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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 31 - PIPPO, PLUTO, PAPERINO

8 AGOSTO 2018

 

Pippo, pluto, paperino

“Aspettavo te”.

La cosa lo sorprese.

In effetti, perché aspettava lui?

Fortunatamente, fu abbastanza furbo da non chiederglielo; ma la ragazza, indovinatane la perplessità dietro il sorrisino ebete che le veniva mostrato, offrì sua sponte una chiara spiegazione:

“Perché ti vedo sempre che prendi il mio stesso treno e sei uno dei pochi che riesce sempre a trovar posto. Più di una volta me l’hai anche ceduto, forse non te ne sei nemmeno reso conto. Così, oggi che sei in difficoltà ti restituisco il favore.”

“Certo che le ragazze sono strane”, rifletteva meditabondo il celebre bassista dei Dhegrado. “Pensa te, se io accetto di lasciare in piedi una ragazzina per sedermi al suo posto.” Così oppose un netto ma cortese rifiuto alla gentile proposta della biondina. Sarebbe rimasto tranquillamente in piedi.

Lui era un uomo di carattere.

Infatti, dopo meno di quindici secondi si ritrovò seduto al posto della ragazza che ora lo guardava dall’alto di un posto in piedi con velato sarcasmo. Non sapeva nemmeno il suo nome e già gli comandava. Lui, imbarazzato, non riuscì quasi più nemmeno a guardarla in faccia, figuriamoci a rivolgerle la parola. Dovette attendere di arrivare in stazione per degnarsi di parlarle, e cercando di non cadere in devastanti banalità, saltò a piè pari le presentazioni uscendosene con un brillante:

“E stasera che treno prendi?!?”.

Lei lo gelò orrendamente.

“Non parlo con chi non conosco. Ma come, ti cedo il posto, mi ringrazi a gesti, non apri bocca per mezz’ora e poi mi chiedi che treno prendo stasera? Uno qualsiasi, basta che ci sia una compagnia più divertente!!“

E’ superfluo evidenziare che in quel preciso istante una combriccola di curiosi d’ogni età, in giacca e cravatta piuttosto che polo e jeans o anche palestrati in canottiera e bermuda s’era formata tra i due ed ora sghignazzava dietro al malcapitato, mentre la ragazza se ne andava offesa ed impettita.

Alfonso doveva correre in ufficio, dunque non poteva in quel momento augurarsi di sprofondare.

Rimandò così l’auspicio alla pausa pranzo.

Ma il bello dell’essere pendolare è che prima o poi ritrovi sempre i tuoi compagni di viaggio. Per la maggior parte delle occasioni si tratta di galletti o galline che ciarlano ad altissima voce ininterrottamente dalle sette meno un quarto sino all’arrivo in Porta Garibaldi (o Centrale). Oppure di gente che dorme russando spaparanzata, stando attenta a tenere le scarpe ben aderenti al velluto dei sedili ed occupando tre/quattro posti mentre tu sei compresso in un angolo contro il finestrino o esposto al via vai esteriore. Oppure ancora di possessori di stereo ad altissimo volume che si avvertono nitidi nonostante le cuffie, e ti chiedi come faranno a non sfondarsi i timpani, sperando che ciò prima o poi avvenga.

Lui contava, insomma, di rivederla, prima o dopo.

E per sua fortuna, quella sera stessa la sorte gli diede la possibilità di riparare alla cafonaggine con la quale s’era comportato nei riguardi della leggiadra fanciulla. Arrivato per primo in carrozza, riservò subito un posto di fianco al suo, dove pochi minuti dopo la ragazza si sedette, replicando con un largo sorriso di perdono allo sguardo intimidito e palesemente imbarazzato del leggendario bassista del complesso dei dhegrado.

Com’era, come non era, nei giorni successivi quei due trovarono sempre posto sulle carrozze del treno, ed i posti erano sempre adiacenti.

Quel mese di settembre, iniziato malinconicamente per Alfonso, alle prese con un ispessimento dell’apatia in seno alla band, che nemmeno la certezza del nuovo live del primo ottobre sapeva arginare, aveva preso improvvisamente una piega inaspettata.

La nuova linfa che ne ingentiliva le giornate non fu probabilmente estranea al fatto che, per la prima volta, anche lui non trovò difficoltà ad adeguarsi al trend musicale molliccio del periodo. Seguirono infatti altre due settimane d’avvilente silenzio e la serrata della saletta prove perdurò per il mese intero. Il primo approccio tra membri del gruppo capitò la sera di domenica 19, quando Gary e la ragazza s’incontrarono con Oscar alla celebre “Festa de la Sucia”, appuntamento annuale durante il quale al paesello confluivano genti e bancarelle d’ogni dove, in occasione appunto della secca del Naviglio. Mancavano Paolo e Mirella, in week-end marittimo di fine estate, mentre Alberto aveva risposto nì a una telefonata di Oscar, poi aveva disertato.

Passato con qualche piccola difficoltà l’esame del 4 settembre, il leader era già proteso verso gli ultimi due saggi da superare entro la fine dell’anno, prima di coronare la sua carriera modello con la tesi a principio 1994.

Un concerto dei Gamba de Fegn (in posizione privilegiata, prima e dopo i fuochi artificiali) fu ancora una volta l’occasione per riavvicinare i dhegrado, o parte di essi.

I tre s’intrattennero con il cantante e Karsi post-live.
“Oh, ma come sta il leader, è una vita che non lo vedo!” chiedeva un Marini in evidente ebbrezza da bagno di folla.
“Anche noi”, l’imbarazzata risposta di Alfonso,” ma certamente ci vedremo il primo ottobre…”
“Ah, si è vero..siete pronti per il concerto, ragazzi?”,
“Beh, insomma…” replicava timidamente Oscar
“Beh, dovremmo” rafforzava Alfonso
“Beh, ma certo” chiosò Karsi, prima di offrire un giro di Ceres a tutti ed annegare in (poco) alcool le incognite e le incongruenze di una situazione kafkiana. Il voluminoso batterista notò poi che qualcuno presso Garimbelli restava piuttosto sulle sue, senza parlare.

“Non mi hai ancora presentato la ragazza, che aspetti, che le rovesci la birra in testa?”

Gary accorse a provvedere prima che il minaccioso drummer mettesse in pratica l’orribile proposito, e credendo di fare una battuta di spirito introdusse Cassetti come segue: “Stefania, ti presento il nostro grande batterista, grassoccio ma agile tra i tamburi come una talpa nel letame!”

Invivibile momento di gelo.

Fu quella la seconda occasione nella vita dei luxuria betovox prima e dei dhg poi che Gary si guadagnò il sincero disprezzo di tutti, compreso il barista del vecchio “Connymouse”, accanito fan dei Gamba, che lo squadrò disgustato. Certamente Fat non lo percosse per rispetto di lei, che lo rimirò con aria perplessa.

Trascorse un’altra settimana e, come d'uopo in questi casi, passò un altro sabato, una nuova domenica ed arrivò l’ennesimo lunedì. Fu al termine di quella giornata che, finalmente, suonò un telefono in casa di un esponente del complesso musicale dei dhegrado.

Dall'altra parte della cornetta era un componente dei Gamba.

Anche dei dhegrado, certo, ma comunque avete già capito di chi si trattava.

"Hey, grande Karsi, che si dice? Cosa spinge il tuo largo ventre ad osar comunicare con un artista del mio calibro?", la delirante reazione del signor Alberto Torretta al colpo di telefono di Cassetti.

Fabrizio trattenne a mente l'insulto, ripromettendosi di percuotere il leader non appena l'avrebbe avuto sotto le sue grinfie.

"..mah..avrei pensato..dato che tra pochi giorni ci sarebbe un concerto da fare e non ho notizie di voi praticamente da giugno, se vi degnaste di dirmi qualcosa per organizzare l'evento, a me non è che verrebbe da piangere, cioè sennò fate come volete, ci troviamo là la sera stessa, attacchiamo l'ampli e suoniamo, oppure ti porto il palco sotto casa e canti dalla finestra..."

"Hai ragione, scusa, hai davvero ragione, cicciottino mio...effettivamente siamo un pò pigri, o meglio dovrei parlare per me, dato che anch'io non vedo nessuno da molto, ho un pò smarrito i giri, però sai, il lavoro, lo studio, le solite cose insomma..no comunque adesso mi sento col Paolo e poi ci riuniamo, almeno per metter giù una scaletta, qualcosa. Primo ottobre era, vero?"

"Si, tieni presente che è fra quattro giorni, quindi mettetevi d'accordo e fatemi sapere, o giuro che è l‘ultima volta che mi sbatto per farvi suonare!"

Sbattè giù la cornetta ripensando al "cicciottino" usato dal leader e pregustando i sonori schiaffoni a mano piena che gli avrebbe subito affibbiato al ritrovo.

Il mese di settembre terminava così, senza scossoni.

Si, lo so, avete fatto il conto che la telefonata del Karsi al Beto era il lunedì 27, e dunque mancavano ancora tre giorni, fatte salve rivoluzioni copernicane, alla chiusura del mese.

Il fatto è che in quei tre giorni non successe nulla.

Paolo e Beto non ebbero alcun contatto, anche perchè il primo era impegnato in una fiera a Colonia che lo avrebbe riportato in patria solo il giovedì sera, come debitamente riferito ad Alberto dalla madre di Paolo.

Allora il leader, che qualche pensierino alla esibizione imminente forse iniziava a covarlo, contattò Oscar per dare una disponibilità di massima.

E infatti si diede disponibile….per la sera di venerdi primo ottobre a Malvaglio, la stessa sera del concerto!

Naturalmente lui doveva estendere l’avviso ad Alfonso. Cassetti, invece, sarebbe stato già presente di suo.

Il buon Oscar pensò che Beto fosse uno psicopatico e temette per la propria incolumità. Fu tentato di dire al leader che aveva sbagliato numero, ma si ricordò di essersi già qualificato. E quando intervenne in linea la voce di Pamela a confermare il tutto, capì che non stava sognando.

Ecco la spiegazione del capo:

"In settimana, davvero non riesco. Troppo da studiare, poi lavoro tutto il giorno. Comunque non preoccuparti, ci vediamo lì venerdì verso le nove, tanto c’è il gruppo che suona prima di noi, parliamo un attimo, ci ripassiamo tre passaggi (testuale, ndr.) e tutto andrà liscio, talmente assodato il repertorio, ormai. D‘accordo allora, a venerdì!”.

Oscar tentò una debole e vana opposizione.

Il leader lo condì via con uno sproposito pseudo letterario e depose allegro la cornetta. “Ci vediamo là, mio eccellente collaboratore artistico!”

Invano Oscar aveva sperato d’ottenere l’ok per provare il 28 o al massimo il 29; Fabrizio infatti aveva già preannunciato che, essendo i Gamba la principale attrazione della serata, a loro avrebbe dedicato l’ultima serata possibile per provare, ossia il 30 settembre. Così quando non ricevette alcuna comunicazione dagli altri dhg, l’imperturbabile batterista pensò che dovevano sentirsi talmente pronti da non doversi scomodare nemmeno per una prova.

Che le cose fossero destinate ad andare storte, con simili premesse era soltanto prevedibile.

La sera del primo ottobre, il colpo d’occhio della boscaglia del Naviglio grande, zona di Malvaglio, era da cartolina, o quanto meno da “Very best of..” del parco del Ticino.

Il tramonto, d’un arancione vivo e coprente, s’era librato in un cielo carezzato da miti brezze autunnali regalando un malinconico retaggio dell’estate appena sfumata, e le acque gorgogliavano vezzose sotto le luci multicolori dell’alzaia, su uno spiazzo della quale, in prossimità del ponte che conduceva al centro abitato, si sarebbe tenuto l’ “Inaugurazione dell’autunno”.

Svaccati a un tavolino e completamente privi di gentilezza poetica, un chitarrista molto preoccupato, il di lui cugino bassista, ed il loro batterista si trovavano, verso le 19,30 davanti ad una doppia Steinbacker triplo malto, due acque toniche, una con ghiaccio, l’altra senza limone e svariati mini-paninetti colmi di salumi d’ogni genere ed ogni tipo di nefandezza d’accompagnamento possibile, salse in quantità ed ogni tipo possibile di salatini.

Il bravissimo musicista Fabrizio Cassetti stava oltrepassando la soglia dell’agitazione per lanciarsi senza titubanze oltre quella di una viva alterazione.

“Ma dove cavolo (eufemismo!) sono finiti quei due cari nostri amici (eufemismo!)? Si sentono talmente sicuri quei due birichini (eufemismo!) da non volere nemmeno fare il sound check, quei due gran simpaticoni?!?(eufemismo!)! Dio, come mi girano le scatole (eufemismo!), so io dove metterei loro le bacchette della batteria, dritte in…(omissis), appena li vedo gli taglio le…(omissis)…che due bastardi!!(questo si può scrivere..)…”

Oscar: “Dai, Fat, non ti agitare, staranno arrivando di certo, e poi lo sappiamo il daffare che hanno..”

Alfonso: “Hanno avvisato, no? Hanno detto: arriviamo, inseriamo il cavo e suoniamo. Dobbiamo salire sul palco tra due ore e tanto sappiamo tutto a memoria, son sempre le stesse canzoni. Non vedo cosa ci sia da preoccuparsi.”

Karsi osservò in modo stralunato il proprio bassista.

Proprio lui, non si preoccupava? Restò senza parole.

Lo osservava tranquillo mentre trangugiava tranquillo l’acqua tonica, imitato dal cugino, apparentemente senza pensare al live fischiettando stralci da “Huomini” e da “Tu mi spezzi il Kuor” alternativamente, e riproducendovi originali parti ritmiche.

Una cosa da niente.

Dopo un noiosissimo complessino che suonava blues scimmiottando Zucchero e compagnia, i Dhegrado dovevano semplicemente fare da apripista ai Gamba davanti a qualche  centinaia di persone che non vedevano l‘ora di vederli suonare e che avrebbero chiuso la serata.

Ma l’immobilismo di Alfonso era contagioso: anche Oscar, reperito un gruppo di coscritti, si mise a discutere su Tangentopoli e sul connesso terremoto socio-politico che era ormai giunto alla seconda stagione, senza nemmeno prestare attenzione al primo gruppo che nel frattempo era salito sul palco dando il via alla serata.

Karsi era fuori di sé.

Era riuscito ad ottenere ai Dhg il momento migliore della sera, perché l’attenzione sarebbe stata rivolta al palco in attesa dei “padroni di casa”; ora, metà band non compariva e l‘altra metà se ne fregava.

Poco dopo le ventuno e trenta, arrivarono entrambi.

Non c’erano né Mirella, rimasta a casa stanca dopo la tirata della fiera, né Pamela, che Beto aveva riaccompagnata a casa dopo una cenetta a due che il boss s’era concesso, al termine d’una nuova settimana tutto libri e ufficio. La ragazza dovette disertare l’esibizione perché doveva tornare a sua volta a studiare.

La prima delle tre bands previste stava già esaurendo la propria esibizione, senza aver riscosso particolare consenso tra l’audience.

Scrutando il pubblico, Karsi riconobbe molti sostenitori usuali dei Gamba, mentre dei seguaci storici di Torretta & co., in giro se ne vedevano pochini.

E di segnali che non stavano proprio giocando in casa, il leader e soci avrebbero potuto coglierne a iosa.

Ad esempio osservando la folla, in coda quasi civile, che s’ammassava allo stand installato giusto di fianco al palco, dove lo staff dei Gamba (mogli, fidanzate, amici, ammiratori) stavano vendendo la prima opera in vinile e musicassetta della band, intitolata semplicemente “Volume 1”.

E mica solo quello: gadgets, foto, registrazioni pirata di svariati live.

Sono le dieci in punto quando i Dhegrado salgono sul palco. A dire la verità, i ragazzi non paiono eccessivamente concentrati. Ancora nel momento in cui saliva sul palco, Beto stava raccontando a Gary la cronaca degli ultimi esami affrontati. Paolo aveva il solito sorriso sicuro, Oscar si accomodò senza particolari cure la pedaliera del wah wah. Solo Karsi aveva allestito con estrema cura il proprio spazio: lui sarebbe sceso solo a notte fonda ed installò a fianco della batteria tutto l’occorrente per la sua performance da percussionista.

Senza particolari preamboli, Beto afferrò il microfono ed introdusse brevemente il gruppo come “la stella del garage-punk meneghino”.

Partenza così così.

Non aveva ancora finito di dirlo che le prime note di “Strano cerca amore” fendevano già la bucolica atmosfera di quel tratto di Naviglio. Al termine del brano però, pochi applausi e qualche silenzio di troppo accoglievano l’inizio di quell’esibizione.

I degradi al momento non ci badarono più di tanto.

Senza concedere troppo alla platea a livello scenografico, i cinque snocciolarono di fila altri sei/sette classici del repertorio, eseguiti in maniera impeccabile.

Purtuttavia, l’audience restava fredda, ed un insolito senso di disagio andava insinuandosi sinistramente sul palco.

Ma il peggio doveva ancora venire.

L’ultimo brano in scaletta era “Luxuriotica”, che di solito attestava trionfalmente la fine dei concerti di Torretta & C.

Asciutto, il capo presentò il brano come: “il nostro pezzo forte” e si voltò professionalmente verso Paolo dandogli l’ok per l’inizio. Durante la complessa ed eterea introduzione strumentale, alcuni fischi si levarono dal pubblico, un’esperienza mai provata.

Adesso i cinque erano esterrefatti, riuscirono a portare a termine il pezzo ma la disapprovazione della gente cresceva e risuonò ancora più forte non appena gli strumenti tacquero.

Mentre i nostri non sapevano cosa fare e si guardavano in faccia increduli, un addetto all’organizzazione salì sul palco con l’intenzione di calmare l’acque, ma in realtà peggiorò soltanto la situazione. “Per favore, restate tranquilli, tra pochi minuti sarà la volta dei Gamba de Fegn”.

Un boato d’esultanza sottolineò la comunicazione.

Era veramente troppo. Imbestialiti dall’umiliazione, i cinque dopo un breve cenno d’intesa si lanciarono in una versione fulminante di “Already gone”, e dopo 1’34” di pura adrenalina in quattro quarti raddoppiato abbandonarono il palco quasi ancora prima che la musica sfumasse nell’etere, mentre un leader inviperito sibilava al microfono:

“Chiedete ai Gamba di suonarvi questa, poi!” e sputacchiava per terra.

Tutti scesero tranne Cassetti, vistosamente imbarazzato e pronto a trasformarsi in pochi istanti da pirla ad idolo, con l’altro gruppo.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 30 - UN'ARIDA ESTATE

3 AGOSTO 2018

 

 

Come abbiamo potuto constatare, quella prima metà del 1993 trovò Alberto particolarmente impegnato sul fronte degli studi: nel mese di giugno l’obiettivo era passare l'esame per l'ammissione al terzo ed ultimo anno del Corso d’Arte Drammatica.

Il nostro diede davvero il massimo, riportando alla mente certe epiche performance su palchi infuocati davanti a platee estasiate. Adesso la scena era lo studio di casa sua, la ribalta l’ufficio dell’azienda paterna. Ma l’impeto bruciante che vi metteva era immutato.

Dopo il live-Redial, diradò leggermente le uscite con Pamela e in pratica del tutto quelle coi compagni di band, ma anche stavolta fu un successo, e il traguardo fu centrato il venerdì, 25 giugno di fronte a un pubblico entusiasta di familiari, fidanzata e amici tra cui, immancabilmente, i militanti della simpatica band di musica leggera dei Dhegrado.

Nel brindisi (semi) analcolico che ne seguì nel salotto di casa sua, il leader ufficializzò con orgoglio che tra un anno avrebbe ottenuto la qualifica formale di Attore Drammatico.

C'erano anche altre piccole grane burocratiche ad annuvolare i cieli rosa-azzurri del capo, ad esempio il fatto che pochi giorni prima dell'esame aveva dato anche il suo ennesimo (ed ultimo possibile) rinvio del servizio militare per motivi di studio, ed a partire dal giugno 1994 avrebbe potuto essere chiamato in qualsiasi momento ad espletare il dovere. Naturalmente lui contava sulla sua regolarità per ottenere tanto il Diploma d’Arte quanto la Laurea in Filosofia prima della partenza, anche se il suo vero sogno consisteva nella botta di fondoschiena improbabile ma non impossibile di un congedo illimitato, magari ottenuto per riconosciuti meriti artistici.

Quell’estate proseguì dunque per lui in maniera tutt’altro che riposante: il patto d’acciaio stretto dallo zazzeruto artista con il signor Enrico entrava nella fase saliente. Tra le parti era stato nel frattempo concordato un sensibile aumento di stipendio per il ragazzo, che i genitori erogarono con soddisfazione crescente, visti i risultati. Per Alberto d’altra parte, le esigenze economiche andavano aumentando.

“Anche per la mia nuova vita a due".

E questa fu, fra tutte, l’asserzione che ai famigliari dell’artista-cantante-laureando faceva più piacere ascoltare.

L'unica cosa a cui il leader non stava pensando era di creare qualche testo illuminato di furore artistico o qualche possibile eccentrica scenografia per il prossimo grande spettacolo dal vivo dei Dhegrado, parole tratte di peso proprio da uno dei dialoghi tra lui e la fidanzata, sul lungomare di Alassio, all’inizio d’un caldo weekend di luglio, mentre passeggiavano felici all’ombra dei palmeti.

"Vedrai, vedrai, adesso a settembre ci ritroviamo e facciamo un macello...appena torniamo in sala..appena il Paolo è stabilizzato sulla sua nuova vita...appena sono instradato bene verso il diploma e la laurea...appena il Karsi ha finito di divertirsi con le percussioni di quel gruppo là, come si chiama.."

"Però..non sono poche le variabili..meno male che almeno Oscar e Alfonso non stanno attraversando cambiamenti epocali, sennò la vedevo dura, ma proprio dura!"

"In che senso, scusa?!?"

Una folata di vento indusse la ragazza a stringersi nel tailleurino rosso, dono dello stesso Alberto per il suo compleanno, ed entrarono allora in un bar, ove il leader comandò un semplice sandwich alle ostriche con succo d‘orzata e limone verde.

Distratti dalle contingenze, non ripresero più il discorso di poco prima.

Il giorno dopo trascorsero una bellissima mattinata al mare, mentre il pomeriggio visitarono l'entroterra. La domenica sera rientravano, stanchi ma contenti, ed in perfetto orario Alberto Torretta si presentava il lunedì mattina al suo posto a fianco del signor Enrico.

Il prossimo obiettivo era il penultimo esame in facoltà, fissato per il 4 settembre. Con straordinaria costanza, riuscì a prepararsi in modo eccellente. Per l’intero mese d’agosto, al di là di un altro paio di fine settimana al mare in compagnia della fidanzata, quasi non fece vita sociale. Nemmeno un contatto, un’uscita, né coi vecchi amici, né con gli altri dhg.

Una mattina intorno alla metà di agosto ricevette una cartolina da Alfonso. Anche lui era andato al mare. Cercò di leggere le firme intorno alla sua ma non gli riusciva di distinguerle. Pensò per un attimo a Gary, forse era il Dhg con cui storicamente aveva avuto più dialogo, più confidenza. Era logico, si disse. Coetanei, spesso insieme all'ex Bologna a piangersi addosso sulle morose o mancate tali, anche se a lui talvolta bisognava strapparle con le tenaglie, le parole. Adesso si sarebbero rivisti a settembre. D'un tratto però gli parve strano, stranissimo. Come poteva essere, che non si vedessero da quasi due mesi, dall'esame di ammissione al terzo anno?!? Qui bisognava ripristinare i contatti, urgeva richiamare all’ordine i vassalli del suo gruppo, riprendere a scroccar birrette, a uscire a divertirsi e far cagnara la sera…qualche istante più tardi, il penetrante sibilo del fax distrasse la sua attenzione.

Un’occhiata all’intestazione del foglio che stava uscendo, un sospiro di liberazione, la rapida corsa verso l’ufficio del padre. “E’arrivato, papà, è arrivato!”. La conferma d’un importante commissione da un cliente, operazione portata avanti sostanzialmente dallo stesso Alberto, diede nuova linfa alla sua giornata trascinandosi via con sé le devianti riflessioni di poco prima. La buona novella occupò la parte preponderante della conversazione che ebbe con Pam, quella sera di venerdì al “Ballroom”, teieria & cioccolateria di nuova apertura ad Abbiategrasso.

Per il nostro prima e meritata uscita serale dell’intera settimana.

"Allora, com è andata la vacanza?" chiedeva Ciccio, arrancando al solito sotto un maligno sole di fine agosto, cercando inutilmente di star dietro alla ruota degli amici.

Fu Oscar il primo a prendere la parola, non per questo rallentando l'andatura. "Riposo, antistress, tutto quello che ti viene in mente metticelo. D'altronde credo che uno vada in montagna per quello. Invece il nostro Gary non sa fare a meno del mare, o sbaglio?"

"Esatto, cugino" iniziò il bassista, "ma non significa che non mi sia rilassato alla grande anch'io. Mi son messo persino a scrivere."

"Cosa, se è lecito?"

E raccontò il suo (relativamente) nuovo hobby, del quale ancora non aveva messo a parte nessuno, concludendo:

“…poi raccolgo tutto in quaderni, taglio, aggiungo, metto insieme finchè mi pare ne esca qualcosa di sensato."

"Sensato secondo te" l'arguta osservazione di Ciccio.

"E' ovvio. Cosa me ne frega che abbia senso per gli altri. L'arte non si spiega. Chi ha orecchie per intendere, intenda"

"E gli altri, in roulotte..." Fulminante, la battuta di Oscar.

Che però ritornò serio abbastanza in fretta da introdurre una questione piuttosto spinosa. "Ma perchè non porti questo materiale alla band? Chissà che ne esca qualcosa di interessante, magari spunti per qualche pezzo nuovo. Adesso non appena ci ritroviamo a settembre.."

Alfonso non lo lasciò concludere.

"Cosa ti fa pensare che potremmo ritrovarci?".

Non c’era né rabbia né amarezza, solo una sorta di cinica consapevolezza. Riprese: “Sai cosa farò io, Oscar, il primo settembre? Ti telefonerò, se non ci vedremo prima, chiedendoti se saresti per caso disposto a riprendere a suonare. Otterrò probabilmente il tuo consenso. Poi ci divideremo le tre telefonate rimanenti, e ci riaggiorneremo alla fine della giornata.” “E il lunedì, è probabile che in saletta ci troveremo io e te”, terminò la frase Oscar. Il ragazzo riconobbe che era strano, che quest'anno non si fossero praticamente più ritrovati dopo l'ultimo Redial live, almeno per salutarsi prima della chiusura per ferie. Anche lui non vedeva Beto, Paolo e Karsi praticamente dalla sera stessa dell'ultimo concerto.

Alfonso tornò di colpo brioso e loquace: “Forza, piantiamo giù una corsettina, che qui abbiam poltrito tutta estate e c’è da bruciare un mare di calorie se non vogliamo finire tutti come il Karsi!”

E produsse uno sprint che lasciò gli altri due a bocca aperta. Ciccio, stremato, si schiantò a terra con gran rumore prima ancora di partire, mentre Oscar, che se ne guardava bene dal rialzarlo, lo finì scalciandolo selvaggiamente nel Naviglio. Poi attese con pazienza il ritorno del cugino per andare tutti insieme a farsi una birretta.

Anche per il signor Fabrizio Cassetti, operaio specializzato, batterista, percussionista, senza il minimo interesse per la floricultura, quella che volgeva al termine era stata un'estate molto impegnata, ma per motivi opposti a quelli del leader degradista. Infatti i Gamba avevano deciso di anticipare da settembre a luglio l'ingresso in sala di registrazione per il loro primo disco. Contavano così di farlo assimilare ai seguaci già di ritorno dalle ferie e promuoverlo poi ulteriormente con una serie di concerti. Ciò provocò esultanza al leggendario batterista dei Dhegrado, che con un brevissimo preavviso era stato di fatto precettato per percuotere bonghi e percussioni varie, battere triangoli ed altre piacevolezze. Ma Fabrizio aveva dato una parola e mai si sarebbe tirato indietro, tanto più che, chissà, magari ci sarebbe stata anche la possibilità di guadagnare qualcosa. Non era forse quello uno dei principali argomenti con cui aveva difeso mesi prima in famiglia la scelta di unirsi ad una nuova band? Così rinunciò alle vacanze programmate (le prime dalla vendita del bar ristorante l'anno prima) considerando tale rinuncia alla stregua di un investimento, e da vero professionista si dimostrò preciso ed impeccabile nel rispettare alla lettera la nuova tabella di marcia di Marini e soci. Fu questo il motivo principale che impedì in pratica i contatti tra Karsi ed i suoi colleghi dhg. Ma sarebbe ingiusto dire che il valoroso musicista, ora diversamente occupato, aveva scordato i suoi compagni di post-punk. Fu proprio ai Dhegrado che Fabrizio aveva pensato, allorchè durante una "riunione di lavoro" verso la fine di agosto, Marini illustrava ai compagni di complesso il programma degli spettacoli dal vivo che si sarebbe tenuto da metà settembre circa. Tra gli appuntamenti spiccava una serata che da svolgersi niente meno che sulla riva del Naviglio, venerdì 1 ottobre in territorio di Malvaglio, una specie di "inaugurazione dell'autunno", come l'aveva argutamente definita il leader della folk-band. Cassetti, che ascoltava il capo parlare grattandosi il pizzetto salepepe con la guinness in mano, deglutì in fretta e furia la sorsata sbavandosi i baffi per proporre al volo il nome dei Dhg come complesso opener della serata. Argomentò sagace che questo avrebbe attirato anche i fans di Torretta & co. aumentando dunque l'audience complessiva.

Marini e gli altri aderirono entusiasti, proponendogli una mezz'oretta di spazio per la band. Karsi rifletteva giustamente che il repertorio era talmente assodato che non servivano nemmeno prove, ed avrebbe avvisato gli altri con un giro di telefonate qualche giorno più tardi, certo dell'ok dei ragazzi.

Le fosche prospettive prospettate (gioco di parole voluto) da Alfonso e Oscar durante la recente corsa sul Naviglio vennero dunque subitaneamente disattese.

La prima telefonata che Fabrizio fece fu a Paolo, giovedi 2 settembre. Al di là della cornetta, il signor Garavani faticò dapprima a riconoscere il suo batterista, che poi salutò con vigore e dileggi. Anche per il chitarrista, ormai, vacanze finite. Anche per lui, poche e veloci.

La sua prima estate da sposato s’era dipanata in un periodo di riposo improcrastinabile ma breve. Troppo incalzante la necessità di far interagire nel modo più veloce e funzionale possibile il proprio lavoro ed il suo nuovo status, per potersi permettere un intervallo maggiore. Ragioni opposte e complementari a quelle dell’estate precedente, dove tutto era invece teso alla preparazione dell’evento. Al momento della chiamata di Cassetti l'azienda aveva già ripreso l'attività ormai da un buon paio di settimane.

Ecco ad ogni buon conto la cronaca della conversazione:

"Cosa dici..bene, son contento..così il disco è quasi pronto, allora? Oh, mi raccomando, voglio essere uno dei primi ad ascoltarlo, dal vivo oppure mi regali una copia tu.."

"Proprio di questo volevo parlarti, coi Gamba avremmo pensato di coinvolgere anche i Dhegrado in una serata che vorremmo fare sul Naviglio, secondo me il repertorio non è un problema, dato che si tratta di una trentina di minuti, poi sarebbe una bella occasione visto che non diamo concerti da qualche mese. Oltretutto quella sera i Biglietti scaduti non ci saranno per impegni prefissati, saremmo solo noi e i Gamba, una cosa da protagonisti, bella, come facevamo ai vecchi tempi, al Magia o al Clausura…"

"...suonare, noi...hmmm..agli altri l'hai già detto....ah, non ancora...e quando sarebbe?!?...il primo ottobre?..Beh, non è che ci sia tutto 'sto tempo allora...no, è che è una vita che non prendo in mano la chitarra...tu dici? si dai, allora si può fare..prove? No, a che serve? Se è per fare una mezz'oretta buttiamo li quattro, cinque classici, qualche trovata del Beto e chiusa lì, ti pare?..ok allora, vai, per me è ok, avvisi tu gli altri? Va bene, dai, ci sentiamo eh? Ciao, ciao".

Karsi depose la cornetta sentendosi quasi in colpa, mentre era convinto che Paolo sarebbe saltato sulla sedia dalla contentezza. Non stette comunque a pensarci a lungo, e anche Garavani dal canto suo tornò subito ad occuparsi delle questioni di lavoro che occupavano la sua scrivania.

Adesso, la sera, Paolo non cercava più di uscire tanto per farlo, sentiva di non averne motivo nè voglia. Era deciso pur tuttavia a non trascorrere le serate sul divano accanto a Mirella davanti alla tele, per non pensionarsi a venticinque anni, come diceva lui, ma si creò presto dei diversivi gratificanti. Fecero l'abbonamento al cineforum, ambiente che permise loro di stringere presto nuove conoscenze e anche di scoprire un’insospettabile passione per il cinema, che lo portò in pochi mesi a crearsi una collezione di opere contemporanee e d’essai. Altre volte, specie il venerdì, invitavano nella casa nuova coppie di amici per una serata in compagnia, invito poi debitamente ricambiato. Amava particolarmente prendere in mano l'acustica o sedersi al pianoforte in tavernetta per rallegrare queste occasioni con qualche brano dei sempre amati Pink Floyd o vecchi riffs claptoniani. A dire il vero aveva già pensato di dedicare una di queste serate ai compagni di band. La chiamata di Fabri gli rinfrescò la memoria e si ripromise che l'avrebbe organizzata quanto prima.

Qualche sera dopo Karsi si ritrovò con Gary, Oscar e Beto gambe sotto il tavolo dall'ex Bologna ed ottenne le altre adesioni. Anche stavolta tutti sembrarono d'accordo sul fatto che era inutile entrare in saletta a preparare un concerto (breve) che si sarebbe potuto effettuare ad occhi chiusi.

Solo una piccola obiezione, uscì con poche speranze dalla bocca di uno dei tre.

"Ma in saletta si potrebbe anche accedere per cercare di creare qualcosa di nuovo..di dare un seguito al discorso musicale intrapreso ed ora stagnante da mesi, è un anno che non scriviamo più niente.."

Nessuno rispose, e chi aveva parlato si zittì, ingollando un tramezzino aglio, cipolla e peperoni gialli e focalizzandosi su un concerto di trip-hop che stavano dando su MTV. Ancora una volta, Gary non trovò più molto da dire per quella serata. Qualche secondo dopo, il vocalist Alberto Torretta, già leader dei Luxuria Betovox e dei Dhg, s’alzò dal tavolo per recarsi ad ordinare educatamente un chinotto con ghiaccio e senza limone, che gli venne servito in modo impeccabile senza nemmeno una goccia fuori posto.

Mentre tornava al tavolo, s’immaginò una scena di alcune estati prima, rivide Karsi al bancone che litigava di calcio scambiandosi insulti con astanti assortiti ed eliminando a manate la schiuma in eccesso che fuoriusciva del fusto della birra.

Lo percorse un brivido, mentre rivide subito dopo sé stesso che declamava con fare tronfio ed ispirato proposizioni colme di termini astrusi senza il minimo senso compiuto, ma con un senso di spettacolarità spontanea e dirompente che forse andava già smarrendosi nei meandri gelidamente inappuntabili del Lavoro.

Rise vedendo che Paolo dileggiava allegramente la beata incoscienza di Alfonso che inseriva cavi a caso nell’amplificatore e distorceva tutto generando scintille, oppure la scena opposta, con Gary che irrideva un Garavani costretto al rientro a casa presto il venerdì sera “perché il giorno dopo andava in ufficio”.

Un sorriso lo riportò seduto, mentre riviveva la gioiosamente strampalata presentazione di Oscar da parte del cugino, il quale, entusiasmato per il suo valore di rappresentanza del momento, era prorotto in un delirio disperato di nonsense, naufragando presto nel fangoso ludibrio cui divenne oggetto da parte degli altri.

Le belle immagini svanirono non appena si trovò a contatto con le facce davvero poco entusiaste degli altri tre, con Gary perso nelle movenze techno-rap d’illustri sconosciuti che inondavano il locale d’impersonali suoni campionati. Karsi stava invece raccontando ad Oscar le tecniche di registrazione che coi Gamba avevano adottato durante la preparazione dell’opera prima del complesso, ancora senza titolo, che era ormai allo stadio finale.

“Pensiamo di terminare la settimana prossima, e la pubblicazione è prevista per il 19 settembre. Non so esattamente quante saranno le copie, queste sono cose che riguardano Giovanni (Marini ndr.) e quelli della “Overpowered!” (la piccola etichetta indipendente che avrebbe distribuito il disco, ndr.). Ma a dir la verità non me ne fotte niente di ‘ste stronzate, mi basta vedere le nostre facce da minchioni fuori dalle vetrine!” concluse, con un irreprensibile tocco di classe.

E stavolta Gary non potè non accusare il colpo, e smise di guardare gli invasati psicopatici di MTV per unirsi al coro di complimenti degli altri al batterista.

Il giorno dopo, sul treno che lo portava a Milano, osservava distratto la campagna già arroventata dal sole, mentre tamponava con un fazzolettino alcune gocce di sudore che un finestrino insufficientemente abbassato non bastava a sopprimere.

"Che deserto di afa, che arida estate che è!!" si trovò a riflettere.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAP.29 - IL DHEGRADO SPOSATO

31 LUGLIO 2018

 

 

Un inizio d’aprile uguale in toto a molti altri inizi di aprile dei tempi che furono, ossia ventoso, freddo e piovoso, aveva colto il bassista dei dhg in uno dei suoi rari ma piuttosto prolungati momenti di agitazione, dei quali conosceva fin troppo bene la causa.
L‘ufficialità delle nozze del proprio chitarrista gli diede un momento d‘entusiasmo e di felicità, che condivise con i colleghi di gruppo con un giro di telefonate tramite le quali presero gli accordi logistici di base per quella giornata campale. Ma la notizia che non riusciva a togliersi di mente, e gli causava invidiosi mal di pancia, era un’altra.
Marini e compagnia avrebbero registrato. E non una canzone, o un singolo: un intero album! Ma come!
Questa era una band che esisteva da pochi mesi, un anno al massimo, avevano a malapena una decina di pezzi originali (infatti l’opera prima sarebbe stata completata dall’altrove citata versione trash de “Oh mia bela Madunina", ndr.) ed entravano in sala di registrazione. Loro, i dhg, esistevano da cinque anni ormai, i brani propri erano almeno tre volte tanto, eppure non avevano mai pensato seriamente di incidere, in seguito all’abortito esperimento di “Open”. Certo, ora come ora il consenso di pubblico dei Gamba era probabilmente superiore a quello dei Dhg. Ma fino all’anno prima, anzi ancora a Mezzago, tra i due complessi era un match tutto da disputare.
Tornato a casa dal lavoro, si lanciò sul letto per un riposino preserale. Invece che sul libro in attesa sul comodino, lo sguardo si fissò al di là delle zanzariere, all’angolo del balcone, dove pochi giorni prima, incoraggiato dal primo tiepido sole primaverile, aveva piazzato due fioriere.
Uscì a controllare, se la pioggia battente danneggiava eccessivamente i fiori, era meglio spostarle in un angolo più riparato.
Al contrario, parevano resistere. Erano due rigogliose piante di surfinie. Mentre ancora pareva valutare, se cambiar loro di posto o meno, in un cantuccio remoto del suo inconscio brillò una luce.
Le surfinie, proprio come quattro anni e mezzo prima.
Tu eri qui, sullo stesso balcone, quando hai udito (con comodo) lo squillo del telefono. Era Mauro.
Lì era cominciato tutto.
Doveva proprio essere qui, che doveva sfasciarsi tutto?
Si guardò intorno. Molti fiori, specialmente le piante grasse, erano ancora ospitati nelle serre invernali. Decise, seduta stante, incurante dell’acqua che invadeva gran parte della balconata, che era ora di liberarli alla primavera. Avevano già troppo dormito. L’indomani, era certo, il tempo sarebbe migliorato, e tutto sarebbe ripartito.
L’umore risalì istintivamente.
Si mise alla scrivania, rilesse gli appunti, gli scritti, i raccontini. Quella si che era stata una bella pensata, si disse, ed evidentemente non doveva esser servita solo per trascorrer meno inutilmente l’anno del militare. Si mise a scrivere, alle otto di sera quasi gli dispiacque smettere per cena.
E così, anche per Gary si aprì un periodo scevro d’illuminazioni musicali. Per alcune settimane, avrebbe trovato altrove le proprie soddisfazioni.
Due pomeriggi più tardi, piuttosto intimidita, una giovane degradiana osservava, seduta in una poltrona old-style in velluto marrone, i dipinti e le sculture che adornavano la sala d’aspetto dell’Università degli Studi di Milano, dipartimento di Filosofia. Non aveva voluto entrare nell’aula dove lo studente Torretta Alberto, d’anni venticinque e mesi tre, stava dando un esame fondamentale per il procedimento “secondo tabella” della propria carriera universitaria. Silenziosa, la mente sgombra di pensieri, Pam scrutava gli incroci di forme e colori, il saliscendi di solchi e intarsi, di protuberanze, il gioco di luci e ombre che quel locale imbevuto di cultura, appena riverberato dalla smilza luce di un sole etereo, offriva al visitatore. Il suo sguardo s’attardò su una targa in bronzo che troneggiava di fianco all’uscio. Conteneva gli illustri nominativi dei fondatori e dei presidenti dell’Istituto che s’erano succeduti negli anni. Esalava un tal senso di gravità solenne da passar a sua volta per opera d’arte, e contribuì non poco alla sottile inquietudine che s’andava annidiando nell’animo della ragazza.
Il Capo non usciva più. Uno sguardo all’orologio: era entrato da una mezz’ora che era durata un anno.
Ed aveva giustappunto volto lo sguardo verso la porta d’ingresso all’aula, quando vide la maniglia abbassarsi.
Poi osservò l’uscio schiudersi. Non sapeva se sperare di vederlo apparire o meno. Chissà perché pensò che non poteva essere lui. Invece lo era. Lentamente, le si fece incontro.
“Allora? Non mi dici niente?!?”
Tre giorni prima delle nozze di Paolo, Gary ricevette una chiamata dal signor Cassetti.
Sulle prime, Alfonso temette che il vistoso batterista volesse invitarlo ad un nuovo show dei Gamba. Invece il buon uomo del ritmo ebbe un idea che perfino Alberto più tardi avrebbe definito geniale. Appeso il ricevitore, Alfonso contattò Oscar che poi telefonò al leader, e tutti ebbero l’informazione.
Il giorno dopo era un venerdì in cui la natura pareva infine aver posto in opera il proprio risveglio. Una brezza sottile solleticava i sensi, troppo a lungo compressi dalla rigidità
di un stagione fredda che non aveva mai fine. Le prime maniche corte, la prima ressa di maglioni incellophanati
negli armadi. Così si rincontrarono, quattro quinti della band a riposo “dhegrado”, la sera del 22 aprile in una saletta che non li aveva più visti da settanta giorni. In poco più di un’ora, nonostante la polvere accumulatasi sulle attrezzature
e sui ragazzi stessi, il lavoretto era pronto. Verso le undici, i quattro dhg smisero gli strumenti ma non stapparono birre o bevande di sorte. Prima di sancire il congedo, il signor Torretta prese la parola.
“Allora, per lo spazio non c’è problema, dato che dietro l’altare c’è un organino, funzionante, e ci sono tre ingressi liberi. Ci mettiamo organo, chitarra e voce, io potrei anche suonare un tamburello, la difficoltà è il Karsi”.
Già. Come piazzare un batterista e una batteria voluminosi e rumorosi nello spazio scuro ed angusto dietro un altare in una chiesettina di campagna? “Risolverò il problema di persona”, il solenne intendimento di Alberto.
E tutti si sentirono immediatamente confortati.
Domenica.
“Si”.
“Puoi baciare la sposa”.
Commozione, battimani, espressioni gioiose.
Da dietro l’altare, un invitato elegantissimo, in smoking nero e cravattino, batte quattro colpi di bacchette seduto davanti alla snellissima batteria elettronica “Popdrum”, che occupava un metro x ottanta centimetri, gentilmente fornita dal leader tramite l’amico dell’amico. Altri due invitati, in giacca, cravatta e sobrio abito chiaro, crearono con chitarra e tastiera un’avvolgente melodia che immortalò in eterno l’attimo saliente della cerimonia. Un ultimo invitato, situatosi strategicamente nella parte più in vista del retro altare, in modo da stabilire quando porre fine all’esecuzione, ma anche per mero esibizionismo, intonò un cantato celebrativo accompagnandosi con un tamburello. Era “Sysyphus II”. In verità, il leader era decisissimo a fare un pezzo punk improvvisato per l’occasione ma venne convinto, circa con le buone, dagli altri che non era il caso. Indossava un tetro completo nero con scarpe a punta e calzoni a tubo, camicia di raso grigia e cravatta hawaiana, e presto gli sguardi delle ragazze presenti, più che sull’emozionatissima coppia di sposi, s’erano fissati su di lui. Il dato più sorprendente relativo allo sposalizio del chitarrista dei degrado, Garavani Paolo, venticinque anni, con Mirella, sua coetanea, fu che i di lui colleghi di band riuscirono nel non facile intento di non rovinare detta cerimonia con atti inconsulti, il che non era del tutto escludibile. La performance del leader fu uno degli atti più memorabili dello sposalizio. Con voce profonda ed intensa, intona un canto tenue ed ispirato, illustrando un quadro idilliaco con il quale pare voler mandare ai due giovani sposi la sua personale ed illuminata benedizione, della quale i ragazzi non potevano ovviamente fare a meno. La stralunata band d’accompagnamento si produsse poi in altri numeri. La marcia nuziale, eseguita all’inizio della funzione, ad Alfonso costò lacrime vere per impararla, dato che s’accorse la sera precedente che non aveva idea di come si suonasse e passò gran parte della notte a studiarla in casa con la sordina inserita, finchè s’addormentò sul piano e rischiò il ritardo alla cerimonia. Prima della firma dei registri s’ebbe una prima assoluta, ossia Oscar alla voce solista per una sentita versione di “Feelings”, di Morris Albert per sola chitarra, che il capo e gli altri adepti adornarono di romanticissimi cori a cappella, assumendo espressioni oscenamente sdolcinate, per fortuna quasi totalmente nascoste dal retro altare. Naturalmente Mirella e Paolo, che erano all’oscuro del colpo di teatro dei compagni di band, approvarono entusiasti l’intero happening. Al termine del concerto un battimani spontaneo si leva dal pubblico, pardon dagli altri convitati che empivano la piccola e graziosa chiesetta del Santuario dell’Acquanera. La comitiva di sposi, famigliari ed invitati si trasferì successivamente presso un noto ristorante della zona, ove rimase fino a tardi, chiudendo la serata con balli e musica tradizionali.
Si chiudeva così in bellezza la settimana che portava al primo matrimonio di un dhg, una settimana scoppiettante che aveva avuto inizio otto giorni prima con l’addio al celibato di Paolo, durante il quale, come facilmente prevedibile, i freni inibitori dei ospiti vennero presto neutralizzati dall’euforia crescente, ed in più d’un occasione l’opportuno e minaccioso intervento di Fat Karsi evitò che qualche situazione a rischio sfociasse in rissa. Il lunedi Paolo e Mirella partono per il viaggio di nozze, dando appuntamento agli amici (e ai colleghi di complesso) dopo il 10 di maggio.
Anche il leader annunciò la sera seguente alla propria platea di seguaci (ossia a Karsi, Oscar e Alfonso), che avrebbe abbandonato il suolo boffalorese per alcuni giorni, decidendo infatti di passare il ponte del 1° maggio a Firenze con Pamela.
Quella sera Oscar e Alfonso lo rimiravano con un sorrisetto ebete senza proferire verbo, al che, infine, il boss chiese veemente spiegazione.
Così Gary parlò:
“Che gita romantica che hai organizzato, non ti facevo così tenero”, lo provocò il bassista tra una birra e gazzosa, una granita all’orzata, un sanmarzano con limone, un succo al pomodoro con scorza d’arancio, patatine, pop-corn e tramezzini con formaggi, salame piccante, senape, mostarda e ketch-up all’ex-Bologna.
“Non è che vuoi emulare presto il tuo chitarrista?!?”.
Il signor Alberto scrutò con fare interrogativo i signori Garimbelli e Parenti, che lo guardavano maliziosi da fuori degli occhiali. In effetti, il boss si sentì impercettibilmente a disagio. Riuscì a blaterare qualcosa del tipo: “No, beh..niente di così impegnativo..dopo nove mesi ci siamo presi la prima piccola vacanza insieme. No, ma comunque ci troviamo presto, tranquilli!!. Ci sentiamo poi tutti al rientro, ok?”.
“Certo, scommetto che chiami tu!” la replica neanche troppo scanzonata di uno degli altri. Poi divorarono il tutto e si recarono ognuno a casa propria senza eccessivi salamelecchi.
Due sere dopo, un quartetto differente per un quarto occupava, al solito in modo scomposto, lo stesso tavolino del medesimo locale. Alfonso era leggermente taciturno, o meglio teneva gli occhi sui tre interlocutori, ma non era difficile indovinare che la mente vagava altrove. Fingendo di rivolgersi ad Oscar e Karsi, Ciccio si girò repentinamente verso il bassista con un perfido: “Tu cosa ne pensi?!”. Lui balbettò qualcosa di francamente sconnesso, prima di ammettere che non aveva assolutamente idea su cosa i due stessero dibattendo.
“Stavamo elencando le affinità concettuali tra fisica quantistica e fissione nucleare”, s’intromise amabilmente il cugino, “ma dov è che sei con la testa?!?” “Non ne ho idea”, ammise debolmente il ragazzo, poi si sforzò di partecipare al dialogo con gli amici. Ritornando a casa solo quella notte, cercò di individuare da dove sorgeva il suo disagio. Non riusciva a non ripensare alle parole del leader, alla sua prima vacanza solitaria con Pamela. Era la cosa più logica, più naturale del mondo. Anzi, sarebbe stato singolare il contrario. Dopotutto, anni prima Paolo aveva iniziato ad uscire sempre più spesso con Mirella, così avrebbe fatto ora verosimilmente Alberto. Non erano più dei ragazzi, lui stesso l’aveva ripetuto a Beto fino alla nausea.
Ed ora che il frontman iniziava a comportarsi d'adulto, il bassista restava interdetto.
Non riusciva a spiegarsi quell’ apprensione del tutto irrazionale. Gli venne il sospetto che, per qualche strano effetto domino, anche questa sua nuova dimensione avrebbe finito per ripercuotersi negativamente sulla band, ma si vergognò subito di questo suo egoismo e rientrò in casa senza far rumore, intonando però sottovoce vecchi incisi di polke islandesi abbassandone di vari toni i refrain.
Anche il 10 maggio era lunedì, ma non per questo si svolsero prove di alcun genere. Paolo era appena rientrato dal viaggio di nozze e presumibilmente doveva aver alcune cose da sistemare, per cui forse non era il caso di tampinarlo. Nel corso della settimana appena passata, l’unico contatto tra membri della band era intercorso tra Fabrizio e Oscar. Lo spazioso tamburellatore aveva chiamato il chitarrista invitandolo al nuovo live dei Gamba de Fegn, che si sarebbe tenuto il sabato successivo al classico “Redial”. Questi aveva accettato di buon grado, girando subito l’informazione al cugino. Il quale ci riflettè a lungo, e il giorno successivo confermò la sua presenza.
Ore 1,30 di domenica 16 maggio 1993.
Il sudatissimo frontman dei Gamba ha appena ottenuto un nuovo trionfo di pubblico e, finalmente ritiratosi, accoglie nel backstage (ossia il bugigattolo di tre metri per tre arrangiato dietro al palco dove si stipavano sette musicisti e i loro strumenti) i due amici dhg Oscar e Alfonso. Oltre il reciproco scambio di complimenti, i nostri accolgono con malcelata invidia quello che era un segreto solo per Oscar.“Proprio così, ragazzi. Ormai abbiamo deciso. A settembre ci prendiamo un mese di pausa dai concerti ed entriamo in studio. Il primo album dei Gamba de Fegn sarà presto una realtà. Dai, andiamo al bar a prendere qualcosa, offro io!” Anche Fat e gli altri membri dei Gamba parteciparono alla bicchierata, che si trasformò repentinamente in una sbronza terrificante. Mentre guidava a intuito verso casa, con un cugino addormentato di fianco, Alfonso cercava di non ricadere sempre nello stesso assillo. Si concentrò sui fiori che avevano ormai portato un ampio sorriso di primavera sui balconi. Su un racconto che stava scrivendo, e un altro che stava progettando. Sul lavoro, ma poi si ricordò che era sabato notte e non era il caso di farsi tutto quel male. Sull’onda lunga di Mani Pulite che a quasi un anno e mezzo dal via continuava a squarciare il mondo politico. Sulla teoria di psicologia analitica di Jung, di cui aveva letto qualcosa su una rivista dal parrucchiere e dopo due secondi era passato alla gazzetta. Finalmente capì, che tutto ciò che voleva pensare era proprio il pensiero che cercava di scacciare. Destò Oscar a strappi e lo coinvolse subitamente nelle sue amare elucubrazioni. Ringraziando sentitamente per la sveglia gentile, il cugino ribatté un’argomentazione limpida, inattaccabile.
“Loro vogliono farlo, Alfonso.”
Finalmente! Dato che lui non voleva ammetterlo, qualcun altro l’aveva ammesso al suo posto.
“Che idioti che siamo stati.”
“Cosa dici?!?!?”
“Ma si. Che idioti! Noi volevamo preservare la purezza dei concerti, vero? Registrare era come fare un lavoro, no? Puri e semplici dobbiamo essere, altro che sovraincisioni e trucchetti da studio, giusto?!? Troppo pulito, troppo dentro gli schemi, troppo artificioso, non è così?"
“Troppo degradante….” se ne uscì Oscar con una battuta che voleva sdrammatizzare il clima sorprendentemente pesante che si andava creando. Karsi, che russava sul sedile posteriore echeggiando il fragore di un tir in autostrada, si svegliò ululando sbadigli e maledizioni. Poi, coinvolto nella discussione, condì via il tutto con un paio di battute e la cosa finì lì. Tanto più che ci sarebbe stata invece un’ottima ragione per tenere il morale alto. Il gestore del locale magentino aveva infatti riconosciuto i due cugini come parte del mitico complesso garage-sixties-post-punk Dhegrado e aveva proposto loro una serata. "Ho libero il venerdi 4, cosa ne dite? Però è tra meno di tre settimane e mi servirebbe una conferma al massimo entro un paio di giorni”. Per tutta risposta, Alfonso non aveva aperto bocca. Fu Oscar ad affrettarsi a replicare un: “Sentiamo gli altri e le diamo risposta al più presto.”
Prima di lasciare Oscar a casa sua, Alfonso chiese al cugino se poteva incaricarsi lui di avvisare Paolo e Alberto. Con Fabri, è ovvio, non ci fu nessun problema. Diede il suo ok fin da subito. Non aveva serate né coi Gamba né coi Biglietti quel 4 giugno. Avrebbe suonato il 5 con Marini e compagnia al noto “Phantom of the Opera” di Rho, mentre il prossimo impegno con la sua band di “psycho-jazz” era nientemeno che alle “Scimmie” di Milano, zona navigli, per la domenica sera, 13 giugno.
“Almeno uno di noi sarà certamente entusiasta di suonare”, rifletteva Gary. Così, il martedì, il neo sposo Paolo ricevette una telefonata dal collega chitarrista.
“Hey, com’è da sposato?”
"Uè, ciao Oscar, tutto bene, grazie, e voi? Io sono ancora un po’ scombussolato…si, il viaggio è stato fantastico, veramente, organizzazione perfetta, sole, caldo, qualcosa di memorabile, davvero…però adesso siamo qui e bisogna correre…”
“Hai già ripreso a pieno carico, vero?”
“Si, certo, ma mi sento forte e pronto ad affrontare tutto, ho come una carica in più adesso, e le responsabilità non mi spaventano..ma ditemi di voi, il Beto e il Gary, come vanno? E il Fat, sempre dietro le percussioni dei Gamba?”
“Sempre, anzi, è anche di questo che vorrei parlarti. Siamo stati al Redial a vederli sabato, ed alla fine dello spettacolo il padrone ha fermato me e Gary con una proposta…”.
Messo al corrente della situazione, Paolo accettò di buon grado l’idea del nuovo Redial live. Pose solo una condizione, e cioè di non svolgere prove nel frattempo. “Scusatemi ma adesso proprio non ho la testa per queste cose, oltretutto il repertorio è talmente assodato che non corriamo alcun rischio. Ci vediamo là con tutto venerdi 4 tipo alle sette e mezzo, così ripassiamo un’oretta e poi via, ok?!?” La seconda telefonata fu per Beto, e ripercorse la falsariga della precedente, sia in richiesta che in risposta. La terza fu per Gary, al quale il cugino annunciò che il live era ormai fissato. Alfonso infatti aveva esordito dicendo che Karsi era entusiasta di un nuovo spettacolo dei Dhegrado. Tutto era predisposto dunque, ma l’inquietudine vagante del bassista non svaniva.
“Sul serio, anche Beto è dell’idea che non serve trovarci?” “Anche lui. Tra l’altro mi ha detto al telefono che è gasatissimo perché ha appena passato un esame molto difficile in università ed ora può permettersi di concentrarsi sulla scuola d’arte, sai che a giugno ha l’esame per il terzo e ultimo anno. Ma non è solo per gli studi; Pam, il lavoro coi suoi, tante cose..tanto le canzoni le sappiamo tutte…”
Deposero il ricevitore. Già. Le sapevano tutte.
A che serviva, trovarsi una sera?.
Infatti tredici giorni dopo le seppero tutte.
Fu un live molto professionale. Pochi fronzoli, poche battute, molta musica eseguita in maniera impeccabile e buona risposta di pubblico. A mezzanotte, poco spazio per qualche bis, ripescato sostanzialmente dal periodo "sixties" della band. Dopo, Paolo ed Alberto rientrarono casa quasi subito, entrambi erano attesi al lavoro il giorno successivo.
Gary ed Oscar seguirono a breve.
Ma Alfonso quella stessa sera chiese quasi scusa, a Fat e Oscar per la scenata in macchina di quella sera di maggio.
Era tornato sereno, sorridente. Capì che questo era quanto doveva attendersi, oramai. E non era colpa di nessuno, anzi, era giusto così.
Quella sera post-live dhg, solo Fat Karsi si trattenne abbastanza a lungo, dovendo tra l'altro accordarsi con i padroni per la serata seguente. Come segnalato, il giorno dopo era previsto un nuovo Gamba live.
E l’entusiasmo nel locale sarebbe certamente rifiorito.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA CAPITOLO 28 - DENTRO O FUORI

22 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 28
Dentro o fuori

La settimana che si dipanò a partire da lunedì 15 febbraio fu la prima da tempo immemorabile nel corso della quale i componenti della celeberrima compagine di rock meneghino “Dhegrado” accusarono una certa tensione nell’attesa di un concerto dal vivo. Non ci furono contatti in quel lasso di tempo. Non ci furono uscite serali, né all’ex-Bologna, né altrove. Al concerto dei Gamba al Cacophony, gli unici dhg presenti furono Oscar e Alfonso, il quale informò Karsi che il signor Torretta era chiuso in uno spasmodico isolamento per preparare la serata del sabato al Bloom.
“Questo significa che canterà i testi con tutte le parole al posto giusto? Che entrerà a tempo, che non insolentirà il pubblico?” rise in risposta il corpulento batterista grattandosi la pancia. Ma il sarcasmo di Fat non ebbe il seguito che in altre occasioni avrebbe ottenuto.
Il gruppo si radunò solo il giorno stesso, subito dopo pranzo e senza troppi discorsi vennero espletate le formalità di partenza.
Alle quattro di quel fatidico 20 febbraio, un pullmino contenente i cinque Dhegrado e le loro strumentazioni, gentilmente prestato dalla parrocchia con le rassicurazioni che sarebbe perlomeno tornato con tutte le ruote, partiva alla volta di Oreno, frazione di Mezzago, ove sei ore più tardi avrebbe avuto luogo l'ultimo concerto dal vivo dei dhegrado versione tutti celibi. Naturalmente lo stereo diffondeva i live della band, in particolare al Magia. Nel pullmino erano dislocati anche alcuni amici dei componenti la band, e altri fedelissimi, secondo promesse, sarebbero arrivati in autonomia.
La campagna pubblicitaria promossa dal gruppo era stata invero estenuante ed aveva interessato non solo Boffalora ma una vasta zona del circondario. Comprendeva tra l’altro:
-    manifesti e volantini, disseminati per strada ed attaccati a pali della luce, semafori e cartelli in genere;
-    bigliettini inseriti nelle buche delle lettere;    
-    telefonate a tappeto, con preghiera di informare gli amici degli amici "per uno spettacolo davvero imperdibile“.

Lo zelo pre-live cui il leader ed i suoi adepti (come gli piaceva denominarli in questa fase) si erano sottoposti testimoniava la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un evento decisivo.
Particolarmente Beto era teso e concentrato come mai prima di uno spettacolo. Durante il viaggio non distolse gli occhi dai testi, tranne per rivolgerli verso uno strano scrigno chiuso a chiave del quale non aveva parlato a nessuno e di cui si sarebbe ovviamente servito nell'esibizione. Arrivati al locale, scioccò a morte gli altri ordinando un caffè ristretto macchiato caldo senza nemmeno la correzione. Chiese al tatuato e corpulento titolare se ci fosse un camerino od un privè ove poter provare "la scena del concerto" ed, ottenutolo, vi si ritirò con lo scrigno in completa solitudine, nemmeno Pam lo seguì. Nessuno lo rivide più per un'oretta.
Quando riatterrò tra gli umani, Paolo provò a chiedergli un accenno su quanto andasse preparando ma il leader si limitò a proclamare che le "vie eteree dell'arte sono disconnesse al villan di mondo". Ma stavolta la sua ben nota ritrosia nello svelare i propri disegni artistici, che mascherava sempre in locuzioni tanto armoniose quanto beote, non lasciava traspirare l’usuale sapore goliardico. Riscosse solo brevi sberleffi. La band al completo si trasferì poi sul palco per il sound-check, operazione dalla quale non derivarono angustie di sorta, poi la cena. Per la prima volta un desco (seppur frugalmente) imbandito non riuscì a scatenare l’usuale spensieratezza ed ilarità che s’originava in modo pressoché spontaneo allorchè due o più degradi vi si sedevano. Karsi soffrì in silenzio per la totale assenza di dileggi e motteggi nei suoi confronti, e fu tentato di schernirsi da solo. Alfonso non trovava molto da dire e roteava uno sguardo incerto tra il palco e le pareti del locale, costellate di manifesti raffiguranti epici live di Led Zeppelin, Beatles, Queen, Who, Van der Graaf Generator. Smise di guardare per non sentirsi a disagio e si concentrò sull’eccentrico orologio a forma di tranciapollo che troneggiava al centro della parete opposta al palco, quasi a ricordare ai musicisti l’inflessibilità dell’inizio e della fine dell’happening. Paolo e Oscar confabulavano a monosillabi circa le proprie, interscambiabili parti di chitarra, sequenze di accordi ed altre noiose questioni tecniche. Non sapendo di cos’altro parlare, Fat pensò bene di rinverdire con Pam i ricordi delle proprie vacanze irlandesi di quell’ultimo inverno, e la poveretta si beccò altri ottanta minuti circa di monologo colmo di barbarie immaginative, proprio come cinque mesi prima in saletta.
Verso le nove furono accese le luci al piano superiore e gli avventori iniziarono ad occuparne i posti, cullati dai rumori selezionati di techno primi anni‘90 ed sadismi del genere, qualche povero tonto prese persino a dimenarsi goffamente al centro della pista, imitato da altri schizofrenici invasati agghindati in nero. Lo strazio durò circa tre quarti d’ora.
L’interessante orologio a forma di tranciapollo posto sulla parete di fronte al palco segnava le ventidue meno dieci minuti e nessun dhg ancora era salito sul palco.
In quel medesimo istante però, un tale sbucò dal nulla e si recò alla tastiera locata a sud-est del palco stesso, iniziando a rantolare una sinistra melodia in minore.
Qualche battuta dopo, dalla sua destra montarono due energumeni i quali ghermirono due chitarre che parevano abbandonate poco avanti, sul settore centrale del palco medesimo, ed incominciarono a spremervi una cantilena funerea.
All’estremità meridionale apparve una figura enorme, che oscurò la parete retrostante. Si accomodò con pesantezza dietro i tamburi della capace batteria senza sgretolare lo sgabello, ed inizio ad accompagnare con funzionale mestizia la nenia introdotta dagli altri.
Una ragazza coi capelli neri munita di un’armonica in “mi” s’insediò al centro-ovest del sopra menzionato palco e cavò dallo strumento lamentosi ululati a nota singola che rammentavano la sirena scarica d’un’ambulanza.
I cinque personaggi proseguirono in siffatta guisa per altri quaranta secondi circa, mantenendo un’espressione globalmente impersonale e sguardo vitreo. Davanti a loro, nella parte nord del palco succitato, un velo nascondeva alla visione del pubblico quanto presto sarebbe stato clamorosamente palese.
D’improvviso le luci lo puntano ed il velo si eleva, come lievitando.
Una figura umana, che squarcia il drappo e s’installa imperiosamente sul davanti del palco più e più volte antecedentemente nominato, emette un sogghigno crescente, amplificato da uno strano riverbero, mentre le luci sbiadiscono tutt’intorno e si concentrano sull’inquietante individuo.
La musica scema con lentezza esasperante.
Il silenzio s’è quasi impadronito del locale già pieno all‘inverosimile, nessuno osa fiatare.
In questo clima surreale, l’Uomo parla.
“Dopo questa sera, nessuno di noi sarà più lo stesso.”
Prima che il pubblico potesse reagire, l’Uomo ha imbracciato un pesante basso che giaceva abbandonato al suolo, ricordando in extremis di collegarlo all‘amplificatore.
E’il segnale.
Il corpulento padrone del ritmo scocca un colpo secco e violento sopra il rullante, primo di una lunga serie. L’”Intro”, uno dei brani nuovi di produzione dhg entra nella sua parte più movimentata. Unico ed assoluto momento in cui i Dhg suonano live in formazione a sei, questo è l’impareggiabile inizio dell’epico concerto di Mezzago.
Il leader imbastisce un giro ipnotico e coinvolgente mentre il ritmo aumenta, le melodie si rafforzano in un crescendo irresistibile costellato di variazioni intorno a quell’unico riff in minore.
Ed è il grande Fat Karsi con una snella ed efficace rullata a porre fine al tutto, allo scoccare del settimo minuto, troncando di netto l‘esecuzione.
L’Uomo crolla a terra, esanime, gli occhi riversi.
Un silenzio di tomba s’impadronisce della stanza, ancora una volta le luci indugiano sul protagonista che non dà più segni di vita, avviluppato in un anelito di tragedia.
Per sei secondi, non s’ode altro che il fiato sospeso della folla.
Prima cioè che la stessa scrosci in un battimani tumultuoso, sostenuto, incessante. L’uomo si rialza, brandisce il microfono e ringrazia, quasi commosso, gli astanti. Capisce che la strada è in discesa.
Per i successivi centodieci minuti, la formazione astorriana regalerà un happening impareggiabile, sciorinando praticamente tutta la produzione post-Luxuria più l’ovvia Luxuriotica, con un consenso di pubblico pari o addirittura superiore a quello registrato presso il Magia di otto mesi prima o al “live in casa”, al Bologna.
Per un grande concerto ci voleva un inizio indimenticabile, doveva aver pensato Beto, che indottrinati scenograficamente i suoi subito dopo la morigerata cena, aveva pienamente raggiunto il suo obiettivo.
Una grossa mano fu anche data dai fans d’importazione, reclutati dalla band ed astutamente disseminati tra il pubblico ad urlar consensi, in gran spolvero si dimostrarono Fabietto e la sua gang, cui erano stati offerti birre e sandwiches dai dhg pur di strappar loro la promessa solenne di non proclamare connotazioni politiche e non originare tafferugli, bensì di urlare a squarciagola per tutta la serata la loro adorazione per il complesso. Non guastò poi anche il fatto che un avventore, in evidente stato di alterazione etilica, si fece largo tra la folla sino al palco e pretese di intonare col leader una versione estrema de “Nel blu dipinto di blu”, durante cui la band accompagnò discretamente il duetto. Prima che il tale venisse scalciato fuori dal gestore.
Dal lato tecnico, notevoli furono le digressioni improvvisate che il complesso si concesse, fino a sconfinare in una specie di free-jazz in “Gaelic latter” (variazione che Beto denominò assurdamente “Tom Waits”) ed in un rock-a-billy nella parte mezzana di “Voglia assassina”.
Tra un brano e l’altro ritornarono anche dopo alcuni mesi i gustosi sketches che il leader amava improvvisare, con il pubblico o con i membri della band stessa. Nel culmine del delirio da onnipotenza, si dichiarò personaggio pirandelliano ribelle in cerca d’autore declamando di seguitò vezzose illogicità in rima baciata.
A proposito, non mancò (al termine di Sysyphus II) un bacio da macho con Pam, che mandò in visibilio il pubblico scatenando gli urletti delle ragazze, che al solito non avevano occhi per il capo. Ma era suo il merito fondamentale di un successo insperato come quello. Ancora una volta impeccabile anche la resa tecnica. L’amalgama tra le due chitarre permetteva un suono finalmente omogeneo, ed Oscar ebbe il suo momento di gloria nell’acclamato assolo di wah-wah di “Morte lieta morte strana”, dilungato ad libitum. A mezzanotte passata il padrone intimò l’alt alla band, e per la prima volta il leader lo vide evidentemente soddisfatto. Trasgredendo al contratto stipulato con Alberto, offrì al gruppo un ulteriore giro da bere con stuzzichini vari, e fu solo intorno alle due che la carovana – dhg intraprese la strada del ritorno, distrutti ma altamente orgogliosi di quello che si poteva definire la miglior performance globale in assoluto del gruppo. Il leader, che appena salito sul furgoncino aveva proposto spavaldamente il giro delle osterie milanesi per festeggiare, dopo alcune centinaia di metri cadde addormentato sulle ginocchia di Pamela e si risvegliò direttamente a Boffalora, deposto al solito sull’uscio di casa, tra i cespugli raggelati in riva alla roggia. Il giorno dopo lo trascorse in trance e, sceso a far colazione intorno alle cinque del pomeriggio mezzo nudo e col microfono in mano, fu osservato compassionevolmente e lasciato senza cornetto, per il cui diniego singhiozzò disperato.
Lunedi 22 febbraio era il compleanno di Oscar, e fu organizzata una serata particolare, per il di lui genetliaco ed anche per fare il punto della situazione post-Mezzago.
Fu un ritrovo divertente ma anche piuttosto sobrio, durante il quale venne riascoltato e commentato il tape del concerto ed Alberto, deus-ex-machina della parte scenografica, venne esaltato per la maturità scenica e interpretativa raggiunta. Naturalmente Torretta s’autoincensò per quella che definì una meritatissima attestazione di stima e chiese di poter firmare autografi ai propri compagni e al gestore del Redial, dove s’erano radunati, il quale gli propose di firmare un assegno in bianco. Insomma un raduno allegro, dal quale però non sorsero programmi per nuove prove e/o esibizioni.
I primi ad andarsene furono Mirella e Paolo, il quale il giorno successivo inaugurava una serie di riunioni milanesi per la promozione regionale della Fiera del Mobile, seguiti poco più tardi da Fabrizio, che preferì non tardare avendo davanti a sé, quella stessa settimana, altre tre sere di prove di cui due coi Gamba. Quando anche Beto e Pam stavano per abbandonare la saletta, fu la voce di Alfonso a fermarli.
“Che facciamo adesso?”
“In che senso?”.
“Beto, avevamo uno scopo. Un obbiettivo. Un concerto importante, finalmente, dopo mesi di inattività. E’ completamente riuscito, siamo tutti contenti, abbiamo festeggiato. Ma adesso che si fa?”.  Breve silenzio, poi riprese: “Siamo qui al Redial e non c’è nemmeno venuto in mente di organizzare una serata…una cosa inconcepibile fino a soli pochi mesi fa...”
Il capo accusò il colpo. Aveva talmente occupato le sue forze ed il massimo sbattimento per quell’appuntamento da non aver pensato cosa sarebbe successo poi.
A cosa avrebbero dovuto far succedere, poi.
Abbozzò qualcosa. Cercò di dire che una piccola pausa era inevitabile, come dopo ogni live, poi avrebbero ripreso i contatti, le prove, magari un nuovo concerto e…poco dopo tacque, schiantato dalla debolezza dei propri argomenti e  dalle ovvie obiezioni dei compagni.
Come poteva non capire, e infatti capiva.
Non era più il caso oramai di proporre altri “discorsi”.
Capiva che non c’era più tempo di far nulla, tra due mesi  Paolo si sarebbe sposato, e se aveva fatto i salti mortali per preparare un concerto, adesso non si poteva più davvero chiedergli nulla.
Il matrimonio.
Hai detto niente.
Poi, sarebbe partito per il viaggio di nozze. Poi, bisognava ricominciare tutto da capo. Imbracciare gli strumenti, sciogliere per l’ennesima volta la ruggine da cavi ed amplificatori. Cercare una nuova scrittura, organizzare una nuova serata. Rubare tempo agli impegni d’ognuno per le prove, impegni sempre più pressanti, invadenti.
“Tutto è cambiato. Una volta potevamo fare tutto, facevamo tutto. Adesso ci sono mille ostacoli.”, l'amara riflessione. Stavolta Pamela non riuscì a fargli tornare il sorriso.
Oscar non aveva ancora finito di compiere gli anni. “Vuoi che andiamo da qualche parte, Beto, non è tardi dopotutto, e un compleanno è un'occasione speciale.”
“No, ragazzi, vado a casa. Domani devo lavorare, devo anche studiare. Ci sentiremo presto, tranquilli, chiamo io”.  
Anche lui aveva pronunciato la frase fatidica.
Chiamo io.
Come no.
Infatti per quanto rimase del mese di febbraio e praticamente per tutto marzo, non vi fu alcun contatto di rilievo tra i membri del complesso.
Una delle ultime sere di inverno, Pam e Beto uscirono a cena con Paolo e Mirella, ed i discorsi concernerono prevedibilmente gli impegni universitari ed il secondo anno del corso d’arte drammatica del capo, e le ormai imminenti nozze dei primi. La malinconia di quel lunedì di febbraio era sparita dal viso del capo, e sarebbe scorretto non sottolineare come il rapporto con Pam, che continuava serenamente, stava contribuendo in maniera decisiva alla quieta funzionalità del leader.
Fabrizio proseguiva una regolare attività con tutti i suoi gruppi tranne i dhg. I Biglietti scaduti ottennero la loro prima scrittura, fissata per la metà di maggio presso il “Mother Nature”, un ritrovo molto caratteristico situato sul Ticino, in località Bereguardo, ove il free-jazz andava per la maggiore e che ingaggiava soltanto strumentisti selezionati per un pubblico altrettanto selezionato. Fat avrebbe poi confidato ad Oscar e Alfonso, con i quali si trovò una sera all’ex-Bologna, che avevano dovuto inviare due cassette di materiale e tampinarli insistentemente per una settimana di fila, prima di ottenere la sospirata scrittura.
Ancora più fitta l’attività dei Gamba. Proprio alla fine di quel marzo i sette musicisti celebrarono la loro sesta uscita dell‘anno, curiosamente proprio al Redial, che si assommava a quelle del Pandemonium, del Cacophony Club e le tre all‘ex-Bologna, il tutto in tre mesi e sempre con un seguito straordinario. L’unico altro membro dei dhg presente al live fu Alfonso, che rimase ancora una volta impressionato dal seguito sempre maggiore di pubblico, che già cantava in coro col gruppo strofe e ritornelli delle loro canzoni. Al termine dello spettacolo si recò nel backstage a salutare un paio dei ragazzi della band, che già conosceva di persona, oltre a Karsi. Tra di essi fu contento di rivedere il cantante Marini, che tra l’altro si dichiarò acceso fan dei dhg. Il ragazzo, evidentemente su di giri per il crescente successo della propria band, offrì una birra a Fat e al bassista dhg allo scivoloso ed attaccaticcio bancone del Redial e confidò a Gary che “stiamo presentando del materiale nuovo, e dato che alla gente sembra apprezzare, stiamo anche vagliando la possibilità di registrare un’opera prima, per così dire. Anzi, l’abbiamo praticamente deciso: incideremo un disco!”.
Fece il nome dello studio dove avrebbero registrato.
“Oh, nessuno si vuol montare la testa, è chiaro, però non c’è nemmeno motivo per non provare un’esperienza simile”. Allo stupefatto Garimbelli non restò che far loro i complimenti, ringraziare per la birra e andarsene.
“E’vero” si ripeteva Gary rincasando, “non c’era ragione di non provare un’esperienza del genere”.
Bastava avere delle basi, anche loro l’avevano fatto.
Ma l’avevano ripudiata sdegnosamente. Non c’era l’eccitazione del concerto, era come lavorare, avevano obiettato loro, e non l'avevano più rifatto.
Cos’era allora quella strana sensazione di rimpianto che gli ballava dentro?
Ritirò l’auto in garage e notò che si stava alzando una brezza fresca ed umida. “Acqua in arrivo, primavera in ritardo”, pensò coricandosi. Ed lo stormire del venticello tra gli alberi scuoteva le zanzariere e gli formicolava in testa, rimandandogli il sonno.
Accese la luce e si mise a leggere.
Erano quasi le tre quando spense a malincuore. E il riposo arrivò subito.
Il primo segno di vita di Paolo arrivò, a tutti gli altri componenti la band più Michi, soltanto dopo la prima settimana di aprile ed ancora una volta rivestiva un’importanza sostanziale. Si trattava dell’invito “alla celebrazione delle nozze di Paolo e Mirella presso il Santuario dell’Acquanera di Boffalora Ticino, domenica 25 aprile 1993.”

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA CAPITOLO 27 - ALLA MIA ETA'

17 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 27
Alla mia età

Come forse ho già accennato da qualche parte, sennò tanto ve lo dico adesso, i Gamba erano (sono) una formazione di rhytym’n’blues in attività da un paio d’anni, fautori di brani dalla spiccata connotazione campanilistica, che tessono le lodi delle tradizioni e del territorio, senza disdegnare testi in gergo locale e incursioni nel folk più classico.
Appoggiato al bancone, con la Ceres in mano (“non ho nemmeno la forza di ordinare una Guinness“) un perplesso capo dei dhegrado osservava la band all‘opera.
Gli altri tre li aveva lasciati là al tavolo, incredibile che paressero realmente interessati a quella musica. Notò con disappunto che a un certo momento s’erano recati fin sotto al palco per ammirare il gruppo. Finalmente qualcuno annunciò al microfono qualcosa che sembrava significare una breve pausa, e il leader si riaccomodò seduto, con espressione da compatimento ad adornargli il viso.
Subito dopo inorridì: vide tornare i suoi colleghi soddisfatti, addirittura col sorriso sulle labbra.
“Allora, cosa ve ne pare?“
Sembrava che non aspettasse altro che ricevere il “la” da Oscar, per esprimere tutto il suo disappunto. Un fiume in piena. Anzi, in strabordo.
“Ragazzi, non posso crederci. Fatico a crederci. Passi per i Biglietti scaduti, che suonano dello psicho- jazz (era riuscito a mantenere la stessa definizione della prima volta che li aveva nominati!), ma almeno dimostrano un minimo di inventiva. Ma questi, dico questi, ma li sentite? Canzoni in dialetto, sui pendolari, su amoreggiamenti in riva al Ticino, sulla sfiga dei gatti neri?!? Vi rendete conto? Io sono qui a vedere il mio batterista che passa disinvoltamente dalla batteria garage punk a suonare i bonghi durante “Mia bela Madunina“? (Non c’era nessuna parte di bongo in quel brano, ma tant’è, ndr). Ma lo sanno questi che esisteva (esiste tuttora, e si sta probabilmente anche dando una grattatina, ndr.) gente come Iannacci o Svampa o chi volete voi che le ha già fatte quarant’anni fa ‘ste cose?!?”.
Il soliloquio proseguì ancora per alcuni secondi, finchè il boss sentì il bisogno di prender fiato.
Paolo sorrideva divertito, senza sentir il bisogno di commentare qualcosa. Gary, cui invece il gruppo non dispiaceva affatto, tentava di supportarne la causa, sostenendo che si, i Gamba de Fegn suonavano canzoni quasi unicamente dialettali, la loro musica poteva talvolta non brillare per inventiva o originalità come quella dei dhg , ma…
“Ma devi ammettere, Beto, che sono dinamici, simpatici, goliardici, il cantante sa il fatto suo ed il resto della band è impeccabile, tecnicamente.”
“Suonassimo noi come loro”, era la frase che all’ultimo momento preferì non aggiungere.
“Sarà…comunque l’importante è che Karsi non cominci a tirar pacchi e tenga sempre presente che l’unico vero suo gruppo siamo noi, altrimenti farà i conti con me!!”
“E in tal caso allora si, che dovrà preoccuparsi seriamente!” lo schernivano gli altri, mentre lo spettacolo si accingeva a riprendere.
Beto allora tornò al banco ma si accorse di aver ingollato già tre ceres e divorato alcuni untissimi piatti di patatine fritte ricolme di salse varie multicolori. Era un po’ confuso e non sapeva come ingolfare ulteriormente il proprio stomaco: ordinò cappuccio e brioche alla crema che consumò in piedi, a rilento, rincorrendo un pensiero latente. Non c’era nemmeno Pamela con cui sfogare il proprio malumore. Appoggiò la tazzina vuota nel piattino e, sospirando, tornò al tavolo dagli altri dhg.
I quali però s’erano già alzati e diretti nuovamente presso il palco, ancora preso d‘assalto dai fans.
Con grande sforzo    , Alberto s’appropinquò allo stage e si sforzò di assistere alla performance dei Gamba per cercare di capire e di trovarvi lealmente qualcosa di buono.
Represse un lieve moto d’avversione e si mise in ascolto. Gradatamente, cominciò a cogliere alcune “sensazioni positive”, come avrebbe in seguito ammesso. Non andò in bagno come aveva programmato e non si staccò più dalla propria postazione fino alla fine del concerto.
Richiesto d’un parere, confessò che, in effetti, i sette ragazzi (la line-up dei Gamba comprendeva: voce, basso, chitarra, batteria, bonghi-percussioni-triangoli, piano-tastiere e un addetto ai fiati) se l’erano cavata assai bene, come peraltro sottolineato dall’esultanza del pubblico, che non mollava un attimo i musicisti.
Il cantante e leader, Giovanni Marini, era un vero istrione. Giocava con l’audience e coi suoi colleghi di band, faceva battute, raccontava storielle, trascinava la folla a unirsi coralmente ai brani proposti, cosa che naturalmente nessuno si faceva pregare di fare. Niente da invidiare dunque al carisma del nostro, il quale non a caso definì “già visto ma interessante” il modo di tenere la scena di Marini.
I quattro degradi non riuscirono a parlare col Fat quella sera, poiché il concerto si protrasse ben oltre mezzanotte e Oscar e soprattutto Paolo premevano per rientrare non proprio la mattina dopo come invece non sarebbe dispiaciuto ad Alfonso e soprattutto ad Alberto, che s’era praticamente trasformato nel più acceso fan del gruppo.
Nel viaggio di ritorno, evidentemente riconquistato dal “profumo del palco e la sensazione di dominio del pubblico che emana dal live di questi ragazzi” il capo espresse il desiderio di tornare il più presto a suonare dal vivo, ma dovette picchiare il naso contro la dura realtà: non toccavano strumenti da mesi e non era in programma alcuna data in quel momento.
“Quel tipo là che ti ruffianavi tu per suonare all’Ideal, è ancora vivo?”, domandò a Garavani sulla strada sdrucciolevole del ritorno. Paolo rispose senza distaccare gli occhi dal volante e le orecchie dal celebre “Live in Moscow” dei CCCP.
“Mah, è tanto che non lo vedo..ci tenevamo in contatto più che altro per motivi di lavoro…potrei provare a sentirlo, vedere se ha in ballo qualcosa per noi..” Preferiva restare sul vago, con palpabile mancanza di autoconvinzione.
Quando lui ed Oscar furono tornati a casa, Alfonso riaccompagnò il boss a casa, e fu l’occasione per nuovi sterili commenti sulla band che avevano appena ascoltato dal vivo, dopodiché si congedarono senza clamori particolari.
Il lavoro era iniziato per tutti a pieno regime ormai, ed anche il capo si vedeva costretto a performance diurne che non contemplavano microfoni da far roteare, bensì il dividersi tra l’azienda familiare e la frequenza di quello che si sperava essere l’ultimo anno di filosofia, nonché il secondo della scuola d’arte drammatica. Ma dentro di sé il ragazzo era sulle spine, perché la sete di palco che lo attanagliava non accennava ad estinguersi, anzi, e lui sapeva che se non ci fossero stati concerti all’orizzonte, gli altri avrebbero potuto pensare che non c’erano ragioni particolari nemmeno per organizzare delle sessioni di prove.
Si era ripromesso di non fare, stavolta, il primo passo per radunare il gruppo e ad accrescere la sua irrequietudine fu il fatto che, effettivamente, nessuno dopo una settimana dalla gita al Pandemonio si era ancora fatto vivo. In quel lasso di tempo, l’unica telefonata che ricevette fu di Alfonso, che nel parlare comunicò al boss che Karsi avrebbe compiuto gli anni (28) il giorno quattordici, e magari si poteva organizzare qualcosina, con il secondo fine mica tanto velato di riprendere in mano gli strumenti. A Torretta, invece, del genetliaco del corpulento batterista calava proprio nulla; s’informò presso Gary se stesse continuando a vedersi con “quegli altri” come li chiamava lui, e istigò il bassista a smuovere un po’ le acque per la ripresa delle prove. Gary potè solo replicargli che avrebbe chiamato anche Paolo e Oscar, con lo stesso pretesto. Ma la sera dopo ritelefonò al leader dicendo che Paolo ringraziava per l’informazione ed avrebbe chiamato Fat per fargli gli auguri, mentre per quanto riguarda la musica “adesso come adesso sono un po’ preso, sapete, il lavoro ma anche l’organizzare per le nozze, però prima della fine del mese riprendiamo eccome”.
Terminò la comunicazione con la frase più temuta:
“Mi faccio vivo io, tranquilli.”
Alberto masticava amaro.
Cominciò a entrare nell’ordine d’idee che il suo chitarrista doveva essere davvero in un momento particolare, per mettere in terzo piano l’amato garage-punk.
Ma le sue sofferenze stavano per aver termine.
Il venerdì successivo, con Pamela si recarono in un bar piuttosto alla moda in quell’epoca, ossia il famigerato “Bloom” a Mezzago, ove la ragazza del leader ebbe la sorpresa di riconoscere dietro al bancone una sua compagna di università, che lavorava lì con l’ovvia motivazione di mantenersi agli studi. Alberto, che non era dell’umore migliore, degnò appena di uno sguardo l’amica di Pam, salvo cambiare totalmente modo di fare non appena la ragazza si lascia sfuggire che nella parte superiore del locale esiste uno spazio per la musica dal vivo molto, molto ben frequentato.
“I prossimi saremo noi, ragazza. Scrivi in bacheca che qui suoneranno molto presto, i fantastici Dhegrado!!”. Nell’enunciare la frase aveva alzato il tono della voce di circa un tono e mezzo, cosa che non gli riusciva nemmeno nell’esecuzione dei brani, ed alcuni astanti si voltarono pensando ad un accenno di rissa. La barista, che per fortuna di Beto era gentile e piuttosto timida, prima si rallegra del fatto che “il ragazzo della Pam” avesse un gruppo, dopodiché sparisce dietro le tende per riapparire poco dopo con un tipo piuttosto imponente, con lunghe trecce di capelli rasta, barba-baffuto, tatuato ovunque e dall’aria minacciosa, che chiede senza tanti complimenti al signor Torretta che tipo di serata intendeva “eventualmente pensare di organizzare all’interno del mio locale”.
Alberto, scolorendosi appena in volto e scostandosi impercettibilmente dal banco, ridiscende presto al timbro di voce precedente o forse un semitono più sotto e racconta al marcantonio che “il nostro complesso è fautore del rock puro con accenno al punk e non disdegna incursioni nel garage anni ’60. Può inoltre contare su vasto un repertorio di brani originali”. Il padrone del “Bloom” lo guarda con fare dubitativo e mantiene la medesima espressione torva.
Non pare convintissimo.
Poi chiede: “OK, avete una cassetta, qualcosa da farmi sentire?!?”, al che il frontman degradiano, che si sarebbe strappato una balla per non aver avuto con sé nemmeno un nastro in quel momento, ha un colpo di genio.
“Non ho cassette con me”, replica il grande cantante recuperando l’aplomb, “ma t’assicuro che non c’è n’è bisogno. A parte il fatto che è singolare che qui non si sia mai sentito parlare di noi, ti posso assicurare che se ci dai un sabato sera ti riempio il locale!”
Pausa carica di tensione.
L’energumeno scruta truce il capo, che fieramente sostiene lo sguardo. Per crearsi un tono da vero maledetto ordina un Ballantine doppio, che in parte poi rimetterà in bagno.
“Va bene” replica il gestore sfogliando l’agenda con aria professionale, “ci vediamo il 20 febbraio alle 22, iniziare puntuali e smettere tassativi alle 24. Non pago nulla, solo qualcosa da mangiare e due consumazioni gratis per ognuno di voi, e sarà meglio per te se manterrai la promessa. Naturalmente se scatenate risse saranno guai grossi per tutti.”
“Il venti febbraio…ma è fra tre settimane e…”
“Non vorrai mica tirarti indietro, vero?!?”
Intervenne Pam: “Tranquillo, puoi confermare la data, sarà un grande happening!!”.
In macchina, il leader stava pensando al modo migliore per avvisare gli altri, e particolarmente il suo chitarrista prossimo sposo, che tra venti giorni avrebbe dovuto suonare per due ore di fronte a un pubblico che bisognava racimolare da casa per un bestione tatuato ed irascibile che non pagava niente.
Sudò freddo e cominciò ad essere assalito dai dubbi.
E se Fat Karsi avesse avuto un impegno proprio quella sera? E se non avessero potuto provare con regolarità prima del live? E se…
“E se la smettessi di menartela e lasciassi che io ti dia una mano?!?” intervenne ancora Pam. Al che il nostro si tranquillizzò leggermente e procedette verso casa ascoltando vecchi brani funky dei Jackson five e dimenando la testa a scatti in prossimità dei semafori.
Alle otto di un noioso sabato sera di fine gennaio, suona il telefono in casa Garavani.
“Sono Pamela, buonasera, c’è Paolo?!?”
Lui stesso rispondeva al telefono, e si mostrò in verità piuttosto sorpreso di udire la voce della ragazza del capo.
La quale non si perse troppo in convenevoli, e dopo essersi assicurata che Paolo, Mirella e famiglie stessero bene, il lavoro procedesse tranquillo ed i preparativi per l’ormai imminente sposalizio pure, sganciò la bomba con noncuranza: “Sai, dobbiamo suonare per due ore al Bloom di Mezzago tra tre settimane, è un impegno già preso, non possiamo assolutamente tirarci indietro!”
Per Paolo fu un vero shock. Se all’apparecchio fosse stato il suo cantante l’avrebbe ricoperto di pernacchie, o in un momento di malumore magari di insulti. Restò talmente sorpreso da non riuscire a replicare subito, e fu una debolezza fatale, in quanto la ragazza riprese a mitragliarlo: “Oltretutto il gestore è un tipo tosto e minaccioso, che si aspetta il pienone. Col Beto stiamo già organizzando un pullman di amici e contiamo di raccogliere un certo numero di adesioni. Naturalmente anche voi dovreste mettere in giro la voce, creare volantini per tappezzare le piazze e pubblicità varie. Ah, fammi una cortesia, Paolo, io adesso chiamo Karsi, tu magari aziona Alfonso e digli di avvisare Oscar, ok?!? Allora ci vediamo lunedi sera alle prove, d’accordo? Ora ti lascio perché voglio beccare il Fat e poi dobbiamo prepararci, sai è sabato sera dopotutto! A dopodomani, ciao ciao!!”
Quando Paolo riappese il ricevitore, aveva chiara in mente una cosa, e cioè che il suo frontman si era ficcato in un mezzo guaio, ed il tentativo della di lui fidanzata di risolvere tutto era stato notevole. Avrebbe potuto facilmente metterli nei guai, esibendo una scusa qualsiasi di lavoro ad esempio, per mandare a catafascio le prove ed il concerto, se avesse agito per ripicca.
Invece si fermò un momento a riflettere.
Forse stava davvero tralasciando eccessivamente i compagni di band, nonostante le indiscutibili necessità che lo tenevano lontano dalle chitarre. Forse il fato elargiva una delle ultime occasioni per rinverdire il Sogno, dato il cambiamento che, sacrosanto e inevitabile, incombeva. Forse poteva ancora permettersi un piccolo salto nell’Incoscienza, senza che essa lo distogliesse dal Perseguimento della Realtà.
Sorrise pensando che da molto, ormai, non gustava l’adrenalina di un’esibizione dal vivo e l’idea iniziò a sedurlo. Doveva essere stato seduto da tempo se Mirella, passando, gli chiese ad un tratto se qualcosa non andasse.
“Niente, ho solo ricevuto una bella telefonata, ed ora devo farne una altrettanto piacevole”, si limitò a riferirle.
La ragazza si recò tranquilla in cucina. Stasera preparava da mangiare lei, per il futuro marito ed i suoceri.
Il contatto più a rischio era quello con Fat Karsi, che però si dimostrò fin da subito non solo disponibile ma anche entusiasta. Disse che aveva voglia di riprendere a suonare con loro ed aveva lasciato apposta i lunedì liberi.
No, nessun concerto per lui il venti febbraio.
Si, che sarebbe venuto a tutte le prove.
Oscar, che lo aveva interpellato, rimase però impressionato dal sentirgli dire che, prima di quella data, sarebbe nuovamente uscito dal vivo con i Gamba il venerdi 12, presso il “Cacophony Club” di Villastanza. Un locale che aveva pari se non maggior risonanza del Pandemonio.
A capodanno, raccontò il Fat al suo giovane collega avevano ospitato gli Stone Roses, con i Timoria come apripista.
”Si, certo..ci saremo..credo”, il mezzo impegno con cui il chitarrista dhg concluse la chiamata.
Prima che la fatal mezzanotte di quel sabato scoccasse dunque, i Dhegrado erano ufficialmente ritornati dalle lunghe, oziose vacanze di Natale, Capodanno, Epifania e Rientro.
Ovviamente la prova di lunedì 1 febbraio fu fondamentale. Alberto, misteriosamente incravattato che faceva tanto Barrett post-Floyd, impiegò esattamente 15 secondi per salutare tutti, metterli al corrente del compito che li attendeva, come se nessuno ancora lo sapesse, urlare a vanvera per spronare la band ed impadronirsi del microfono. La sessione consistette fondamentalmente di un ripasso di tutti i pezzi originali e procedette con qualche piccolo intoppo dovuto alla ruggine, ma al terzo/quarto tentativo s’era già posto rimedio. Il lunedì successivo fu la volta delle cover e della definizione della scaletta. Tutto venne deciso e determinato dal Capo, che stavolta esibiva un farfallino a pois e per tutte e tre le sessioni di prove mostrò una passabile/buona conoscenza dei testi. Con gran sorpresa degli altri, bevve solo cedrata e succo di mela cotogna. La prova del 15 febbraio consistette in un doppio giro della track-list e scorse senza nessun problema. Nonostante le lunghe settimane di sosta forzata, il repertorio era alla fine stato rimesso a lucido. Erano sorti persino due pezzi originali: un brano strumentale che verteva su variazioni improvvisate su un giro in La minore; alla band piacque e si stabilì di inserirlo all’inizio del live (da cui il nome del brano, semplicemente “Intro”).
Da notare la presenza di Pam all’armonica, unica occasione in cui ad un esterno del gruppo fu permesso di suonare (tipo Billy Preston nelle sessioni di Get Back con i Beatles, tanto per rifarci ancora una volta all’unica band universalmente paragonabile ai dhg.)
Il secondo pezzo, “Morte lieta morte strana”, era un gretto e teso punk distorto con notevole uso del wah-wah da parte di Oscar ed un ritornello accattivante, memore certo della grinta del miglior periodo degradiano e colmo delle associazioni paranoiche e delle invettive classiche del leader contro il genere umano più “abbietto e pusillanime”. Insomma una rentrèe in piena regola, tanto che addirittura Karsi, certamente il musicista più attivo della band, abituato ad alternare tre gruppi di cui i Gamba in chiara ascesa, si ritrovò ad esclamare ad un certo punto:
“Ma guarda te se alla mia età devo sudare tutte le sere come un porcello dietro sto c..o di batteria!!”, mentre frasche di peli allagati fuoriuscivano ansimanti dalle ascelle.

 
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