Home Notizie

News

L'UOMO DEL SAX

23 SETTEMBRE 2018

 

“Per oggi basta, ragazzi. Ci vediamo domani, stesso posto, stessa ora.” Come gli altri colleghi, l’uomo del sax ripose lo strumento nella custodia, dopo averlo spolverato con un piccolo panno di stoffa rossa. Salutò affabilmente l’assemblea che andava disperdendosi. Indossò l’impermeabile ed il cappello che attendevano appesi al servo muto ed uscì. Lo sguardo all’orologio,quasi un ticchio oramai, era il primo gesto che compiva fuori dalla sala: le sei e due minuti. Come tutte le sere, scese le scale con calma, evitava di servirsi dell’ascensore. Usufruì della uscita secondaria, preferendone al solito la confortante discrezione rispetto al bailamme che circondava l’ingresso artisti, e si trovò fuori dal teatro. Per rientrare sceglieva strade marginali, sempre un po’ ignorate e nascoste alla luce del giorno, allungando di qualche minuto il tragitto, ma preferiva così. Arrivava a casa quasi sempre senza incontrare nessuno, depositava con cura il sassofono sul mobile in salotto e preparava la cena. Questo mercoledì andava attraversando una viuzza semideserta allorchè la sua attenzione fu destata da un bagliore sottile ma acuto, un lampo di luce che gli pareva di cogliere sullo sfondo, ballerino tra un angolo e l’altro della via. D’improvviso decise di seguirlo. Quanto più però gli pareva di avvicinarsi, tanto più il riverbero si sottraeva alla sua vista. Ora balzava su una finestrella malconcia d’un cortile di ringhiera, ora esitava al riparo di una sgangherata insegna di negozietto ormai dismesso, per poi volteggiare e depositarsi sopra le isolate, striminzite foglie d’edera che da chissà quando ornavano i muretti scoloriti e scalcinati della strada. Inseguendolo con tenacia benché senza successo, l’uomo del sax si trovò all’ingresso di un ampio ma deserto giardinetto pubblico. Non appena ne varcò l’accesso, il barlume che aveva rincorso sbiadì, sparendo dalla sua vista. L’uomo del sax si guardò intorno. Scelse un invitante panchina inondata di sole e vi si sedette tranquillo. Allungò le gambe, si divertiva a scavare piccoli solchi tra i sassettini e la ghiaia che ricoprivano il sentiero. Aprile è un mese strano, riflette prima di assopirsi. Al sole sembra quasi estate, si sbottona il pastrano, socchiude gli occhi. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso. Con le sue lunghe gambe penzoloni pare volersi isolare e difendere dall’ambiente esterno, così singolarmente luminoso per lui. Il sole lo colpisce perpendicolarmente alla sua figura. Lui libera il sax dalla custodia e lo tiene sotto braccio. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso e s’abbiocca beato. Subito, dal sax si sprigiona un suono vibrante, imperioso, che attraversa i folti rami delle piante fiorite di magnolia, di prunus, di felce che ornano il giardino. Musica lineare, salda, che priva di grinze e compromessi salta agile oltre l’ingresso sbarrato della stazione in rifacimento,irride le carrozze sconsolatamente ammassate su diramazioni di binari morti, supera le transenne arrugginite ed i cartelli sbiaditi che da tempo immemore delimitano la zona logistica in ristrutturazione e si libra indisturbata verso l’alto. Un assolo straordinario, esaltante che in un momento inonda valli e pianure, in un battito d’ali raggiunge le risaie, così distanti dalla grande metropoli e che viste dall’alto appaiono come tanti spicchi di mare brillanti nell’azzurro, forse è vero che molti tesori sono qui a portata di mano, ma non li puoi vedere se ci stai troppo vicino. Il suono prosegue potente, incondizionato, ora vira verso nord e scavalca di botto le cime inviolate dei monti. E qualcuno è fermo a guardare, lo sta anche ascoltando, vorrebbe capirlo ma dato che dell’uomo è attendere e del sogno volare, in pochi secondi lo perde di vista e d’udito. Il segnale si specchia nella statura inarrivabile della neve perenne, della quale condivide la maestosità. E’ questo l’istante in cui l’armonia raggiunge il punto più solenne e nobile, testimoniato da un largo e soave sorriso dell’uomo del sax, che dorme pacifico su una panchina qualunque di uno dei tanti giardini pubblici di una città qualsiasi, ad una distanza copribile solo col pensiero. Poi basta un fremito, un soffio di vento. La coda di una nuvola che lambisce ed oscura appena la lancia infuocata del sole. Ed il sorriso prende a sbiadire, la fronte si corruga. Stringe gli occhi come se un mal di capo lacerante lo stia attraversando. La sua maschera si fa truce mentre l’oscurità ha sempre più ragione di quello che ormai non è altro che un tiepido bagliore. Così l’uomo del sax riprende conoscenza, immerso nell’ombra di un pomeriggio di aprile che consegna alla sera un cielo avvolto dalle nubi. Tra poche ore la temperatura subirà un calo vertiginoso. Come trafitta dal pungiglione maligno di qualche errabondo sofferente, l’impressionante melodia che incantava i cieli inizia simultaneamente ad affievolirsi. Perde d’intensità, di forza; anche l’eco si stinge della limpidezza con la quale rispondeva colpo su colpo da ogni cantone alla voce stentorea di quel sound indimenticabile. Così, in pochi secondi, le cime dei monti, le valli, le pianure inondate dalle risaie, i binari morti e le locomotive in disarmo, le stazioni abbandonate, persino il giardino della piazza ove l’uomo del sax s’era beatamente appisolato, tutto ripiomba nel silenzio glaciale d’un tramonto governato da nembi bassi e intimidatori, in una primavera troppo timida per resistere. Il musicista ora è definitivamente desto. Si risolleva il cappello, si alza, si chiude il pastrano. Aprile è un mese strambo, riflette prima di andarsene. Ripose il sax nella custodia, e gli parve quasi più pesante del solito. Il giorno seguente, durante le sue otto ore di sessione da musicista professionista, il sax ebbe una resa impeccabile e dimenticabile, costretto com’era tra rotaie di spartiti ottusi e limitati da paraocchi gonfi di professionale vanagloria. L’uomo del sax non si concesse più alcuna stravaganza extra lavorativa. Quella sera uscì normalmente alle sei, senza dare nell’occhio e rientrò a casa per viottoli cupi, trascurati. Appoggiò il sax sul mobile del soggiorno, ove restò chiuso nella custodia sino al mattino successivo.

 

PRESENTAZIONE "LA VITA IRRAGGIUNGIBILE"

10 SETTEMBRE 2018


Cari amici,
Il settimo romanzo "La vita irraggiungibile" sarà presentato nel corso della corrente edizione della "Festa della Sucia" a Boffalora Ticino. Più precisamente sabato 15 settembre durante la Notte Bianca, in Piazza Italia, nell'ambito dell'esibizione della Old Brigde Acustic Band. Grazie al gruppo per l'opportunità offertami.
A presto!

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 34 - OUTRO (FINE)

19 AGOSTO 2018

 

Outro

Finalmente, la lunga fase di preparazione ha termine.

Tutto è stato regolato al meglio. Microfoni e amplificatori a posto. Le luci sono su di lui. Silenzio.
“Ehm…ciao a tutti. Noi siamo gli Stox..(attimo di pausa).. sono contento che siate qui in tanti, speriamo di divertirvi.. (attimo di pausa)…scusate, è il nostro primo concerto e siamo un pochino, anzi un tantino, emozionati…”.

Un applauso d’incoraggiamento rincuora il ragazzo che abbozza un grazie, sguardo a terra. Con cautela si stacca dal microfono e sistema la tracolla della chitarra. Poi si gira verso i compagni, batte il piede per dare il via alla canzone, ed il concerto ha inizio. La scaletta è composta da sette covers, i ragazzi hanno selezionato i pezzi più sicuri sulla quindicina che compongono il repertorio e copriranno almeno un tre quarti d’ora di tempo. Superato il primo, comprensibile momento di tensione, al secondo pezzo l’atmosfera si fa subito distesa. Riletture di grandi successi di De Andrè, Battisti, due brani di Dalla, poi gli eterni Clapton e Dylan.

Il finale affidato a “Let it be”, per chiudere in crescendo.

Il pubblico mostra di gradire. Nell’ultimo brano, ecco un esemplare assolo da parte del chitarrista a fianco del lead singer.

Al termine dell’esibizione, il cantante, ancora leggermente agitato, ringrazia caldamente, presenta la band in breve e saluta, dando appuntamento al “prossimo concerto”.

Seduti ad uno dei radi tavolini che adornano la sala, un bassista, una ragazza, un batterista, due ceres ed una gazzosa hanno assistito più o meno attentamente all’intera esibizione. Pochi minuti più tardi, la comitiva
viene raggiunta dal chitarrista solista degli Stox.
“Complimenti, Oscar, è andato tutto bene, direi” , lo accolse Fabrizio con una pacca sulle spalle che avrebbe squartato un rinoceronte.

Parenti gemette in silenzio, poi fece spallucce e s’accomodò, ordinando la terza ceres.“Non era certamente nulla di complicato. Anche l’assolo di “Let it be” è basato su un semplice giro di quattro accordi che si ripetono ogni quattro battute. Il resto, addirittura ordinaria amministrazione.”
“Che entusiasmo”, buttò lì Stefania.
“Penso che fosse abituato ad altro”, il commento sarcastico di Alfonso.
“E’ sempre una partenza” la saggia chiosa di Karsi.
I quattro ragazzi proseguirono brevemente la conversazione su altri argomenti, poi Oscar, congedatosi dagli amici,
tornò dal suo nuovo gruppo. Aiutò coscienziosamente a sparecchiare il palco mentre gli altri scambiavano pareri entusiastici su quella prima esperienza dal vivo.
“Quando ci troviamo per le prossime prove?”
La richiesta del batterista, un ragazzone simpatico, alto ed occhialuto con una sgargiante maglietta inneggiante ai Giants USA, era quanto di più normale potesse scaturire dopo un concerto. Gli altri iniziarono a proporre qualche serata nel corso della settimana successiva ed infine si accordarono per il giovedì successivo.
Sollecitato ad esprimere la propria opinione, Oscar non addusse nessun problema particolare e confermò la sua presenza.

Fuori, un gelo prematuro iniziava già a graffiare l’aria di
quella prima metà di novembre.

Oscar rialzò il bavero del giubbottone e stipò poi in auto il marshallino portatile, chitarra e pedaliera. Dentro, la serata del locale andava tramontando. L’inaugurazione del nuovo centro sportivo di Arluno era stata certamente un successo, anche grazie a loro. Per gli irriducibili tiratardi da venerdì sera, alla musica dal vivo s’era sostituito adesso il caro vecchio sound techno-dance, che indusse la maggior parte della gente ad andarsene.
Coppiettine uscivano abbracciate.

Sparute compagnie di adolescenti si disperdevano sgommando su motorini. Pochi giovani s’attardavano fuori dall’ingresso. Oscar restò in macchina ancora qualche minuto, finchè dallo specchietto vide che tutte le luci all’interno del locale erano spente.
Girò finalmente la chiave nel quadro e partì, ma stranamente esitò prima di accendere lo stereo.
Quella frase continuava a ronzargli per la testa e nemmeno giunto a casa riuscì a smettere di pensarci.

Detta dal cugino poi, era sinistramente attendibile.

Il giovedì successivo, Oscar non si presentò alle prove. Addusse motivazioni dozzinali, ma in una successiva riunione annunciò che avrebbe lasciato la band. Senza rancore, gli altri accettarono la sua decisione.

La settimana seguente, il signor Garavani telefonava agli altri per organizzare un incontro, a festeggiare il suo ventiseiesimo compleanno.

Una cosa tranquilla, come l’ex-chitarrista sottolineava nel corso degli inviti:

“Venite qui, non so, verso le 9,30, andiamo giù in tavernetta e ci inventiamo qualcosa per passare la serata.”

Tutti aderirono prontamente, anche Karsi il quale, per quella data, non aveva impegni con le sue bands.

Così la domenica sera, 21 novembre, Garavani ospitava i Dhegrado al completo, per la prima volta dopo mesi. Alberto e Pamela, Alfonso, Oscar e Karsi, furono accolti nell’accogliente dimora del giovane.

La serata fu permeata da conversazioni amabili. Né Alfonso né Alberto riuscirono a rovesciare liquidi o solidi di sorta sul tappeto o sul pavimento. Nessuno pensò a far alterare Fabrizio in alcun modo, e non che il suo ventre fosse diminuito. Università, accademia d’arte drammatica, lavoro, sport. Tempo. Il Natale, che si avvicina. Famiglia, condizioni di salute, niente sport o politica. Musica, anche, certo, con qualche “ti ricordi” di troppo. Nel videoregistratore scorrevano le immagini di svariati live acts dei degrado, apprezzato sottofondo alla piacevole serata, e nuova fonte di varia aneddotica con risate assortite. Paolo si metteva volentieri al piano, e tutti erano contenti nel vedere il leader scimmiottar  sé stesso in ispirate interpretazioni lisergiche

Ogni tanto si poteva vedere Mirella, perfetta padrona di casa, portare agli ospiti rinnovati vassoietti di dolci e cioccolato, paste e salatini. Gli ospiti e particolarmente il golosissimo ex-Fat Karsi, apprezzarono considerevolmente. Poi ad una cert’ora si congedarono (“domani è sempre lunedì”, la saggia considerazione di qualcuno), e la compagnia si scioglieva lasciandosi con un semplice arrisentirci per gli auguri di Natale.

Cinque mesi dopo.

La sera di un tranquillo lunedì lavorativo, Mirella ha lasciato l’ufficio e si reca in casa a preparare la cena. Nel magazzino, gli ultimi operai se ne sono andati e il signor Luigi sta compilando la tabella delle consegne per il giorno successivo. Ancora una telefonata, ed è il padre di Paolo ad alzare la cornetta.

“Buonasera, signor Leonardi, come sta? Bene, grazie, bene. Mi dica..si, dunque, per quell’installazione, io direi che mercoledì non c’è nessun problema, comunque le passo mio figlio, si accordi direttamente con lui. Grazie, anche a lei e signora, buonasera.”

Pochi minuti dopo, il giovane depone il ricevitore ed annota l’appuntamento sull’agenda. Ora la giornata è proprio terminata. Prima d’andarsene, nota dei grumoli di polvere stazionare ozianti proprio all’ingresso della showroom. Mentre li spazza via, sta forse pensando che è la stessa polvere che ancor oggi ricopre il vecchio palco sul quale lui e altri quattro amici inseguivano un incubo garage-punk.

Ma ormai è un inganno sbiadente, un retaggio di gioventù che si perde nelle fuggevoli luci della saletta, rimaste spente da mesi.

E Paolo non ha tempo di soffermarsi su quest’immagine perché già la voce della moglie lo chiama.

La cena è pronta.

La stessa sera, in un capannone a Sedriano, all’interno di una moderna sala prove, la voce tonante di Giovanni Marini si diffonde perentoria, in un momento di pericolosa stasi.

“Dai, ragazzi, forza, siamo troppo rilassati!! Dobbiamo suonare sui Navigli domani, non possiamo presentarci in queste condizioni. Mettiamoci sotto e caviamo dei suoni degni di noi, a costo di star qui tutta notte!!” Ricevuto l’ordine, la band si lancia in un blues atrofizzante e fumoso, carico di armonica, tastiera e chitarra a creare un vero e proprio “wall of sound”. Disteso su un tavolino tondo presso la consolle, pericolosamente in bilico per la forte pressione, qualcuno osserva distrattamente la performance. Lui è un provetto batterista, ma nei Gamba fa il percussionista e percuote alla bisogna campanacci, triangoli, bonghi e percussioni varie, gli capita anche talvolta di non dover suonare. Nella prossima canzone ci sarà bisogno di lui. Fabrizio allora si recherà diligente in postazione e probabilmente ripenserà a quando dominava la sezione ritmica di un gruppo di indisciplinati hard rockers, tenendo a bada a bacchettate il suo bassista ed inveendo a turpiloqui assortiti contro il frontman.

Poi penserà solo a suonare diligentemente.

E’ un impeccabile professionista.

Nei primi mesi del 1994, grandi novità hanno caratterizzato l’esistenza poliedrica del signor Alberto Torretta.

O meglio, dovremmo dire dell’Attore Drammatico Diplomato, nonché laureato in filosofia e collaboratore dell’azienda di famiglia Alberto Torretta.

Si, perché nell’aprile di quell’anno, ancora fresco di “titoli”, l’ex furibondo leader della post-punk band dei Dhegrado ha sostenuto e superato un provino per entrare a far parte di una Compagnia Stabile, ed il suo talento lo porta a rivestire, all’interno della stessa, il ruolo di protagonista in più d’un’occasione.

Un’altra bella notizia gli arriva direttamente dallo Stato, sotto forma di congedo permanente. Non era per meriti artistici, come lui riteneva di meritare, bensì per mero esubero; ma, come si dice in questi casi, prendi e porta a casa.

Ma seguiamo ora una delle sue serate.

Un palco spoglio d’autunno, una panchina diroccata, un cane accucciato a terra. Un uomo anziano, seduto con un bastone in mano si lamenta ad alta voce del governo e dei tempi moderni, rimpiangendo il passato che non torna, singhiozzando sulla sua misera condizione.

Ma il suo unico interlocutore è il cane, rimastogli fedele. Oltre a una platea gremita di gente che applaude divertita, accorsa ad ammirare l’astro nascente del teatro drammatico italiano. E domani affronterà una nuova piazza, un altro palcoscenico, per una nuova ovazione, un’altra lode della critica.

Peccato, però, non avere mai tempo per ritrovarsi una serata con quei vecchi compagni per i quali Alberto improvvisava altri tipi di scene e monologhi stralunati, davanti a randagi inquieti accalcati in bettole fumose, interpretando il più allucinato sogno psichedelico o distorte, veementi melodie garage-sixties.

Chi manca? Ah, si, proviamo a seguire il seguente monologo:

“…e per quanto riguarda il repertorio, beh, come sapete io amo molto i Police, per cui proporrei una versione reggae di “Every breath you take” oppure punterei sul rhythm’n’blues di Zucchero, o James Brown, tipo “I feel good.” Magari, che so, anche qualche pezzo del Battisti arrabbiato, come “Il tempo di Morire”. Per il rock’n’roll puro citerei certamente gli Who, oppure i Beatles, o gli Stones. Qualcosa per far presa sul pubblico, che ne dite? Ad esempio gli U2 o un po’ di funky alla Prince. Per i più giovani, qualche incursione nel grunge dei Nirvana sarebbe l’ideale…”. A casa sua, Enrico spiega agli amici le sue idee per il complesso musicale che sta creando, i “Senza filtro”.

Tra i papabili soci costituenti della band in questione, due cugini che un tempo militavano nella hard rock band dei Dhegrado.

All’esposizione di Enrico annuiscono blandamente, ma quando viene loro chiesto un parere, Alfonso e Oscar si guardarono in faccia e si resero conto d’aver assunto la stessa espressione sul viso. L’unica risposta possibile fu espressa all‘unisono:

“Grazie, Enrico, ma non ci interessa.”

Poi prendono la porta ed escono, amici come prima.

In cuor suo, Oscar sapeva che quella sarebbe stata solo una perdita di tempo. Una curiosità, una facile conferma che non avrebbe tardato a manifestarsi. Ma ormai aveva altro in testa. Il giorno dopo, entrò in ufficio con la consueta tranquillità. Certo che era stato fortunato: la prima proposta di lavoro a pochi giorni dalla laurea in architettura. Valutate le condizioni, aveva accettato al volo. Tutta esperienza che maturava, in attesa di aprire l’attività in proprio che desiderava.

Quella stessa sera, una fragrante sera di maggio, Alfonso ricevette in regalo una splendida pianta di gardenia. Troneggiava sul tavolino del salotto, a portata di luce naturale, ed ogni volta che passava da lì il suo stato d’animo ne usciva ritemprato.

Anche lui, ora non sentiva più troppo il bisogno di uscire la sera. Proprio il salotto divenne il centro dei suoi momenti di relax: scriveva, leggeva, e non mancava un buon stereo per la “ricreazione intellettiva”, come la chiamava lui, che ogni tanto riproduceva anche canzoni dei dhg o dei luxuria betovox, ma in genere diffondeva rock progressivo.

Nel primo cassetto sotto l’imponente libreria in mogano, al fianco di alcuni raccoglitori di fotografie custodiva adesso due quaderni.

In uno conservava gli scritti, i mezzi poemi, i raccontini che da Bolzano in poi aveva avuto la geniale pensata di metter giù per iscritto; una passione che, lungi dal tramontare, ora lo prendeva forse più della musica stessa.

L’altro contiene la storia che ho appena finito di raccontare.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 33 -QUESTO FALSO OTTOBRE

16 AGOSTO 2018

 

Questo falso ottobre

“Così presto? E come fai a conoscerli?”

“Sono i ragazzi dell’università, abitano tutti in zona tra l’altro, pensa che il più lontano è di Rho, io li avevo già visti in facoltà armeggiare con dischi e cassette varie…da lì è stato facile entrare in confidenza.”

“E gli manca un chitarrista?”

“Incredibile la coincidenza, vero? Come avrei potuto dir loro di no?”
“Ti ammazzavo, se gli dicevi di no. E quante prove finora avete già fatto…tre?…però, attivi i ragazzi…no!…cosa!…non mi dire…ma è fra un mesetto scarso!”

“Infatti sono un po’ di corsa, devo imparare una decina di canzoni, mentre le altre quattro/cinque del repertorio le conosco già, per fortuna”

“E dove sarebbe questo concerto?”
“Ad Arluno. Festa per l’inaugurazione del nuovo impianto sportivo.”

“Quando, hai detto?”

“Il 12 novembre, è un venerdì sera.“

"Grazie dell'invito, Oscar, ci sarò sicuramente!".

Depose il ricevitore con un vivo senso di curiosità. Chi saranno mai questi amici del cugino, rimuginava perplesso, non ne aveva mai sentito parlare, nè immaginava che Oscar avrebbe trovato tanto in fretta un gruppo alternativo ai Dhg. Quando gli aveva detto il repertorio che avevano preparato nei pochi mesi dalla formazione della band (manco gli aveva chiesto come si chiamavano) gli era venuta una fitta allo stomaco.

“Il materiale è quello con cui iniziano tutti. “Cocaine”, qualcosa dei Pink Floyd, “Knockin’ on heaven’s door”, quella roba lì.”

Quella roba lì.

Quando avevano iniziato loro, cinque anni prima, gli sembrava di toccare il cielo con un dito.

Invidia? No. Quella che provava era piuttosto una sensazione indefinibile. Vecchio a 25 anni? Per carità: era contento per il cugino, almeno qualcuno riprendeva a suonare.

Per prima cosa, sarebbe andato a vedere quel gruppo. Così, per un’impressione, per curiosità, per il cugino, per…

Per vedere se qualcosa gli si smuoveva dentro.

Chiuse pensierosamente dietro di sè la porta di casa e si buttò sul divano.

Ebbe la tentazione di telefonare a Stefania, dopotutto era quasi sera ed il giorno di festa se ne era volato via senza contatti. Non si vedevano da una settimana, la ragazza era costretta in casa, messa k.o. da una precoce influenza accompagnata da un fastidioso mal di gola.

Ci stava ancora pensando quando il trillo del telefono lo fece sobbalzare.

"Ciao, sono io, mi spiace ma non riesco ad uscire neanche stasera."

Prima ancora che chiarisse il concetto, lui aveva già capito dato che la voce era rauca e pareva giungere da un pianeta lontano.

"Vorrà dire che troveremo il modo di recuperare.."

"Su questo non ci sono dubbi, pensavo proprio che mi farebbe bene una nuova gitarella al lago come sabato scorso...pranzetto e traversata in battello, molto romantico non trovi..."

"E' un'idea grandiosa, Stefy. Non vedo l'ora!"

"A proposito, hai ripensato a quella cosa?"

"E' una settimana che ci penso. Poi oggi ho visto Oscar, lui sì che sta sfruttando bene la pausa prolungata della band..."

Spiegò alla giovane del nuovo complesso del cugino.

In tre prove avevano già messo tanta carne al fuoco da coprire un’ora buona. Il concerto di metà novembre era un esordio che non temevano. Anche in considerazione di questo, Alfonso aveva ripensato a "quella cosa" e preso una decisione, che illustrò alla fidanzata.

"Ottima idea, così almeno dovrete prendere una posizione netta" fu il commento di lei.

Concluso il colloquio, Alfonso concordò con sè stesso che la cosa non era più ulteriormente procrastinabile. Accese la tele, aiutò a preparar da mangiare e dissolse l’uggia tipica da domenica sera col tenente Colombo e la domenica sportiva a seguire.

Non uscì quella sera, nè squillò ulteriormente il telefono; era tranquillo, almeno su qualcosa s’era deciso.

Il mattino successivo era una nuova, splendida giornata di sole, ed ormai era passata anche la metà del mese.

"Questo falso ottobre!" rimuginava un giovane venticinquenne abbondante mentre scendeva le scale che lo portavano allo studio, "Non sono più le stagioni di una volta, ci saranno trenta gradi!".

Il padre annuì, poco interessato all'argomento, ma contento di vedere il figlio affrontare la nuova settimana con piglio allegro.

"Ecco le commissioni di oggi."

Alberto prese dal padre i documenti e gli appunti che questi gli passava con noncuranza, li osservò con cura, scribacchiò qualcosa a margine di un foglio e depositò tutto con cura sulla propria scrivania. Prese un raccoglitore dalla parete retrostante, aprì un registro ed una rubrica ed iniziò ad effettuare alcune telefonate.

Una di esse era destinata all'amico Paolo, imprenditore, e durò una cinquantina di secondi convenevoli inclusi. Quando Alberto posò il ricevitore, segnò qualcosa sulla propria agenda e passò tranquillamente alla telefonata successiva.

Più tardi, casa Garavani:

"Sai, Miri, stamattina mi ha telefonato il Beto"

"Finalmente, come sta? E’un po’ che non lo si sentiva! Ci sono novità?”

"Si. Dobbiamo ancora incontrarci con lui e Pam per definire la questione della cucina. Sai come siete insistenti voi donne, avete sempre una fretta incredibile per queste cose. Comunque ci vedremo in settimana, giovedì credo, ed imposteremo la cosa."

"Bene! Ma non ti ha detto allora se..beh, insomma, han pensato ad una data, oppure.."

"Penso che non sia ancora definitiva, ma ormai dovremmo esserci...lui mi accennava qualcosa del tipo fine '94, primi '95..C'è la spada di Damocle della chiamata a naja, non possono fissare niente di preciso prima del militare."

"E'vero, è vero, speriamo lo chiamino presto..prima parte prima torna.."

"Già, già..." rimuginava Paolo. Ora doveva andare.

Terminò avidamente la grossa mela bianca che aveva addentato pochi istanti prima, un'aggiustatina in bagno e poi tornò in ufficio, prese i documenti e via.

Doveva essere alle due in centro Milano, l'organizzazione della fiera "Dicembre Mobile" non poteva certo aspettare. Concentratissimo sull'evento, Paolo condusse una riunione impeccabile e ripartì euforico. Per quel giorno, non avrebbe più pensato al lavoro. Nemmeno l'angosciosa coda in tangenziale del lunedì sera poteva abbattere la sua contentezza. Infilò una cassetta nello stereo e rientrò a casa calmo e rilassato.

Cosa stava ascoltando? E che importava?

Quattro giorni dopo, intorno alle sette e mezza di sera, ricevette una nuova telefonata, stavolta dal signor Garimbelli, amico e collega di complessino musicale.

Superati le cerimonie di base, Alfonso venne al punto con precisione.

"Paolo, il gruppo è finito?"

Sulle prime, Garavani non seppe rispondere; forse non si aspettava una domanda tanto netta.

"Non credo, perchè?"

"Perchè?!? Mi chiedi perchè? Un gruppo prova, ogni tanto. Un gruppo non lascia passare mesi senza contatti. Un gruppo, dopo un disastro come quello di Malvaglio, si trova per cercare di analizzare cosa sia successo..Possibile che a nessuno interessi più nulla?"

Paolo ebbe un flash, e solo in quel momento realizzò che che nel contatto con Torretta del lunedì precedente, nessuno dei due aveva neanche lontanamente accennato ad un eventuale ritrovo per motivi musicali. A dirla schietta, la band non era rientrata per niente nel dialogo. Le formalità avevano riguardato famiglia e salute.

Poi riprese la conversazione.

"No, non ho sentito nessuno in questi quindici giorni. O meglio, ho parlato con il Beto, ma solo di lavoro. Non c‘è venuto in mente, sinceramente."

Dall'altra parte del cavo, silenzio.

Non c’è venuto in mente.

Ancora una volta, Alfonso comprese che avevano ragione loro: si può sapere, cosa voleva? Perché stava facendo tutti questi capricci?

Così subito dopo riprese, con un tono sensibilmente più dimesso:"Scusa, Paolo, forse adesso come adesso avete altro per la testa. Capisco anche che è giusto così, scusate, forse sono troppo insistente. Magari, qualche volta che vi sentite col leader, se vi vien voglia, tirate in ballo voi la faccenda, ok? In questo modo io non starò più a tampinarvi e suoneremo quando davvero ci sentiremo di farlo."

Gli ultimi istanti di conversazioni furono agghindati di banalità che Alfonso non si rendeva forse neanche conto di star dicendo; voleva cancellare il modo di fare aggressivo con cui aveva aperto il contatto.

Ciononostante, per la prima volta Paolo si era sentito in imbarazzo con lui.

Aveva risposto: “Va bene, restiamo d’accordo così”, e sentiva tutto il sapore stucchevole di quelle formule lapalissiane ed ordinarie di certe conversazioni di circostanza che spesso addobbano una giornata di lavoro.

E che si sgonfiano subito, a ricevitore deposto.

Garimbelli aveva progettato una seconda telefonata, ad Alberto stavolta, ma adesso non gli pareva più tanto importante.

Era venerdì sera, Stefania era finalmente guarita. Si preparò per passare a prenderla. Andavano fuori a cena, poi al cinema. Che programma originale, rifletteva. Ma se stava bene, perchè lamentarsene?

Trascorse un fine settimana durante il quale, si era ripromesso, la musica sarebbe stato l’ultimo dei suoi pensieri. Voleva forse provare a sé stesso che anche lui aveva una vita propria, al di là di quello che oramai – era evidente – si era dimostrato nient’altro che un hobby per ventenni blandamente emozionante, pronto da buttare non appena la vita “adulta” avesse cominciato a presentare conti. Se la maturità passava attraverso questo tipo di esclusione, lui non sarebbe stato da meno. Promise solennemente a sé stesso che non avrebbe mai più pregato nessuno per riprendere l’attività.

Per la prima volta, nell’osservare la campagna sfuggirgli d’intorno nella veloce corsa del treno del lunedì mattina, Alfonso pensò solo alla settimana che stava per cominciare, alla sua famiglia, a Stefania.

Buon ultimo, attuò anche lui il proprio ribaltamento di priorità, e ne trasse fin da subito gran beneficio: inevitabilmente, anche per il suo apparecchio telefonico cominciò un periodo rilevante senza la presenza di chiamate per o da (ex) componenti dei dhegrado.

Per altri invece, “l’hobby per ventenni” doveva evidentemente proseguire ancora per qualche tempo, anzi trasformarsi in “per trentenni ed oltre“.

Dopo la metà di ottobre, l’ormai ex “Grasso Fat Karsi” invitò altre due volte gli ormai ex-colleghi dhegrado ad ammirare lui e i suoi soci Gamba dal vivo.

In entrambe le occasioni si presentò solo Oscar, che questa volta non investigò più circa la possibilità di congiunzioni dal vivo tra le bands; né Marini, forse istradato da Fabrizio, chiese al ragazzo più niente circa l’attività dei dhg.

Oscar era d’altra parte concentrato su quello che chiamava “alternativo progetto musicale”: prima della fatidica data del dodici novembre, lui e il suo gruppo sarebbero riusciti ad infilare una decina di prove, raggiungendo quantomeno un po’ d’amalgama (che non è un liquore a base d‘erbe, come avrebbe amato specificare Gary un tempo).

Tornando a Karsi, lui era l’unico tra i cinque che apparentemente non aveva modificato i propri parametri di vita.

Il lavoro stabile gli garantiva una certa indipendenza economica e le lamentele dei suoi diventavano sempre più flebili, senza contare che il prolungato stato di pausa dei Dhg aveva snellito la sua settimana musicofila. Il disco dei Gamba, ormai in circolazione da qualche mese, stava attecchendo piuttosto bene nei dintorni. La band approfittava delle molte occasioni live per vendere dischi e musicassette ed il seguito aumentava considerevolmente serata dopo serata.

Al termine del secondo concerto, mentre il resto dei Gamba si godeva l’usuale bagno di folla, Karsi scorse il suo (ex) chitarrista scendendo dal palco e si fermò a scambiarci quattro balle.

“Le cose vanno bene, vero?”

“Non possiamo lamentarci”, rispondeva un copiosamente sudato Cassetti all’una-volta-compagno-di-complesso. “Vendiamo il disco, le canzoni piacciono, meglio di così…meno male, tra l‘altro, perché è un periodo che siamo presissimi, adesso abbiamo un altro concerto sabato sera a Milano alle “Scimmie”, sai quel posto sui navigli, e mi pare che anche a novembre non è che ci sarà troppo da riposare”.

“Sono davvero contento per voi, Karsi”.

Fat si staccò poi un momento dall’amico per andare a salutare un gruppo di colleghi, che aveva preso ad assistere ai concerti di Marini & Co, ed ora li seguivano praticamente ovunque andassero. Si trattenne con loro una decina di minuti, il tempo di una birretta. Fece cenno ad Oscar di raggiungerli, ma il giovane chitarrista non si mosse.

Guardava il palco vuoto.

Ancora dopo una ventina di minuti dalla fine del concerto, le luci erano rimaste accese, gli strumenti ancora nei loro sostegni, i microfoni sempre piantati, la batteria appena coperta dai veli. Solo i bonghi, le percussioni, il triangolo e tutto il resto dell’armamentario di Fabrizio erano stati da quest’ultimo doverosamente ritirati.

Osservò la scena ancora qualche attimo, poi Parenti domandò all’amico rientrato nel frattempo:

"Ma ti piace, stare con loro?"

Cassetti scrutò Oscar con l'aria di non capire, così il ragazzo ribadì l'interrogativo in una forma differente: "Voglio dire, ti diverti, coi Gamba? Tu sei un batterista, un bravissimo batterista, non ti senti..."

Fabri lasciò trascorrere qualche secondo, poi visto che la frase non veniva completata, ci pensò lui stesso.

"..Sminuito, vuoi dire?!"

“In un certo senso, Fabri. Sbaglierò, ma mi dai l’idea, come dire, d’essere sottoutilizzato, in questo modo. Il batterista è un protagonista..un leader, stabilisce e modella il ritmo della musica. Così mi dai l’idea del comprimario…di classe, per carità, ma poco più di un semplice abbellimento..non ci hai mai pensato?”

“Il posto di batterista era già occupato, e Max è molto in gamba. Non sono stato obbligato ad unirmi alla band, ed il mio ruolo è stato messo in chiaro fin da subito”

Impercettibilmente l’impostazione della voce era mutata, più agra, meno cordiale.

“Certo, Fabri, non volevo offenderti….”

“Questo lo so, non c’è problema; ma poi c’è qualcos’altro che non hai considerato. Noi ci divertiamo. Come hai visto anche tu, ogni esibizione è un happening, i concerti si trasformano sempre in serate esilaranti. Joepa non ha proprio niente da invidiare al leader come frontman, ed i musicisti sono impeccabili. Ultimamente…”

“…Ultimamente?!?”

“ Ultimamente, quando facevo anche il batterista con voi, non ho avuto troppe occasioni di divertimento. Dovrei dire, non abbiamo avuto, vero, Oscar? O sbaglio?”

Non sbagliava, Oscar lo sapeva.

E stava giù prendendo provvedimenti.

Non aveva forse intrapreso anche lui una nuova avventura con una nuova formazione?

Così ordinò una coca cola per sé ed un braulio per Karsi, che avrebbe preferito un fernet menta ma non si formalizzò più di tanto.

Poca volta che non pagava lui.

Si sedettero al tavolo e si misero a parlare d’altro. Non di calcio, che al chitarrista come sappiamo importava nulla ed al batterista poco; conversarono invece amabilmente circa la prossima apertura di un mercatino d’antiquariato d’arte a Milano, tra l‘altro proprio in zona Navigli, che in quell‘epoca iniziava a costituire il punto nevralgico di fiorenti attività culturali.

“Io sabato ci vado. Ho un esame al mattino e mi prendo il pomeriggio libero. Ci vuoi venire? Ci possiamo trovare là, nel caso, dato che tu devi suonarci la sera.”

“Volentieri”, la risposta del sostenuto batterista.

Oscar ne fu piacevolmente sorpreso. “Non ti facevo appassionato di vintage, Karsi. Strano questo tuo lato old-fahioned! E su quali stili e forme d‘arte vertono le tue preferenze?”

“Ma che cavoletto (eufemismo!) mi stai raccontando, stupidino (eufemismo!) che non sei altro? No, non mi hai capito, io vengo solo per la gnocca!”

Lusingato dall’inatteso intellettualismo dell’amico, Oscar gli diede appuntamento per quel sabato e se ne tornò a casa contento.

Quel 30 ottobre si dimostrò per entrambi fruttuoso e dilettevole. Oscar superò agilmente l’esame.

Nel pomeriggio lui e Fat conclusero ottimi affari: il batterista/bonghista reperì pelli da batteria non risonanti (stile anni ’70)  e persino una vecchia grancassa “da piede” a prezzi irrisori. Non le avrebbe utilizzate, ma avrebbe consolidato la sua reputazione di raffinato collezionista. L’amico s’assicurò un set di tre lampade a fazzoletto post-boom economico ed un piccolo mappamondo liberty dei primi del novecento. Restò volentieri la sera ad assistere all’esibizione di Karsi e i suoi amici, e chiusero il sabato insieme in un prestigioso locale del centro città, con la partecipazione di tutti i Gamba.

Di Dhegrado e uova sul palco, di Huomini o Sysyphus II, non v’era ormai più traccia, né traccia sarebbe più riapparsa, nella vita dei nostri.

E se i cinque ragazzi avessero potuto guardarsi in faccia alla fine di quel falso ottobre, nell’atmosfera d’un accogliente desco famigliare o nell’allegra, esuberante tavolata di amici radunatisi in zona Brera, l’avrebbero capito dalla consapevole distensione che traspariva dai loro volti.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 32 - ICEBOUND

13 AGOSTO 2018

 

Icebound

Se avesse saputo che quell’anno l’estate sarebbe durata quattro mesi, si sarebbe infine deciso a cambiare il proprio desueto impianto d’aria condizionata, invece di doverlo far interagire con un buon paio di ventilatori, funzionali ma leggermente demodé..

Aprì il frigo bar ed afferrò un’altra gazzosa gelata.

“Ti farà male”, gli fece notare il padre, passando. Lui considerò che dopotutto ormai era sera, poteva anche resistere. Fece per posare la bibita, e lo squillo del telefono lo spinse a sveltire l’operazione.

“Buonasera, signora Marelli, che piacere sentirla, come sta? …eh, ha proprio ragione, lo stavamo proprio commentando qui in ufficio, altro che lavoro!! Ci vorrebbe ancora un po’ di mare con questo caldo! Ma mi dica, signora, come posso aiutarla?”

Nell’ufficio contiguo a quello di Paolo, Mirella stava terminando di registrare alcune fatture. Conclusa l’operazione, si alzò e si recò dal marito, attendendo che lui finisse di parlare al telefono.

La conversazione andava prolungandosi.

“Certo, signora Marelli. Lasci fare. Vedrà che per mercoledì sera alle sette la sua nuova cucina sarà installata. Non c’è dubbio, il modello sarà quello che ha scelto quando ci siamo visti. Si, avviso io i ragazzi di suonare due volte il campanello, certo….ma ci mancherebbe, per il saldo passi dentro quando desidera, OK? Allora a mercoledì, signora! Grazie, grazie, buonasera anche a lei, e buona domenica!”

Depose il ricevitore ed annotò la consegna sul registro, poi si voltò e sorrise alla moglie.

“Paolo, vado a preparare la cena, ci vediamo tra una mezz’oretta, ok? Non far tardi che poi mi si raffredda tutto, mi raccomando!”

“Non ti preoccupare, ho quasi finito, segno due appuntamenti, sbrigo un altro paio di telefonate ed arrivo”.

Venti minuti più tardi, il giovane imprenditore chiudeva l’ufficio ed entrava in magazzino per concordare con il signor Pierluigi l’itinerario dei ragazzi col furgone per il lunedì successivo, poi si congeda dal genitore ed esce in cortile.

Lo attraversa a passi tranquilli ed entra in casa, quasi puntuale: sono le venti meno un quarto di sabato due ottobre millenovecentonovantatre.

Ed era stata una giornata operosa e serena.

Il giorno successivo all’ultima, catastrofica esibizione dal vivo dei Dhegrado.

Tre ore prima, all’ex-Bologna.

Due birrettine e gazzosa, un chinotto, niente patatine né pastrocchi di sorta; due musicisti e una ragazza.

Clima esterno: sole, caldo, ventotto gradi, estate infinita.

Clima interno: gelo, mestizia, umori vacillanti intorno allo zero.

Parola al signor Garimbelli.

“Meno male che non c’eri, Ste. E’stata una cosa umiliante. Non ci sono altri vocaboli. A un certo punto non sapevo più dove guardare, invidiavo il Fat che poteva, almeno in parte, nascondersi dietro la batteria. Particolarmente per il leader deve essere stato devastante”.

“La gente che non vedeva l’ora che smettessimo”, s’intromise Oscar. “Fischi, ululati. Incredibile, che sia successo a noi”.

La ragazza era sinceramente rattristata dal fatto. Da quando conosceva Gary, aveva ascoltato tutte le registrazioni dal vivo dei Dhg, imparando praticamente ogni pezzo della band. Quel venerdì non poteva proprio esserci, e ne aveva davvero un po’ patito. L’ultima cosa che si sarebbe aspettata era un fiasco. Chiese spiegazioni.

“Ma avete suonato male, o cosa? Intendo dire, se avete sempre raccolto un buon successo dovunque abbiate suonato finora, da dove ha origine questa debacle?!?”

Ecco il punto. Oscar e Alfonso si guardarono e non seppero cosa dire. Nella fretta di andarsene da lì, la sera precedente, fuggendo quasi come dei ladri, salutandosi a malapena, nessuno dei quattro aveva pensato al “perché”.

"E' chiaro che in questo momento il gruppo di punta dei paraggi sono i Gamba", rifletteva Oscar. "Il pubblico non chiedeva altro che ascoltare loro. E' successo a noi molte volte, di avere ovazioni, successo, applausi tra questa gente. Ma la gente cambia."

"Forse non è la gente, ad essere cambiata. Può darsi che sia stato un fiasco inevitabile”, sottolineò Alfonso.

Annuendo, Oscar si alzò dal tavolo e, approcciato il banco, pagò il giro, poi i tre uscirono. Piuttosto che restare chiusi ad immalinconirsi, decisero di mettersi a passeggiare lungo le rive dell’amato Naviglio, solo il giorno prima teatro del misfatto.

"Cosa pensate di dover fare a questo punto?".

"Non abbiamo nemmeno preso accordi per nuove prove, non sappiamo nemmeno quando ci troveremo. Oscar, hai per caso parlato con Karsi ieri notte?"

Il chitarrista era rimasto infatti l’unico dhg ad assistere all'esibizione dei Gamba che si era protratta oltre le due del mattino, con il solito considerevole gradimento dell'audience.

"No, Gary. Alla fine erano talmente euforici...la gente correva sin sotto il palco a congratularsi, a fare complimenti. Tutti agitavano la copia del disco, Marini s’è messo persino a firmar autografi. Poi loro sono gente alla mano...Giopa (soprannome di Marini, ndr.) inscenava persino dei duetti con chiunque passasse a salutarlo..regalavano birre, parevano ancora divertirsi. Certo, non mancavano di indirizzare la gente a mani vuote verso il baracchino di vendita, è ovvio, ma certamente sanno come arruffianarsi il pubblico".

Alfonso restava pensieroso. Attraversarono il ponte sul canale; il tiepido, inconfondibile aroma proveniente dal corso d'acqua, ebbe il potere di rianimare come un toccasana stati d'animo piuttosto mortificati.

Quella coda di bella stagione era destinata a proseguire ancora per alcuni giorni.

Il sabato successivo, nove ottobre, sembrava una giornata di fine giugno, tanto mite e buono era il sole, ed una leggera brezza stava accompagnando due ragazzi in tenuta quasi estiva lungo un suggestivo sentiero di montagna sperso tra i masi del trentino.

Era stata una levataccia, ma ne era assolutamente valsa la pena.

Lui non ricordava di aver mai visto, a quelle altezze, una mattinata tanto luminosa e scevra di nuvole. Uno spettacolo meraviglioso. Aveva fatto bene Stefania ad insistere ed Alfonso ora non poteva essere più lontano dai grattacapi che la traballante situazione-Dhg gli creava.

Quattro ore dopo, a Boffalora, un uomo di quasi ventisei anni stava cercando di mantenere un atteggiamento interessato o almeno di non farsi cogliere dormiente di fronte al seguente torrente di parole:

"Dunque, ricapitoliamo...per federe, cuscini e lenzuola ci penso io, sai che i miei conoscono quel venditore all'ingrosso di stoffe ed otterranno certamente dei prezzi di favore, per non parlare delle tende, allora, ascolta, a me piacerebbe prendere quelle della camera un pò eleganti, di seta magari, tanto poi le teniamo bene, vero, sennò ti ammazzo, mentre invece quelle del bagno possono anche essere in cotone, ok? Beh, comunque, di questo possiamo anche parlare più tardi. Ah, ecco, quasi dimenticavo i materassi, come dovranno essere, normali, ortopedici, o altro? Beh, tu dì pure la tua, che tanto poi decido io, vero, piccolo mio?“

A quel “piccolo mio”, il fiero e grintoso leader della selvaggia post-punk band dei Dhegrado si sentì davvero indifeso e debole come un infante esposto alle prime intemperie dell’esistenza. Tuttavia scacciò subito quell’immagine, perché la sua fidanzata aveva già ripreso a mitragliarlo.

Anzi, non aveva mai smesso.

“…tanto Paolo non farà fatica a procurarci tutto il necessario, ricordati che è quasi ora di andare a parlare con lui per impostare il discorso della cucina, non mi dire che te ne eri già scordato, te l’ho ripeto da un secolo, devo farti una cura di fermenti lattici?!?!"

Al capo, gli occhietti gli si chiudevano.

Aveva lavorato tutta mattina presso lo studio dei suoi. Doveva studiare, possibilmente riposare un pò, ma al telefono Pam era stata intransigente: "Bisogna fare il punto della situazione, per non farsi cogliere impreparati, ci vediamo oggi pomeriggio verso le due, due e mezzo, non più tardi che poi ho appuntamento dalla parrucchiera e devo fare un mare di altre commissioni."

Ancora dovevano fissare una data, e già la ragazza elucubrava sull'arredamento, sui pizzi, le tende, i fermenti lattici...Beto avrebbe tanto voluto, in quel momento, avere un microfono o anche solo l'asta, cui attaccarsi, non per fare la rockstar ma per non cadere a terra stremato, comunque continuò a dondolare la testa in segno di adesione totale.

A un certo punto borbottò qualcosa e si diresse a passi incerti verso la scala a chiocciola.

“Ma…dove vai adesso?!?”

“No, volevo dire..ehm, io sono d’accordo su tutto, ma proprio tutto, eh? Completamente d’accordo…”

“Ah, ecco. Va bene, allora se tutto è chiaro io vado; ricordati dopo che hai finito di studiare nel pomeriggio, di passare a prenotare il fine settimana di Capodanno a Cortina, sai che lì bisogna muoversi per tempo, e ricordati che stasera sei a mangiare a casa mia. Magari lavati un po’… (scherzo, caro!) comunque almeno pettinati, che ti preparo una cena coi fiocchi! A stasera, amore!”

“..si, si, certo.. a stasera, naturalmente…”

Salì sfiancato in camera sua, si tuffò sul letto e riposò diligentemente fin verso le quattro, ronfando appetitosamente. Non sognò né prosceni eleganti approntati per aggraziate scene di pirandelliana memoria né palcoscenici polverosi traboccanti di musica pesante, sudore ed esultanza.

Sognò di dormire illimitatamente, la laurea in filosofia e il diploma d’attore drammatico ben spolverati sulla mensola, ed un colossale, beato periodo di vacanza ad attenderlo.

Invece ad una cert’ora l’implacabile sveglia a forma di girarrosto lo destò di soprassalto, ed il signor Torretta smontò dal letto oscillando ed evitò di cadere abbrancando con foga la maniglia della porta.

Passò in ufficio in cerca di novità, ma la situazione era tranquilla.

Tornò in camera sua, ove, svegliatosi con una cisterna di the bollente al rabarbaro, si rimise a preparare coscienziosamente la chiusura della sua carriera da studente.

Tesi prevista: marzo/aprile 1994.

Due mesi più tardi, il diploma.

Poi, solo il servizio militare lo divideva dalla Vita dei Grandi, come amava dire lui scherzando. Ecco, se c’era un pensiero che lo tormentava in quel momento, era questo. La cartolina rosa non s’era ancora manifestata in via 25 aprile 17, a Boffalora sul Ticino.

“Non che mi dispiacerebbe, se non arrivasse…” rifletteva dolciastro mentre si recava, verso le 18,00 all’agenzia di viaggi, come da diktat pamelistico.

Lì qualcuno lo riconobbe e al termine delle inevitabili formalità da snocciolare tra conoscenti, gli fu chiesto:

“Ma suoni ancora? So che avevi un complesso…fate rock, mi pare, i corvi, battisti, quelle cose lì, vero? E come va? Vi trovate ancora?”

Sorridendo un po’ timidamente, il frontman e leader dei dhegrado risponde sommesso:

“Si, ogni tanto ci vediamo e facciamo un po’ di musica insieme..ehm, un passatempo sempre bello..scusami però, adesso, sono un po’ di fretta…senta, sono pronti quei due biglietti che avevo prenotato per telefono? A nome Torretta, si, grazie…”

Meno di un’ora più tardi era già sulla via del ritorno. Aveva anche provveduto ad assicurarsi un bellissimo omaggio floreale per la mamma di Pam, sperando di aver indovinato il fiore preferito della signora (nonostante le imbeccate della fidanzata, era rimasto fin in fondo in dubbio tra ciclamini e crisantemi, e vi lascerò ancora un poco in sospeso circa la risoluzione del dilemma).

Giunto a casa, s’insediò in bagno, armato di spazzola, pettine, lacca e gel e con uno sforzo supremo riuscì nell’impresa di donare all’inguardabile zazzera una parvenza di disciplina, e dopo un’imbarazzante ma doverosa ispezione da parte della madre, uscì di casa scortato da un’olezzante scia di profumo e badando bene a non rovinarsi la pettinatura.

La sera di quel sabato nove ottobre scendeva pacifica. Questa volta il complesso di Marini era di scena a Corbetta, nell’ambito di una festa in una villa privata. Joepa e soci avevano portato solo le chitarre e parevano divertirsi in scioltezza. Gli invitati, circa duecento in tutto, seguivano i brani dialettali e non della band con vivo interesse. Il disco “Volume 1” faceva bella mostra di sé sopra lo stereo.

Fat Karsi, in arte Fabrizio Cassetti, o il contrario, non impegnato da bonghi e percussioni di alcun genere, si barcamenava alla bell’è meglio tra dolcetti, paste, salatini e tramezzini, senza dimenticare di annaffiare il tutto con dell’ottimo gutturnio alternato a un valoroso prosecco di valdobbiadene e cercando di non digerire con rumore, almeno quando qualcuno lo osservava, e soprattutto di tenere sotto controllo eventuali veemenze intestinali.

Fu presto invaso da un’euforia incontenibile: da un certo momento della sera in poi gli apparve sul viso un’indecifrabile maschera color terracotta, con un sorriso ad arco ed una vaga aria da maniaco, ma si trattava di una semplice fase del suo infallibile, avanguardistico sistema  di assimilazione.

Il chitarrista dei Dhegrado, Oscar Parenti, compagno di scuola del padrone di casa e dunque invitato a sua volta, approfittava delle pause dell’informale esibizione per tampinare il signor Marini circa la possibilità di scovare, tra le sue conoscenze in continua ascesa, qualche contatto di lavoro per il suo gruppo, ma Joepa rispondeva sempre in modo alquanto evasivo.

Poi, tra mezze promesse e progetti più o meno abbozzati, che sarebbero inevitabilmente stati trasportati chissà dove dalla gentile frescura di quell’indimenticabile sera autunnale, i due venivano trascinati nell’allegria della festa, che si sarebbe protratta sino alle prime ore della domenica mattina. Come ai vecchi tempi, Oscar dovette riportare a casa il proprio batterista leggermente alterato dall’alcool (per darsi un tono aveva però fuggito la birra) e sensibilmente rigonfiato dai sapori di cibo e bevande.

Non era un bell’affare per Fat, pensò Oscar guidando.

Infatti il signor Cassetti era impegnato, il pomeriggio successivo, con la sua seconda band, i Biglietti Scaduti, presso la celebre “Queen of Jazz” di Brugherio, e stavolta avrebbe dovuto suonare eccome.

Il ragazzo pensò che una buona dormita l’avrebbe certo rimesso in sesto.

Tanto, ormai, se aveva bisogno di riposo extra poteva contare anche su una nuova serie di lunedì sera, ormai spogliati dei vibranti, ispirati suoni garage-punk dei tempi che furono.

Ripensò per brevi istanti a come s’era lasciato con Giopa. E più Oscar ci pensava, più si rendeva conto che il capo dei Gamba aveva ragione. Come poteva pensare di includere ancora i Dhg in un eventuale progetto di collaborazione dal vivo, dopo la magra, anoressica figura rimediata otto giorni prima a Malvaglio?

Poveretto, lui aveva fatto il possibile per non risultare sgarbato. Aveva persino detto: “Sai, Oscar, forse i Gamba e i Dhegrado non hanno proprio lo stesso pubblico…forse il vostro genere fa un po’ a pugni col nostro, con le atmosfere goliardiche, dialettali, un po’ folk, se vogliamo, che prediligiamo noi…poi quella sera la gente era lì per noi in sostanza, non vi hanno magari neanche ben ascoltato, è gente alla buona, e….”

E tante altre giustificazioni deferenti, ma che non significavano un tubazzo di niente.

Che i Dhegrado forse non avevano più voglia di suonare ed il loro fiasco era figlio della supponenza e del menefreghismo, doveva dirgli.

In quella notte mite ed indimenticabile, cibi e bevande erano stati protagonisti in un’altra scena, svoltasi soltanto a pochi chilometri di distanza.

Stavolta il leader aveva centrato in pieno la serata.

Con sforzo immane, oltre a presentare una passabile capigliatura e a ricordarsi in extremis che i fiori per la mamma di Pamela erano i ciclamini, aveva indossato una cravatta, meravigliosa, a pois gialli su sfondo celeste, dopo aver optato in un primo momento per un farfallino a quadretti color fumo di londra che per fortuna lasciò a poltrire nel cassettone di camera sua.

Aveva parlato decorosamente, di argomenti d'attualità piuttosto che del proprio lavoro o della carriera universitaria che volgeva verso il più auspicabile dei traguardi.

Aveva ricevuto consensi convinti da quelli che ormai considerava i futuri suoceri e la tensione si era allentata molto presto.

Ora si congedava, ad un'ora decente (giusto prima di mezzanotte) e rimase in breve all'ingresso per salutarsi come si doveva con Pamela. Salì poi sull'auto e dritto a casa: non una sola goccia d'alcool tranne un bicchierino di vino bianco a tavola con gli altri commensali.

Nel frattempo, un altro componente dell’agguerrita post-punk-band dei Dhegrado aveva appena chiuso una giornata davvero ideale. Per Alfonso, s’era trattato di un indispensabile approvvigionamento di refrigerante benessere.

Ecco un altro gradito lascito del servizio militare.

L’ultima cosa che avrebbe mai pensato era di arrivare un giorno a provare amore per quelle valli, per quelle cime che l’avevano tenuto lontano da casa e che lui nei momenti peggiori aveva giurato di non voler mai più rivedere nemmeno in cartolina.

Invece solo un paio d’anni dopo era tornato, e nemmeno solo, ed ora quegli scenari andavano assumendo tutt’un'altra importanza per lui.

La passeggiata al mattino lungo un viottolo che s’inerpicava sui fianchi del bosco, e la sorpresa di uno spiano naturale dal quale si poteva abbracciare la valle intera e le vette perennemente innevate.

La sosta pranzo alla malga, a contatto con flora multiforme dal fascino tenue ed irresistibile, cullati dal lieve scampanellio delle mucche sparse sui pascoli e coccolati dalla non comune ospitalità dei gestori.

Un praticello, adocchiato subito dopo pranzo, attraversato da un fiumiciattolo di non oltre un paio di metri di larghezza, limpido e silente, con ponticelli naturali di pietre e arbusti e la gradita sorpresa di cogliere al volo il fulmineo balzare di uno scoiattolino.

Il relax tra silenzi fiabeschi appena scortati da un filo di vento ancora estivo, e dal sommesso gorgoglio del torrentello.

Un buon libro e loro due.

Che altro?

Mentre la più piccola stilla di luce aveva ormai lasciato il posto ad un’oscurità quieta e definitiva, il bassista dei Dhegrado guidava pensieroso di ritorno dalla sua riuscitissima gita.

Nonostante la quale, sentiva di non riuscire a reprimere del tutto il sottile dispiacere che il ripensare alla situazione del complesso gli causava. Ma stavolta, invece di cercare di sfogarsi a parole, preferiva riflettere.

Era chiaro che fossero cambiati, ed era ora non solo di accorgersene, ma d’iniziare a comportarsi di conseguenza; tutto stava sfumando come il sorriso del bimbo mai cresciuto di “Sysyphus II”, brano che, nelle occasioni più strampalate, gli si riaffacciava alla memoria per poi sparire altrettanto repentinamente.

Solo che lui non doveva più permettersi, di fare come quel bimbo.

Fece un tentativo di trovare un po’ di buona musica alla radio, girando distrattamente tra le stazioni, finché la spense definitivamente e si concentrò sulla guida, sempre senza aprire bocca.

Fu Stefania a rompere il silenzio, indovinando i rimescolamenti che stavano attraversando la mente del giovane.

“La gente non vedeva l’ora che smetteste, mi hai detto? E perché non smettete?”

 
Altri articoli...