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IL DIARIO

9 GIUGNO 2017

 

Ci sono tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Non hanno paura. Se sbandassero, potrebbero volar via e salvarsi. Resto a guardarli, senza pensare di abbassare gli occhi e ritornare in camera. D’altronde la nostra camera è in stand-by. Non ho ancora iniziato a mettervi mano. Ho le idee abbastanza chiare al proposito, ma mi manca la voglia di realizzarle. Di base, vorrei lasciare tutto com’è. Il tuo letto, il tuo armadio di fianco al mio, lo scaffale, la scrivania lo stereo al suo posto, che continuerò a non usare dal tanto che ne eri geloso. Era scontato che ognuno avesse le proprie cose, i propri possedimenti. Non che non potessimo invadere gli spazi, semplicemente non ci veniva in mente. Per questo adesso guardo “di là” e resto perplesso. Vedo involucri che esistono da sempre, copertine conosciute, coperchi noti, oggetti di cui potrei citare a memoria forme, colori, dimensioni, il tutto sparpagliato senza criterio apparente sulla scrivania o sullo scaffale. Ma non li conosco. Non mi è mai venuto in mente che avrei potuto chiederti di farmi dare un’occhiata, di prestarmi qualcosa; non ho mai pensato che forse avrei anche potuto benissimo farlo direttamente. Lo stesso, per te. Che strano: il nostro era davvero un ottimo rapporto, eppure tutto era immutabile, da sempre. Di colpo mi prende una frenesia isterica, di aprire tutto, di leggere tutto, di venire a scoprire tutto, ed ora che potrei farlo senza alcun impedimento, provo solo orrore al pensiero. Mi sembrerebbe di profanare. Così per qualche tempo, mi sono limitato a spolverare. Anche questo, prima non l’avevo mai fatto. Avevo già la mia parte, che non era piccola. Sono arrivato a pensare, vergognandomene relativamente, che adesso si potrebbe finalmente tenere in ordine la totalità della camera, però anche qui mi pare di violare, di mancare di rispetto. Ma adesso che tutto è tornato tranquillo, adesso che anche i miei sembrano ridiscesi sulla terra e stiamo cercando di ricompattare e di razionalizzare, c’è qualcosa che mi frulla in testa e mi lascia inquieto. Tra tutto il materiale vario che costituiva, costituisce tuttora, devo ricominciare ad usare il presente, l’altra metà della stanza, c’è qualcosa che non contribuiva a formare la massa informe e senza nome dell’off-limits. Qualcosa che, a differenza delle altre, colpiva lo sguardo. Contribuisce, colpisce. L’ho detto adesso, che dovrei tornare ad usare il presente,ma ci metterò ancora un po’ di tempo, sono in evidente fase di rodaggio, di convalescenza. Ho riflettuto a lungo se avessi dovuto farlo o meno. Poi oggi pomeriggio, ho deciso. E’ sabato, il tempo è grigio, ed io non ho nessuna voglia di uscire. Tu saresti uscito comunque, di questo sono certo, ma a me non sarebbe mai venuto in mente di fare ciò che ho fatto. Comunque, ho rotto gli indugi. Sono entrato nella tua metà, senza che alcuno avesse nulla da obiettare. Ho guardato la pigna, ho allungato la mano, ho preso il quaderno. Un quaderno in progress, questo mi ha sempre incuriosito, nel senso che sono due o tre quaderni incollati uno sull’altro, e non era da te. Mi intriga pensare che tu potessi avere un progetto in sviluppo, tale che ti facesse riempire tre quaderni di fila. Oh, non che avessi una vita noiosa, ci mancherebbe; il lavoro, la palestra, la fidanzata, la musica, la famiglia, in ordine casuale, facevano sì che ti riducessi a dormire anche quattro/cinque ore per notte. Fatto sta che adesso sono qui, alla metà abbondante di un grigio sabato pomeriggio, tra l’altro senza nemmeno gli anticipi della serie A, con un quaderno triplo nella mano e lo sguardo incantato verso l’alto, rimirando tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Perché è proprio con quest’immagine che la remora si è insinuata forte, impedendomi di aprire la prima pagina come fosse incollata con la coccoina. Ci penso e ci ripenso, e non ho proprio idea di cosa potrei trovarci, ormai non do più niente per scontato. Resto qui con il triquaderno in mano e mi sembra di scorgere al linea arancione del tramonto autunnale che, freddo ed intenso, sta per investire lo specchio di cielo oltre la finestra. Devo pur fare qualcosa. Chissà perché non i libri, di molti non ricordo nemmeno il titolo. Perché no le cartellette, i fogli volanti, ricordo che te ne ho visto aggiungere uno sulla pigna pericolante proprio il giorno che è successa la cosa. Se almeno fossi stato ordinato come me, adesso dalla tua parte vedrei solo uno scaffale ed una scrivania dalle forme armoniose e poco accattivanti, invece così è una tentazione continua. Mi metto su il the, ci sarà pur qualcosa nella fascia preserale, intanto ci penso. Dove ho messo il telecomando? I miei non sono ancora rientrati, certamente han fatto uno di quei giretti terapeutici che lo psicologo ha consigliato per evitare di trascorrere lunghi vuoti pomeriggi elucubrando. Preparerò io qualcosa, ultimamente si mangia un po’ a casaccio e nemmeno questo è giusto, se dobbiamo cercare di recuperare la normalità. Ah, ecco il telecomando, meno male. Così eccoci qui, infine. Adesso sono le 19, ho appena terminato di bere il the e guardo la televisione amaramente, col volume appena sopra il limite delle frequenze riservate ai cani. Fuori tutto è scuro, non vedo più i piccioni, saranno volati a cercar riparo per la notte. Voi due non siete ancora rientrati, mi sa che metterò su davvero quei quattro spaghetti, anzi tre. Ed il tuo quaderno giace intatto nel raccoglitore differenziato della carta. Mi spiace che tu non ci sia più, e particolarmente mi spiace che non abbiamo parlato di più. Forse non avresti avuto bisogno di scrivere quel quaderno, che non ho violato ma ho capito, era certo un diario. E io non mi sarei macerato nel dubbio prima di decidermi a gettarlo. E’ meglio così. Non avevo il coraggio né il diritto di aprirlo e tanto ormai quanto di ciò che c’è scritto può ancora aver senso?

 

L'EREMITA E LA STAGIONE DELL'AMORE

5 GIUGNO 2017


e che io non sia dileggiato,

che non venga compatito

per l’isolamento

cui mi sono votato

io dell’amore

ho visto la stagione migliore

giovane e intenso,

sincero e fugace

al riparo del raggiro del tempo,

delle sue promesse vane

 

TRE FRATELLI 3) PROSIEGUO SECONDA SCENA

24 MAGGIO 2017

 

Lunedì 4 aprile -

Giornata normale (cioè, inenarrabile)

(Claudia)

 

 

 

 

Anche per oggi, basta. Ho raccolto tutto, ma proprio tutto, e anche stasera non è bastato un carrello solo. Sono stupita, di ricevere ogni giorno nuove, inattaccabili testimonianze dell’umana maleducazione. Anche oggi ho trovato un pacco di assorbenti nel cestino verde dei peperoni, pacchettini di biscotti disseminati senza uno schema preciso tra le fette biscottate e il pane azzimo, e naturalmente l’immancabile sacchetto di surgelati tra le mozzarelle, che stava già iniziando a gocciolare. Sono solo alcuni esempi, inutile dilungarsi. Fare la cassiera sarà più pesante, più impegnativo a livello mentale ma non ti induce a sentimenti omicidi nei riguardi dei tuoi simili. Inutili i cartelli coi quali appellarsi alla “cortesia del cliente”, vane le telecamere, mi riuscisse qualche volta almeno di beccare in flagrante un fenomeno che sceglie un articolo e poi, cambiando idea, lo abbandona a caso in un altro reparto…non so che gli farei, potrei mettergli le mani addosso.

Per fortuna il nervoso passa presto. Passa subito: dopo sei ore a correre avanti e indietro, l’irritazione la rimuovi e le ridai appuntamento al giorno dopo.

Arrivo a casa e le cronache non sono granchè diverse da quelle del giorno prima. Ale e Chiara cercano di studiare, e meno male che piove così dopo un'occhiata delusa alla finestra rituffano le facce sui libri, per quel che vale.

Sono le tre del pomeriggio, questi due poveri tapini han mangiato a scuola, e chissà se han mandato giù qualcosa di umano. Dovrei farmi sentire più spesso presso la direttrice, so che mi detesta, un giorno si e uno no, favorita anche dai miei turni strani, piombo in sala mensa. E lì, chiedo, annuisco, storco il naso, do suggerimenti che ovviamente non saranno ascoltati, insomma rompo le scatole nella speranza che in quella mensa propinino un giorno o l'altro qualcosa di meno indigeribile. Verso le cinque, smette di piovere. Manca un'ora al ritorno di Niccolò e a dir la verità, l'essermi piazzata qui strategicamente sul divano a sferruzzare, con l'occhio peraltro vigile ai due marmocchi (si fa per dire, ribadisco, uno è una pertica e l'altra gli sta dietro), che alzino la faccia dai libri il meno possibile, un pò di malinconia me l'ha pure appiccicata addosso.  Così, mi son sentita spuntare un sorrisetto mite, non esattamente una mia peculiarità, li ho guardati un paio di volte ancora come a soppesare la mia decisione e ho detto loro:
"Andiamo a farci un giretto, prima che torna papà?"

Inutile dirlo, approvazione entusiastica.

In un momento, sono pronti, quasi mi strappano via dal sofà, avrei voluto aggiungere: "magari chiudete e riponete libri e quaderni al loro posto" ma sarebbero state parole al vento. Così lo faccio io, incurante delle loro piccole proteste impazienti. (Ri)metto le scarpe che pensavo a riposo sino al mattino seguente e vengo gentilmente sospinta oltre l'uscio di casa.

Niente ascensore, è naturale, le due pesti sono già due piani più sotto.

Ma da tempo immemore ho insegnato loro ad attendere me, o Niccolò, nell'atrio, guai a uscire da soli. Non che via Santa Giulia sia l'autodromo di Monza, anzi; ma basta lambire il corso San Maurizio, a cento metri da qui, che mi parte la tachicardia. Ci sono quattro semafori d'attraversare, e io conosco i miei polli. E sarò forse io, Claudia Tempesta, anni 42, una pazza ipertesa, ma anche oggi ripetiamo il rituale. Io in mezzo, la sinistra ad Ale, la destra a Chiara, e si parte sparati non appena scatta il verde. Un minuto dopo, eccoci a passeggiare avanti e indietro per i giardini Reali. Vorrebbero salire a piazza Castello ma non ne ho gran voglia. Mi sistemo su una panchina, e mi metto a leggere, imponendomi di non alzare gli occhi dal libro, e ci riesco. I giardini mi rilassano e m'illudo che i miei figli non corrano il minimo pericolo, ci dev'essere un angioletto che svolazza tra il verde. Fatto sta che, sfiniti, sbucciati, sudacchiati, alle sei in punto tornano all'ovile, ossia alla panchina, come da dettame materno. Sei e dieci siamo a casa, e Niccolò rientra proprio mentre i ragazzi affrontano l'inevitabile prova bagno. Sorride, malgrado lo stress. E in quel momento mi crolla addosso una stanchezza inenarrabile, la sola idea di scaldar l'acqua della pasta m'atterrisce.

Così la mette su Niccolò.

Tanto io devo curare che i due pischelli non m'allaghino il bagno.

Una giornata in fondo eccellente, piena di ciò che davvero voglio di più, il lavoro, i figli, la famiglia.

Se solo quel testone di Giuseppe comprendesse l'oro che cola da una vita del genere, e non inseguisse fallaci chimere...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 4 aprile -

Due cantieristi: il mite e l'impetuoso

(Ivano)

 

 

 

 

Siamo arrivati qui in cantiere in perfetto anticipo, il che non si può dire, sfortunatamente, del nostro ospite.  I minuti si affastellano veloci, silenziosi, stillati da un orologio a pendolo che sulla parete è l'unico elemento estraneo a diagrammi, statistiche, carte topografiche e quant'altro. Il signor Merlotti dovrebbe arrivare a momenti, continua a cinguettare la segretaria, una nenia che accompagna me e Carlo, il mio collega, ogni tre/quattro minuti, non appena si accorge che alziamo gli occhi dalla rivista, ci guardiamo in giro, ci accomodiamo meglio sulla poltrona di questo ufficietto ricavato nel prefabbricato in mezzo al cantiere.

Cinque minuti dopo, Carlo si spazientisce, si alza dalla poltrona, si avvicina alla segretaria, comincia a protestare.

"Senta. Che il signor Merlotti arriverà a momenti, ormai l'hanno imparato anche i muri, ma è una filastrocca che non sortisce effetto, e purtroppo noi abbiamo un lungo giro da fare. Se dovessimo ritardare mezz'ora per ogni cantiere, faremmo notte, per cui, gentile signora, ci faccia un santissimo favore, chiami il signor Merlotti e gli chieda di arrivare davvero a momenti, in modo che si possa finalmente fare il lavoro."

"Io comprendo le sue ragioni", abbozzò l'impeccabile segretaria, "ma ho ricevuto ordini precisi di non disturbare il signor Merlotti per nessun motivo, per cui…”

Ho notato con la coda dell’occhio che Carlo iniziava ad arrossire, e non era mai un buon segno. Gli scazzi più memorabili in ufficio e fuori partivano spesso da lì. E’ esploso meno di cinque minuti dopo, proprio quando scattano i tre quarti d’ora netti di ritardo.

“Signorina!”, sbraita “adesso lei prende quel telefono, digita il numero del signor Merlotti e lo materializza qui, lei lo faccia pure con la massima gentilezza per cui è profumatamente remunerata, oppure se crede lo faccio io con la massima rudezza per la quale sono scarsamente pagato, scelga lei!!”

E si è alzato, lento, con la faccia leggermente alterata, il che preoccupava la ragazza. Un secondo più tardi però, il viso dell’irreprensibile segretaria appariva già, peraltro, sollevato.

Visto che mi sono alzato anch'io a guinzaglio del mio irascibile collega, l’ho preso per le spalle, l’ho guardato in faccia, abbozzando un sorriso, poi ho dato aria alla bocca:

“Su, non ti scaldare. E’ una persona che lavora, come noi, ha degli ordini da rispettare, non dobbiamo metterla in difficoltà, già ci stiamo noi, in una posizione spiacevole. E poi è solo il primo appuntamento di oggi, ci verrà un fegato tanto, di questo passo…”

Carlo è un po’ impetuoso, ma in fondo è un buon ragazzo, solo che si lascia troppo spesso prendere dalla frenesia, come dalla paura di non riuscire a portare a termine il compito assegnatogli.

La signorina mi guarda e la sua gelida maschera professionale pare lambita da un umanissimo ammicco di riconoscenza. Un momento più tardi, trafelato, entra il signor Merlotti, che inizia a profondersi in un confuso soliloquio di discolpe e giustificazioni assortite. Carlo gli si avvicina zelante, assumendo un’espressione suadente, da indegno leccapiedi. Scuote piano la testa con aria solidale, butta fuori ovvietà del tipo ma ci mancherebbe, gli impegni, la vita frenetica e quant’altro, io mi limito a stringergli la mano...

Alla fine dell’appuntamento, usciamo di nuovo all’aria aperta, soddisfatti. I lavori procederanno speditamente, c’è da ambo le parti un buon spirito di collaborazione.

Prima di salire in macchina, Carlo mi ringrazia per l’intervento. Mi schernisco, non deve farlo. Anche se m’intenerisce la gente che riconosce intimamente di aver sbagliato, in qualche modo. E’ davvero difficile, rendersi conto d’aver tenuto un comportamento poco opportuno e trovarsi di fronte alla necessità di fare ammenda. Carlo si trova spesso in questa situazione,e quasi sempre ne avverto l’imbarazzo. Io cerco, semplicemente, di non correre il rischio di trovarmi mai in questo stato d’essere. Dopotutto, a che serve? Voglio dire, ogni volta che uno sbrocca, quante possibilità reali ha di cambiare davvero, la situazione? Certamente non ne aveva Carlo pochi minuti fa, nel suo vano, se vogliamo misogino tentativo di assoggettare la povera segretaria al suo volere.

Mia sorella, mi viene in mente, attribuisce a questa particolarità del mio carattere il fatto d’essere tuttora single. Di esser passato sopra alle ingiustizie, d’aver lasciato perdere dopo aver subito qualche tipo di fregatura, per assurdo di non saper portar rancore. Se qualcuna, e sottolineo “se”, si fosse comportata male con me, o m’avesse pure “fregato” in qualche modo, perpetrando le ingiustizie cui Claudia nostra accenna, e io avessi fatto il diavolo a quattro in reazione, che avrei ottenuto? Avrei forse tirato dalla mia parte qualcuna che di base non aveva nessuna intenzione reale, seria, nei miei confronti?

Dal mio punto di vista, no.

E questo le basta, perché mi consideri un po’ coglione. Se aggiungiamo poi il suo essere la sorella maggiore e la sua naturale propensione ad impartire consigli senza che mai la sfiori il dubbio di non possedere, in fondo, la verità assoluta, ecco spiegato il suo atteggiamento, poco gentile forse, ma comprensibile.

D’altronde rinnegherei me stesso, se me la prendessi con lei per questo suo modo d’essere. Che poi a me, questa storia dell’essere single, non mi sembra un disonore, o quanto meno non dovrebbe rappresentare a prescindere un marchio d’immaturità. Negli occhi, nel pensiero delle persone che incontro, colgo invece un biasimo velato, una stilla di scherno, nei sorrisini appena accennati. Anche in questi casi, lascio correre, ho imparato presto quanto sia vano lottare contro pregiudizi radicati come questi. L’ho spiegato anche a mia mamma, che s’infuria quando succedono queste cose, perché prendersela. Lei mi conosce meglio di chiunque altro ma a differenza di chiunque altro non darebbe mai un giudizio tanto affrettato, e questo è quanto basta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 7 aprile -

L'espositore è paranoico e tachicardico

(Giuseppe)

 

 

 

 

E' già passata una settimana da quando ho ricevuto la mail di Pazzi. Gli ho mandato subito il "cortese cenno di ricevuta", come ha richiesto nella sua email affettata e formale oltre ogni dire. E da quel momento, silenzio. Lo so, sono un paranoico. Io, Tempesta Giuseppe, anni 40 il prossimo 28 settembre, sono un paranoico. Oltre che, ovviamente, un povero pazzo illuso che non s'arrende alla sua realtà da impiegato. Ho fatto bene a non dire nulla a Claudia. Chissà cosa avrebbe detto adesso, vista la perdurante mancanza di novità. Ho fatto bene a non dirle nulla, ma forse avrei fatto bene a non dire niente nemmeno a Ivano. Inutile specificare che mi sarei aspettato qualcosa in più, da lui, che un tiepido, "in bocca al lupo, ti meriti tante soddisfazioni, mamma ti manda un bacione punto esclamativo", in risposta al messaggio che gli avevo fatto la stessa sera.

Ma si, ma si. Ha ragione lui. Altro che cercare d'instillargli un pò di sano fuoco per la musica, è lui che mi spinge a raffreddare il mio per la pittura. Devo smettere di tampinarlo, non voglio a mia volta rischiare di farmi influenzare.

Ma sono le otto e mezzo di sera, è passata una settimana e visto che sono un paranoico, afferro lo smartphone e corro a recuperare la mail di Flavio Pazzi di sette giorni or sono. La leggo e la rileggo. Non c'è motivo che si tiri indietro. S'è esposto, scripta manent, "...la ricontatterò nelle prossime settimane per invitarla alla riunione che si terrà negli uffici comunali per organizzare la Festa..."

La mia risposta è stata inviata (ho controllato un'altra volta, ho controllato almeno tre/quattro volte al giorno da giovedì scorso), non è mai tornata indietro, non c'è la minima possibilità che non sia arrivata al server di Pazzi. Dunque perchè preoccuparsi? Le prossime settimane, ha scritto: ne è passata soltanto una. Mancano più di due mesi alla Festa cittadina d'Avigliana. Ma mi agito quando penso a tutte le questioni logistiche, organizzative che è necessario affrontare e risolvere. Bisogna fare la riunione, bisogna prendere accordi, stabilire la location, gli orari, dovrò decidere quanti quadri portare, dovrò soprattutto selezionare quali tele vorrò esporre.

Qui da paranoico passo a tachicardico. Sono sempre stato un pessimo giudice delle mie opere. Di tutte quelle che ho dipinte, finora una trentina, ce ne sono tre o quattro di cui sono particolarmente orgoglioso, e ogni volta che qualcuno (pochi: qualche amico, un paio di parenti, oltre ai miei familiari) le viene a vedere, gliele mostro sempre per prime. Dai loro visi, mezzi sorridenti, mezzi imbarazzati, capisco che non potranno mai dire ciò che pensano esattamente. Certo. Loro si aspettano il ritrattino, magari della leggiadra dama dell'ottocento, oppure il bel paesaggio bucolico, o al limite un mare in tempesta (il che s'adatterebbe bene al mio cognome) solcato da un cielo nero pece. Quello che dipingo io, invece... Insomma, sono pieno d'incertezze, accentuatesi, per assurdo, da quando Flavio Pazzi m'ha inviato quella email. Ma sto facendomi forza per non gravare le mie...paranoie, sulla famiglia. Così ostento tranquillità, ottimismo, normalità; da giovedì scorso non ho più accennato alla cosa con Cristina, Lisetta mi stampa in fronte un immutato numero di bacetti e la favola per addormentarla la sera sortisce immancabile l'effetto sperato.

Tutto procede normalmente, almeno così sembra.

 

Giovedì 7 aprile -

Anniversarmi e mammonismi

(Ivano)

 

 

 

 

E' inutile sottolineare come anche questo giovedì, le prove abbiano sforato abbondantemente l'orario stabilito. E pensare che io a suonare, stasera, manco ci volevo andare. E' stata mamma, non ci crederà nessuno, a insistere affinchè io non dessi buca ai miei compari. Ho rimuginato per alcuni giorni, martoriato dal dubbio, e fino a poche ore prima stavo per mandare un messaggio circolare agli altri inventandomi un malanno o un impegno inesistente. Quando mamma s'è accorta che traccheggiavo, ha voluto sapere cosa avessi, e da lì ha facilmente imposto la sua volontà. Anche perchè la mia non era poi tanto forte, avevo semplicemente bisogno di qualcuno che decidesse per me, in modo da tacitarmi la coscienza.

Insomma, oggi sono sedici anni che è morto papà. E m'è sembrato naturale pormi un problema di coscienza, che poi m'è stato risolto come ho appena raccontato. Gerardo Tempesta è stato qualcuno che in fondo ho conosciuto poco, ormai sono più gli anni da orfano che quelli da figlio. E m'accorgo che, spero di non scrivere qualcosa di terribile, non ho mai provato il dolore che avrei dovuto provare. Ero in prima media quando, poco più che cinquantenne, gli era stato diagnosticato il tumore alla prostata. Il mio mondo, forse già in colpevole ritardo, non contemplava nemmeno una realtà possibile, di quel genere. In prima superiore quando è deceduto, ma non ero certo un ragazzo maturo al punto da "realizzare". L'enormità di quella diagnosi mi ha colpito di striscio. Tutto il peso è ricaduto su mia madre e su Giuseppe (Claudia era già sposata da una ventina di mesi), il quale peraltro due anni dopo avrebbe a sua volta impalmato la dolce Cristina, una persona straordinaria, questa si che è la più grande grazia che ha ricevuto mio fratello, altro che imbrattar tele.

Le cose, per me, cominciarono a cambiare allorquando, diciassettenne, mi ritrovai a condividere solo con mamma un appartamento che per anni aveva ospitato cinque persone. Di colpo, la cosa mi crollò addosso. Non avrei mai più visto mio padre, ed era come se mi venisse svelato per la prima volta. Perchè realizzai che, quando ero adolescente, ragazzino, la sua malattia non era entrata al centro della mia vita come avrebbe dovuto. La scalfiva marginalmente. C'erano gli amici, la musica, le ragazze, poi la famiglia, la scuola, ma queste erano le cose ovvie, assodate, che non potevano, non dovevano essere il sale della mia esistenza. Erano normalità immutabili. Papà non doveva morire, e una volta capitato, la cosa era stata derubricata a "cosa della vita" assimilata ed archiviata dalla mia anima leggera da quindicenne che rimise in men che non si dica al centro del suo mondo gli amici, la musica, le ragazze, poi la famiglia, la scuola, ossia l'ovvio.

Quando mi sono ritrovato solo in casa, con mia madre, sull'orlo dei diciotto anni, è stato qualcosa d'indescrivibile. Ho cominciato, contemporaneamente, a patire il dolore ed avvertire i sensi di colpa. Quante volte, mi veniva in mente nei giorni più difficili, la mia gracilità caratteriale da tredicenne mi spingeva nella stanza da letto dove giaceva sofferente, a fargli un pò di carezze, qualche sorriso, magari ad asciugargli una lacrima col fazzoletto e poi rimetterglielo sul comodino, una decina di minuti in tutto prima di correre fuori a cercare gli altri. E' stato come se lui fosse morto davvero, per me, soltanto a partire da quel momento. La pena, la coscienza, il rimorso, hanno cominciato allora, a mordere sul serio, a fare il proprio lavoro. Ne ho parlato qualche volta con mia mamma, la quale ha sempre spalmato su questa ferita, tardiva ma non meno bruciante, il balsamo tonificante delle sue bellissime parole di conforto. Le ultime, ancora oggi stesso, quando mi ha convinto ad uscire, a suonare. Lei dice sempre che comprende, che è naturale, non ho niente da giustificare, l'età, eccetera. Per forza, è mia madre.

La cosa straordinaria, o forse normalissima, non mi sono mai confrontato con nessuno su quest'argomento, è che da quando ho assunto questa nuova, diciamo così, consapevolezza, è come se mio padre rivivesse con me. Lui sempre uguale, bello e forte com'era prima della malattia; io più maturo, io reale, io pronto ad amarlo, rispettarlo e volergli bene, come non ho saputo fare quando ero uno sbarbatello.

Ma se c'è una cosa che ho capito bene, che ho capito subito, da quando ho iniziato a percorrere questo nuovo sentiero, è che non voglio ripetere lo stesso, irrimediabile errore con mia madre, che per me ora è la figura centrale, insostituibile della mia esistenza, e tale resterà - credo, ormai - per sempre.

E se la gente scambierà, come già fanno, anche in famiglia, questo mio stato d'essere per immaturità cronica, mammonismo, pigrizia, incapacità d'assumere responsabilità e via superficializzando, è un problema loro. Mi spiace solo che mia madre ci resti male, in fondo però è logico.

Forse prima o poi affronterò questa strana storia che ho vissuto, che vivo, in un dialogo aperto con i miei fratelli.

Potremmo conoscerci meglio.

 

 

 

 

 

Venerdì 8 aprile -

L'assicuratore dal ciuffo gellato

(Claudia)

 

 

 

 

Niccolò è rientrato stasera con una faccia strana, stravolta di qualcosa che non mi pareva solo stanchezza, non gliela vedo molto spesso, ma penso non sia il caso di indagare. Come tutti i circa cinquantenni, più o meno in carriera, (definizione che lo fa imbestialire, ma è del tutto confacente alla sua realtà, come spiegherò fra un momento), vive la sua giornata lavorativa attraversando una vasta gamma di stati nervoso/emozionali. Dalle stelle alle stalle nel corso della stessa giornata, finanche dello stesso pomeriggio, talvolta. Questo determina l'espressione che lo contraddistingue quando entra in casa.

Perchè lo definisco "mezzo in carriera"? E' presto detto. Niccolò ha quarantasette anni e da oltre venti lavora presso la medesima compagnia di assicurazioni. E' un agente esterno, in sostanza un procacciatore d'affari. Nei primi tempi gli era stato proposto un lavoro impiegatizio, ma l'ha sempre rifiutato. Preferisce lavorare sul campo, come dice lui, gestire il suo bel portafoglio di clienti, con in mente sempre la regola aurea: detto portafoglio non è mai abbastanza pieno. Ha sempre lavorato a Torino città, con brevi digressioni nei dintorni. I risultati sono stati costantemente positivi, tanto è vero che ormai la cosiddetta ricerca di nuovi clienti occupa un posto secondario nella sua professione. Tra i soggetti cui ha fatto firmare le sue polizze indispensabili e convenientissime (è la sua terminologia preferita, un pò naif, se vogliamo, ma lui la pronuncia sempre con quel suo sorriso sbarazzino, 'sta riga leccata di gel e lo sguardo glam da dandy anni '80, ed ha convinto penna in mano uno stuolo imponente di clienti, più spesso d'estrazione femminile), figurano anche aziende di livello nazionale e professionisti di spicco in campo artistico e sportivo. Insomma non è proprio un deficiente: ovviamente ha un proprio ufficio nella sede della compagnia assicurativa, l'automobile aziendale e uno stipendio che farebbe invidia a molti dei nostri coinquilini di quest'allegra palazzina di Via Santa Giulia angolo Largo Montebello. Eppure è soltanto "mezzo" in carriera, almeno finora, perchè ufficialmente è ancora un semplice agente. Dalla stanza dei bottoni, per ragioni che gli sfuggono, oppure che conosce benissimo ma sulle quali ritiene opportuno non mettermi al corrente, non è ancora partita l'agognata lettera tramite la quale "è con grande piacere che le comunichiamo la nostra intenzione di mutare la Sua figura professionale da agente a quadro, con adeguate condizioni economiche, ecc ecc..". Insomma le cose vanno più che bene ma non tanto da collocare il mio dandy nella dimensione professionale che probabilmente meriterebbe. A sentir lui, se n'è lamentato più d'una volta col boss, e in ognuna di queste occasioni è stato puntualmente condito via con il sorriso d'ordinanza, il bicchierino di brandy e il set classico di balle assortite, del tipo la stiamo monitorando con attenzione, vedrà, verrà anche il suo turno, sono momenti complicati e anche a livello di organigramma non è facile operare dei mutamenti, insomma ti stordiscono col delirio e ti rigettano sul campo a sudare. Ma Niccolò, testardo come un mulo, ogni tanto torna alla carica, e fa benissimo, visto che i risultati sono con lui, chissà che prima o poi non ottenga questa benedetta promozione. Mi dice, quando torna da questi nulla di fatto in direzione, che non è tanto per vedersi aumentare lo stipendio, questo non è un problema. Mi parla di meritocrazia, di senso di giustizia. Sante parole, non fosse che nel nostro Paese, ma forse non solo nel nostro, non è che vadano più tanto di moda.

Stasera invece non apre bocca. Ai dolci salamelecchi di  Chiara ribatte un sorrisino stanco e distribuisce bacetti senza slancio, un paio dei quali finiscono anche sulle mie guance. Meglio che niente. Evito di chiedere, beh, com’ è andata, tanto si vede, così lo accomodo a tavola e lui si lascia trascinare dolcemente, me lo gestisco facilmente sul divano mentre la lavastoviglie compie il suo dovere, e a fine film da prima serata si riprende il bacetto sulla guancia.

"Buonanotte".

Mi alzo e vado a nanna, dopotutto domani mi aspetta il primo turno, e devo timbrare per le sette. Domani andrà sicuramente meglio, penso, mentre lo vedo risistemarsi sul sofà e arrabattarsi annoiato con uno zapping meccanico e infruttuoso.

Per forza andrà meglio, penso mentre mi spoglio e mi metto a letto, domani è sabato e in assicurazione non ci andrà proprio.

Ci penseranno Ale e Chiara a fargli tornare il buonumore, non certo la lista di mestieri da fare, che gli lascerò domattina presto a fianco della colazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 9 aprile –

Quel buco di mezz’ora

(Claudia)

 

 

 

 

Sono rientrata alle tre, come previsto, dopo una mattinata in fondo meno pesante di quel che pensavo. Aprile è sbocciato di colpo e molti clienti son fuggiti direzione lago, monti o mare, altro che mettersi in coda davanti a me con frutta, carne o affettati vari. Chiamali scemi, l'avrei fatto anch'io. Nel mio piccolo, anche se il caporeparto m'ucciderebbe, o più semplicemente mi licenzierebbe, mi sono accontentata di qualche momento di pausa, col nastro lucente nero davanti a me vuoto e fermo, e l'ho trascorso a riflettere sui casi miei. Capita, ogni tanto, e non sempre porta a dolci elucubrazioni.

Chissà che aveva, ieri sera Niccolò. Poche ore e, forse, l'avrei scoperto. Se avesse continuato ad esibire quel faccione smorto, da deluso della vita, gli avrei tirato un paio di schiaffi e l'avrei costretto a sputare il rospo. In caso contrario, avrei fatto finta di niente. Se c'è una cosa che ho imparato in una ventina d'anni di matrimonio è che quando una macchia su un vestito va via in fretta, è inutile, se non dannoso, rimuginare sul come s'è fatta.

Infatti una volta entrata in casa, ho capito che la macchia era smacchiata.

Amorevolmente, mio marito ha tolto l'arrosto dal forno (aveva nel frattempo già lavato i piatti suoi e dei pargoli, o meglio, aveva azionato la lavastoviglie, e non era del tutto scontato), mi ha sorriso e m'ha chiesto con fare mellifluo:
"Tutto bene la mattinata, Claudina?"

Quando mi chiama Claudina lo lancerei dal balcone, ma poi rifletto che stiamo al piano rialzato e non si farebbe tutto 'sto gran male. Ma mi ruga che mi chiami così, quindi lo prendo di punta.

"Hai qualcosa da farti perdonare?"

Sgrana un paio d'occhioni celesti, s'aggiusta il ciuffetto sbarazzino alla Bowie dei poveri e mi fissa addolorato, ma cosa vai a pensare, sembra voler dire, lo sguardo da impunito.

Ma io arrivo da una settimana di primo turno sabato compreso e non ho voglia d'approfondire, finisco di mangiare e me ne vado a riposare, lasciandogli l'incombenza di mettere anche i miei piatti nella lavastoviglie, una piccola, forse meschina vendetta per la sua insopportabile performance da pesce lesso.

Quando mi sono alzata, intorno alle quattro e mezza, ci siamo preparati, dovevamo fare una breve tappa al centro commerciale, e mentre lui e Ale vanno a recuperare la macchina, dispersa in un silos tra i tanti qui in zona, io e Chiara ci prepariamo in bagno, la vedo già interessata alle creme e ai trucchi, coi quali di nascosto (così pensa lei, almeno) si trastulla ogni tanto. Nella sua testolina di tredicenne pensa che io non me ne sia accorta. Infatti non me ne sono mai accorta, ma c'è quel simpaticone di suo fratello che adora far la spia.

Stiamo per uscire, ho già le chiavi in mano, quando mi dice, tranquilla:
"Oggi papà è uscito una mezz'oretta, anzi, di più, quasi un'ora!!"

Stranissimo. Una miriade di punti interrogativi mi affolla la mente. Non me l'ha detto. Non era previsto. Non ne aveva motivo, che ne sappia io. Non so dove possa aver....troppi non. Cerco di saperne di più nei pochi secondi che impieghiamo per scendere la rampa di scale:

"E non vi ha detto dove, perchè..."

"No, mamma", cinguetta Chiara, "ci ha solo detto di starcene buoni davanti alla playstation che tanto lui tornava subito. Poi ha detto ad Ale di non dirti niente, che tanto non era niente di importante. Così, per vendicarmi di non essere stata considerata, te l'ho detto io!"

E sorride felice, assaporando il gusto della vendetta. Poi, già provetta ruffiana alla sua età, come esce dalla porta d'ingresso si getta tra le braccia di Niccolò, che con Ale ha recuperato l'auto dal silos. La mocciosetta, ferita per non "essere stata considerata", ora gioca tutta contenta col peluche nel sedile di dietro. Ale smanetta qualcosa di strano sul cellulare, Niccolò guida prudente nel traffico da manicomio del sabato pomeriggio torinese, io guardo fissa davanti a me inseguendo con pensieri frastagliati, incoerenti, la soluzione ad un enigma che non riesco a decifrare, e mi da piuttosto fastidio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 11 aprile -

Volontario per caso

(Ivano)

 

 

 

Con una ventina di giorni d’anticipo, non il massimo, in effetti, per chi ha già visite pianificate nei cantieri, mi è stato comunicato che la domanda è stata accettata. Di conseguenza sabato 30 aprile, partirò per Lourdes, aggregato come barelliere all’Unitalsi, sezione C di Torino. Sei giorni di presenza al santuario e dintorni, assistendo i pellegrini, specialmente i più bisognosi a livello pratico/logistico, andata e ritorno in treno. Avevo dato la mia disponibilità da qualche mese, incuriosito da un annuncio che avevo letto nella bacheca della nostra parrocchia.

So cosa devo fare, in effetti. Il lavoro comincia già in treno, assistenza di vario genere ai disabili e portatori di handicap (mi fa inorridire la definizione “diversamente abili”, la trovo del tutto ipocrita), in molti casi da issare fisicamente sul convoglio. I nostri giorni in loco saranno tutti piuttosto simili: sveglia molto presto la mattina, accompagnamento dei pellegrini alle varie funzioni, ai Rosari, al bagno nella piscina benedetta, e quant’altro. Non so bene perché abbia deciso di fare una cosa del genere. Non ho mai fatto alcun tipo di servizi di volontariato, forse per curiosità, magari è una specie di senso di colpa. Non mi aspetto molto da quest’esperienza, non mi spaventa, né la levataccia, né l’impegno, non indifferente. L’unica paura che ho è, una volta rientrato, il cadere nella tentazione di ritenermi migliore degli altri.

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 11 aprile -

Il bruscolino

(Claudia)

 

 

 

 

Alle sette di sera di quello strano, caldo sabato d’aprile eravamo ancora al Centro commerciale, la tappa è stata meno breve del previsto, hanno aperto alcuni negozi nuovi e c'erano anche nuove distrazioni per ragazzi, dalle quali è stato del tutto inutile cercare di scollare Ale e Chiara prima che scendesse la sera. Io restavo a guardarli che si divertivano e non spiaccicavo parola, tanto che Niccolò si dev'essere preoccupato.

"Che hai, Claudina? Sono disabituato ai tuoi silenzi.."

“Niente, niente”, gli ho ripetuto, le due/tre volte in cui è tornato alla carica, “sono solo stanca”, inventavo.

“Coraggio, ora hai due giorni di relax, potrai ritemprarti a dovere!”

Ho convenuto con lui con un cenno del capo, per troncare lì il discorso. Anche perchè è uno dei concetti che maggiormente ama esprimere: ovvio e gratis.

E mi sono ripromessa una cosa molto semplice: non ci avrei pensato, la domenica, anzi, in famiglia mi sarei dimostrata la “solita” Claudia: pignola, rompiballe, perfettina, ma anche “con un cuore grande così”, come a turno mi definiscono i miei familiari, specie quando hanno bisogno di qualcosa.

Poi, mi sarei “ascoltata” dentro per l’intera giornata del lunedì.

Se il bruscolino del dubbio avesse continuato ad intaccare la mia prevedibile, comunissima psiche da donna di mezz’età, qualcosa avrei dovuto fare.

Auspicabilmente invece, si sarebbe dissolto di suo, archiviandosi nel file “Trascurabili stranezze di una vita familiare”.

Così, due giorni dopo, liberatami con una leggera apprensione (perfettamente mascherata) di figli e marito, ho iniziato gioiosamente il mio bel lunedì di riposo. Ho vissuto la mia casa col confortante senso di compiutezza che riscopro ogni volta che la tengo tutta per me.

Niente al mondo mi rilassa di più che impadronirmi periodicamente di queste mura e risvegliarne tutta la vita che c’è dentro, scevra finalmente da immani, irrinunciabili disordini, e dar loro una disciplina utopica, ideale. Riscoprire romanzi e saggi letti decenni prima, rivederli con occhio disilluso sulla realtà e magari scoprire che c’è ancora margine per illudersi ancora…riguardare vecchie foto, confrontare il sorriso di allora con quello attuale e magari decidere che si sta meglio adesso, che l’ignoto s’è trasformato in certezza, e chi l’ha detto che è noioso o deludente?

I primi segnali di ritorno alla realtà si sono poi materializzati intorno alle quattro del pomeriggio, col rientro dei pargoli. E a quel punto tutta la poesia s'è impietosamente dissolta. Ma la mia mente era concentrata sull'attesa del nemico. Il quale, con mio grande dispetto, telefona per informare circa un non quantificato ritardo per il protrarsi della presenza di un cliente. La tensione, che già aveva iniziato a permeare l'aria, si fa densa, una piccola imprecisione di Ale nel rimettere a posto i vestiti in camera mi rende blandamente isterica, ho già capito come va a finire. Niccolò rientra, finalmente, alle sette e dieci. Mi guarda, gli cade il ciuffo sugli occhi, se lo rimette in cima con uno scatto di testa verso l'alto, mi sorride ed allarga le braccia come dire, che ci vuoi fare, è il lavoro.

Mi dà un bacio sulla guancia. Poi lo dice sul serio.

"Che ci vuoi fare, Claudina, è il lavoro!"

Maledetto tu e il tuo lavoro. Anzi, tu e le tue uscite strane, le mezz'ore ingiustificate, non previste in nessuna tabella di marcia, e meno male che quella santa bimba è corsa a riferirmelo, certamente quel ruffiano di suo fratello non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Dicono che le madri preferiscano i figli maschi, il mio non è degno di portare lo zainetto alla sorellina.

Inutile forse sottolineare, a questo punto, l'esito del mio studiarmi dentro.

Ho ricambiato il bacio a Niccolò con un sorriso falso come una moneta da trenta euro. Scoprirò che ha fatto in quella odiosa mezz'ora, e lui non se ne accorgerà nemmeno, è un uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 14 aprile -

Dubbi esistenziali d'un allestitore ufficiale

(Giuseppe)

 

 

 

 

L’agonia è terminata solo oggi, giovedì 14 aprile, una data che ho già, ingenuamente, cerchiata sul calendario, esattamente due settimane dopo la ricezione della mail da parte del Pazzi. Il quale ha atteso le otto di sera, contando di trovarmi certamente a casa a quell’ora e ha chiamato sul telefono fisso. (Fa parte dell’ultima cernita di umani che ancora non s'è disfata d'un apparecchio tanto obsoleto, oltre a noi, ovviamente). Ma la colpa è stata mia, che a fianco del cellulare ho inserito anche l’obsoleto 011…., quasi temendo che il solo numero di cellulare non bastasse. Ho risposto con un accento di stupore misto odio, visto che stavo gustandomi il secondo boccone di pastasciutta (Il display non dava nemmeno il numero del chiamante).

Non appena l’interlocutore s’è qualificato, ho ovviamente mutato il tono rendendolo accondiscendente e grato, diciamo pure che mi sono vergognosamente zerbinato, a colpi di non disturba affatto no si figuri non stavo affatto cenando, e mi sentivo addosso gli sguardi derisori di  Cristina, e perfino di Lisetta.

Con una parlantina monocorde, lenta e affatto preoccupato della propria ineffabile prolissità, Flavio Pazzi s’è dilungato oltre dieci minuti, solo per ribadire i concetti espressi nella mail. Ne utilizzò altri cinque per chiedermi se fossi stato disponibile a partecipare alla riunione (ma mandare un’altra mail, no??) che si sarebbe tenuta la sera successiva, presso l’Auditorium Gioacchino Rossini di Avigliana, con tutti coloro che avrebbero “partecipato all’allestimento dell’evento” (allestimento?!? Non sapevo d’essere un arredatore). Ha incassato il mio si certo non dubiti, mi ha dato l’indirizzo e l’orario (altri 2 – 3 minuti) e finalmente ha riattaccato. La pasta, gelida e collosa, l’ho mangiata poi quasi di soppiatto, guardandomi in giro furtivo, silenzioso.

Ma non avevo niente da temere. Prima ancora che finissi la telefonata, Lisetta s'era già lanciata sul divanetto a giochicchiare con un peluche nuovo. E Cristina, l'irripetibile Cristina, per prima cosa mi ha detto:
"Verremo anche noi due domani sera, vero? E non provar nemmeno a dire di no!"

Io non avevo la minima intenzione di dire di no, anzi speravo che me lo chiedesse. Non avrei però avuto il coraggio di proporglielo, e mi limitai ad annuire con superiorità.

"Se proprio ci tenete..."

E dentro di me esultavo doppiamente: sia perchè finalmente la cosa cominciava ad avere un fondamento pratico, sia perchè la presenza della mia famiglia mi rassicurava.

Naturalmente questo mi lasciò di ottimo umore per il resto della serata, anche in famiglia se ne accorsero, con profondo sollievo, specie di Cristina, che mi aveva trovato, parole sue, piuttosto ombroso in quelle ultime sere. Al momento avevo sorriso senza farci molto caso. Ma quando stavo per addormentarmi, scoprii con stupore che faticavo. Che succedeva? Avevo appena messo a punto un accordo importante per la tanto sospirata mostra, ormai non era più soltanto un progetto campato in aria.

Eppure qualcosa mi rodeva. E quel qualcosa mi osservava, si fa per dire, tramite il dolce viso addormentato di Cristina, come un muto rimprovero.

Mi è bastato osservarla per rendermi conto dello sbaglio che stavo commettendo. Negli ultimi tempi, negli ultimi mesi potremmo anche dire, mi sentivo scontento, svogliato, non apprezzavo nulla, o quasi, della vita familiare. E stavo zitto, ingoiavo tutto: pur vivendo male, come in occasione della gita sul lago, non traspariva nulla. Sempre sorridente, sempre disponibile, sempre l’ottimo marito/padre, in facciata. Tanto che Cristina non ha recepito il mio malessere, comunicato solo a Claudia. Ma mi stava stretto tutto, stavo per sbottare, e chissà come avrei fatto soffrire questa donna, e magari anche mia figlia.

Ora, invece, che so per certo che la mostra si farà, ecco che di colpo la famiglia mi va bene, anzi mi serve, mi è utile, mi rassicura!!

Come ho scritto poche righe fa, se non l’avesse chiesto (imposto) Cristina, sarei corso a chiederlo io. Così non va, un po’ di coerenza, mi dico, voltandomi dall’altra parte, in modo da non vedere l’espressione serafica di Cristina, che invidio fortissimamente, in questo momento, perché non sa che razza di mezzo uomo si è messa al fianco.

Per forza, non lo sa: sono sempre stato bravo a nasconderglielo.

Passano ancora alcuni minuti, lunghi, silenziosi, mesti; guardo la sagoma di Lisetta immobile, protetta da ogni male, soprattutto da quelli che ci si autoinfliggono tanto vilmente, per quelli avrà tempo, molto tempo, per fortuna, prima di rendersene conto.

Non è possibile: ho ricevuto la notizia che attendevo, in pratica da sempre, ed eccomi qua che non riesco a dormire, incastrato in miasmi filosofanti di quart'ordine. Ha proprio ragione Claudia. Non sarò mai capace di godermi la vita, e forse tutto questo intestardirsi ad inseguire una realizzazione artistica in virtù d'un talento sino a prova contraria del tutto presunto è uno starnazzare inutile, un deleterio, destabilizzante retaggio di gioventù che non mi porterà altra conseguenza che lo scontro doloroso con la dura realtà. In questo senso, l'importanza di Cristina non sarà mai sottolineata abbastanza. Malgrado da anni debba convivere con questa mia fisima, mai una sola volta ha levato una voce di protesta, come sarebbe stato suo diritto, nemmeno dopo la nascita di Lisetta.

E'vero, non ho, in tutta coscienza, mai fatto mancare nulla alla mia famiglia, sia a livello affettivo che più prettamente economico, ma finora non m'ero mai trovato di fronte al materializzarsi di una possibilità, finanche infinitesimale, di realizzazione. E se la porta del sogno non mi si sprangasse contro? Se da questa prima, minima, esperienza, un filo di (illusoria) speranza restasse in vita, magari sotto forma di nuovi appuntamenti, di ambiti che superino il livello locale, di conoscenze nuove, di pubblicità su giornali specializzati, di nome che inizia a diffondersi in cerchie via via più allargate?

Che farei, allora?

Come poter mantenere la lucidità, come non farsi abbagliare? Come non rischiare, quantomeno, di mettere a repentaglio un'esistenza intera, anzi tre, con scelte di vita che potrebbero rivelarsi tragicamente errate?

Il campanile, in lontananza, batte le tre. Per un riflesso inconscio, Cristina sospira, si muove, si gira verso di me, tace. Pare invitarmi al sonno. Magari potessi!

Chiudo gli occhi e cerco di non pensare più. Come direbbe mio fratello, ciò che farai andrà bene comunque. Purchè, aggiungerebbe Claudia, "tu ti renda conto che hai una giornata di lavoro davanti ed arrivarci senza il dovuto riposo alle spalle non è mai una scelta responsabile".

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 16 aprile -

Crescita e sviluppo del bruscolino

(Claudia)

 

 

 

 

Sette e venti del mattino di sabato. E' passata una settimana e il bruscolino non s'è dissolto. Anzi, se possibile s'è persino ingrandito, inopinatamente ingrossato, si mimetizza benissimo nel quadro asettico del mio orizzonte, di norma impeccabilmente gestito e disabituato a sorprese e imprevisti di qualsivoglia genere. Un pulviscolo di dubbio, derivante da una confidenza fattami da donna a donna a cura di mia figlia Chiara, che ha così potuto vendicarsi a sua volta della scarsa considerazione in cui è stata tenuta dal padre, gretto misogino.

Ha anche, però, instillato in me un germe di malessere per il quale non ho mai avuto necessità di anticorpi. E' passata una settimana durante la quale la cosa peggiore è stata che per gli altri, Niccolò in primis, la vita è proseguita come nulla fosse, e nessuno pare accorgersi di me che sono rimasta indietro e sembro agitare le braccia, invasata, chiedendo aiuto per qualcosa che blocca il motore dell'esistenza, ma le parole non mi escono di bocca e la mia invocazione resta inascoltata.

Anche cercare di tornare in argomento con Chiara, ci ho riflesso a lungo, non è consigliabile. Ha tredici anni, la sua mente è stata già stimolata da migliaia di nuovi influssi, nel frattempo, forse non si ricorda nemmeno più di quel piccolo atto di cospirazione che ha compiuto, e certamente, e per fortuna, non si rende conto di cosa esso ha scatenato in me. Mi ritrovo molto indecisa. Non riesco a stabilire se sarebbe meglio esercitare la mia "ferrea disciplina esistenziale", come la chiama Giuseppe, per rimuovere il pulviscolo di forza, o affrontarlo e con esso affrontare le conseguenze che potrebbero derivarne. La prima soluzione mi ritufferebbe in un amen nella vita normale, fatta di certezze ripetute. Ma non sono sicura di volerlo. La seconda soluzione potrebbe non essere praticabile: come potrei mai sapere che ha fatto Niccolò in quella mezz'ora di fuga galeotta in un sabato mattina di  aprile, se non chiedendoglielo, e incrinando così un fronte di fiducia reciproca assoluta, che s'è installato tra noi in tanti anni di "normale" matrimonio? E se non rispondesse, o arrossisse, ammettendo così in entrambi i casi di aver compiuto qualcosa di "irregolare"? E se avesse già preparato una scusa inattaccabile, dileggiandomi poi per la mia forma di gelosia da menopausa precoce? E se invece "doveva" uscire per motivi di economia familiare, commissioni o quant'altro e io me ne sia semplicemente dimenticata? E se...

E se quel maledetto bruscolino sparisse di suo, non sarebbe ancora meglio?

Meno male che sto per andare al lavoro. Per qualche ora stacco la spina. Sempre che al ritorno Chiara non mi approcci col suo visino da furbetta e mi cinguetti: "Sai mamma, che oggi il papà.."

 

 

TRE FRATELLI 2) - FINE PRIMA SCENA, INIZIO SECONDA

19 MAGGIO 2017

 

 

Martedì 29 marzo –

Over the horizon

(Ivano)

 

 

 

 

Malgrado siano ormai le tre meno un quarto, continuo a perdermi in pensieri oziosi, invece di dormire. La melliflua suoneria di “Over the horizon” mi desterà gentilmente tra cinque ore, chissà quando mi deciderò a cambiarla. Mi accorgo, mentre depongo il cellulare sul comodino, che ho ricevuto un messaggio, chissà da quanto oramai. E’ Giuseppe, alle undici e mezzo di ieri sera. Mi chiede come sono andate le prove. E vuole anche sapere se siamo pronti per registrare il CD, quando andremo in sala...e io ormai non gli risponderò, perchè anche lui tiene il telefonino acceso la notte, A lui e Cristina prenderebbe un colpo, per non parlare di Lisetta.

Chissà perchè Giuseppe è sempre così preoccupato per la mia musica. Vorrebbe che prendessi la cosa più seriamente; più o meno con la stessa intensità che mette lui nel suo hobby, (ma guai a me, se sente che lo definisco in questo modo), per lui dipingere è sacro ed irrinunciabile, e non è esattamente così che io vedo la faccenda per quel che mi riguarda. Tantomeno riesco a mostrarmi interessato “alla sua arte” come fa lui con me, forse perchè sono il fratello minore, non so. Mi sembra talmente ovvio, che è tutto solo un diversivo..domattina gli risponderò, e naturalmente gli chiederò anch’io come procede l’idea della mostra, se riesce ad allestirla, devo esprimere un pò d’entusiasmo, se lo meriterebbe. E’ lui, in fondo, il vero artista di famiglia.

 

 

 

Martedì, 29 marzo -

La fissa della mostra personale

(Giuseppe)

 

 

 

 

Sento battere le cinque. Sapevo che non avrei dormito. Ero piuttosto giù di morale, quando mi sono coricato, e questo mi sta togliendo il sonno.

Pazzi non ha chiamato, non ha mandato email, nulla. Sono settimane, che aspetto. I miei solleciti restano inascoltati, anche perché pensi che dopotutto sei tu che hai bisogno di loro, e se poi questi si stancano ti mollano, non gliene frega niente. Possono sempre organizzare un film d’essai commentato dal bibliotecario, per dire.

E io mi rodo il fegato, e tutto per una mostra comunale, avessi detto, demente che non sono altro, manco fosse al MOMA. Con i miei, zitto. Sempre zitto. Sembro sempre lì lì per scoppiare di frustrazione, poi invece taccio. Mando giù e faccio finta di nulla, ma è meglio così: anche con Claudia ieri sera non abbiamo parlato, in proposito. Ogni tanto penso che almeno lei potrebbe stare dalla mia parte, ma poi m'accorgo che è impossibile, è troppo quadrata.

Per lei vige sempre la solita, perfetta equazione, che ha sempre messo in pratica.

Lavoro + casa + programmazione del giorno successivo = vita ideale.

Io invece ho paura di non poter accettare ancora a lungo l’esistenza robotica, routinaria che sto conducendo e mi sto accorgendo che mi manca qualcosa, a livello proprio mentale.

Eppure non riesco a decidermi a parlarne in casa: non voglio destare preoccupazioni, una persona come Cristina non lo meriterebbe. Così non c’è nessuno con cui mi possa sfogare, provo un po’ di sollievo solo nel rimirare i quadri che ho dipinto finora. Tutti i miei lavori sono al sicuro in garage, è anti umidità, su quello non ho timori. E’ completamente pavimentato e non aspira nulla dal suolo. Le pareti sono trattate con un prodotto particolare che fa da “barriera chimica” e preserva da qualsiasi minaccia d’infiltrazione. Non adotto nessun deumidificatore, temo che danneggerebbe le tele, lo so, è una mia fisima, ma tanto non me la toglie nessuno.

I quadri sono al sicuro. Penso a loro e mi tranquillizzo, alla faccia di quel tirapacchi di Pazzi.

Mi giro, faccio un rumore di troppo.

Cristina mi sente, si sveglia, mi chiede cos’ho, perché non dormo. Non è la prima volta, ultimamente. M’invento una scusa, una delle tante, e fingo di rimettermi a dormire, ma prima o poi anche lei vorrà andare a fondo della faccenda.

Giustamente, oserei dire.

Dopotutto il discorso è semplice: io, Giuseppe Tempesta, ho quarant’anni, sono un impiegato ma vorrei fare il pittore. Anzi. Devo, fare il pittore, perchè senza falsa modestia mi ritengo in grado di creare delle opere davvero interessanti, come potrebbe constatare chiunque si prendesse la briga di visitare il mio garage.

Vorrei fare di questa passione la mia professione, ma ho paura persino di cercare d’attuare questo progetto. E il fatto che l'untuoso, irraggiungibile assessore alla cultura di Avigliana, Flavio Pazzi, crei difficoltà indicibili per fissare uno straccio di mostra personale patrocinata dal Comune, non alimenta certo la mia autostima.

 

 

 

 

 

 

Seconda scena

 

 

 

 

Martedì, 29 marzo -

Tentativi di dissuasione

(Claudia)

 

 

 

 

Ho aspettato che uscisse, alle sei in punto, non c'è mai una sorpresa nei suoi orari. Ho aspettato ancora tre minuti: il tempo che ha bisogno per raggiungere la macchina al posteggio, salirvi, azionare l'auricolare, e mettere in moto.

Infatti mi risponde al secondo squillo. Ed è, al solito, il trionfo dell'entusiasmo.

"Ah, sei tu, Claudia. Dimmi."

Tono afono, informe. Roba che una sorella si sente davvero spronata al dialogo. Non mi farò scoraggiare e non mi perderò in convenevoli, tanto come stiamo lo sappiamo già.

"E' un pò che non mi dici più niente, sai quella tua idea della mostra. Ti ha più chiamato, Pazzi?".

"No che non ha telefonato. Perchè, tu ci avevi creduto veramente?"

Adesso è il turno del vittimismo. Del tono sarcastico. Di quello che la sa lunga, lo sgamato. Mi verrebbe da ribattergli al volo: "Se lo sapevi fin dall'inizio che non ti avrebbe chiamato, perchè diavolo insisti a proporgli i tuoi quadri?". Poi penso che non è quello, lo scopo ultimo della chiamata. E io non sono una psicologa, anche se probabilmente Giuseppe crede che lo sia.

Dico invece:

"Certo. Che diavolo d'assessore alla cultura sarà mai, un tizio che ti fa passare attraverso un numero infinito di riunioni, ti piazza davanti agli occhi una selezione di date e di manifestazioni, invitandoti a mettere il dito su una qualsiasi che tanto per lui va sempre bene, con quel bel sorriso indelebile sul faccione, e poi quando infine hai scelto non si degna nemmeno di farsi vivo per dar seguito alla cosa??"

Dall'altra parte, silenzio. Adesso lascerà passare qualche secondo, poi dirà qualcosa del tipo, ok, è inutile che se ne parli adesso, sono quasi arrivato a casa, vediamo come va ed altre approssimazioni del genere.

Invece non è così.

"Stasera lo richiamerò, Claudia. E se non mi rispondesse, o si dovesse inventare una scusa, fingerò di crederla e lo richiamerò anche domani, e poi anche dopodomani. Gliela farò sputare fuori per sfinimento, quella data, vedrai se non sarà così."

Un Giuseppe combattivo. A volte succede. Sto al gioco, vediamo come va a finire.

"Proprio così devi fare", lo incoraggio, "e adesso ti lascio, devo..."

"Nemmeno per sogno, cara sorella maggiore. Adesso devi chiarirmi un paio di cose".

Mi sorprende. Tanto che non riesco ad abbozzare una risposta, ma soltanto ad ascoltare, più stupita che incuriosita.

"Come mai domenica sera non hai voluto parlarmi, al telefono?"

"Ero stanchissima, Beppino" (cattivo segno, lo chiamo Beppino solo quando mi sento sulla difensiva), "ero reduce dal turno pomeridiano, il peggiore. Visto che tutto andava bene, ho tagliato corto, ho detto a Cristina di salutarvi tutti e..."

Silenzio. Ahi, ahi.

"Ascoltami bene, sorellina. Io ho deciso che di questa cosa, voglio parlarne con Cristina. Io..io non riesco più a..fingere, a tenermi indosso sempre questa faccia da buon marito padre di famiglia, contento della vita che fa. Io sento che devo parlarne con lei. E domenica sera ho avuto come l'impressione che tu..che forse gliene volessi parlare..non avrei certo rifiutato quel tipo di aiuto da parte tua.."

Peggio di quello che pensassi. Mi vien voglia di troncare la conversazione. Ma non lo farò. Non l'ho mai fatto, a differenza sua o di quello sfigato di Ivano. Forse, come sorella maggiore ho sempre sentito di dover cercare il dialogo, di spiegare, di (ecco l'errore) raccomandare.

Ma non arriva mai a casa, stasera? Si sarà fermato in qualche piazzolla, visto che la cosa gli interessa da vicino.

Ed ecco, lo faccio ancora. Raccomando. Assumo il tono peggiore possibile, tra il paternalista e il supplichevole. Seleziono le parole, m'impappino in un nanosecondo col pensiero, cambio e ricambio idea, ma alla fine, riesco a formulare una chiosa forte e chiara:

"...non parlerò mai di questo con mia cognata, Giuseppe, lo sai. Per due motivi. Prima di tutto perchè è una cosa che, al limite, devi assumerti tu la responsabilità di piazzare in casa" (piazzare in casa?!? Come posso aver usato un termine tanto grezzo)..."e in secondo luogo perchè, come sai, non sono per nulla d'accordo con questa tua...questa tua idea..."

Mi dispiace molto, essere tanto dura con lui. Ma perchè, ancora una volta? E'una storia trita e ritrita, quando riuscirai a levartela dalla testa?, penso, mentre ho finito di parlare ed ascolto allarmata il silenzio persistente che mi manda. Un silenzio carico di delusione e rancore. E muoviti da 'sta piazzolla.

Niente. Mi tocca andare avanti, sollecitargli un segno di vita.

"Giuseppe, te lo dico ancora una volta. Questa fisima della pittura, come dire, può far parte di te a livello..a livello amatoriale, lo puoi portare avanti nei ritagli di tempo, un hobby, qualcosa di più magari, ma come puoi pensare di mollare il lavoro, come puoi credere di farne la tua professione ufficiale, e non pensi a Cristina, a Lisetta, al mutuo, a tutte le spese che ci sono..come fai a decidere di trovare da vivere mischiando colori, imbrattando quattro tele..."

Ecco, mi sono infervorata, ho strillato ed esagerato, nei toni e nei termini.

Ecco, si è offeso, ha interrotto la conversazione.

Ora finalmente mollerà quella piazzolla, rientrerà a casa, e riprenderà a fingere...

Ok, mettiamola così. Io, quello che dovevo fare, l’ho fatto. Mi spiace, sei un testone, ma questo è un concetto che ti è chiaro (spero) da anni. Solo che ti fa comodo non rendertene conto, e ogni tanto ti lasci cullare dal tuo utopico, speranzoso ideale. E poi non ho capito perché tu auspicavi che io ne parlassi con Cristina. Sorella maggiore, non badante, ricordatelo, caro Beppino.

Ma Beppino non c'è più. Rientrerà a casa mesto, senza dir niente, nemmeno questa volta, a Cristina. Abbasserà le ali e tornerà, umile e disilluso, a quella che definisce la sua "vita da niente". Si rendesse conto, una volta per tutte, delle grazie e le fortune che ha, altro che...

Parentesi chiusa. E' martedì sera e io il mio “weekend” l’ho finito. Bene, direi. Da domani ho cinque mattine di fila, il che significa che tocca a me accompagnare Chiara a scuola e a Niccolò recuperarla, durante la pausa pranzo..

Nel pomeriggio mi concederò una lunga, opportuna sessione di bucato, sfruttando il tempo che Giuliacci ha sdoganato come “stupendo”, se va tutto bene potrò già raccogliere tutto prima di sera.

Domani sera, a proposito, Nicco ci porta tutti al cinema. Anzi, l’ideale sarebbe pizza + cinema. Pizza + cinema e poi subito a nanna, visto che la sveglia squillerà alle cinque e mezza. Ma ne val la pena.

E’ giusto non vivere per lavorare, come sostiene mio fratello, ma lo è anche evitare l’allevamento di grilli strani per la testa, come sostengo io. Nel momento in cui lavori, stai dietro alla famiglia, ti concedi qualche piccola distrazione la sera, che altro serve nella vita, mi chiedo. Talento? Se avevi talento, usciva prima, stai tranquillo. Adesso che hai quarant’anni quasi, pensi di esser un pittore, vuoi farne la tua carriera…povera me…

Altro che parlarne con Cristina. Bisognerebbe estirpartela, questa fissa. Ma per il momento io me ne tiro fuori, ho già le mie, di paturnie.

(Dico così ma lo so che poi non riesco a fregarmene. Tra qualche giorno lo risento. Certo, quel Pazzi, anche lui…e fagli ‘sta chiamata, organizzagli ‘sta mostra, tra la festa della Birra e la sagra dell’asparago non si trova un buco?? Così per un po’ è contento, e magari si libera da un’idea tanto balzana..).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 29 marzo –

Difesa orgogliosa dell’Ideale, con suggerimenti propagandistici

(Giuseppe)

 

 

 

M'incollo un sorriso di plastica alla bocca e torno a casa. Non sono pentito d'averle buttato il telefono in faccia. Se dovesse ricapitare, lo rifarei. Che mi chiami a fare, dico io, se tanto non la pensi come me. Ma chi sbaglia sono io. Io lo so già da una vita, come sei fatta, come la pensi. Arrivo a casa, suono. Cristina mi sorride, e mi rispedisce fuori, al supermercato all'angolo. Ha dimenticato il latte e il caffè, poi domattina è una tragedia. Non fingo nemmeno di mostrarmi infastidito, perchè non lo sono. Lisetta mi corre incontro, mi getta le braccia al collo, papà portami con te, e figurati se non mi sciolgo.

Sono l'impiegato fallito frustrato più felice del mondo, in questo momento. Sono un pittore illuso che sprizza gioia da tutti i pori, nell'attimo in cui mia figlia mi prende per mano e il suo sorriso non è mai di plastica, a differenza del mio, e scendiamo insieme al super, e di colpo anche il mio sorriso diventa spontaneo.

Divento normale, in questi momenti, direbbe mia sorella.

Peccato che questi momenti rappresentino l'eccezione e non la normalità.

Perché basta che io scenda un momento in garage a prendere una cassa d'acqua, oppure che ne debba estrarre o ritirare l'automobile. Lì, in quel momento, dipende tutto da me. Se mi spingo pericolosamente sulla destra dell'ampio box, se apro la porticella interna del localino che vi ho ricavato e comincio a togliere il primo telo dal primo quadro. Lì, la storia riprende, inesorabile, carnivora, vuole tutto di me, vuole strapparmi fuori quel briciolo di razionalità che mi s'è insinuato dentro, vuole rendermi nuovamente succube della Mania. E così, tolto un telo ne tolgo subito un altro, poi un altro ancora, poi li tolgo tutti. Mi metto a riguardare tutti i miei dipinti, uno dopo l'altro.

E li trovo bellissimi.

E mi chiedo per quale ragione, per quale verità distorta, per quale dogma malvagio, io faccia l'impiegato dalle otto e mezzo alle sei, invece che il pittore professionista, l'unica attività che sento davvero mia, mia e mi fa realizzare come nient'altro nella vita, occupa il mio spazio vitale come (lo so, mi vergogno) nemmeno lo sgambettare irresistibile di Lisetta o l'amore di Cristina o le ineccepibili prediche di Claudia e il mite, imbarazzato sostegno di Ivano.

Poi mi rispondo: non lo faccio perché quei dipinti piacciono solo a me. E questo perché non interessano a nessuno, ergo nessuno, o quasi, li ha mai visti.

Tranne qualche bitorzoluto saccente assessore comunale, dai cui capricci umorali dipendo come l'acqua per l'assetato, o qualche parente ben disposto, sempre pronto a regalare dei "carino, bravo, mica male", perchè tanto non costa nulla e si è cortesi in famiglia.

Così non faccio niente. Li riguardo, non troppo a lungo. Vi calo sopra, con prudenza smisurata, le tele.

Esco, richiudo la porta a chiave. In punta di piedi, quasi di soppiatto, come non volessi urtare il sonno di quei tesori nascosti. Poi risalgo in casa e non ci penso più, aspettando la chiamata del bitorzoluto, che governa i miei sogni a suo piacimento.

Rincasato dal supermercato, ho ripercorso lo stesso iter. Ho mollato Lisetta, che è corsa ad accucciarsi sotto la gonna della madre.

Sono sceso in cantina con la scusa del vino, entrato in studio, ho sollevato le tele, ho recriminato, sono uscito. E risalendo ho trovato in casa, quasi ad attendermi sul sofà, mia madre e mio fratello Ivano. Non che la cosa mi faccia piacere, o dispiacere. In questo momento non ho grossi slanci d’affetto per i miei familiari, anche se per Ivano ho sempre avuto un moto, come dire, di..simpatia. Una simpatia mista invidia, un’altra cosa che non mi fa particolarmente onore. Mio fratello è per metà come me e per metà ciò che sono stato, e la complicazione sorge dal fatto che non riesco a capire se la cosa mi piace o meno. Intanto lo invidio. Le sue velleità artistiche sono dei morti che camminano. Penso che lui sappia già che non le porterà avanti, ma non ha ancora l’età per dolersene, e non sente ancora l’obbligo verso sé stesso di “continuare il discorso”. Se ne accorgerà, forse, fra qualche anno. E poi è solo. Solo in maniera irrimediabile, in proiezione futura, intendo. Ha fallito talmente tante di quelle prove, per una vita a due, da darmi la netta impressione di non esservene, semplicemente, tagliato. E’ stato, è sarà, sempre libero da vincoli familiari.

E allora perché, non cerca con più convinzione di seguire la sua strada vera? Odia la polvere e il fango dei cantieri che calpesta ogni giorno come io detesto la mia scrivania piena di preventivi da fare e ordini da evadere. Eppure il suo sacro fuoco è una fiammella da moka, nulla a che vedere con me.

Adesso però devo sgombrare la mente da questi pensieri, tanto son sempre i soliti. Devo fare il buon padrone di casa/fratello maggiore/figlio di mezzo, e condurre le fila dei buoni rapporti, perchè si possa poi tornare ognuno alla propria esistenza compiuta e realizzata.

 

 

 

 

 

Martedi 29 marzo –

Candide confessioni

(Ivano)

 

 

 

 

Siamo arrivati a casa piuttosto tardi stasera, si sa come vanno certe cose. Lisetta non s’addormentava mai, Cristina trovava sempre qualcosa di nuovo da raccontare, è sempre così gioiosa, spensierata. Come avrà fatto ad innamorarsi di mio fratello proprio non lo so. A un certo punto Giuseppe mi ha parlato del messaggio che gli ho inviato “in piena notte” pochi giorni fa. Gli ho detto spero di non averti svegliato, e lui, no, ovviamente l’ho visto la mattina. Ho pensato, che strano che ritorni sul discorso, normalmente gli basta sapere che abbiamo suonato bene. Invece ha fatto un ragionamento più, come dire, profondo. Mi ha chiesto, ma perché non fate le cose seriamente. Che v’importa di realizzare un CD, magari da tenere in un cassetto a prender polvere o suonare in macchina sino a rincretinirvi. Mandate invece in giro la vostra musica a qualche casa discografica, magari cominciando dalle realtà più modeste, per così dire, e anche nei locali, tanto per cercare di promuovere la vostra proposta dal vivo…

La cosa dapprima mi ha incuriosito. Noi manco ci pensavamo, anche se per me la musica è un passatempo piacevole. Ma non abbiamo mai pensato di farne una carriera. Quando, molto candidamente, glielo ho spiegato, m’è parso intristirsi. Ha iniziato una strana litania, con toni cupi, monocordi, basata sulla realizzazione.

Realizzazione, gli ho chiesto? Mai pensato, di trovare qui la mia realizzazione, non so davvero dove trovarla, al momento.

Giuseppe pareva essersi accontentato della mia spiegazione. Sistematosi meglio sulla sedia, s’era messo ad ingurgitare un mezzo bicchiere di gutturnio e pochi minuti più tardi era entrato in un diverso tipo di conversazione, di quelli più squisitamente dozzinali, tipo i contrasti all’interno della maggioranza di governo e altre amenità senza costrutto. Poi però, di colpo, mentre io mi stavo già per abbioccare, dopo aver gustato in gongolante beatitudine una fetta vistosa di meringata cosparsa di cioccolato, ha buttato lì una frase sibillina.

E che fosse indirizzata a me era fuor di dubbio, a meno che fosse strabico (non lo è), visto che era voltato dalla mia parte, con un ghigno nemmeno poco accennato.

“Vi sono dei treni che passano una volta sola...”

Sono rimasto a bocca aperta, per fortuna dopo aver mandato giù fin l’ultimo boccone di dessert.

La psiche di mio fratello è sorprendentemente contorta. La prima parte del nostro botta e risposta l’aveva lasciato evidentemente insoddisfatto, così ha elaborato lo stupore e il disinteresse di cui avevo dato prova, durante la conversazione successiva. Ne ha tratto un retrogusto amaro, che l’ha spinto a ritornare alla carica.

Tutto per amore fraterno, ovviamente. Solo che mi mette a disagio: io davvero non sono così.

Allora gli ho opposto un sorrisetto fragile, senza saper bene con quali parole accompagnarlo.

Ma lui non distoglieva lo sguardo.

Anzi, è stato, se possibile, ancora più esplicito.

"E c'è chi può permettersi di prenderlo, quel treno, e chi no, purtroppo. Tu potresti. Ma forse non hai abbastanza convinzione, o coraggio per farlo..."

Non sono più riuscito a reggere quello sguardo, così ho abbassato gli occhi. In tempo per sentire mia cognata intervenire con la sua bella voce squillante, che lo rimproverava scherzosamente, dicendo qualcosa del tipo, ma lascialo stare, tuo fratello, gli riempi sempre la testa con le tue idee balzane, e presto l'ha coinvolto in altri discorsi, fatui, leggeri come leggera è lei, e forse per questo la più saggia di tutti noi.

Ho rialzato lo sguardo e ho visto che i ruoli erano ribaltati. Stavolta stava lui a testa bassa. Ha partecipato attivamente a tutto il resto dei discorsi, dei sorrisi, dei brindisi, del gossip. Ma si capiva, o certamente lo capivo io, e forse un pò la mamma, che Giuseppe pensava solo all'occasione che aveva perso per "aprirmi gli occhi". Da quel momento, è stato il perfetto marito padrone di casa, sorridente a comando e impeccabile nei modi, ma dentro era mortificato. Come potevo non capire?

Lo fa per troppo amore, come ho specificato prima. E tanto vale astenersi dal cercare di fargli capire che non sono come lui, non servirebbe. Io sono la proiezione del suo sogno; il mio essere libero da catene e non volerne approfittare per realizzarlo, lo fa impazzire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 31 marzo

E luce fu

(Giuseppe)

 

 

 

 

Discendo lungo la via Roma un qualsiasi giovedì pomeriggio della vita, sono le tredici e quaranta e sto recandomi al lavoro

dopo la pausa pranzo. Taglierò la piazza Carlo Felice, attraverserò il Corso Vittorio Emanuele per poi immettermi in via Sacchi.

La prima a destra ed eccomi in via Magenta, alla “Defalchi s.a.s.”, società che commercia in macchine per cucire, ricambistica,

stiro ed accessori, e per la quale da una dozzina d’anni mi pregio (si fa per dire) di lavorare in qualità d’impiegato commerciale.

Il momento del ritorno in ditta nel pomeriggio mi ha sempre dato sensazioni contraddittorie: da un lato il sollievo per aver portato a termine metà della fatica, (anche se farei bene a dirlo a bassa voce, sento già le obiezioni di mia sorella, e allora che dovrebbe dire chi lavora in miniera, chi in ospedale, chi un lavoro non ce l’ha proprio, ed altre risapute ovvietà, non ha ancora capito che io non sono gli altri), dall’altro il rammarico per avere ancora metà giornata davanti.

Ma oggi, giovedì d’inizio primavera, passeggiando attraverso i giardini tra rami di camelia già mezzi sfioriti e magnolie che hanno illuminato di rosa candido un cielo privo di nuvole, sono contento. Davvero, contento.

Non c’è altro modo di definirmi. Perché mentre sedevo al bar con gli altri, mentre ordinavo il solito toast al formaggio con poca farcitura, fingevo di interessarmi ai problemi della vice capo contabile (suo figlio non vuole imparare il minimo comune multiplo) o alla felicità del vecchio rintronato del magazzino, esaltato perché la sua squadra ha vinto non so bene cosa a pallone, pensa te, loro miliardari per due calci e tu a sessant’anni a scaricar bancali, ma anche qui è inutile cercare di fargliela capire. Mentre tendevo le orecchie a questo vano

chiacchiericcio, m’è arrivato un messaggio.

Dicono (non so chi l’abbia detto, in realtà) che una buona notizia possa cambiare la vita. Io non arrivo a tanto, e mi limito a dire che certamente mi ha cambiato la giornata, al massimo la settimana. Anche lì, poi, dipende dai punti di vista: secondo mia sorella non sarebbero certamente queste, le buone notizie. Al massimo, direbbe con quella sua irresistibile aria da prima della classe, vabbè, buon divertimento, ma poi si torna tutti alla vita vera, ok?

Il mittente era Flavio Pazzi. Cioè l’assessore alla cultura del Comune di Avigliana, il quale rendeva noto che “la  proposta relativa all’eventuale (eventuale? che brutto!) allestimento di una mostra dei Suoi dipinti nell’ambito della Festa Cittadina, durante il prossimo mese di giugno, con data e location da precisarsi, è stata accolta. Attendo suo cortese cenno di ricezione, la ricontatterò nelle prossime settimane per invitarla alla riunione che si terrà negli uffici comunali per organizzare la Festa.”

Non appena ho letto il messaggio, ho avuto un brivido d'esaltazione e gli ho inviato un “cortese cenno di ricezione”, confermandomi sin d’ora “a completa disposizione per ogni incontro”. Gli ho risposto di soppiatto, da sotto il tavolino, i miei colleghi sono sempre troppo curiosi. Poi ho intascato lo smartphone e ho continuato ad ascoltare i loro discorsi con la stessa faccia di prima, irrorata dal solito sorriso di plastica. Sempre lo stesso, solo che prima del messaggio era sostenuto dall’indifferenza e una forzata sopportazione, ora dall’esaltazione. Tale che cinque minuti prima del solito li ho mollati al bar e sono uscito, tornando in ufficio da solo, assaporando la primavera del centro e leggendo e rileggendomi il messaggio, cercando di non urtare i passanti e provando un po’ di pena per le loro espressioni tristi, annoiate, risapute.

Sono rientrato in ufficio, ma ovviamente per quell’intero pomeriggio io mi trovavo altrove. Per prima cosa, ho deciso di non informarne Claudia, la quale peraltro non mi avrebbe dato soddisfazione. In famiglia, invece, ho buttato lì la questione con nonchalance, come se avessi dato notizie sul tempo di domani.

Cristina mi ha sorriso è mi ha detto soltanto:

“Bene! Spero che ti diverta, che sia una bella esperienza”

Non mi ha detto, come avrebbe fatto mia sorella:

“Bene, era ora, prima fai questa cosa, prima te la togli dalla mente”

Sempre con affetto e il medesimo sorriso sulle labbra, però intanto me lo dice, e si aspetta che io recepisca il messaggio.

Mando una mail a Ivano, con la stessa notizia. Spero in qualche modo che questo lo spinga a rincorrere una dimensione un po’ più professionale del suo hobby. Non so se mi risponderà, spero almeno che la legga, e ci pensi.

 

 

 

 

 

TRE FRATELLI 1)

15 MAGGIO 2017


Presentazione di Claudia, Giuseppe e Ivano, i protagonisti del nuovo romanzo "Tre fratelli", di cui inserirò adesso e nei prossimi post le prime pagine.

 

 

 

Prima scena

Domenica, 27 marzo –

Il coraggio di una scelta di vita

(Giuseppe)

Ripensandoci a poche ore di distanza, realizzo che la fotografia più rappresentativa del mio malessere è quella che mi vede intorno alle cinque di oggi pomeriggio, uscir fuori improvvisamente, sul ponte, nel disperato tentativo di rimettere in ordine le idee.

Non riuscivo a capire se restarmene lì, sorridente in mezzo al gruppo rintanato in coperta per un inaspettato levarsi del vento, avesse ancora senso per me, ormai. Non sentivo di aver granchè da spartire con mia moglie, mia figlia e i miei amici, in quel momento. Anzi: sentivo le risa chiare, squillanti di Cristina, e il mio disagio aumentava.

Tuttavia sono sempre stato in gamba a dissimulare.

Mi sono appoggiato per un momento coi gomiti sulla fiancata del motoscafo, in completa solitudine ad osservare il lago improvvisamente mosso, incurante dei piccoli brividi di freddo. Ma dopo pochi istanti, mi sono sentito in colpa per aver abbandonato il bel quadretto e così sono rientrato, reindossando il sorriso. Accoglievo i gridolini di gioia di Lisetta, mi chinavo ad abbracciarla, mi lasciavo, come sempre, trascinare nel vortice.

Pensare che avrei voluto mettere tutto in chiaro proprio al ritorno di questa bella gita al lago di Viverone, la prima domenica di primavera.

Come avrei potuto ora farlo?

Non l'avrei fatto, semplicemente.

Ho riposto mestamente i propositi bellicosi, e ho trascorso il resto della traversata seduto all'interno, con Lisetta sulle ginocchia che ogni tanto mi ricordavo di far ballare, stancamente, mentre i miei occhi guardavano dritto davanti a me, senza peraltro vedere più di tanto. La mobilità delle onde gocciolanti di sole rubava talvolta la scena alle risa di Cristina, che scambiava pettegolezzi a bassa voce con Vittoria, inutilmente strattonata dal piccolo Liam, che ha sempre voglia di giocare, non si stanca mai.

Liam, figlio di Vittoria e Adriano, nostri amici da sempre, è un moccioso di nove anni o forse dieci, non ricordo mai, anche se Vittoria non perde occasione per menzionarne l'età ogni volta che apre bocca. Ragazzino noioso e scocciatore all'estremo, si rivolge ora ad Adriano, con lo stesso insuccesso, visto che il padre non stacca gli occhi dalla Gazzetta, e per lui trovarsi su un motoscafo in mezzo al lago o comodamente sdraiato in poltrona non cambia molto. L'importante era stringere perennemente la rosea tra le mani.

Liam non è che guardi molto Lisetta, come forse è logico, visto che ha cinque, sei anni più di lei. Quindi, stante l'indifferenza dei suoi genitori, eccolo che si accuccia in un angolo, estrae un apparecchio portatile di tasca, e si mette a smanettare sul display con velocità ossessiva, ricordandosi di mantenere sempre la medesima espressione imbronciata. Vorrei imprimergli un possente calcio sul fondoschiena e lanciare lui e il suo stupido gioco in mezzo al lago, questo si che sarebbe un lieto e gaudente intermezzo, ma purtroppo non lo posso fare. Invece, continuo a sorridere a lui e a Vittoria, a far giocare Lisetta, a fingere interesse per le blaterazioni di mia moglie, cui persino Adriano ora pare tendere l'orecchio, a sperare che questa tortura abbia presto fine.

Arriva sera ed eccoci rientrare felici e contenti per la piacevole domenica al lago, a Porta Nuova ci siamo salutati con Vittoria e Adriano, ripromettendoci di risentirci quanto prima. Mezz’ora dopo la bella famigliola rientrava alla palazzina liberty del 44 di Corso Trento, stanca e soddisfatta.

La sera, a casa, ho cercato di contattare il Pazzi per sapere se ci fossero novità, ma come fa spesso ha rifiutato la chiamata. Mi sa che devo togliermela di mente, l'idea della mostra personale. Tutti uguali 'sti assessori, buoni a sciorinarti sorrisi in serie, se han bisogno di voti, poi se ne fregano delle promesse. A parte che io voto a Torino e non ad Avigliana, dove sta lui. Comunque, ho gettato il cellulare nel cassetto, dopo averlo spento. Cristina aveva appena messo a nanna Lisetta.

Ci siamo seduti al tavolo, dovevamo mettere a posto due conti, mi sentivo talmente a terra che avrei preferito accasciarmi sul divano davanti al telegiornale e alla quotidiana enunciazione di disgrazie. Cristina mi guardava di soppiatto, ma non mi ha chiesto chi stessi cercando al telefono. Forse aveva timore di chiedere conferma ai suoi sospetti.

Ed io avevo paura di confermarglieli.

A salvarci dall'impasse, mentre ci districavamo tra le scadenze, è stata una telefonata di mia sorella Claudia.

Domenica, 27 marzo –

Piacevoli turni domenicali in cassa

(Claudia)

"Claudia! Come va? Si, siamo andati, sapessi che bella gita! Giornata, meravigliosa, un caldo, un sole!! Solo un filino di vento, verso sera...E tu, com'è andata la domen...no! Peccato, il turno di pomeriggio...e i ragazzi, come stanno??"

Niente di meglio dopo un massacrante turno in cassa di domenica pomeriggio, sia detto senza ironia, che raffrontarsi coi calorosi entusiasmi di mia cognata Cristina. Così mi sono facilmente adeguata, agli acuti e ai gridolini, alle esclamazioni, agli stupori, insomma, alla granitica semplicità della moglie di quel testone di mio fratello Giuseppe. Santa donna.

Mi è sembrato che il clima fosse disteso, piacevole, così non ho indagato oltre il lecito, come direbbe Beppe, ha sempre questa sensazione come se lo volessimo controllare, e forse un pò ha ragione.

Non me lo sono fatto passare. Troppo stanca, ero. Duro, il pomeriggio di primavera a passar prodotti sulla banda magnetica della cassa, sempre lo stesso plin metallico che alla fine ti rimbomba nelle orecchie come un gong, e non potersi permettere nemmeno per un secondo di distrarsi, che gli ammanchi di cassa poi sono affari nostri.

Meno male che Niccolò s’è portato Chiara ai giardini, e Ale ovviamente a scorazzare in scooter con gli altri. Almeno loro se la son goduta.

Ora però sono contenta. Si, perché sono le dieci di sera, i piccoli (E quando smetterò di chiamarli così, visto che Ale ha sedici anni ed è già più alto di me da un pezzo e Chiara, che ne ha tredici e mezzo continua a salire...) sono crollati davanti alla tivù e adesso mi preparo una bella tisana.

Domani ho giornata libera e la santificherò ad una lunga, riposante sessione di mestieri in casa, in completa solitudine. Perché lamentarsi, dunque? Non cambierei mai questa vita, e certamente non mi farò mai le paturnie di Beppino.

Sono tranquilla, ma mica tanto, in fondo. Speriamo non faccia stronzate. Non è mai riuscito ad accontentarsi di quello che ha raggiunto, che è tutt'altro che poco. Sempre inquieto, comunque insoddisfatto. La realizzazione, cerca, vuole realizzarsi, sono anni che me lo confida. Ma che vuol dire, realizzarsi? Non basta la famiglia, il lavoro, la salute, la sicurezza economica...più realizzato di così!

Ha sempre avuto questa fissa della pittura, che non l'ha mai portato da nessuna parte. E anche adesso, a quarant'anni suonati, mica riesce a levarsela dalla testa.

Forse non ci prova nemmeno.

Ma sempre meglio di quell'altro sfigato di Ivano.

Poveretto.

Lui si, che è messo davvero male.

Martedì 29 marzo -

Rientri silenziosi

(Ivano)

E’ sempre così. Ci imponiamo il divieto di sforare oltre mezzanotte, tassativo, a meno che non si facciano le prove il venerdì, il che è assai raro. Poi invece, spegniamo gli amplificatori, stacchiamo gli strumenti (o meglio, il contrario), e c’è sempre qualcuno che tira fuori una bottiglia o due di birra. Così i buoni propositi salgono al soffitto insieme al fumo delle sigarette che impestano la sala prove e come il fumo si dissolvono. Stanotte, o meglio stamattina erano le due e mezzo. Ecco il bello e il brutto di avere una sala prove privata (non io, ovviamente; il nostro batterista, nel suo villone di figlio di papà): gli orari non sono imposti dall'esterno ma autoimposti, e dunque irrispettati.

Quando poi arrivo a casa, prendo un’infinità di precauzioni. Salgo in ascensore soltanto i primi tre piani, perché l’apparecchio inchioda sempre con un boato assordante, e mi faccio a piedi le ultime due rampe di scale, sino al quinto, dove abito. Il sonno di mia madre è quasi al sicuro. Prima devo ancora aprire con infinita cautela la porta blindata, entrare e richiuderla senza troppo rumore, per il momento non cigola ancora, per fortuna. Entro e noto che la porta che separa la zona giorno dalla notte è aperta. Le dico sempre di chiuderla, ma niente. Mi metto in ascolto e, il più delle volte, avverto il suo flebile russare, il che è sempre rassicurante. Chiudo la porta di mezzo e un quarto d’ora più tardi sono a nanna, pronto a mentire la mattina dopo circa l’ora del mio rientro.

La dichiarazione standard: “erano le dodici e un quarto, e venti massimo". So che lei non resta mai sveglia oltre mezzanotte.

A questo punto direte: hai sedici, diciassette anni e devi rendere conto. No, invece. Ne ho trentuno e non devo, bensì voglio, rendere conto a mia madre, dell’ora in cui rientro e di tante altre cose, anche se i miei fratelli mi considerano, per questo e non solo, un povero sfigato.

Mi rendo conto che è necessario, a questo punto, un chiarimento, per il nostro perplesso lettore. Mi chiamo Ivano Tempesta, ho (quasi) trentun anni, faccio il geometra e abito con mia madre a Torino, zona Regio Parco, via Modena, per l'esattezza. Papà è morto che avevo quindici anni, dopo aver perso una battaglia triennale col cancro alla prostata. Claudia, all’epoca ventisei, era già sposata con Niccolò ma stavano ancora in via Cavour, nel monolocale, da pochi anni si sono trasferiti in via Santa Giulia, angolo Largo Montebello, neanche lontanissimo da noi. Giuseppe, all’epoca ventiquattro, s'era appena messo con Cristina, si sarebbero sposati due anni dopo. Naturalmente mamma pensava che anch'io me ne sarei andato presto, seguendo quello che si sarebbe potuto definire un percorso naturale. E in effetti, l'intenzione era davvero quella.

Senonchè...

Senonchè qualcuno ha stabilito che nelle famiglie normali, come potrebbe essere definita la nostra, si nasce, si cresce, ci si sposa (oppure, secondo le più recenti tendenze, si convive).

Sulle prime due tappe non ho avuto nessun problema particolare, sulla terza invece il discorso è tutt’altro che definito. Beh, non preoccupatevi. Non ho nessuna intenzione di tediarvi con la cronaca dei fallimenti sistematici, non voglio deprimervi anche perchè io sono tutt’altro che depresso, ma anche di questo parleremo più tardi. Fatto sta che, come tutti gli umani mediamente comuni, ho avuto un comune numero di storie, un comune numero di delusioni e rivincite e via banalizzando, ma tirando le somme son rimasto solo. Ho però avuto la fortuna di farlo senza coltivare rimpianti, nè odi o paturnie, insomma, con la coscienza a posto. Come dice il poeta, era stato fatto tutto ciò che si poteva. Solo che è difficile convincerne gli altri, e da qui, giù botte.

Ti fai mettere i piedi in testa. (mio fratello).

Non hai voglia di impegnarti per un rapporto serio (mia sorella).

Comodo, eh, restare in casa con la mamma e trovare tutto fatto, stirare pulire lavare cucinare.....(chiunque voglia dar fiato alla bocca).

Mi è capitato una volta sola, d'imbestialirmi e reagire a tanta superficialità, nel momento in cui due zabette che venivano a casa nostra a trovare mia mamma (e lei poverina tutte le volte a mettergli giù la tovaglia pulita sul tavolo del salotto e preparargli il thè coi frollini), alla decima volta che ribadivano il concetto osservandomi con sussiego, ho sbottato.

“Si vede che nessuno mi merita! E in ogni caso spero di non incocciare mai in femmine impiccione e ficcanaso come voi due!”.

Non è stato un caso di sindrome da Gian Burrasca, e comunque è stato un caso isolato. Sono una persona mite, e chiunque mi conosce potrà confermarvelo. Ma se qualcosa mi manda in bestia sono le etichette appioppate a caso, le generalizzazioni grossolane, i giudizi approssimativi, tutte cose che hanno il potere di ferire a morte. Mia madre ha perso due amiche, (amiche??) che scioccate dal mio contegno inqualificabile se ne sono alzate tremanti di sdegno, hanno infilato i cappotti e sono uscite (spero per sempre) da casa nostra, ma sotto sotto, ne sono sicuro, era contenta.

 

 

(segue)

 
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