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CARA CULTURA, MA NON CARO CULTURA

7 LUGLIO 2017

 

Luglio 2017, l’ingresso dello shop di una celebre casa editrice, in una grande città. Prima ancora delle lunghe ed ordinate file di scaffali che compongono il negozio, ecco comparire tre/quattro low -price points, pieni di volumi di vario genere divisi per…sconto. Si va dal 15%, al 30%, talvolta persino al 50%, sul prezzo di copertina.

La stessa scena si ripete nei reparti libri dei centri commerciali, persino nelle edicole, e si verifica capillarmente lungo l’intera penisola. Il falso mito del caro cultura si sta dunque sgretolando. Non parlo, ovviamente, del caro libri di scuola, argomento sul quale le proteste di genitori e alunni sono sacrosante, ma del fatto che oggi le opere di letterati, romanzieri, poeti e saggisti, contemporanei o meno, siano veramente alla portata d’ogni portafoglio, sia esso più o meno capace.

Nonostante le agevolazioni e le offerte di cui sopra, tuttavia, le casse dei book shops non registrano certo code o affollamenti di sorta. E allora sorge una problematica dal doppio risvolto, culturale e formativo. Quando vedi allegri trentenni, o anche oltre, affollare gli scaffali e le vetrine per assicurarsi videogiochi d’ultima e prossima generazione anche a 40/50 euro, e viceversa opere quali “Uno nessuno centomila“ o “Il fu Mattia Pascal” esposte tra le 3 e le 5 euro e restarsene bellamente ignorate, il dubbio circa la nostra inadeguata dimensione culturale odierna sorge eccome.

Nel momento in cui ci si affaccia alle vetrine delle librerie e se ne leggono le classifiche dei libri più venduti, in cima alle stesse troviamo raccolte di battute di comici, biografie di starlette, manuali per vincere al superenalotto, oltre che ovviamente ai soliti manuali di cucina firmati dalle star. Questo è un tipo di proposta che non ha bisogno di sconti particolari per vendere, e anche bene.

Ecco allora il problema di tipo formativo.

 

IN PISCINA

4 LUGLIO 2017

 

Nonostante il cartello esposto in bella vista lo vieti espressamente, il signor Finning scende in piscina di mattina presto armato di doppio telo mare, sceglie due lettini contigui in una zona ove sa che il sole sarà più clemente e ve li dispone. Apre l'ombrellone e tra i listelli infila un paio di giornali. Delimitato il territorio, può recarsi tranquillo a far colazione. E' il terzo anno che lui e sua moglie sono ospiti di questo grande resort sull'oceano. Sa che, malgrado l'avviso, nessun inserviente passerà a togliere i segni dell'indebita occupazione, anche se talvolta lo minacciano blandamente. Pochi minuti dopo arrivano anche Lola, Jacinto e i loro amici. Si stabiliscono in un angolo della vastissima piscina, in una zona piuttosto appartata rispetto al passaggio ed alle animazioni, ma solo un paio di posti più oltre rispetto all'Area-Finning. Cercano di disporre i loro lettini in cerchio, sono cinque in tutto e non solo per niente rumorosi. Hanno fatto colazione molto presto ed ora si sdraiano al secondo sole del mattino, già un pò più deciso del primo. Nel frattempo la gente inizia a lasciare la mensa: chi torna in camera per la toilette, chi si fionda direttamente in spiaggia, chi butta via il tempo nella hall con playstation delle quali può disporre benissimo anche in città. Chi scende in piscina. I posti ai bordi delle tre ampie vasche multiformi sono i più ambiti e s'esauriscono in un momento. Poi c'è la fila di mezzo, che però è anche quella più soggetta al blando disturbo di chi deve transitare o alle corse incontrollate dei piccoli inseguiti ogni tanto da mamma o papà.
Una bimba trascina un ingombrante materassino gonfiabile che sfiora la schiena della signora De Blauny, in piedi per la tintarella di spalle, che si volta e la incenerisce con lo sguardo. La terza fila, quella di Mr. Finning, si riempie più lentamente, con gli esclusi dalle file più ricercate. Una famiglia tedesca cerca posto disperatamente. Giungono all'Area-Finning, la vedono occupata dai teli mare, ancora orfani di padroni. Proseguono con fare schifato, non capiscono queste furberie da quattro soldi. Trovano due lettini ancora quasi subito dopo, sono appena prima dell'angolo ove Lola, Jacinto e i loro amici hanno preso dimora, ma i teutonici proseguono, dopo breve esitazione.
Non esitano però poi ad occupare due lettini più oltre, sebbene non vicini tra loro ed attigui alla zona wc. La signora De Blauny ha rovesciato il marito dal lettino e s'è precipitata alla reception a denunciare il fatto che gli schizzi d'acqua causati da chi si tuffa lambiscono talvolta la seconda fila, e lì le hanno cortesemente notificato che dopo le ventidue svuoteranno le vasche e l'inconveniente cesserà. Il marito s'è fatta una risata ed ha portato la moglie alla mostra dei rapaci impagliati, che si svolge nella sala studio dell'hotel. Hanno dunque liberato due posti attaccati in seconda fila. Il marito della coppia tedesca se ne rende conto e telefona alla moglie, circa cinque metri a nord-est da
lui, per sfruttare quella rara occasione di riunirsi. Malauguratamente, die Frau non localizza subito l'apparecchio, sepolto in borsetta tra riviste di gossip e libri rosa. Quando risponde, i due letti vicini sono già stati conquistati da due fratelli ungheresi. Il signor tedesco ha un moto di stizza, ripensando all'incivile inglese che dissemina teli mare per riservar lettini. Il suddito di Sua Maestà, intanto, riposa bellamente spaparanzato a fianco della moglie, e si chiede per quale ragione due lettini vuoti continuino a sussistere tra loro ed il gruppetto di Jacinto, Lola ed i loro tre amici. Ora gli animatori inaugurano la giornata con le attività di gruppo: risveglio muscolare, acquagym. Molti partecipano goffamente, allegramente.
Il segnalibro del giallo di Mr. Finning non è stato più spostato da un pò. Il suo sguardo ha continuato ad uscire alla sinistra degli occhiali da sole. Ha visto che Lola e Jacinto hanno ballato, cantato, imitato le mosse degli animatori per i loro amici, incitandoli ed inducendoli a fare altrettanto; gli altri, però, non hanno dimostrato entusiasmo e sono rimasti zitti e fermi, sdraiati nella loro ombra d'angolo. Il signor Finning lascia passare cinque minuti, poi si alza e prende a passeggiare lungo la piscina. Torna alla propria postazione, ma nulla è cambiato. Confabula qualche istante colla moglie, poi riparte. In seconda fila, un uomo telefona in tedesco. Cinque metri a nord-est, una signora in topless e batida ghiacciata replica a monosillabi, bruciata dal sole, mentre si smalta le unghie dei piedi di giallonero. Finning fa cenno al tedesco di seguirlo. Incuriosito, quello chiude il cellulare in faccia alla moglie e ubbidisce. Detta consorte, imbufalita, scatta dal lettino avventandosi sul marito, che la zittisce a schiaffi. Ora entrambi seguono Finning, il quale scorge procedendo i coniugi De Blauny. La signora è irritata, perchè i rapaci imbalsamati non han risposto ai suoi saluti ed alle sue offerte di cibo, ed era tornata in piscina ad attendere le ventidue perché svuotassero l'acqua. Finning invita anche loro ad unirsi. Nel frattempo, come concertato, la signora Finning era passata in camera a prendere giochi con le carte, dama, scacchi e quant'altro, e sta raggiungendo il marito e gli altri.
Ma il piccolo corteo non si ferma presso Casa Finning. Sorpassa anche i due lettini a sinistra, tuttora vuoti, ed arrivato alla loro altezza, Lola e Jacinto lo scorgono senza espressione, sono stanchi e un pò delusi, hanno un'ombra di tristezza sul viso. I loro amici, inerti, sembrano dormire.
E' giunto il momento in cui il sole adesso ha invaso l'intera area della piscina, è il massimo divertimento per tutti. S'improvvisano sfide a tuffi, nuoto. palla. La vasca bimbi vibra di urla gioiose e genitori spesso vigili. Tonfi e allegria, corse sulle sponde inseguimenti che si concludono in acqua, musica e letture, chiacchiericci e risate.
E, pian piano, anche nell'angolo più nascosto della piscina, la vita riprende. La strana delegazione guidata da Finning s'è arrestata proprio lì, nello stupore dei ragazzi. La signora De Blauny la giovane Matilda hanno intrapreso un'appassionante gara di scala quaranta, sotto lo sguardo divertito del signor De Blauny, che peraltro è sempre contento. Il tedesco ed il piccolo Juan si battono a scacchi,
e gli urlettini del giovane, compressi ma esultanti, mostrano evidenti le difficoltà del teutonico, tanto che la moglie cerca d'incitarlo addirittura senza usare il telefonino. Per la signora Finning, coadiuvata dai consigli del marito, la sfida si svolge un paio di metri più in là, al tavolino del ping pong, contro la coriacea Lourdes, che s'è già aggiudicata il primo set e non ha alcuna intenzione di concedere il secondo all'avversaria. Poi tutti si scambiano giochi e ruoli, fino a ché il gruppo si unisce per un bagno refrigerante, persino la signora De Blauny si concede alcuni tuffi prima che l'acqua venga tolta. Breve, brevissimo lo spazio dedicato al pranzo. L'appuntamento è per le due, e tutti ricominciano le attività da dove le avevano lasciate, non disdegnando incursioni al bigliardino e persino al minigolf, adiacente alla piscina. Sono le sei e un quarto del pomeriggio quando tutti si buttano in branda, distrutti, persino i due tedeschi e i due francesi, che dividono da buoni alleati i due lettini alla sinistra dell'area Finning, che sono rimasti ignorati tutto il santo giorno. Jacinto e Lola guardano i loro amici, stanchi e contenti, hanno ancora voglia di parlare e scambiarsi opinioni e retroscena sulle attività svolte. Poi sorridono e ringraziano Dio di quell'aiuto insperato, vera manna dal cielo. Anche oggi sembrava una giornata difficile per loro e gli altri: difficile da pensare, da organizzare, da ingranare. Forse avevano bisogno di sapere che c'è anche altra gente che non volta la faccia, che non isola quelli come Matilda, Juan e Lourdes. La sindrome che ne offende le membra per una giornata è stata lavata via dall'acqua, irrisa dallo scacco matto con cui Juan sconfigge il germanico, buggerata dal servizio con cui la signora Finning raggiunge un'insperata parità contro Lourdes.
"Faremo la bella domani", ha detto il signor Finning.
E il gruppo si sfalda nei vari sottogruppi che l'hanno costituito. Per oggi basta: a domani, appunto. Meno male, pensano Jacinto e Lola.

 

IL MAQUILLAGE DEI RICORDI

1 luglio 2017

 

La signorina Anastasia Belmondo è una sarta in pensione che vive al terzo piano di una prestigiosa palazzina in stile liberty in riva al lago. Non si è mai sposata. Ha sempre goduto di ottima salute e malgrado abbia già passato da un pezzo gli ottanta s’ostina accanitamente a voler vivere da sola. Inutilmente la sua unica parente, una nipote che vive con la famiglia a pochi chilometri, cerca nel corso delle sue non rade visite di dissuaderla a cercarsi un’accompagnatrice.
Ogni volta la signorina Belmondo ascolta compitamente
le ragioni della donna, che è sinceramente preoccupata nel sapere la zia sola in quella casa, mentre sorseggia con lei un tè coi biscotti nel soggiorno. Più spesso però, la nipote la coglie assorta a rimirare le tende di pizzo raccolte in nastri, e da lì vede il suo pensiero volare oltre le finestre e planare sull’acqua cheta dei pomeriggi di mezzo autunno. Così, non sempre con esagerata dolcezza, la riporta sulla terra e le ribadisce la necessità di prendersi una governante.
“Che farai se ti succede qualcosa mentre sei qui sola? Una sincope, un colpo, che so io. E se dimentichi il gas acceso? Se cadi dalla sedia o dal letto? Io non posso esserci sempre, lo sai.” La nipote svuotava il suo sacco di argomentazioni davanti alla zia che annuiva gravemente e che la aiutava a sgravarsi la coscienza dandole tutte le ragioni del mondo. Ma una volta rimasta sola proseguiva la sua vita di prima. La mattina riassettava l’appartamento da capo a piedi,
inevitabilmente sette giorni su sette, apportando talvolta gustose variazioni come la passata della cera. Poi le piante sui due balconi. Alle tredici in punto, il pranzo, sempre diverso, come la cena. Dopo mangiato il sonnellino e alle quattro il Rosario, come le piaceva quando lo trasmettevano da Fatima, un posto dove aveva lasciato il cuore. Poi. come amava dire con aria civettuola, si prendeva il pomeriggio libero. Il che vuol dire una passeggiata lungolago nelle
belle giornate, con frequenti fermate al parco per ricamare in santa pace. Se il tempo era inclemente, sferruzzava sul divano in casa, lasciando accesa la televisione per uno di quei “film che facevano una volta”, quelli della fascia di metà pomeriggio, quando la parte importante dell’audience in genere non la puoi catturare.
Non che non veda mai nessuno, intendiamoci. La migliore amica di Anastasia è la signora Benedetti, di dodici anni più giovane, che le telefona e la va a trovare, ed è testimone delle svariate attività della signorina.
Spesso l’accompagna nelle sue passeggiate, o si siede
accanto a lei nei suoi lavori del pomeriggio. Si, perché la signorina ha fatto già da tempo capire alla Benedetti, con tatto e sensibilità, che alla mattina preferirebbe non “subire interruzioni nelle sue mansioni di casa” (ossia il riordino della stessa). Per la Benedetti va benissimo. Lei è la moglie di Peppino il fabbro, e in genere non ha molta più compagnia della signorina Anastasia, dato che vede il marito solo a colazione, pranzo e cena. Nel resto del tempo lui si divide tra il lavoro e il bar, quando torna a casa la sera tardi la moglie è già a letto.
Durante le sue visite, la Benedetti parla, parla, parla, mentre la signorina Belmondo l’ascolta educatamente. Ma Anastasia lo fa volentieri, con gli occhi bassi sul ricamo, considerando che, poverina, doveva aver ben bisogno di sfogarsi e di parlare, e raccontare, e commentare, per sconfiggere
la propria solitudine.
Naturalmente anche la Benedetti non mancava di buttar lì alla signorina che “forse avrebbe dovuto trovare una persona che si prendesse un po’ cura di lei”: Poi, inevitabilmente, abbassa gli occhi, chiede scusa ma “lo fa solo perché non si sa mai cosa può capitare nella vita”. Anastasia le sorride, la ringrazia per le sue premure e le versa ancora del tè.
Ieri pomeriggio, mentre la nipote posteggiava l’auto per andare a trovare la zia, s’è trovata faccia a faccia con la signora Benedetti. Si sono fermate a chiacchierare, e l’
argomento era intuibile. Imperterrita, Anastasia accoglie tuttora le interscambiabili premure della parente e della amica, mentre rifà la manica a un vestito o regola l’orlo di un paio di pantaloni. E concorda che hanno ragione, promette che ci penserà e cambia discorso.
La signorina Anastasia dice sempre che ha avuto una vita bella, un passato privo di dolori e non teme il futuro. E per questo motivo non ha bisogno di protezione, né di “essere governata”, il cui pensiero la fa solo ridere.
Quando era giovane, era una bellissima ragazza, e come se non bastasse era fine e colta. Erano molti i ragazzi che perdevano la testa per lei, ma chi le rapì il cuore non era tra loro. Era questi il figlio di un proprietario terriero, che abitava in un'altra città e con il padre di Anastasia intratteneva rapporti di lavoro. Così anche i due giovani, pressoché coetanei, avevano spesso occasione d’incontrarsi. Il padre di lui era estasiato dalla classe e l’eleganza della figlia del proprio interlocutore, e, con l’istinto proprio di chi ha coltivato passioni oneste nel corso degli anni, non tardò ad accorgersi del sentimento che la giovane provava. Sentimento che si sarebbe dimostrato catastroficamente mal riposto. Il figlio del commerciante era uno sciupa femmine senza scrupoli, senza voglia di imparare il mestiere né tanto meno di pensare seriamente a metter su casa. Illuse vilmente la poveretta, e solo grazie all’intervento del padre il suo piano di sedurla e abbandonarla non ebbe seguito. Ma il povero genitore si vergognò a tal punto da interrompere i rapporti commerciali con la famiglia Belmondo; né lui né il figlio fecero più ritorno.
Anastasia idealizzò quell’amore sbagliato a tal punto che si rifiutò a lungo di liberare il suo cuore per concedergli una nuova possibilità. E quando decise che era pronta, nessun treno in ritardo poteva più passare per la sua stazione.

Tuttavia, raccontando la sua avventura anni dopo, Anastasia ricordava con serenità che da giovane aveva avuto un amore appassionato, ma poi lui aveva dovuto andare lontano, e non si erano mai più rivisti.

Ci sono, per fortuna, anche storie più leggere da raccontare sul suo conto.
La signora Benedetti era presente il giorno in cui Anastasia diede un ricevimento per il suo cinquantesimo compleanno. Una festa morigerata, senza sfarzi né eccentricità, ma lei era splendente, illuminata dal solito, luminoso sorriso. La moglie del fabbro, mescolandosi tra gli invitati, ne raccolse svariati pareri. Le persone che più avidamente s’affrettavano a sciorinare lodi e sorrisi sgargianti alla padrona di casa erano le stesse che in privato maggiormente puntavano il dito
contro la povertà della scelta del rinfresco, la modestia degli ornamenti e quant’altro, scambiando la sobrietà per pochezza, il che è proprio delle anime mediocri.
Il giorno dopo la Benedetti riportò tutto ad Anastasia. Ancora oggi, la moglie del fabbro non sa trattenere un moto di stupore quando, magari passeggiando sul lungo lago al fianco di Anastasia, la Belmondo le cinge il braccio e sospira: “Ti ricordi, che bella che è stata la festa per i miei 50 anni? Tutti erano contenti, tutti a farmi i complimenti…”. In quel momento alla signorina luccicano gli occhi e l’amica capisce che Anastasia serba davvero quell’evento in sé considerandolo una memoria piacevole. Ne rimane stupita, ma non osa dirle nulla.
La stessa meraviglia che spesso pervade la nipote di Anastasia. Quando è un po’ giù di morale, chiede alla zia di raccontarle qualche storia del suo passato. Lei l’accontenta, seppur sia sempre stata più a suo agio come ascoltatrice che come voce parlante, e alla fine del racconto la nipote sta sempre meglio.
Si, perché ancora una volta Anastasia avrà abbellito la memoria. Quando deve parlare di sé, degli avvenimenti che ha vissuto, delle persone che ha conosciuto o i luoghi che ha visitato, lei trucca il ricordo, ricostituendolo con colori delicati e distesi, smussando gli angoli ispidi, ricacciando amarezze e disillusioni che semplicemente non vuole riconoscere.
D’altra parte il suo passato aumenta ogni giorno, e ogni giorno s’incunea in un avvenire smagrito e flebile, quindi perché non addolcirlo? E come può, chi riesce a fare questo bene come lei, aver qualsivoglia timore per il proprio avvenire?
Anche la nipote e la signora Benedetti, che ormai una cosa simile la stanno sospettando da un po’, forse capiranno un giorno, quanto siano futili le loro insistenze.
Lei intanto rimira il lago e versa il tè, gli occhi ridenti sul ricamo.

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA

28 GIUGNO 2017

Palazzo Marino in Musica
VI Edizione 2017: “Il divino Claudio”
presenta:


Domenica 2 luglio

Original Monteverdi

Milano Saxophone Quartet

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano
Ingresso gratuito con prenotazione.


Un appuntamento di grande originalità quello che la rassegna Palazzo Marino in Musica propone per domenica 2 luglio e che vedrà esibirsi a Sala Alessi il Milano Saxophone Quartet in un concerto nel quale la Toccata dell’Orfeo, insieme a composizioni di D. Scarlatti, G. Frescobaldi, G. Gabrieli, Gesualdo da Venosa e G. F. Malipiero, saranno interpretate dai quattro sassofonisti in trascrizioni sorprendenti e insolite.

Una rielaborazione che riporta all’antica prassi veneziana di tenere concerti all’aria aperta, nelle piazze e nei campi in occasione di festività, e che ripropone in chiave moderna la ricca produzione barocca di “Canzoni da sonar”, destinate a strumenti brillanti come gli ottoni. Un viaggio trasversale nel tempo e nella storia, in cui la musica di Monteverdi e dei compositori a lui contemporanei rivive attraverso le sonorità versatili e poliedriche del sassofono.

Molti sono stati nel ‘900, e ancora oggi, i compositori che hanno riletto e “riscritto” le opere del passato. Tra questi Salvatore Sciarrino di cui verranno eseguite le rielaborazioni per Quartetto di sassofoni di alcune Sonate per tastiera di Domenico Scarlatti. In programma anche la Vivaldiana (1952) di Gian Francesco Malipiero, trascrizione libera, piena di fantasia e colori, di musiche diverse del “Prete Rosso”.

Il concerto del Milano Saxophone Quartet nasce dalla loro prima produzione discografica, “Musica Ficta”, un disco con cui il quartetto si presenta al pubblico mostrando anch’esso il coraggio di traslare in musica una rara traduzione di opere antiche e classiche, portando ad alti livelli l’azzardo strumentale.
Il Milano Saxophone Quartet nasce nel 2010 dall’incontro di quattro giovani musicisti di formazione internazionale: un progetto unico nel suo genere, in particolare nella rielaborazione e interpretazione di assoluta originalità di musica classica e operistica. Il Milano Saxophone Quartet si è esibito in alcuni dei importanti teatri europei e extraeuropei, fra cui il Konzerthaus di Vienna, il Gasteig di Monaco, la Cité de la Musique di Parigi, il Teatro del Lago in Cile, il Taipei National Concert Hall, il Teatro alla Scala di Milano e la Philharmonie Berlin. Di spicco le collaborazioni con il Festival Internazionale di Musica “A tempo”, il XVIII Festival Internazionale del Saxofono di Fermo, il Saxfest di Vienna, il Sardinia OrganFest 2014, Alpen Classica Festival, Musica Riva Festival, Belgrade SAXperience, Chile Sax Fest, Opera Estate, Associazione Mozart Italia, Innsbruck Alpen Classica Sax Fest.

Il MSQ ha al suo attivo prime esecuzioni e incisioni assolute di compositori come Mario Pagotto, Sandro Fazzolari, Maarten De Splenter, Alberto Schiavo, Giovanni Bonato. Dopo l’uscita del primo album “Musica ficta” per l’etichetta tedesca ARS, ha vinto il premio “Fondazione Masi” e ha registrato il suo secondo disco dedicato a Gian Francesco Malipiero, “Rispetti e strambotti”.


Programma:
Claudio Monteverdi  - “Toccata” da L’Orfeo
Gesualdo Da Venosa – “2 madrigali: Tu m’uccidi o crudele / Itene miei sospiri”
Domenico Scarlatti /Salvator Sciarrino – “Canzoniere da Scarlatti”
Girolamo Frescobaldi – “2 canzoni da sonare a quattro”
Gian Francesco Malipiero – “Vivaldiana”
Giovanni Gabrieli – “Canzona a quattro”

Damiano Grandesso - sax soprano
Stefano Papa - sax contralto
Massimiliano Girardi - sax tenore
Livia Ferrara - sax baritono


Ingresso gratuito con prenotazione
100 biglietti potranno essere riservati online sul sito
www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 14.00 di giovedì 29 giugno

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche a partire dalle ore 14.00 di giovedì 29 giugno.
Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche
Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala
Tel. 02 88 45 55 55
Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.
La rassegna Palazzo Marino in Musica, patrocinata dal Comune di Milano e giunta alla sua sesta edizione, è sostenuta da Intesa Sanpaolo con il contributo di SUEZ Trattamento Acque S.p.A. La direzione artistica è curata da Ettore Napoli e Davide Santi all’interno di una produzione affidata a Rachel O’Brien.
Media partner della stagione 2017 sono la rivista musicale Amadeus e il canale Sky Classica.







Palazzo Marino in Musica
Stagione 2017, VI Edizione – “Il divino Claudio” Ai tempi di Monteverdi.

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano

Direzione Artistica: Ettore Napoli, Davide Santi
Direttore di Produzione: Rachel O’Brien
Assistente di produzione: Francesca Napoli
Organizzazione: EquiVoci Musicali  

Ufficio Stampa: Giulia Castelnovo
Tel. 349 09 96 481 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Con il contributo di Intesa Sanpaolo e SUEZ Trattamento Acque S.p.A.

 

LE CONVINZIONI INCROLLABILI

18 GIUGNO 2017


In una rosea serata di fine maggio, due amici sedevano all’ombra fuori da un bar dopo una lunga, accaldata giornata di lavoro. Uno di essi sfogliava distrattamente un giornale, quando la sua attenzione si focalizza su una notizia. Aggrotta le ciglia, l’espressione si inasprisce.
“Che stai leggendo?”
“Guarda qui, guarda che schifo.”
In terza pagina, veniva riportata la vicenda di un sacerdote che era stato arrestato con accuse vergognose. Pedofilia, spaccio di droga. Erano state effettuate intercettazioni telefoniche da cui emergeva che il sacerdote chiedeva a qualcuno di “procurargli dei minori”. Da indagini ulteriori, il prete sarebbe risultato cocainomane, e sieropositivo.
Una cosa vomitevole, concordò subito l’amico.
Quello che leggeva il giornale commentò: “Speriamo che lo lascino dentro e gettino via la chiave…anche se non ci spero troppo, in quest’Italia qua, i poveri cristi che rubano per fame restano in galera a vita, e i mascalzoni come questo li fanno uscire subito…”
L’altro concordava pensieroso, e pensava alla malvagità del demonio, che annidava il male nei pertugi più impensabili dell’umanità. Certo, condannava quel prete, ci mancherebbe altro. “Se queste accuse fossero provate, è logico che quell’uomo sarebbe indifendibile. Però..”
“Però?!?”
“Però, che tristezza, povera Chiesa, sopportare un dolore del genere, proprio in un periodo come questo, d’intolleranze, di persecuzioni contro i cristiani, di smobilitazione, quasi, della Fede nel nostro Paese…”
L’altro lo interruppe con veemenza:
“Povera Chiesa?!? Ma se lo sanno tutti, che chi va in chiesa è peggio degli altri. Lo fanno solo per farsi vedere, si mettono tutti belli, eleganti nelle prime file e ruffianano i preti..i preti poi, pensa te, disgustosi, tutti in galera dovrebbero metterli, o ai lavori forzati..ma poi le chiese, a cosa servono? Chiuderle, chiuderle tutte, altrochè, è lì il male vero, altro che!!”
S’infervorava a tal punto che dovette fermarsi a riprendere fiato. Al termine dell’ esaltazione, evidentemente soddisfatto con sé stesso e della propria illuminata esposizione, si accese una sigaretta ed effuse ampie boccate di fumo. Trangugiò con aria compiaciuta una generosa sorsata di birra.
Poi parlò ancora il suo collega. E l’altro si aspettava manforte.
Invece: “Io conosco persone che vanno in chiesa, e non mi sembrano né peggio né meglio delle altre”.
Il collega lo guardò male. Ma l’altro continuava. “Però mi complimento con te. Quando dici che tutti quelli che vanno in chiesa sono peggio degli altri, vuol dire che conosci, e bene, tutte le persone che frequentano una o più determinate chiese.”
L’altro adesso sembrava non capire. E il suo amico, che prendeva una pausa nel dialogo per assaporare una bibita rinfrescante, non ci badava e proseguiva, pacato. “Tuttavia può darsi che tu abbia ragione, e cioè che esistano persone che vanno in chiesa, e che sono peggiori di quelle che non la frequentano. Ma si potrebbe anche pensare che, magari, loro vanno in chiesa proprio per cercare di correggersi, per pregare di diventare migliori. Può essere che accostandosi all’altare, o alla statua della Vergine, chiedano perdono, cerchino di rianimare una fede sbiadita, chi lo sa?”
L’amico ora accennava ad annuire, mantenendo comunque una maschera diffidente sul viso.
“E’ chiaro che il male c’è sempre, in agguato, e quel prete ha commesso mancanze gravissime. Ma non si può negare che per uno o più sacerdoti che sbagliano, ce ne sono altri che vivono il loro mandato con umiltà, con sincerità. Anche restando ogni giorno in mezzo a realtà difficili, a contatto con persone già segnate da destini amari. Conosco preti che, ad esempio, passano tra le corsie degli ospedali, a dare conforto a chi non può muoversi dal letto, a somministrare la Comunione, a pregare con e per gli ammalati. Oppure I preti delle Missioni. Ma lo sai, non sono loro a fare notizia, tranne quando li ammazzano.”
Il primo collega aveva finito la birra nel momento in cui l’altro aveva smesso di parlare. Il suo furore s’era parzialmente chetato, ma non pareva convinto.
Venne l’ora di cena, i due amici si salutarono, dandosi appuntamento al giorno dopo. Presero ognuno la propria strada verso casa.
Il primo collega non cambiò mai idea, non perdendo occasione per parlar male della Chiesa, della fede e della religione in genere. Il secondo collega continuò a contrastare il pregiudizio e la generalizzazione, e spesso lo pigliavano in giro. Ma le sue convinzioni non vacillarono.


 
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