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SUL TORNANTE

12 SETTEMBRE 2017

 

Il quarto giorno della loro vacanza in montagna, nella città di Genzianella, milleottocentometri sopra il massiccio frastagliato del Lupetto, i signori Eugenio e Marisa Vergnaghi avevano deciso di visitare un paesino di cui alcuni amici del loro hotel avevano detto un gran bene, Risonetto di Sopra. Dato che distava poco meno di due chilometri e si sentivano particolarmente in forma, Eugenio e Marisa decisero di raggiungerlo a piedi. Eugenio aveva preso informazioni nella hall, e gli avevano spiegato che sarebbe bastato prendere per un sentiero che, a poche decine di metri dall'albergo, si dipanava intorno a un dolce pendio disseminato di abeti e pini proseguendo sino ad arrivare a Risonetto. Con la benedizione di una mattina incoronata da un sole smagliante, i Vergnaghi erano partiti zainetto in spalla subito dopo un'abbondante colazione. Se la prendevano davvero comoda. Il sentiero era nel suo tratto iniziale ampio, per niente pericoloso, e la vegetazione non foltissima lasciava filtrare ampi raggi di luce solare. Di tanto in tanto, il viottolo s'allargava in piazzette di prati verdi, immacolati, dove si stendevano a riposare prima di riprendere il cammino. Visitarono anche una suggestiva cappella consacrata alla Madonna della Neve, e non incontrarono mai anima viva. Marisa si fermava spesso, pretendendo di riconoscere nelle tracce che rinveniva sul terriccio umido e blandamente fangoso la testimonianza del passaggio di chissà quali animaletti. Eugenio le opponeva un sorriso indulgente, roteando lo sguardo in cerca del tesoro nascosto di un angolo di panorama, degno di essere immortalato sulla digitale nuova di zecca.
Finalmente qualcuno si ricordò di controllare anche l'orologio, solo per rendersi conto con incredulità che l'ora di pranzo era trascorsa da un pezzo e ancora non s'avvistava traccia del paesino, meta della loro gita. Si risolsero allora ad accelerare il passo e fermarsi a pranzo al primo bar. Il sentiero nel frattempo s'era leggermente ristretto e s'inerpicava più ripido sopra il versante. Adesso i signori
Vergnaghi non effettuavano più soste, né indugiavano sulle meraviglie della flora o fauna locali. Marisa collassò quasi di spavento, allorchè un animaletto le tagliò la strada, squittendo sgraziatamente, senza che lei riuscisse nemmeno ad azzardarne le sembianze. Eugenio rise della paura della dama, ma era un riso con latenti sfumature nervose. Anche la vegetazione intorno a loro si faceva più fitta, spesso impedendo per lunghi tratti il filtrare della luce del sole. Marisa cominciava ad avvertire isolati brividi di freddo e il suo passo arrancava lungo la pendenza che si faceva
via via più aspra. Proseguirono ancora per una decina di minuti, il silenzio che era sceso tra loro era indicativo di una tensione che non si preoccupavano più di nascondere. Poco dopo superavano, con imbarazzate esitazioni, un ponticello di legno, dalle assi piuttosto fatiscenti, che si stendeva alcuni metri sopra un corso d'acqua poco più che stagnante, soffocato da arbusti, sterpaglie e alcuni segni di civiltà in carta e alluminio, il che acuì la loro apprensione. Ma subito dopo sentirono battere l'una e mezza da un campanile e le loro forze si ridestarono. Ciò nonostante, proseguirono per alcune centinaia di metri senza che si riuscisse ad intravedere la fine del sentiero. Esasperati, stavano ormai pensando di telefonare in albergo per chiedere aiuto, quando giunsero a un bivio, il primo da cui, ormai alcune ore prima, erano partiti. Dal viottolo si diramava una stradina più o meno delle stesse dimensioni, in direzione opposta. Un cartello quasi del tutto reso illeggibile dalla ruggine permetteva comunque di decifrare che per di là si sarebbe potuta raggiungere la strada principale. Dopo un breve conciliabolo, i signori Vergnaghi stabilirono di abbandonare la strada vecchia per la nuova, prendendo decisi la deviazione. Circa trecento metri più oltre, eccoli al cospetto della provinciale. Non restava loro che imboccarla sino a Risonetto; Eugenio stimò che ormai non dovesse mancare che meno d’un chilometro. Un momento di rinnovato entusiasmo, subito raggelato dal fatto che non c’era nessun cartello ad indicare loro la direzione da prendere. Si portarono sul ciglio della strada ed osservarono con attenzione la veduta che si parava loro davanti. Alla loro destra, la valle si stendeva fiera, con le sue asperità ardite disseminate da isolati ciuffi di boschi e pinete, la macchiolina azzurra dei laghetti di Pinabella e Losita. Più lontano ancora, le prime case di Genzianella. Era verso sinistra, che dovevano andare. A breve distanza infatti, scorsero un gruppetto di abitazioni sparse su una verde
collina abbacinata dal sole, con un fiumiciattolo che l’attraversava guizzante, creando in alcuni punti pittoresche cascate naturali, e riducendosi altrove a sottile striscia d’un paio di metri d’acqua. Ripartirono sicuri. In quel tratto, la provinciale era larga e dritta, e data l’ora percorsa da un traffico poco più che sporadico. I Vergnaghi procedettero per circa mezz’oretta senza novità di rilievo. Talvolta guardavano verso il paesello coltivando la speranza che si stesse avvicinando. Ma poco dopo ebbero la sorpresa di veder la strada cominciare a restringersi ed arrampicarsi subito dopo su un colle, che andava risalito sino in cima per poi ridiscendere a valle, al paese. Il cartello stavolta c’era, e beffardamente indicava: “Tornanti pericolosi”.
Marisa ed Eugenio si disposero in fila indiana, l’ora di pranzo era ormai trascorsa del tutto e il passaggio di veicoli andava crescendo: in più, lo spazio della carreggiata era sensibilmente diminuito. Senza più la protezione del bosco, il sole adesso si faceva sentire, e loro, pur dovendo arrampicare, cercavano di mantenere un passo sostenuto. In linea d’aria, il tratto di strada mancante non era eccessivo, ma loro si trovavano nella spiacevole situazione di dover scalare per poi scendere, per tornanti via via più ripidi, e il pericolo proveniva anche dalle motociclette, che sfrecciavano come su un circuito, zigzagando tra le auto e affrontando le curve senza premere troppo sul freno. Più di uno sfiorò più volte sia Eugenio che Marisa, i quali in un paio d’occasioni si videro addosso anche le vetture meno prudenti. Erano ormai letteralmente terrorizzati: alla loro sinistra, i costoni sporgenti di roccia, la strada ristretta e trafficata; sulla destra, un profondo crepaccio contro cui unica protezione era un guard-rail arrugginito, tanto lacerato da parere di plastica. In cima, finalmente, una piazzettina di sosta. Sfiniti, i Vergnaghi cercarono invano una pozza d’ombra, se non d’acqua, ove ristorarsi. Nemmeno un albero, area inondata dal sole cocente delle tre del pomeriggio. In compenso, c’è qualcuno. E’ un signore distinto, con giacca e pantaloni color crema, pelato da luccicare,  in piedi di fianco ad un’automobile di media cilindrata. Si stava guardando in giro con fare interrogativo, ed è lui a fermare i Vergnaghi, mentre questi gli transitano di fianco. Con aria indefinibile chiede: “Scusate, che Paese è questo, per favore?”. I due lo scrutano, esterrefatti. Poi è la donna a rispondere: “In Italia, signore.” “Allora è giusto. Prego, salite”, riprese lui accomodante, aprendo le portiere destre dell’auto. Increduli per quanto stavano facendo, Eugenio e Marisa s’accomodarono in macchina, che partì senza la minima fretta. Solo una volta in macchina, Marisa ed Eugenio si resero conto dei pericoli che avevano attraversato, e di come ancora peggiori sarebbero stati quelli che li aspettavano, se avessero proceduto a piedi. In discesa infatti i tornanti restavano assai erti, ma i tratti di strada tra l’uno e l’altro si distendevano più lunghi, il che scatenava conducenti e motociclisti. Sfiancati dall’arrancare in salita, scendevano a velocità folle, strombazzando e ululando contro la lenta imperturbabilità dell’autista dei Vergnaghi. Anche le biciclette ci si mettevano, adesso, e Marisa e Eugenio vedevano ogni sorta di mezzo mobile saettar loro intorno, pensando con un moto di terrore a cosa sarebbe successo se fossero stati obbligati a discendere a piedi. Un quarto d’ora dopo, arrivarono a valle. Presero una lunga strada, dritta e larga, completamente in piano, sempre con la solita andatura placida. I Vergnaghi non avevano il coraggio di dire nulla al guidatore, che, tacendo a sua volta, manteneva un’espressione serafica sul volto. Dopo un paio di chilometri, in prossimità di un incrocio, l’uomo accostò. Al di là dell’incrocio, ecco finalmente le case di Risonetto di sopra. L’uomo sorrise, il che fu interpretato da Marisa e Eugenio come un invito a scendere. Oltretutto erano ormai giunti a destinazione. Scesero dalla macchina e vi passarono davanti, salutando e ringraziando lungamente l’uomo. Davanti e dietro a loro, alla loro destra e sinistra, la carreggiata si manteneva ampia e in piano, e lo sguardo poteva allungarsi per miglia, cogliendo facilmente chi la percorresse. E ripensandoci poi a mente fredda, questo era il particolare più incredibile. Dopo una frazione di secondo,i Vergnaghi si erano voltati indietro per ringraziare ancora il loro benefattore, ma l’uomo e la sua macchina s’erano dissolti nel nulla.

 

DETTAGLI SULLA PRESENTAZIONE

4 SETTEMBRE 2017


A proposito della serata di presentazione de "Il giardino cinese", ecco il programma completo:
Sabato 9 settembre,
RIVER'S CAFE'
VIA 25 APRILE
BOFFALORA TICINO

Dalle ore 18, apericena;
Dalle ore 19,30 presentazione del romanzo
Dalle ore 21,00 karaoke

cultura, musica e divertimento assicurati!
A sabato prossimo!
 

VICINA A GESU'

31 AGOSTO 2017

 

 

Il vassoio era stato appoggiato di fretta ma con cura sopra il tavolino, e lì era rimasto, ormai già da una decina di minuti. Dall’altra parte della stanza, la signora smise di parlare con il marito e distolse il gomito dal suo gambone ingessato, frutto di un’avventurosa discesa fuori pista. Si alzò. La porta della camera era aperta. Avrebbe voluto chiuderla, ma non sapeva se poteva farlo. Uscì in corsia. Fu investita dal formicolio d’attività in corso: telefoni che squillano, richiami, carrellini di medicinali trasportati avanti e indietro. Malati che passeggiano, o tentano di farlo, su carrozzine od appoggiati a stampelle. Familiari più o meno agitati, bisognosi di informazioni. Personale affannato, che entra ed esce dalle camere, così come aveva fatto anche nella loro, per portare ad esempio i vassoi della colazione. Traumatologia, venerdì mattina, ora 9.00 passate da poco. Aveva chiesto alle infermiere come avrebbe mai potuto mangiare quell’uomo anziano, immobilizzato al letto, completamente fasciato, e loro, trafelate, rispondevano che l’avrebbero imboccato, appena possibile. Capirai. In tre per trentasei malati, che in molti casi dovevano essere puliti e lavati. Poi controllare temperature e pressione, distribuire pillole, valori da verificare, tabelle da riempire. Poverette, pensava. Si sentiva quasi in colpa, a stare lì senza poter far nulla. Prese così una strana decisione. Ignorò la richiesta del marito che preoccupato le chiese cosa avesse in mente. Si diresse verso il secondo ospite della camerata. Il vassoio conteneva una tazza riempita a metà di caffellatte, all’interno della quale era stato sbriciolato un paio di fette biscottate, in modo da creare un pastone. L’uomo disteso nel letto teneva gli occhi semiaperti con espressione impassibile. La donna rifletté ancora per qualche istante, ferma davanti alla figura del malato che pareva non accorgersi di lei né del vassoio. Ma nel frattempo, senza il minimo rumore, un’infermiera s’era infilata nella stanza, diretta proprio verso quel degente. Gli infilò un tubetto nell’orecchio, collegato ad un apparecchio che teneva in mano; era per la pressione, intuì la signora. Borbottò qualcosa all’indirizzo del vecchietto mentre segnava il valore raccolto su di una tabella, dopo di che girò i tacchi e se ne uscì più velocemente di com’era entrata. La donna aveva appena fatto in tempo a scostarsi. Il marito, dal basso del proprio giaciglio, smise di rimirare il gambone. Ripartì all’attacco con la moglie, stavolta più decisamente: “Perché te ne stai lì davanti a questo vecchio, a vegliarlo come fosse un parente? Lo conosci per caso? Non è bello continuare ad osservare la gente ammalata manco fosse un fenomeno da baraccone, e poi..” Non terminò la frase. Due addetti alle pulizie entrarono con impeto. Una ragazza guidava un grosso panno scopa a forma di forbice con il quale asportò con precisione la polvere. La signora fu abile a scansarsi con destrezza, dato che l’inserviente parve non accorgersi della sua presenza. Eliminò con coscienza lo sporco accumulatosi sotto i tre letti. Poi entrò in scena il collega, il quale passò con cura lo straccio bagnato per tutto il pavimento. La signora stavolta non si fece cogliere impreparata e stette seduta, alzando i piedi al passaggio dello straccio. Senza proferire verbo, i due uscirono per recarsi nella camerata adiacente. La donna attese pazientemente che la superficie asciugasse, poi riposizionò i piedi per terra. Il marito, incurante del traffico, si era addormentato.“Finalmente una buona notizia” pensò. Tese l’orecchio per alcuni minuti e le rispose solo un inatteso silenzio. Si avventurò per qualche passo in corsia, il movimento sembrava essersi calmato. Soltanto le infermiere proseguivano senza sosta nelle loro affannate mansioni. All’interno delle stanze, i degenti avevano terminato di fare colazione; chi ne era impossibilitato, era stato aiutato da un visitatore, presente al suo fianco. Rientrò. Uno sguardo all’orologio: nove e trenta. Il consorte continuava nel suo sonno velato da un leggero russare. Il degente a fianco teneva invece gli occhi sempre fissi davanti a sé. La signora si avvicinò. La colazione ormai era solamente tiepida. Lei prese coraggio ed intinse il cucchiaio di plastica nella tazza, preparando il primo boccone. L’uomo corrugò impercettibilmente la fronte, e dopo pochi attimi di esitazione aprì la bocca il più possibile. La donna l’imboccò con delicatezza, stando ben attenta a non caricare troppo il cucchiaio. Le operazioni erano piuttosto lunghe, dato che l’anziano masticava molto lentamente, trascorreva anche un minuto tra una “portata” e l’altra. Ad un tratto avvertì rumore dietro a sé. Stava entrando il medico di turno, coadiuvato da una delle tre infermiere per la visita delle 10. Chiese gentilmente ma con fermezza alla signora di interrompere l’operazione e mettersi un momento da parte. Pochi minuti più tardi il dottore passò al marito della signora e questa poté riprendere. Quando il medico ebbe finito ed uscì, l’infermiera si trattenne un momento a ringraziare la donna. Disse che senza di lei, il vecchietto sarebbe stato alimentato solo verso le 11, al termine delle visite. La signora non riuscì a trattenersi dal chiedere: “Ma quest’uomo non ha figli, parenti, nipoti, chi si possa prendere cura di lui?” “E’ vedovo. Ha due figli. Abitano lontano, chi li ha visti?”. Sparì di corsa dietro al carrello e al dottore che attendeva impaziente. La signora e il marito restarono senza parole. Lui ora non le chiedeva più di lasciar in pace quella persona. Lei aveva ancora metà colazione da dare. Riprese di buona lena, ma alcuni minuti più tardi s’arrestò per raccogliere alcuni tovaglioli dal cassettino del marito, coi quali deterse delicatamente la bocca dell’anziano. Non mancava molto ormai, ed anche se le attese tra un boccone e l’altro erano lunghe, parevano non pesarle più. La fragile tranquillità di quei momenti fu interrotta dall’ingresso delle due altre indaffaratissime infermiere, che portavano un nuovo ospite su un lettino, appena trasferito dal pronto soccorso. Fu sistemato a fianco del marito della signora, ove era uno spazio vacante. Furono momenti caotici, al nuovo paziente fu applicata subito una flebo, ed il medico rientrò di corsa dal giro delle visite per impartire i primi ordini. Le infermiere lavorarono per alcuni minuti intorno all’uomo dopodiché si dispersero veloci per la corsia. Ancora una volta la donna riprese volonterosa a nutrire il vecchio. Aveva quasi finito. L’ultimo boccone, parve volerselo assaporare a lungo. Finalmente lei depose il cucchiaio nella tazza vuota. Pulì definitivamente la bocca e il viso dell’uomo e fu allora, che lui cambiò espressione. Un sibilo, più che una parola, eppure lei l’udì distintamente. “Grazie.” Poi, più nessun suono, ma il sorriso che aveva accompagnato quel sussurro permaneva. Lei faticava a staccarsi da quella persona. Si accorse di provare qualcosa che non aveva mai sentito prima. Un vivo senso d’amore si fece strada nell’anima, permeandola intensamente. Una dimensione di bontà infinita, che non riusciva a definire e le aveva causato un turbamento bellissimo, sconosciuto. Trascorse l’intera giornata in una specie di estasi ed ancora molto, molto tempo dopo non riusciva a spiegare cosa le fosse successo. Avrebbe tanto voluto rivivere quei momenti, quelle sensazioni ma si sarebbe rivelata un’esperienza irripetibile.

 

POVERO ME

 

25 AGOSTO 2017

 

cani abbandonati

incendi in campagna

prati bruciati dal sole

vecchi soli come me

ma io almeno solo un mese

caro scuola e mamme in rivolta

presto il caldo picchierà anche me

allora è meglio in diecimila su una spiaggia

scogliere comprese

e tutti quanti siamo soli più di me

povero me

città vuota nemmeno un amico che rida con me

povero me

ma che deserto di afa che arida estate che è

 

tappeto di foglie

sotto tronchi spogliati

cappelli calcati su pastrani chiusi

doppiette per il cannibalismo di stagione

genti senza viso né espressione

come le giornate

fine anno il dovuto spreco

allora è meglio in centomila in uno stadio

a sbraitare insulti

e tutti quanti siamo soli più di me

povero me

in più dovrei passare un altro natale solo con te

povero me

ma che tempesta di gelo che misero inverno che è

 

PRESENTAZIONE DEL 09/09

28 AGOSTO 2017


Nell’ambito dell’edizione 2017 della FESTA DELLA SUCIA a Boffalora sopra Ticino, la serata di sabato 9 settembre sarà dedicata ai 40 anni della Biblioteca Comunale. In particolare, dalle 18 alle 22, i bar di Boffalora proporranno degli aperitivi/apericena a tema sui vari generi letterari.

Tra le varie proposte, segnalo quella del River's Cafe (piazza mercato)  che si occuparsi del tema legato all'Italia e, quindi, alla narrativa italiana. Mi hanno invitato per presentare il quinto romanzo, “Il giardino cinese”, da poco terminato.

Vi aspetto numerosi

(Preparate le domande, non abbiamo mediatori!)

A presto

Alfonso

 
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