto in mente di fare ciò che ho fatto. Comunque, ho rotto gli indugi. Sono entrato nella tua metà, senza che alcuno avesse nulla da obiettare. Ho guardato la pigna, ho allungato la mano, ho preso il quaderno. Un quaderno in progress, questo mi ha sempre incuriosito, nel senso che sono due o tre quaderni incollati uno sull’altro, e non era da te. Mi intriga pensare che tu potessi avere un progetto in sviluppo, tale che ti facesse riempire tre quaderni di fila. Oh, non che avessi una vita noiosa, ci mancherebbe; il lavoro, la palestra, la fidanzata, la musica, la famiglia, in ordine casuale, facevano sì che ti riducessi a dormire anche quattro/cinque ore per notte. Fatto sta che adesso sono qui, alla metà abbondante di un grigio sabato pomeriggio, tra l’altro senza nemmeno gli anticipi della serie A, con un quaderno triplo nella mano e lo sguardo incantato verso l’alto, rimirando tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Perché è proprio con quest’immagine che la remora si è insinuata forte, impedendomi di aprire la prima pagina come fosse incollata con la coccoina. Ci penso e ci ripenso, e non ho proprio idea di cosa potrei trovarci, ormai non do più niente per scontato. Resto qui con il triquaderno in mano e mi sembra di scorgere al linea arancione del tramonto autunnale che, freddo ed intenso, sta per investire lo specchio di cielo oltre la finestra. Devo pur fare qualcosa. Chissà perché non i libri, di molti non ricordo nemmeno il titolo. Perché no le cartellette, i fogli volanti, ricordo che te ne ho visto aggiungere uno sulla pigna pericolante proprio il giorno che è successa la cosa. Se almeno fossi stato ordinato come me, adesso dalla tua parte vedrei solo uno scaffale ed una scrivania dalle forme armoniose e poco accattivanti, invece così è una tentazione continua. Mi metto su il the, ci sarà pur qualcosa nella fascia preserale, intanto ci penso. Dove ho messo il telecomando? I miei non sono ancora rientrati, certamente han fatto uno di quei giretti terapeutici che lo psicologo ha consigliato per evitare di trascorrere lunghi vuoti pomeriggi elucubrando. Preparerò io qualcosa, ultimamente si mangia un po’ a casaccio e nemmeno questo è giusto, se dobbiamo cercare di recuperare la normalità. Ah, ecco il telecomando, meno male. Così eccoci qui, infine. Adesso sono le 19, ho appena terminato di bere il the e guardo la televisione amaramente, col volume appena sopra il limite delle frequenze riservate ai cani. Fuori tutto è scuro, non vedo più i piccioni, saranno volati a cercar riparo per la notte. Voi due non siete ancora rientrati, mi sa che metterò su davvero quei quattro spaghetti, anzi tre. Ed il tuo quaderno giace intatto nel raccoglitore differenziato della carta. Mi spiace che tu non ci sia più, e particolarmente mi spiace che non abbiamo parlato di più. Forse non avresti avuto bisogno di scrivere quel quaderno, che non ho violato ma ho capito, era certo un diario. E io non mi sarei macerato nel dubbio prima di decidermi a gettarlo. E’ meglio così. Non avevo il coraggio né il diritto di aprirlo e tanto ormai quanto di ciò che c’è scritto può ancora aver senso?

 

L'EREMITA E LA STAGIONE DELL'AMORE

5 GIUGNO 2017


e che io non sia dileggiato,

che non venga compatito

per l’isolamento

cui mi sono votato

io dell’amore

ho visto la stagione migliore

giovane e intenso,

sincero e fugace

al riparo del raggiro del tempo,

delle sue promesse vane

 

TRE FRATELLI 3) PROSIEGUO SECONDA SCENA

24 MAGGIO 2017

 

Lunedì 4 aprile -

Giornata normale (cioè, inenarrabile)

(Claudia)

 

 

 

 

Anche per oggi, basta. Ho raccolto tutto, ma proprio tutto, e anche stasera non è bastato un carrello solo. Sono stupita, di ricevere ogni giorno nuove, inattaccabili testimonianze dell’umana maleducazione. Anche oggi ho trovato un pacco di assorbenti nel cestino verde dei peperoni, pacchettini di biscotti disseminati senza uno schema preciso tra le fette biscottate e il pane azzimo, e naturalmente l’immancabile sacchetto di surgelati tra le mozzarelle, che stava già iniziando a gocciolare. Sono solo alcuni esempi, inutile dilungarsi. Fare la cassiera sarà più pesante, più impegnativo a livello mentale ma non ti induce a sentimenti omicidi nei riguardi dei tuoi simili. Inutili i cartelli coi quali appellarsi alla “cortesia del cliente”, vane le telecamere, mi riuscisse qualche volta almeno di beccare in flagrante un fenomeno che sceglie un articolo e poi, cambiando idea, lo abbandona a caso in un altro reparto…non so che gli farei, potrei mettergli le mani addosso.

Per fortuna il nervoso passa presto. Passa subito: dopo sei ore a correre avanti e indietro, l’irritazione la rimuovi e le ridai appuntamento al giorno dopo.

Arrivo a casa e le cronache non sono granchè diverse da quelle del giorno prima. Ale e Chiara cercano di studiare, e meno male che piove così dopo un'occhiata delusa alla finestra rituffano le facce sui libri, per quel che vale.

Sono le tre del pomeriggio, questi due poveri tapini han mangiato a scuola, e chissà se han mandato giù qualcosa di umano. Dovrei farmi sentire più spesso presso la direttrice, so che mi detesta, un giorno si e uno no, favorita anche dai miei turni strani, piombo in sala mensa. E lì, chiedo, annuisco, storco il naso, do suggerimenti che ovviamente non saranno ascoltati, insomma rompo le scatole nella speranza che in quella mensa propinino un giorno o l'altro qualcosa di meno indigeribile. Verso le cinque, smette di piovere. Manca un'ora al ritorno di Niccolò e a dir la verità, l'essermi piazzata qui strategicamente sul divano a sferruzzare, con l'occhio peraltro vigile ai due marmocchi (si fa per dire, ribadisco, uno è una pertica e l'altra gli sta dietro), che alzino la faccia dai libri il meno possibile, un pò di malinconia me l'ha pure appiccicata addosso.  Così, mi son sentita spuntare un sorrisetto mite, non esattamente una mia peculiarità, li ho guardati un paio di volte ancora come a soppesare la mia decisione e ho detto loro:
"Andiamo a farci un giretto, prima che torna papà?"

Inutile dirlo, approvazione entusiastica.

In un momento, sono pronti, quasi mi strappano via dal sofà, avrei voluto aggiungere: "magari chiudete e riponete libri e quaderni al loro posto" ma sarebbero state parole al vento. Così lo faccio io, incurante delle loro piccole proteste impazienti. (Ri)metto le scarpe che pensavo a riposo sino al mattino seguente e vengo gentilmente sospinta oltre l'uscio di casa.

Niente ascensore, è naturale, le due pesti sono già due piani più sotto.

Ma da tempo immemore ho insegnato loro ad attendere me, o Niccolò, nell'atrio, guai a uscire da soli. Non che via Santa Giulia sia l'autodromo di Monza, anzi; ma basta lambire il corso San Maurizio, a cento metri da qui, che mi parte la tachicardia. Ci sono quattro semafori d'attraversare, e io conosco i miei polli. E sarò forse io, Claudia Tempesta, anni 42, una pazza ipertesa, ma anche oggi ripetiamo il rituale. Io in mezzo, la sinistra ad Ale, la destra a Chiara, e si parte sparati non appena scatta il verde. Un minuto dopo, eccoci a passeggiare avanti e indietro per i giardini Reali. Vorrebbero salire a piazza Castello ma non ne ho gran voglia. Mi sistemo su una panchina, e mi metto a leggere, imponendomi di non alzare gli occhi dal libro, e ci riesco. I giardini mi rilassano e m'illudo che i miei figli non corrano il minimo pericolo, ci dev'essere un angioletto che svolazza tra il verde. Fatto sta che, sfiniti, sbucciati, sudacchiati, alle sei in punto tornano all'ovile, ossia alla panchina, come da dettame materno. Sei e dieci siamo a casa, e Niccolò rientra proprio mentre i ragazzi affrontano l'inevitabile prova bagno. Sorride, malgrado lo stress. E in quel momento mi crolla addosso una stanchezza inenarrabile, la sola idea di scaldar l'acqua della pasta m'atterrisce.

Così la mette su Niccolò.

Tanto io devo curare che i due pischelli non m'allaghino il bagno.

Una giornata in fondo eccellente, piena di ciò che davvero voglio di più, il lavoro, i figli, la famiglia.

Se solo quel testone di Giuseppe comprendesse l'oro che cola da una vita del genere, e non inseguisse fallaci chimere...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 4 aprile -

Due cantieristi: il mite e l'impetuoso

(Ivano)

 

 

 

 

Siamo arrivati qui in cantiere in perfetto anticipo, il che non si può dire, sfortunatamente, del nostro ospite.  I minuti si affastellano veloci, silenziosi, stillati da un orologio a pendolo che sulla parete è l'unico elemento estraneo a diagrammi, statistiche, carte topografiche e quant'altro. Il signor Merlotti dovrebbe arrivare a momenti, continua a cinguettare la segretaria, una nenia che accompagna me e Carlo, il mio collega, ogni tre/quattro minuti, non appena si accorge che alziamo gli occhi dalla rivista, ci guardiamo in giro, ci accomodiamo meglio sulla poltrona di questo ufficietto ricavato nel prefabbricato in mezzo al cantiere.

Cinque minuti dopo, Carlo si spazientisce, si alza dalla poltrona, si avvicina alla segretaria, comincia a protestare.

"Senta. Che il signor Merlotti arriverà a momenti, ormai l'hanno imparato anche i muri, ma è una filastrocca che non sortisce effetto, e purtroppo noi abbiamo un lungo giro da fare. Se dovessimo ritardare mezz'ora per ogni cantiere, faremmo notte, per cui, gentile signora, ci faccia un santissimo favore, chiami il signor Merlotti e gli chieda di arrivare davvero a momenti, in modo che si possa finalmente fare il lavoro."

"Io comprendo le sue ragioni", abbozzò l'impeccabile segretaria, "ma ho ricevuto ordini precisi di non disturbare il signor Merlotti per nessun motivo, per cui…”

Ho notato con la coda dell’occhio che Carlo iniziava ad arrossire, e non era mai un buon segno. Gli scazzi più memorabili in ufficio e fuori partivano spesso da lì. E’ esploso meno di cinque minuti dopo, proprio quando scattano i tre quarti d’ora netti di ritardo.

“Signorina!”, sbraita “adesso lei prende quel telefono, digita il numero del signor Merlotti e lo materializza qui, lei lo faccia pure con la massima gentilezza per cui è profumatamente remunerata, oppure se crede lo faccio io con la massima rudezza per la quale sono scarsamente pagato, scelga lei!!”

E si è alzato, lento, con la faccia leggermente alterata, il che preoccupava la ragazza. Un secondo più tardi però, il viso dell’irreprensibile segretaria appariva già, peraltro, sollevato.

Visto che mi sono alzato anch'io a guinzaglio del mio irascibile collega, l’ho preso per le spalle, l’ho guardato in faccia, abbozzando un sorriso, poi ho dato aria alla bocca:

“Su, non ti scaldare. E’ una persona che lavora, come noi, ha degli ordini da rispettare, non dobbiamo metterla in difficoltà, già ci stiamo noi, in una posizione spiacevole. E poi è solo il primo appuntamento di oggi, ci verrà un fegato tanto, di questo passo…”

Carlo è un po’ impetuoso, ma in fondo è un buon ragazzo, solo che si lascia troppo spesso prendere dalla frenesia, come dalla paura di non riuscire a portare a termine il compito assegnatogli.

La signorina mi guarda e la sua gelida maschera professionale pare lambita da un umanissimo ammicco di riconoscenza. Un momento più tardi, trafelato, entra il signor Merlotti, che inizia a profondersi in un confuso soliloquio di discolpe e giustificazioni assortite. Carlo gli si avvicina zelante, assumendo un’espressione suadente, da indegno leccapiedi. Scuote piano la testa con aria solidale, butta fuori ovvietà del tipo ma ci mancherebbe, gli impegni, la vita frenetica e quant’altro, io mi limito a stringergli la mano...

Alla fine dell’appuntamento, usciamo di nuovo all’aria aperta, soddisfatti. I lavori procederanno speditamente, c’è da ambo le parti un buon spirito di collaborazione.

Prima di salire in macchina, Carlo mi ringrazia per l’intervento. Mi schernisco, non deve farlo. Anche se m’intenerisce la gente che riconosce intimamente di aver sbagliato, in qualche modo. E’ davvero difficile, rendersi conto d’aver tenuto un comportamento poco opportuno e trovarsi di fronte alla necessità di fare ammenda. Carlo si trova spesso in questa situazione,e quasi sempre ne avverto l’imbarazzo. Io cerco, semplicemente, di non correre il rischio di trovarmi mai in questo stato d’essere. Dopotutto, a che serve? Voglio dire, ogni volta che uno sbrocca, quante possibilità reali ha di cambiare davvero, la situazione? Certamente non ne aveva Carlo pochi minuti fa, nel suo vano, se vogliamo misogino tentativo di assoggettare la povera segretaria al suo volere.

Mia sorella, mi viene in mente, attribuisce a questa particolarità del mio carattere il fatto d’essere tuttora single. Di esser passato sopra alle ingiustizie, d’aver lasciato perdere dopo aver subito qualche tipo di fregatura, per assurdo di non saper portar rancore. Se qualcuna, e sottolineo “se”, si fosse comportata male con me, o m’avesse pure “fregato” in qualche modo, perpetrando le ingiustizie cui Claudia nostra accenna, e io avessi fatto il diavolo a quattro in reazione, che avrei ottenuto? Avrei forse tirato dalla mia parte qualcuna che di base non aveva nessuna intenzione reale, seria, nei miei confronti?

Dal mio punto di vista, no.

E questo le basta, perché mi consideri un po’ coglione. Se aggiungiamo poi il suo essere la sorella maggiore e la sua naturale propensione ad impartire consigli senza che mai la sfiori il dubbio di non possedere, in fondo, la verità assoluta, ecco spiegato il suo atteggiamento, poco gentile forse, ma comprensibile.

D’altronde rinnegherei me stesso, se me la prendessi con lei per questo suo modo d’essere. Che poi a me, questa storia dell’essere single, non mi sembra un disonore, o quanto meno non dovrebbe rappresentare a prescindere un marchio d’immaturità. Negli occhi, nel pensiero delle persone che incontro, colgo invece un biasimo velato, una stilla di scherno, nei sorrisini appena accennati. Anche in questi casi, lascio correre, ho imparato presto quanto sia vano lottare contro pregiudizi radicati come questi. L’ho spiegato anche a mia mamma, che s’infuria quando succedono queste cose, perché prendersela. Lei mi conosce meglio di chiunque altro ma a differenza di chiunque altro non darebbe mai un giudizio tanto affrettato, e questo è quanto basta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 7 aprile -

L'espositore è paranoico e tachicardico

(Giuseppe)

 

 

 

 

E' già passata una settimana da quando ho ricevuto la mail di Pazzi. Gli ho mandato subito il "cortese cenno di ricevuta", come ha richiesto nella sua email affettata e formale oltre ogni dire. E da quel momento, silenzio. Lo so, sono un paranoico. Io, Tempesta Giuseppe, anni 40 il prossimo 28 settembre, sono un paranoico. Oltre che, ovviamente, un povero pazzo illuso che non s'arrende alla sua realtà da impiegato. Ho fatto bene a non dire nulla a Claudia. Chissà cosa avrebbe detto adesso, vista la perdurante mancanza di novità. Ho fatto bene a non dirle nulla, ma forse avrei fatto bene a non dire niente nemmeno a Ivano. Inutile specificare che mi sarei aspettato qualcosa in più, da lui, che un tiepido, "in bocca al lupo, ti meriti tante soddisfazioni, mamma ti manda un bacione punto esclamativo", in risposta al messaggio che gli avevo fatto la stessa sera.

Ma si, ma si. Ha ragione lui. Altro che cercare d'instillargli un pò di sano fuoco per la musica, è lui che mi spinge a raffreddare il mio per la pittura. Devo smettere di tampinarlo, non voglio a mia volta rischiare di farmi influenzare.

Ma sono le otto e mezzo di sera, è passata una settimana e visto che sono un paranoico, afferro lo smartphone e corro a recuperare la mail di Flavio Pazzi di sette giorni or sono. La leggo e la rileggo. Non c'è motivo che si tiri indietro. S'è esposto, scripta manent, "...la ricontatterò nelle prossime settimane per invitarla alla riunione che si terrà negli uffici comunali per organizzare la Festa..."

La mia risposta è stata inviata (ho controllato un'altra volta, ho controllato almeno tre/quattro volte al giorno da giovedì scorso), non è mai tornata indietro, non c'è la minima possibilità che non sia arrivata al server di Pazzi. Dunque perchè preoccuparsi? Le prossime settimane, ha scritto: ne è passata soltanto una. Mancano più di due mesi alla Festa cittadina d'Avigliana. Ma mi agito quando penso a tutte le questioni logistiche, organizzative che è necessario affrontare e risolvere. Bisogna fare la riunione, bisogna prendere accordi, stabilire la location, gli orari, dovrò decidere quanti quadri portare, dovrò soprattutto selezionare quali tele vorrò esporre.

Qui da paranoico passo a tachicardico. Sono sempre stato un pessimo giudice delle mie opere. Di tutte quelle che ho dipinte, finora una trentina, ce ne sono tre o quattro di cui sono particolarmente orgoglioso, e ogni volta che qualcuno (pochi: qualche amico, un paio di parenti, oltre ai miei familiari) le viene a vedere, gliele mostro sempre per prime. Dai loro visi, mezzi sorridenti, mezzi imbarazzati, capisco che non potranno mai dire ciò che pensano esattamente. Certo. Loro si aspettano il ritrattino, magari della leggiadra dama dell'ottocento, oppure il bel paesaggio bucolico, o al limite un mare in tempesta (il che s'adatterebbe bene al mio cognome) solcato da un cielo nero pece. Quello che dipingo io, invece... Insomma, sono pieno d'incertezze, accentuatesi, per assurdo, da quando Flavio Pazzi m'ha inviato quella email. Ma sto facendomi forza per non gravare le mie...paranoie, sulla famiglia. Così ostento tranquillità, ottimismo, normalità; da giovedì scorso non ho più accennato alla cosa con Cristina, Lisetta mi stampa in fronte un immutato numero di bacetti e la favola per addormentarla la sera sortisce immancabile l'effetto sperato.

Tutto procede normalmente, almeno così sembra.

 

Giovedì 7 aprile -

Anniversarmi e mammonismi

(Ivano)

 

 

 

 

E' inutile sottolineare come anche questo giovedì, le prove abbiano sforato abbondantemente l'orario stabilito. E pensare che io a suonare, stasera, manco ci volevo andare. E' stata mamma, non ci crederà nessuno, a insistere affinchè io non dessi buca ai miei compari. Ho rimuginato per alcuni giorni, martoriato dal dubbio, e fino a poche ore prima stavo per mandare un messaggio circolare agli altri inventandomi un malanno o un impegno inesistente. Quando mamma s'è accorta che traccheggiavo, ha voluto sapere cosa avessi, e da lì ha facilmente imposto la sua volontà. Anche perchè la mia non era poi tanto forte, avevo semplicemente bisogno di qualcuno che decidesse per me, in modo da tacitarmi la coscienza.

Insomma, oggi sono sedici anni che è morto papà. E m'è sembrato naturale pormi un problema di coscienza, che poi m'è stato risolto come ho appena raccontato. Gerardo Tempesta è stato qualcuno che in fondo ho conosciuto poco, ormai sono più gli anni da orfano che quelli da figlio. E m'accorgo che, spero di non scrivere qualcosa di terribile, non ho mai provato il dolore che avrei dovuto provare. Ero in prima media quando, poco più che cinquantenne, gli era stato diagnosticato il tumore alla prostata. Il mio mondo, forse già in colpevole ritardo, non contemplava nemmeno una realtà possibile, di quel genere. In prima superiore quando è deceduto, ma non ero certo un ragazzo maturo al punto da "realizzare". L'enormità di quella diagnosi mi ha colpito di striscio. Tutto il peso è ricaduto su mia madre e su Giuseppe (Claudia era già sposata da una ventina di mesi), il quale peraltro due anni dopo avrebbe a sua volta impalmato la dolce Cristina, una persona straordinaria, questa si che è la più grande grazia che ha ricevuto mio fratello, altro che imbrattar tele.

Le cose, per me, cominciarono a cambiare allorquando, diciassettenne, mi ritrovai a condividere solo con mamma un appartamento che per anni aveva ospitato cinque persone. Di colpo, la cosa mi crollò addosso. Non avrei mai più visto mio padre, ed era come se mi venisse svelato per la prima volta. Perchè realizzai che, quando ero adolescente, ragazzino, la sua malattia non era entrata al centro della mia vita come avrebbe dovuto. La scalfiva marginalmente. C'erano gli amici, la musica, le ragazze, poi la famiglia, la scuola, ma queste erano le cose ovvie, assodate, che non potevano, non dovevano essere il sale della mia esistenza. Erano normalità immutabili. Papà non doveva morire, e una volta capitato, la cosa era stata derubricata a "cosa della vita" assimilata ed archiviata dalla mia anima leggera da quindicenne che rimise in men che non si dica al centro del suo mondo gli amici, la musica, le ragazze, poi la famiglia, la scuola, ossia l'ovvio.

Quando mi sono ritrovato solo in casa, con mia madre, sull'orlo dei diciotto anni, è stato qualcosa d'indescrivibile. Ho cominciato, contemporaneamente, a patire il dolore ed avvertire i sensi di colpa. Quante volte, mi veniva in mente nei giorni più difficili, la mia gracilità caratteriale da tredicenne mi spingeva nella stanza da letto dove giaceva sofferente, a fargli un pò di carezze, qualche sorriso, magari ad asciugargli una lacrima col fazzoletto e poi rimetterglielo sul comodino, una decina di minuti in tutto prima di correre fuori a cercare gli altri. E' stato come se lui fosse morto davvero, per me, soltanto a partire da quel momento. La pena, la coscienza, il rimorso, hanno cominciato allora, a mordere sul serio, a fare il proprio lavoro. Ne ho parlato qualche volta con mia mamma, la quale ha sempre spalmato su questa ferita, tardiva ma non meno bruciante, il balsamo tonificante delle sue bellissime parole di conforto. Le ultime, ancora oggi stesso, quando mi ha convinto ad uscire, a suonare. Lei dice sempre che comprende, che è naturale, non ho niente da giustificare, l'età, eccetera. Per forza, è mia madre.

La cosa straordinaria, o forse normalissima, non mi sono mai confrontato con nessuno su quest'argomento, è che da quando ho assunto questa nuova, diciamo così, consapevolezza, è come se mio padre rivivesse con me. Lui sempre uguale, bello e forte com'era prima della malattia; io più maturo, io reale, io pronto ad amarlo, rispettarlo e volergli bene, come non ho saputo fare quando ero uno sbarbatello.

Ma se c'è una cosa che ho capito bene, che ho capito subito, da quando ho iniziato a percorrere questo nuovo sentiero, è che non voglio ripetere lo stesso, irrimediabile errore con mia madre, che per me ora è la figura centrale, insostituibile della mia esistenza, e tale resterà - credo, ormai - per sempre.

E se la gente scambierà, come già fanno, anche in famiglia, questo mio stato d'essere per immaturità cronica, mammonismo, pigrizia, incapacità d'assumere responsabilità e via superficializzando, è un problema loro. Mi spiace solo che mia madre ci resti male, in fondo però è logico.

Forse prima o poi affronterò questa strana storia che ho vissuto, che vivo, in un dialogo aperto con i miei fratelli.

Potremmo conoscerci meglio.

 

 

 

 

 

Venerdì 8 aprile -

L'assicuratore dal ciuffo gellato

(Claudia)

 

 

 

 

Niccolò è rientrato stasera con una faccia strana, stravolta di qualcosa che non mi pareva solo stanchezza, non gliela vedo molto spesso, ma penso non sia il caso di indagare. Come tutti i circa cinquantenni, più o meno in carriera, (definizione che lo fa imbestialire, ma è del tutto confacente alla sua realtà, come spiegherò fra un momento), vive la sua giornata lavorativa attraversando una vasta gamma di stati nervoso/emozionali. Dalle stelle alle stalle nel corso della stessa giornata, finanche dello stesso pomeriggio, talvolta. Questo determina l'espressione che lo contraddistingue quando entra in casa.

Perchè lo definisco "mezzo in carriera"? E' presto detto. Niccolò ha quarantasette anni e da oltre venti lavora presso la medesima compagnia di assicurazioni. E' un agente esterno, in sostanza un procacciatore d'affari. Nei primi tempi gli era stato proposto un lavoro impiegatizio, ma l'ha sempre rifiutato. Preferisce lavorare sul campo, come dice lui, gestire il suo bel portafoglio di clienti, con in mente sempre la regola aurea: detto portafoglio non è mai abbastanza pieno. Ha sempre lavorato a Torino città, con brevi digressioni nei dintorni. I risultati sono stati costantemente positivi, tanto è vero che ormai la cosiddetta ricerca di nuovi clienti occupa un posto secondario nella sua professione. Tra i soggetti cui ha fatto firmare le sue polizze indispensabili e convenientissime (è la sua terminologia preferita, un pò naif, se vogliamo, ma lui la pronuncia sempre con quel suo sorriso sbarazzino, 'sta riga leccata di gel e lo sguardo glam da dandy anni '80, ed ha convinto penna in mano uno stuolo imponente di clienti, più spesso d'estrazione femminile), figurano anche aziende di livello nazionale e professionisti di spicco in campo artistico e sportivo. Insomma non è proprio un deficiente: ovviamente ha un proprio ufficio nella sede della compagnia assicurativa, l'automobile aziendale e uno stipendio che farebbe invidia a molti dei nostri coinquilini di quest'allegra palazzina di Via Santa Giulia angolo Largo Montebello. Eppure è soltanto "mezzo" in carriera, almeno finora, perchè ufficialmente è ancora un semplice agente. Dalla stanza dei bottoni, per ragioni che gli sfuggono, oppure che conosce benissimo ma sulle quali ritiene opportuno non mettermi al corrente, non è ancora partita l'agognata lettera tramite la quale "è con grande piacere che le comunichiamo la nostra intenzione di mutare la Sua figura professionale da agente a quadro, con adeguate condizioni economiche, ecc ecc..". Insomma le cose vanno più che bene ma non tanto da collocare il mio dandy nella dimensione professionale che probabilmente meriterebbe. A sentir lui, se n'è lamentato più d'una volta col boss, e in ognuna di queste occasioni è stato puntualmente condito via con il sorriso d'ordinanza, il bicchierino di brandy e il set classico di balle assortite, del tipo la stiamo monitorando con attenzione, vedrà, verrà anche il suo turno, sono momenti complicati e anche a livello di organigramma non è facile operare dei mutamenti, insomma ti stordiscono col delirio e ti rigettano sul campo a sudare. Ma Niccolò, testardo come un mulo, ogni tanto torna alla carica, e fa benissimo, visto che i risultati sono con lui, chissà che prima o poi non ottenga questa benedetta promozione. Mi dice, quando torna da questi nulla di fatto in direzione, che non è tanto per vedersi aumentare lo stipendio, questo non è un problema. Mi parla di meritocrazia, di senso di giustizia. Sante parole, non fosse che nel nostro Paese, ma forse non solo nel nostro, non è che vadano più tanto di moda.

Stasera invece non apre bocca. Ai dolci salamelecchi di  Chiara ribatte un sorrisino stanco e distribuisce bacetti senza slancio, un paio dei quali finiscono anche sulle mie guance. Meglio che niente. Evito di chiedere, beh, com’ è andata, tanto si vede, così lo accomodo a tavola e lui si lascia trascinare dolcemente, me lo gestisco facilmente sul divano mentre la lavastoviglie compie il suo dovere, e a fine film da prima serata si riprende il bacetto sulla guancia.

"Buonanotte".

Mi alzo e vado a nanna, dopotutto domani mi aspetta il primo turno, e devo timbrare per le sette. Domani andrà sicuramente meglio, penso, mentre lo vedo risistemarsi sul sofà e arrabattarsi annoiato con uno zapping meccanico e infruttuoso.

Per forza andrà meglio, penso mentre mi spoglio e mi metto a letto, domani è sabato e in assicurazione non ci andrà proprio.

Ci penseranno Ale e Chiara a fargli tornare il buonumore, non certo la lista di mestieri da fare, che gli lascerò domattina presto a fianco della colazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 9 aprile –

Quel buco di mezz’ora

(Claudia)

 

 

 

 

Sono rientrata alle tre, come previsto, dopo una mattinata in fondo meno pesante di quel che pensavo. Aprile è sbocciato di colpo e molti clienti son fuggiti direzione lago, monti o mare, altro che mettersi in coda davanti a me con frutta, carne o affettati vari. Chiamali scemi, l'avrei fatto anch'io. Nel mio piccolo, anche se il caporeparto m'ucciderebbe, o più semplicemente mi licenzierebbe, mi sono accontentata di qualche momento di pausa, col nastro lucente nero davanti a me vuoto e fermo, e l'ho trascorso a riflettere sui casi miei. Capita, ogni tanto, e non sempre porta a dolci elucubrazioni.

Chissà che aveva, ieri sera Niccolò. Poche ore e, forse, l'avrei scoperto. Se avesse continuato ad esibire quel faccione smorto, da deluso della vita, gli avrei tirato un paio di schiaffi e l'avrei costretto a sputare il rospo. In caso contrario, avrei fatto finta di niente. Se c'è una cosa che ho imparato in una ventina d'anni di matrimonio è che quando una macchia su un vestito va via in fretta, è inutile, se non dannoso, rimuginare sul come s'è fatta.

Infatti una volta entrata in casa, ho capito che la macchia era smacchiata.

Amorevolmente, mio marito ha tolto l'arrosto dal forno (aveva nel frattempo già lavato i piatti suoi e dei pargoli, o meglio, aveva azionato la lavastoviglie, e non era del tutto scontato), mi ha sorriso e m'ha chiesto con fare mellifluo:
"Tutto bene la mattinata, Claudina?"

Quando mi chiama Claudina lo lancerei dal balcone, ma poi rifletto che stiamo al piano rialzato e non si farebbe tutto 'sto gran male. Ma mi ruga che mi chiami così, quindi lo prendo di punta.

"Hai qualcosa da farti perdonare?"

Sgrana un paio d'occhioni celesti, s'aggiusta il ciuffetto sbarazzino alla Bowie dei poveri e mi fissa addolorato, ma cosa vai a pensare, sembra voler dire, lo sguardo da impunito.

Ma io arrivo da una settimana di primo turno sabato compreso e non ho voglia d'approfondire, finisco di mangiare e me ne vado a riposare, lasciandogli l'incombenza di mettere anche i miei piatti nella lavastoviglie, una piccola, forse meschina vendetta per la sua insopportabile performance da pesce lesso.

Quando mi sono alzata, intorno alle quattro e mezza, ci siamo preparati, dovevamo fare una breve tappa al centro commerciale, e mentre lui e Ale vanno a recuperare la macchina, dispersa in un silos tra i tanti qui in zona, io e Chiara ci prepariamo in bagno, la vedo già interessata alle creme e ai trucchi, coi quali di nascosto (così pensa lei, almeno) si trastulla ogni tanto. Nella sua testolina di tredicenne pensa che io non me ne sia accorta. Infatti non me ne sono mai accorta, ma c'è quel simpaticone di suo fratello che adora far la spia.

Stiamo per uscire, ho già le chiavi in mano, quando mi dice, tranquilla:
"Oggi papà è uscito una mezz'oretta, anzi, di più, quasi un'ora!!"

Stranissimo. Una miriade di punti interrogativi mi affolla la mente. Non me l'ha detto. Non era previsto. Non ne aveva motivo, che ne sappia io. Non so dove possa aver....troppi non. Cerco di saperne di più nei pochi secondi che impieghiamo per scendere la rampa di scale:

"E non vi ha detto dove, perchè..."

"No, mamma", cinguetta Chiara, "ci ha solo detto di starcene buoni davanti alla playstation che tanto lui tornava subito. Poi ha detto ad Ale di non dirti niente, che tanto non era niente di importante. Così, per vendicarmi di non essere stata considerata, te l'ho detto io!"

E sorride felice, assaporando il gusto della vendetta. Poi, già provetta ruffiana alla sua età, come esce dalla porta d'ingresso si getta tra le braccia di Niccolò, che con Ale ha recuperato l'auto dal silos. La mocciosetta, ferita per non "essere stata considerata", ora gioca tutta contenta col peluche nel sedile di dietro. Ale smanetta qualcosa di strano sul cellulare, Niccolò guida prudente nel traffico da manicomio del sabato pomeriggio torinese, io guardo fissa davanti a me inseguendo con pensieri frastagliati, incoerenti, la soluzione ad un enigma che non riesco a decifrare, e mi da piuttosto fastidio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 11 aprile -

Volontario per caso

(Ivano)

 

 

 

Con una ventina di giorni d’anticipo, non il massimo, in effetti, per chi ha già visite pianificate nei cantieri, mi è stato comunicato che la domanda è stata accettata. Di conseguenza sabato 30 aprile, partirò per Lourdes, aggregato come barelliere all’Unitalsi, sezione C di Torino. Sei giorni di presenza al santuario e dintorni, assistendo i pellegrini, specialmente i più bisognosi a livello pratico/logistico, andata e ritorno in treno. Avevo dato la mia disponibilità da qualche mese, incuriosito da un annuncio che avevo letto nella bacheca della nostra parrocchia.

So cosa devo fare, in effetti. Il lavoro comincia già in treno, assistenza di vario genere ai disabili e portatori di handicap (mi fa inorridire la definizione “diversamente abili”, la trovo del tutto ipocrita), in molti casi da issare fisicamente sul convoglio. I nostri giorni in loco saranno tutti piuttosto simili: sveglia molto presto la mattina, accompagnamento dei pellegrini alle varie funzioni, ai Rosari, al bagno nella piscina benedetta, e quant’altro. Non so bene perché abbia deciso di fare una cosa del genere. Non ho mai fatto alcun tipo di servizi di volontariato, forse per curiosità, magari è una specie di senso di colpa. Non mi aspetto molto da quest’esperienza, non mi spaventa, né la levataccia, né l’impegno, non indifferente. L’unica paura che ho è, una volta rientrato, il cadere nella tentazione di ritenermi migliore degli altri.

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 11 aprile -

Il bruscolino

(Claudia)

 

 

 

 

Alle sette di sera di quello strano, caldo sabato d’aprile eravamo ancora al Centro commerciale, la tappa è stata meno breve del previsto, hanno aperto alcuni negozi nuovi e c'erano anche nuove distrazioni per ragazzi, dalle quali è stato del tutto inutile cercare di scollare Ale e Chiara prima che scendesse la sera. Io restavo a guardarli che si divertivano e non spiaccicavo parola, tanto che Niccolò si dev'essere preoccupato.

"Che hai, Claudina? Sono disabituato ai tuoi silenzi.."

“Niente, niente”, gli ho ripetuto, le due/tre volte in cui è tornato alla carica, “sono solo stanca”, inventavo.

“Coraggio, ora hai due giorni di relax, potrai ritemprarti a dovere!”

Ho convenuto con lui con un cenno del capo, per troncare lì il discorso. Anche perchè è uno dei concetti che maggiormente ama esprimere: ovvio e gratis.

E mi sono ripromessa una cosa molto semplice: non ci avrei pensato, la domenica, anzi, in famiglia mi sarei dimostrata la “solita” Claudia: pignola, rompiballe, perfettina, ma anche “con un cuore grande così”, come a turno mi definiscono i miei familiari, specie quando hanno bisogno di qualcosa.

Poi, mi sarei “ascoltata” dentro per l’intera giornata del lunedì.

Se il bruscolino del dubbio avesse continuato ad intaccare la mia prevedibile, comunissima psiche da donna di mezz’età, qualcosa avrei dovuto fare.

Auspicabilmente invece, si sarebbe dissolto di suo, archiviandosi nel file “Trascurabili stranezze di una vita familiare”.

Così, due giorni dopo, liberatami con una leggera apprensione (perfettamente mascherata) di figli e marito, ho iniziato gioiosamente il mio bel lunedì di riposo. Ho vissuto la mia casa col confortante senso di compiutezza che riscopro ogni volta che la tengo tutta per me.

Niente al mondo mi rilassa di più che impadronirmi periodicamente di queste mura e risvegliarne tutta la vita che c’è dentro, scevra finalmente da immani, irrinunciabili disordini, e dar loro una disciplina utopica, ideale. Riscoprire romanzi e saggi letti decenni prima, rivederli con occhio disilluso sulla realtà e magari scoprire che c’è ancora margine per illudersi ancora…riguardare vecchie foto, confrontare il sorriso di allora con quello attuale e magari decidere che si sta meglio adesso, che l’ignoto s’è trasformato in certezza, e chi l’ha detto che è noioso o deludente?

I primi segnali di ritorno alla realtà si sono poi materializzati intorno alle quattro del pomeriggio, col rientro dei pargoli. E a quel punto tutta la poesia s'è impietosamente dissolta. Ma la mia mente era concentrata sull'attesa del nemico. Il quale, con mio grande dispetto, telefona per informare circa un non quantificato ritardo per il protrarsi della presenza di un cliente. La tensione, che già aveva iniziato a permeare l'aria, si fa densa, una piccola imprecisione di Ale nel rimettere a posto i vestiti in camera mi rende blandamente isterica, ho già capito come va a finire. Niccolò rientra, finalmente, alle sette e dieci. Mi guarda, gli cade il ciuffo sugli occhi, se lo rimette in cima con uno scatto di testa verso l'alto, mi sorride ed allarga le braccia come dire, che ci vuoi fare, è il lavoro.

Mi dà un bacio sulla guancia. Poi lo dice sul serio.

"Che ci vuoi fare, Claudina, è il lavoro!"

Maledetto tu e il tuo lavoro. Anzi, tu e le tue uscite strane, le mezz'ore ingiustificate, non previste in nessuna tabella di marcia, e meno male che quella santa bimba è corsa a riferirmelo, certamente quel ruffiano di suo fratello non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Dicono che le madri preferiscano i figli maschi, il mio non è degno di portare lo zainetto alla sorellina.

Inutile forse sottolineare, a questo punto, l'esito del mio studiarmi dentro.

Ho ricambiato il bacio a Niccolò con un sorriso falso come una moneta da trenta euro. Scoprirò che ha fatto in quella odiosa mezz'ora, e lui non se ne accorgerà nemmeno, è un uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 14 aprile -

Dubbi esistenziali d'un allestitore ufficiale

(Giuseppe)

 

 

 

 

L’agonia è terminata solo oggi, giovedì 14 aprile, una data che ho già, ingenuamente, cerchiata sul calendario, esattamente due settimane dopo la ricezione della mail da parte del Pazzi. Il quale ha atteso le otto di sera, contando di trovarmi certamente a casa a quell’ora e ha chiamato sul telefono fisso. (Fa parte dell’ultima cernita di umani che ancora non s'è disfata d'un apparecchio tanto obsoleto, oltre a noi, ovviamente). Ma la colpa è stata mia, che a fianco del cellulare ho inserito anche l’obsoleto 011…., quasi temendo che il solo numero di cellulare non bastasse. Ho risposto con un accento di stupore misto odio, visto che stavo gustandomi il secondo boccone di pastasciutta (Il display non dava nemmeno il numero del chiamante).

Non appena l’interlocutore s’è qualificato, ho ovviamente mutato il tono rendendolo accondiscendente e grato, diciamo pure che mi sono vergognosamente zerbinato, a colpi di non disturba affatto no si figuri non stavo affatto cenando, e mi sentivo addosso gli sguardi derisori di  Cristina, e perfino di Lisetta.

Con una parlantina monocorde, lenta e affatto preoccupato della propria ineffabile prolissità, Flavio Pazzi s’è dilungato oltre dieci minuti, solo per ribadire i concetti espressi nella mail. Ne utilizzò altri cinque per chiedermi se fossi stato disponibile a partecipare alla riunione (ma mandare un’altra mail, no??) che si sarebbe tenuta la sera successiva, presso l’Auditorium Gioacchino Rossini di Avigliana, con tutti coloro che avrebbero “partecipato all’allestimento dell’evento” (allestimento?!? Non sapevo d’essere un arredatore). Ha incassato il mio si certo non dubiti, mi ha dato l’indirizzo e l’orario (altri 2 – 3 minuti) e finalmente ha riattaccato. La pasta, gelida e collosa, l’ho mangiata poi quasi di soppiatto, guardandomi in giro furtivo, silenzioso.

Ma non avevo niente da temere. Prima ancora che finissi la telefonata, Lisetta s'era già lanciata sul divanetto a giochicchiare con un peluche nuovo. E Cristina, l'irripetibile Cristina, per prima cosa mi ha detto:
"Verremo anche noi due domani sera, vero? E non provar nemmeno a dire di no!"

Io non avevo la minima intenzione di dire di no, anzi speravo che me lo chiedesse. Non avrei però avuto il coraggio di proporglielo, e mi limitai ad annuire con superiorità.

"Se proprio ci tenete..."

E dentro di me esultavo doppiamente: sia perchè finalmente la cosa cominciava ad avere un fondamento pratico, sia perchè la presenza della mia famiglia mi rassicurava.

Naturalmente questo mi lasciò di ottimo umore per il resto della serata, anche in famiglia se ne accorsero, con profondo sollievo, specie di Cristina, che mi aveva trovato, parole sue, piuttosto ombroso in quelle ultime sere. Al momento avevo sorriso senza farci molto caso. Ma quando stavo per addormentarmi, scoprii con stupore che faticavo. Che succedeva? Avevo appena messo a punto un accordo importante per la tanto sospirata mostra, ormai non era più soltanto un progetto campato in aria.

Eppure qualcosa mi rodeva. E quel qualcosa mi osservava, si fa per dire, tramite il dolce viso addormentato di Cristina, come un muto rimprovero.

Mi è bastato osservarla per rendermi conto dello sbaglio che stavo commettendo. Negli ultimi tempi, negli ultimi mesi potremmo anche dire, mi sentivo scontento, svogliato, non apprezzavo nulla, o quasi, della vita familiare. E stavo zitto, ingoiavo tutto: pur vivendo male, come in occasione della gita sul lago, non traspariva nulla. Sempre sorridente, sempre disponibile, sempre l’ottimo marito/padre, in facciata. Tanto che Cristina non ha recepito il mio malessere, comunicato solo a Claudia. Ma mi stava stretto tutto, stavo per sbottare, e chissà come avrei fatto soffrire questa donna, e magari anche mia figlia.

Ora, invece, che so per certo che la mostra si farà, ecco che di colpo la famiglia mi va bene, anzi mi serve, mi è utile, mi rassicura!!

Come ho scritto poche righe fa, se non l’avesse chiesto (imposto) Cristina, sarei corso a chiederlo io. Così non va, un po’ di coerenza, mi dico, voltandomi dall’altra parte, in modo da non vedere l’espressione serafica di Cristina, che invidio fortissimamente, in questo momento, perché non sa che razza di mezzo uomo si è messa al fianco.

Per forza, non lo sa: sono sempre stato bravo a nasconderglielo.

Passano ancora alcuni minuti, lunghi, silenziosi, mesti; guardo la sagoma di Lisetta immobile, protetta da ogni male, soprattutto da quelli che ci si autoinfliggono tanto vilmente, per quelli avrà tempo, molto tempo, per fortuna, prima di rendersene conto.

Non è possibile: ho ricevuto la notizia che attendevo, in pratica da sempre, ed eccomi qua che non riesco a dormire, incastrato in miasmi filosofanti di quart'ordine. Ha proprio ragione Claudia. Non sarò mai capace di godermi la vita, e forse tutto questo intestardirsi ad inseguire una realizzazione artistica in virtù d'un talento sino a prova contraria del tutto presunto è uno starnazzare inutile, un deleterio, destabilizzante retaggio di gioventù che non mi porterà altra conseguenza che lo scontro doloroso con la dura realtà. In questo senso, l'importanza di Cristina non sarà mai sottolineata abbastanza. Malgrado da anni debba convivere con questa mia fisima, mai una sola volta ha levato una voce di protesta, come sarebbe stato suo diritto, nemmeno dopo la nascita di Lisetta.

E'vero, non ho, in tutta coscienza, mai fatto mancare nulla alla mia famiglia, sia a livello affettivo che più prettamente economico, ma finora non m'ero mai trovato di fronte al materializzarsi di una possibilità, finanche infinitesimale, di realizzazione. E se la porta del sogno non mi si sprangasse contro? Se da questa prima, minima, esperienza, un filo di (illusoria) speranza restasse in vita, magari sotto forma di nuovi appuntamenti, di ambiti che superino il livello locale, di conoscenze nuove, di pubblicità su giornali specializzati, di nome che inizia a diffondersi in cerchie via via più allargate?

Che farei, allora?

Come poter mantenere la lucidità, come non farsi abbagliare? Come non rischiare, quantomeno, di mettere a repentaglio un'esistenza intera, anzi tre, con scelte di vita che potrebbero rivelarsi tragicamente errate?

Il campanile, in lontananza, batte le tre. Per un riflesso inconscio, Cristina sospira, si muove, si gira verso di me, tace. Pare invitarmi al sonno. Magari potessi!

Chiudo gli occhi e cerco di non pensare più. Come direbbe mio fratello, ciò che farai andrà bene comunque. Purchè, aggiungerebbe Claudia, "tu ti renda conto che hai una giornata di lavoro davanti ed arrivarci senza il dovuto riposo alle spalle non è mai una scelta responsabile".

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 16 aprile -

Crescita e sviluppo del bruscolino

(Claudia)

 

 

 

 

Sette e venti del mattino di sabato. E' passata una settimana e il bruscolino non s'è dissolto. Anzi, se possibile s'è persino ingrandito, inopinatamente ingrossato, si mimetizza benissimo nel quadro asettico del mio orizzonte, di norma impeccabilmente gestito e disabituato a sorprese e imprevisti di qualsivoglia genere. Un pulviscolo di dubbio, derivante da una confidenza fattami da donna a donna a cura di mia figlia Chiara, che ha così potuto vendicarsi a sua volta della scarsa considerazione in cui è stata tenuta dal padre, gretto misogino.

Ha anche, però, instillato in me un germe di malessere per il quale non ho mai avuto necessità di anticorpi. E' passata una settimana durante la quale la cosa peggiore è stata che per gli altri, Niccolò in primis, la vita è proseguita come nulla fosse, e nessuno pare accorgersi di me che sono rimasta indietro e sembro agitare le braccia, invasata, chiedendo aiuto per qualcosa che blocca il motore dell'esistenza, ma le parole non mi escono di bocca e la mia invocazione resta inascoltata.

Anche cercare di tornare in argomento con Chiara, ci ho riflesso a lungo, non è consigliabile. Ha tredici anni, la sua mente è stata già stimolata da migliaia di nuovi influssi, nel frattempo, forse non si ricorda nemmeno più di quel piccolo atto di cospirazione che ha compiuto, e certamente, e per fortuna, non si rende conto di cosa esso ha scatenato in me. Mi ritrovo molto indecisa. Non riesco a stabilire se sarebbe meglio esercitare la mia "ferrea disciplina esistenziale", come la chiama Giuseppe, per rimuovere il pulviscolo di forza, o affrontarlo e con esso affrontare le conseguenze che potrebbero derivarne. La prima soluzione mi ritufferebbe in un amen nella vita normale, fatta di certezze ripetute. Ma non sono sicura di volerlo. La seconda soluzione potrebbe non essere praticabile: come potrei mai sapere che ha fatto Niccolò in quella mezz'ora di fuga galeotta in un sabato mattina di  aprile, se non chiedendoglielo, e incrinando così un fronte di fiducia reciproca assoluta, che s'è installato tra noi in tanti anni di "normale" matrimonio? E se non rispondesse, o arrossisse, ammettendo così in entrambi i casi di aver compiuto qualcosa di "irregolare"? E se avesse già preparato una scusa inattaccabile, dileggiandomi poi per la mia forma di gelosia da menopausa precoce? E se invece "doveva" uscire per motivi di economia familiare, commissioni o quant'altro e io me ne sia semplicemente dimenticata? E se...

E se quel maledetto bruscolino sparisse di suo, non sarebbe ancora meglio?

Meno male che sto per andare al lavoro. Per qualche ora stacco la spina. Sempre che al ritorno Chiara non mi approcci col suo visino da furbetta e mi cinguetti: "Sai mamma, che oggi il papà.."

 

 
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