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IL CUCU' DELLE CINQUE

20 APRILE 2017


Al centro della piazzetta, l'edificio è tipicamente agghindato, in perfetto stile del piccolo paesino abbarbicato sul declivio del monte.
Non altissimo ma squadrato e robusto, rigorosamente in legno, possiede un’attrattiva: ospita il particolarissimo cucù che ogni giorno alle cinque raduna sulla piazzetta una variopinta folla di turisti.
In cima alla casa, dove le travi che formano il tetto s'incontrano, un'enorme aquila reale squadra sovrana il cielo di montagna. Poco più sotto, ecco due finestrelle decentrate, congiunte da una mensola in legno intarsiato sulla quale scorrono due piccoli binari. Ancora più in basso, sotto la mensola, un cacciatore tende lo sguardo verso l'aquila reale quasi con fare intimidito, pare renderle omaggio, pur stringendo la doppietta tra le mani. Alla destra della figura umana, ecco uno stambecco, immortalato nell'atto di scorrazzare libero, tra i boschi. Alle cinque precise, le finestrelle si aprono, e da ognuna di esse escono due coppie di ballerini, che raggiungono danzando sui binari la finestrella opposta.
S'incrociano in perfetta sincronia ed al termine di alcuni giri di valzer, rientrano per la finestra dalla quale sono usciti. Sotto gli sguardi dell'aquila reale, che china il proprio orgoglio alla danza, dello stambecco, che si ferma ammirato, del cacciatore, che ha deposto il proprio fucile. E della folla che immancabilmente applaude contenta.
Anche oggi mi sono recato nella piazzetta per godermi lo spettacolo, non solo del cucù delle cinque, ma anche della gente che si raduna a guardare e che le nubi basse e concentrate sul centro del paesello non scoraggiano di certo. Il bimbo ha indicato la scena con l'indice per tutto il tempo, incapace di levarvi gli occhi da dosso, mentre la nonna, retta forte al bastone, sorride al di fuori delle lenti spesse, un attimo di pace anche per lei.
Sergio e i suoi tre amici hanno ascoltato il valzer ed ancora esitano prima di recuperare le moto potenti e i caschi ultimo grido e riprendere la strada verso il lago; soffermati ad osservare gli intagli ricercati delle finestrelle, sembrano pensare a qualcosa di molto, molto lontano da loro, magari alle corse degli stambecchi che scorazzano per valli e fiumi senza motori rumorosi ed inquinanti.
Pietro e Sabrina transitavano distratti dentro e fuori da una pizzeria take-away e una sala giochi e lo spettacolo al centro della piazzetta li coglie di sorpresa: quasi s'infastidiscono. Poi, senza ragione razionale, lei si ferma ad ascoltare la danza dei ballerini e si trova ad immaginare eleganti saloni da ballo, ricevimenti, corse di cavalli...lui guarda senza capire ed automaticamente stacca il filo variopinto dell'MP3, forse invidia le ali brillanti dell'aquila che domina il cucù.
Vincenzo ed Emilio, dal balcone della pensione situata dalla parte opposta della piazzetta, hanno interrotto l'eterna partita a briscola, il primo ha deposto il calice di rosso, l'altro rimette nel pacchetto la nazionale senza filtro. "Se quel cacciatore fosse vero e sparasse coriandoli e caramelle, i bambini sarebbero più contenti", dice Emilio, ma Vincenzo non lo ascolta, aspetta che i ballerini tornino a riposare al di là delle finestrelle che si richiudono piano, sono le cinque e cinque minuti, per permettere alla lacrima titubante sul ciglio del suo occhio semi chiuso di scendere e rinfrescare finalmente la guancia perennemente arrossata da freddi inverni di lavoro. Anche le nubi si sono ritirate verso la cima del monte ed hanno concesso al sole di riscaldare la scena. Prima di ritirarsi, i ballerini sembrano guardare la folla, quasi a rapirla e condurla con loro dietro il buio delle finestrelle, mentre un silenzio irreale s'impadronisce della piazzetta.

 

I BIANCHI CAMPI DELLA LUNA

17 APRILE 2017

Guardando attraverso l'acqua vedo scorrere una piccola foglia, tenue, sparisce presto, nei meandri più oscuri. Poi l'acqua si intorpidiva, lasciandomi poco spazio per vedere, ma riesco comunque a scorgere quella che mi sembrava l'immagine di due ragazzi, fratelli o amici, che ridendo si scambiavano trepidanti le sensazioni più sincere: che bello quel telefonino nuovo...ah, avessi il coraggio di fermarla, di parlarle...subito dopo però, il flusso d'acqua appare un pò più chiaro, il quadro leggermente più nitido. I personaggi che vedo adesso non sono più due giovani, ma adulti, avranno avuto una cinquantina d'anni o giù di lì. Parlano piano, pacati, forse anche un po' imbarazzati: era probabile che non si vedessero da qualche tempo, e d'altronde cosa avrebbero potuto raccontarsi d'un passato risaputo e invidiato, e d'un futuro già mezzo scritto. Non suoniamo più, da qualche anno ormai, si, un po' di esercizio fisico ci vorrebbe, sai, ho controllato anch 'io e può darsi che tra una quindicina d'anni, se non cambiano le leggi, qui non si sa mai bene come andrà..

Noto che le loro voci sfumano in un chiacchiericcio indistinguibile, e nell'intanto l'acqua si fa decisamente limpida, la figura davanti a me ora è chiara, tersa come il cielo che ero abituato ad ammirare quando stavo dall'altra parte. Ed era in questa idilliaca festa di luce e colore che vedo ora transitare altre due persone, anziane, che chiacchierano ininterrottamente, col tono della voce reso stridulo dalla sordità, finchè un lugubre tocco di campana li fa tacere, li mette in ascolto. Ecco due donne, anziane a loro volta che attraversano la strada reggendo sacchettini di insalata. Uno degli uomini le vede da dietro, urla in dialetto, sapete chi è morto, ma le due donne scuotono la testa e senza voltarsi proseguono per la propria strada. I due uomini si siedono su una panchina, vi appoggiano i bastoni, tacciono, mentre contemporaneamente cessa anche il rintocco.

Anche quest'ultima scena si dissolve poi davanti ai miei occhi, e l'acqua ora luccica di chiarore, avrei potuto abbeverarmene, fossi stato ancora dall'altra parte. Il candido riverbero mi riportava senza traumi alla dimensione che ormai m'ospitava da qualche tempo, era bello tornare dolcemente sui bianchi campi della una dove vago docile ed appagato, col solo sfizio di riguardare giù ogni tanto, all'acqua antica, per sorridere di tutto ciò che ero stato.

 

IL SENSO DELLA VITA CHE PASSA

14 APRILE 2017

 

Sergio camminava spedito sul bagnasciuga, gli auricolari ficcati saldamente nelle orecchie, con la ferma intenzione di smaltire i postumi dell'abbondante colazione.
Un'attività che ripeteva due volte, in spiaggia, al mattino e al pomeriggio, e gli era stata tramandata dal padre.
Proprio quell'anno Sergio compiva quarantacinque anni. Non s'era mai sposato e questo rappresentava un mistero. Il fisico ancora relativamente asciutto, la bella presenza, la parlantina sciolta, non gli avevano fruttato granchè al di là di brevi, innocui flirt senza seguito. Così, dopo la prematura morte della madre, già da molti anni Sergio trascorreva le settimane estive di vacanza al mare. Ma quell'anno, le cose parevano non seguire l'iter consolidato, ossia lunghe giornate sulla sabbia col genitore, a camminare e nuotare, a leggere, giocare a carte. In quattro giorni di soggiorno, solo in un'occasione, il padre era sceso in spiaggia col figlio. Ormai ultrasettantenne, l'uomo arrivava da un'annata difficile in città, alle spalle un ricovero e un paio di allarmi, per fortuna rientrati, al pronto soccorso. E anche durante quei primi giorni di ferie s'era sentito poco bene, tanto dal preferire la quiete dell'albergo alla vita di spiaggia.
Era il terzo giorno che Sergio camminava di buona lena, solo col ritmo della musica e la voglia di rispettare la tabella di marcia che s'era imposto, Verso le sei e trenta, stanco, aveva deciso di riprendere la strada verso il proprio bagno, che non era breve. Aveva percorso tanta strada, eppure non era del tutto soddisfatto, si sentiva come se gli mancasse qualcosa dentro. Proprio come i due giorni precedenti. Mentre calcava insistentemente le ultime centinaia di metri, Sergio capì che gli mancava a fianco la figura del padre, che gli aveva istillato quella passione che ora lui perpetrava in solitudine. Cercò di non pensarci ma proprio in quel momento la canzone che stava ascoltando passava una frase che lo colpì nel profondo: .."For we lived so well so long..." (Abbiamo vissuto così bene per così a lungo...). Mentre stava per recuperare la propria postazione, alzò gli occhi e osservò immalinconito l'alone rosso vivo del sole che illuminava di verde acceso la cima della montagna, dietro la quale stava tramontando. E il vedere altri bagnanti che uscivano quietamente dall'acqua, appagati, tranquilli, sorridenti, gli innestava il doloroso senso della vita che passa.

 

CHOPIN E LEOPARDI

5 APRILE 2017


Nova Milanese | Sabato 8 Aprile 2017 ore 21

CHOPIN E LEOPARDI

A Nova Milanese un concerto emozionante

che mette in scena l’opera

di due geniali artisti

che hanno saputo commuoversi

di fronte al destino umano

cercando di trasformare in parole e musica

i cangianti sentimenti del cuore e dell’anima.

Sul palco due artisti straordinari:

Alice Baccalini al pianoforte

e la voce di Corrado Accordino.

Serata imperdibile per chi ama la poesia

la musica, la meraviglia

lo stupore, il sogno

la vita.



Informazioni e biglietti

Teatro Comunale di Nova Milanese

via Giovanni Giussani, 9

tel. 039 2027002

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DUE AMICI

2 APRILE 2017

 

In un vecchio cortile, alla periferia di un paesino della bassa, negli anni di speranza fioriti al termine della grande guerra, erano nati a breve distanza due bimbi, da due famiglie amiche fra loro, due delle tante che occupavano quelle case di ringhiera immense nella loro dignitosa, complice ristrettezza. I due bambini divennero presto grandi amici, rinsaldando il legame già esistente tra le famiglie. Figli unici entrambi, li si poteva vedere correre nel cortile a piedi nudi e in braghe di tela nella bella stagione, come in pieno inverno a nascondersi dietro le cataste di neve, con la pianta del piede ormai insensibile al gelo per i buchi nelle scarpe logore, dentro maglioncini stinti e infeltriti, le mani allegre e indaffarate brillanti di rosa acceso nei punti indifesi dai guanti bucati. Crebbero insieme, perpetuando nel tempo l’amicizia dei loro nonni e dei loro genitori, gente che lavorava sodo la terra, dall’alba al tramonto curvi su campi limitrofi, da tempo immemorabile, confidando nell’ordine nel Signore, nella grazia della Natura e nelle loro forze per poter ogni notte coricarsi mantenendo accesa la fiammella della speranza per un domani meno duro. Con sacrifici non indifferenti, le due famiglie avevano acquistato due lembi di terra adiacenti, nel cimiterino di paese. Due monumenti affini, semplici ma dignitosi, che avrebbero accolto i defunti di famiglia. E i due ragazzi erano ancora piccoli quando persero i nonni. Se ne andarono tutti e quattro nel giro di breve tempo, senza aver mai conosciuto il mare, a godersi nell’aldilà la meritata pensione, dopo una vita di schiene piegate al sole, di sorrisi ostruiti dalle labbra screpolate, di carezze simili a ceffoni, date con mani ruvide, forti, callose. Il cordoglio unì ancora di più le famiglie. La domenica uscivano insieme e dopo la Messa si recavano al camposanto. I bambini aspettavano questo momento  per rivolgersi ai nonni con gioia, riferendo dei loro progressi a scuola, della bicicletta nuova, delle vacanze che si avvicinavano. Loro, i nonni, li guardavano sorridenti dai due monumenti vicini, e loro tornavano a casa contenti. Nel frattempo i genitori erano subentrati ai nonni alla conduzione dei campi, e i ragazzi crescevano piuttosto liberi e indipendenti. Non appena furono in età, scesero anche loro sui campi per aiutare nel mestiere. Al termine della scuola dell’obbligo, quello divenne automaticamente anche il loro lavoro. La sera adesso iniziavano ad uscire, insieme naturalmente. Insieme ebbero le prime esperienze,
con le ragazze, insieme tiravano tardi al circolino, insieme uscivano di casa al mattino per recarsi ognuno al proprio campo. Tutto procedette bene fino alla guerra. I ragazzi erano intorno ai vent’anni: nessuna speranza di non essere chiamati alle armi. Infatti la cartolina s’abbattè impietosa prima su uno e poi sull’altro, a pochi giorni di distanza.
E per la prima volta, e per cinque anni, i due ragazzi si separarono. Fu grande festa per le due famiglie quella mattina di gennaio quando il primo dei due ritornò a casa. Per un paio di giorni non fu in grado nemmeno di parlare, galleggiava su e giù per i sudori avvelenati di una febbre che lo portava anche a delirare, e ci mise oltre un mese prima di rimettersi del tutto. Naturalmente la gioia dei due piccoli nuclei famigliari non era completa. Trascorsero ancora alcuni mesi. Il ragazzo che era tornato a casa aveva ripreso il lavoro e una vita normale. Ma era più taciturno del solito, non rideva mai e, ciò che apparve più strano ai due papà e mamma, non chiedeva mai del suo amico.
Finchè, una sera di giugno, mentre la zona era sconvolta da un orrendo temporale, qualcuno battè alcuni forti colpi alla porta di casa della famiglia che ancora aspettava il figlio dalla guerra. Ora che anche l’altro ragazzo era tornato la vita sarebbe ripartita come prima. Nel giro di breve tempo però, anche questa famiglia dovette fare i conti con l’amara realtà di vedere il proprio figlio sì tornato, ma cambiato, come l’altro. Sempre zitto, sempre scuro in volto, niente pareva scuoterlo da un apatia misteriosa e indistruttibile.
I due ragazzi avevano ripreso il solito lavoro nei campi, ma nella loro vita non c’era più spazio per il legame d’amicizia che li aveva uniti dall’infanzia. Insensibilità e cinismo era quanto avevano ereditato dai cinque anni nei quali avevano visto migliaia di vite scoppiare al loro fianco, dovendo fin da subito convivere con l’idea che in ogni momento poteva toccare a loro. Così una volta tornati alla vita normale, stentando finanche a riconoscersi, non riuscirono,o non vollero, riaccendere l’antica complicità, azzerando ricordi ed esperienze vissute in comune. Un distratto cenno del capo, durante incontri per forza di cose frequenti ma mai voluti, era l’unico loro contatto. Passò del tempo, senza particolari novità. I due giovani erano ormai uomini adulti, soli oltre ogni dire. Nessuno dei due s’era sposato, e oltre ad ignorarsi vicendevolmente, erano ormai due estranei anche per i loro genitori, che invecchiavano senza alcuna luce consolatoria al fianco. Non avevano più la forza di lottare per far tornare quei giovani pieni di vita e entusiasmo che la guerra aveva dunque portato via per sempre. Un brutto giorno, i due uomini parlarono. Per un motivo futile, alzarono i toni fin da subito e scoppiò un litigio furibondo. Vennero alle mani e s’azzuffarono furiosamente, con la mancanza di pietà che faceva parte di loro da quando erano stati in guerra. e si separarono solo dopo essersi lasciati mezzi morti sul confine dei loro campi, sotto gli occhi degli esterrefatti genitori, accorsi ma impotenti a mettere fine alla disputa. Una nuova amarezza, per i due padri e le due madri, e fu forse anche questo, oltre alla spossatezza di una vita consacrata ai soli lavoro e famiglia, a condurli pochi mesi dopo a una prematura fine. Andarono a far compagnia ai nonni, nei monumenti di famiglia affiancati. Naturalmente  nessuno dei due uomini presenziò ai funerali dei genitori dell’altro.
Se per disgrazia s’incontravano al camposanto s’ignoravano, e ognuno dei due studiò le mosse e le abitudini e gli orari dell’altro per evitare quest’incontro. Peccato che avessero escogitato stratagemmi identici, e finissero per incontrarsi sistematicamente. In paese la loro rivalità divenne leggendaria. Ognuno di loro sparlava ferocemente dell’altro in assenza di quest’ultimo, e trovava terreno fertile presso gli infingardi perditempo che oziavano sulla piazza del paese. Questi s’arruffianavano i due citrulli, e raccoglievano confidenze, malignità, segreti del primo da spifferare al secondo, in cambio di qualche cesta di verdura o di frutta fresca. In molti casi, naturalmente, capitava che i due uomini avessero la stessa idea, e con irato disappunto si avvistavano fin da lontano, diretti entrambi alla piazza da vie opposte. Allora proseguivano oltre, offendendosi a morte con il pensiero, e dopo un infinito giro del paese ritornavano al proprio campo, stanchi morti. Naturalmente l’avversione tra i due cresceva e obnubilava le menti,
nessuno dei due riusciva a capire come potesse l’altro sapere tanto sul suo conto. Ognuno dei due aveva innalzato un alto steccato ai confini del proprio campo, e la sera giravano guardinghi sul proprio possedimento con lo schioppo carico. Erano sempre più snervati e tesi. Nessuno dei due andava in vacanza, per timore di scherzi da parte dell’altro, nessuno dei due si fidava ad assumere dei collaboratori, per temere che l’altro li corrompesse. E il destino beffardo volle che nel frattempo si vedessero di continuo. Non solo al camposanto, come specificato, ma anche all’acquisto delle sementi, dal carrozziere, in farmacia o più semplicemente per strada, voltando lo sguardo
verso il ciglio della strada (mai abbassandolo!) o fingendo di parlare con qualcuno. Venne anche per loro il momento d’invecchiare, sempre compressi nella loro smisurata, orgogliosa solitudine, e sempre fianco a fianco nei campi che non s’erano mai ingranditi delimitati da uno steccato che era il simbolo stesso della loro vita da decenni a questa parte.
Campi che vendettero quasi in contemporanea, non avendo nessuno cui lasciarli, e sui quali restarono a lavorare fino a spremere le forze residue in un ostinato, muto rancore. Morirono così, nel cortile dove avevano visto la luce ottant’anni prima o anche meno, in prossimità del nuovo millennio, che avevano guardato da fuori con una certa diffidenza, prima di giudicare forse che non ne valesse la pena farne parte. L’ultimo dialogo occorso fra loro era stato, quasi cinquant’anni prima, il feroce litigio. Una bellissima mattinata di settembre, il lavoro di riassetto dei due monumenti al cimitero fu terminato. Adesso c’erano due lapidi ampie, occupate da tre generazioni. Nella parte superiore di entrambe, al centro erano le effigi e le date relative ai nonni. Ma mentre in una, le immagini dei genitori erano in alto a sinistra, nell’altra erano in alto a destra. Così i due nipoti risultarono praticamente affiancati per l’eternità, soltanto separati da una rientranza fiorita. Quando scendeva la notte, la luce melliflua della luna accarezzava d’argento la lapide e le facce ingrugnite dei due uomini parevano guardare verso direzioni opposte.

 
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