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IL MAQUILLAGE DEI RICORDI

1 luglio 2017

 

La signorina Anastasia Belmondo è una sarta in pensione che vive al terzo piano di una prestigiosa palazzina in stile liberty in riva al lago. Non si è mai sposata. Ha sempre goduto di ottima salute e malgrado abbia già passato da un pezzo gli ottanta s’ostina accanitamente a voler vivere da sola. Inutilmente la sua unica parente, una nipote che vive con la famiglia a pochi chilometri, cerca nel corso delle sue non rade visite di dissuaderla a cercarsi un’accompagnatrice.
Ogni volta la signorina Belmondo ascolta compitamente
le ragioni della donna, che è sinceramente preoccupata nel sapere la zia sola in quella casa, mentre sorseggia con lei un tè coi biscotti nel soggiorno. Più spesso però, la nipote la coglie assorta a rimirare le tende di pizzo raccolte in nastri, e da lì vede il suo pensiero volare oltre le finestre e planare sull’acqua cheta dei pomeriggi di mezzo autunno. Così, non sempre con esagerata dolcezza, la riporta sulla terra e le ribadisce la necessità di prendersi una governante.
“Che farai se ti succede qualcosa mentre sei qui sola? Una sincope, un colpo, che so io. E se dimentichi il gas acceso? Se cadi dalla sedia o dal letto? Io non posso esserci sempre, lo sai.” La nipote svuotava il suo sacco di argomentazioni davanti alla zia che annuiva gravemente e che la aiutava a sgravarsi la coscienza dandole tutte le ragioni del mondo. Ma una volta rimasta sola proseguiva la sua vita di prima. La mattina riassettava l’appartamento da capo a piedi,
inevitabilmente sette giorni su sette, apportando talvolta gustose variazioni come la passata della cera. Poi le piante sui due balconi. Alle tredici in punto, il pranzo, sempre diverso, come la cena. Dopo mangiato il sonnellino e alle quattro il Rosario, come le piaceva quando lo trasmettevano da Fatima, un posto dove aveva lasciato il cuore. Poi. come amava dire con aria civettuola, si prendeva il pomeriggio libero. Il che vuol dire una passeggiata lungolago nelle
belle giornate, con frequenti fermate al parco per ricamare in santa pace. Se il tempo era inclemente, sferruzzava sul divano in casa, lasciando accesa la televisione per uno di quei “film che facevano una volta”, quelli della fascia di metà pomeriggio, quando la parte importante dell’audience in genere non la puoi catturare.
Non che non veda mai nessuno, intendiamoci. La migliore amica di Anastasia è la signora Benedetti, di dodici anni più giovane, che le telefona e la va a trovare, ed è testimone delle svariate attività della signorina.
Spesso l’accompagna nelle sue passeggiate, o si siede
accanto a lei nei suoi lavori del pomeriggio. Si, perché la signorina ha fatto già da tempo capire alla Benedetti, con tatto e sensibilità, che alla mattina preferirebbe non “subire interruzioni nelle sue mansioni di casa” (ossia il riordino della stessa). Per la Benedetti va benissimo. Lei è la moglie di Peppino il fabbro, e in genere non ha molta più compagnia della signorina Anastasia, dato che vede il marito solo a colazione, pranzo e cena. Nel resto del tempo lui si divide tra il lavoro e il bar, quando torna a casa la sera tardi la moglie è già a letto.
Durante le sue visite, la Benedetti parla, parla, parla, mentre la signorina Belmondo l’ascolta educatamente. Ma Anastasia lo fa volentieri, con gli occhi bassi sul ricamo, considerando che, poverina, doveva aver ben bisogno di sfogarsi e di parlare, e raccontare, e commentare, per sconfiggere
la propria solitudine.
Naturalmente anche la Benedetti non mancava di buttar lì alla signorina che “forse avrebbe dovuto trovare una persona che si prendesse un po’ cura di lei”: Poi, inevitabilmente, abbassa gli occhi, chiede scusa ma “lo fa solo perché non si sa mai cosa può capitare nella vita”. Anastasia le sorride, la ringrazia per le sue premure e le versa ancora del tè.
Ieri pomeriggio, mentre la nipote posteggiava l’auto per andare a trovare la zia, s’è trovata faccia a faccia con la signora Benedetti. Si sono fermate a chiacchierare, e l’
argomento era intuibile. Imperterrita, Anastasia accoglie tuttora le interscambiabili premure della parente e della amica, mentre rifà la manica a un vestito o regola l’orlo di un paio di pantaloni. E concorda che hanno ragione, promette che ci penserà e cambia discorso.
La signorina Anastasia dice sempre che ha avuto una vita bella, un passato privo di dolori e non teme il futuro. E per questo motivo non ha bisogno di protezione, né di “essere governata”, il cui pensiero la fa solo ridere.
Quando era giovane, era una bellissima ragazza, e come se non bastasse era fine e colta. Erano molti i ragazzi che perdevano la testa per lei, ma chi le rapì il cuore non era tra loro. Era questi il figlio di un proprietario terriero, che abitava in un'altra città e con il padre di Anastasia intratteneva rapporti di lavoro. Così anche i due giovani, pressoché coetanei, avevano spesso occasione d’incontrarsi. Il padre di lui era estasiato dalla classe e l’eleganza della figlia del proprio interlocutore, e, con l’istinto proprio di chi ha coltivato passioni oneste nel corso degli anni, non tardò ad accorgersi del sentimento che la giovane provava. Sentimento che si sarebbe dimostrato catastroficamente mal riposto. Il figlio del commerciante era uno sciupa femmine senza scrupoli, senza voglia di imparare il mestiere né tanto meno di pensare seriamente a metter su casa. Illuse vilmente la poveretta, e solo grazie all’intervento del padre il suo piano di sedurla e abbandonarla non ebbe seguito. Ma il povero genitore si vergognò a tal punto da interrompere i rapporti commerciali con la famiglia Belmondo; né lui né il figlio fecero più ritorno.
Anastasia idealizzò quell’amore sbagliato a tal punto che si rifiutò a lungo di liberare il suo cuore per concedergli una nuova possibilità. E quando decise che era pronta, nessun treno in ritardo poteva più passare per la sua stazione.

Tuttavia, raccontando la sua avventura anni dopo, Anastasia ricordava con serenità che da giovane aveva avuto un amore appassionato, ma poi lui aveva dovuto andare lontano, e non si erano mai più rivisti.

Ci sono, per fortuna, anche storie più leggere da raccontare sul suo conto.
La signora Benedetti era presente il giorno in cui Anastasia diede un ricevimento per il suo cinquantesimo compleanno. Una festa morigerata, senza sfarzi né eccentricità, ma lei era splendente, illuminata dal solito, luminoso sorriso. La moglie del fabbro, mescolandosi tra gli invitati, ne raccolse svariati pareri. Le persone che più avidamente s’affrettavano a sciorinare lodi e sorrisi sgargianti alla padrona di casa erano le stesse che in privato maggiormente puntavano il dito
contro la povertà della scelta del rinfresco, la modestia degli ornamenti e quant’altro, scambiando la sobrietà per pochezza, il che è proprio delle anime mediocri.
Il giorno dopo la Benedetti riportò tutto ad Anastasia. Ancora oggi, la moglie del fabbro non sa trattenere un moto di stupore quando, magari passeggiando sul lungo lago al fianco di Anastasia, la Belmondo le cinge il braccio e sospira: “Ti ricordi, che bella che è stata la festa per i miei 50 anni? Tutti erano contenti, tutti a farmi i complimenti…”. In quel momento alla signorina luccicano gli occhi e l’amica capisce che Anastasia serba davvero quell’evento in sé considerandolo una memoria piacevole. Ne rimane stupita, ma non osa dirle nulla.
La stessa meraviglia che spesso pervade la nipote di Anastasia. Quando è un po’ giù di morale, chiede alla zia di raccontarle qualche storia del suo passato. Lei l’accontenta, seppur sia sempre stata più a suo agio come ascoltatrice che come voce parlante, e alla fine del racconto la nipote sta sempre meglio.
Si, perché ancora una volta Anastasia avrà abbellito la memoria. Quando deve parlare di sé, degli avvenimenti che ha vissuto, delle persone che ha conosciuto o i luoghi che ha visitato, lei trucca il ricordo, ricostituendolo con colori delicati e distesi, smussando gli angoli ispidi, ricacciando amarezze e disillusioni che semplicemente non vuole riconoscere.
D’altra parte il suo passato aumenta ogni giorno, e ogni giorno s’incunea in un avvenire smagrito e flebile, quindi perché non addolcirlo? E come può, chi riesce a fare questo bene come lei, aver qualsivoglia timore per il proprio avvenire?
Anche la nipote e la signora Benedetti, che ormai una cosa simile la stanno sospettando da un po’, forse capiranno un giorno, quanto siano futili le loro insistenze.
Lei intanto rimira il lago e versa il tè, gli occhi ridenti sul ricamo.

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA

28 GIUGNO 2017

Palazzo Marino in Musica
VI Edizione 2017: “Il divino Claudio”
presenta:


Domenica 2 luglio

Original Monteverdi

Milano Saxophone Quartet

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano
Ingresso gratuito con prenotazione.


Un appuntamento di grande originalità quello che la rassegna Palazzo Marino in Musica propone per domenica 2 luglio e che vedrà esibirsi a Sala Alessi il Milano Saxophone Quartet in un concerto nel quale la Toccata dell’Orfeo, insieme a composizioni di D. Scarlatti, G. Frescobaldi, G. Gabrieli, Gesualdo da Venosa e G. F. Malipiero, saranno interpretate dai quattro sassofonisti in trascrizioni sorprendenti e insolite.

Una rielaborazione che riporta all’antica prassi veneziana di tenere concerti all’aria aperta, nelle piazze e nei campi in occasione di festività, e che ripropone in chiave moderna la ricca produzione barocca di “Canzoni da sonar”, destinate a strumenti brillanti come gli ottoni. Un viaggio trasversale nel tempo e nella storia, in cui la musica di Monteverdi e dei compositori a lui contemporanei rivive attraverso le sonorità versatili e poliedriche del sassofono.

Molti sono stati nel ‘900, e ancora oggi, i compositori che hanno riletto e “riscritto” le opere del passato. Tra questi Salvatore Sciarrino di cui verranno eseguite le rielaborazioni per Quartetto di sassofoni di alcune Sonate per tastiera di Domenico Scarlatti. In programma anche la Vivaldiana (1952) di Gian Francesco Malipiero, trascrizione libera, piena di fantasia e colori, di musiche diverse del “Prete Rosso”.

Il concerto del Milano Saxophone Quartet nasce dalla loro prima produzione discografica, “Musica Ficta”, un disco con cui il quartetto si presenta al pubblico mostrando anch’esso il coraggio di traslare in musica una rara traduzione di opere antiche e classiche, portando ad alti livelli l’azzardo strumentale.
Il Milano Saxophone Quartet nasce nel 2010 dall’incontro di quattro giovani musicisti di formazione internazionale: un progetto unico nel suo genere, in particolare nella rielaborazione e interpretazione di assoluta originalità di musica classica e operistica. Il Milano Saxophone Quartet si è esibito in alcuni dei importanti teatri europei e extraeuropei, fra cui il Konzerthaus di Vienna, il Gasteig di Monaco, la Cité de la Musique di Parigi, il Teatro del Lago in Cile, il Taipei National Concert Hall, il Teatro alla Scala di Milano e la Philharmonie Berlin. Di spicco le collaborazioni con il Festival Internazionale di Musica “A tempo”, il XVIII Festival Internazionale del Saxofono di Fermo, il Saxfest di Vienna, il Sardinia OrganFest 2014, Alpen Classica Festival, Musica Riva Festival, Belgrade SAXperience, Chile Sax Fest, Opera Estate, Associazione Mozart Italia, Innsbruck Alpen Classica Sax Fest.

Il MSQ ha al suo attivo prime esecuzioni e incisioni assolute di compositori come Mario Pagotto, Sandro Fazzolari, Maarten De Splenter, Alberto Schiavo, Giovanni Bonato. Dopo l’uscita del primo album “Musica ficta” per l’etichetta tedesca ARS, ha vinto il premio “Fondazione Masi” e ha registrato il suo secondo disco dedicato a Gian Francesco Malipiero, “Rispetti e strambotti”.


Programma:
Claudio Monteverdi  - “Toccata” da L’Orfeo
Gesualdo Da Venosa – “2 madrigali: Tu m’uccidi o crudele / Itene miei sospiri”
Domenico Scarlatti /Salvator Sciarrino – “Canzoniere da Scarlatti”
Girolamo Frescobaldi – “2 canzoni da sonare a quattro”
Gian Francesco Malipiero – “Vivaldiana”
Giovanni Gabrieli – “Canzona a quattro”

Damiano Grandesso - sax soprano
Stefano Papa - sax contralto
Massimiliano Girardi - sax tenore
Livia Ferrara - sax baritono


Ingresso gratuito con prenotazione
100 biglietti potranno essere riservati online sul sito
www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 14.00 di giovedì 29 giugno

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche a partire dalle ore 14.00 di giovedì 29 giugno.
Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche
Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala
Tel. 02 88 45 55 55
Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.
La rassegna Palazzo Marino in Musica, patrocinata dal Comune di Milano e giunta alla sua sesta edizione, è sostenuta da Intesa Sanpaolo con il contributo di SUEZ Trattamento Acque S.p.A. La direzione artistica è curata da Ettore Napoli e Davide Santi all’interno di una produzione affidata a Rachel O’Brien.
Media partner della stagione 2017 sono la rivista musicale Amadeus e il canale Sky Classica.







Palazzo Marino in Musica
Stagione 2017, VI Edizione – “Il divino Claudio” Ai tempi di Monteverdi.

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano

Direzione Artistica: Ettore Napoli, Davide Santi
Direttore di Produzione: Rachel O’Brien
Assistente di produzione: Francesca Napoli
Organizzazione: EquiVoci Musicali  

Ufficio Stampa: Giulia Castelnovo
Tel. 349 09 96 481 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

www.palazzomarinoinmusica.it
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Con il contributo di Intesa Sanpaolo e SUEZ Trattamento Acque S.p.A.

 

LE CONVINZIONI INCROLLABILI

18 GIUGNO 2017


In una rosea serata di fine maggio, due amici sedevano all’ombra fuori da un bar dopo una lunga, accaldata giornata di lavoro. Uno di essi sfogliava distrattamente un giornale, quando la sua attenzione si focalizza su una notizia. Aggrotta le ciglia, l’espressione si inasprisce.
“Che stai leggendo?”
“Guarda qui, guarda che schifo.”
In terza pagina, veniva riportata la vicenda di un sacerdote che era stato arrestato con accuse vergognose. Pedofilia, spaccio di droga. Erano state effettuate intercettazioni telefoniche da cui emergeva che il sacerdote chiedeva a qualcuno di “procurargli dei minori”. Da indagini ulteriori, il prete sarebbe risultato cocainomane, e sieropositivo.
Una cosa vomitevole, concordò subito l’amico.
Quello che leggeva il giornale commentò: “Speriamo che lo lascino dentro e gettino via la chiave…anche se non ci spero troppo, in quest’Italia qua, i poveri cristi che rubano per fame restano in galera a vita, e i mascalzoni come questo li fanno uscire subito…”
L’altro concordava pensieroso, e pensava alla malvagità del demonio, che annidava il male nei pertugi più impensabili dell’umanità. Certo, condannava quel prete, ci mancherebbe altro. “Se queste accuse fossero provate, è logico che quell’uomo sarebbe indifendibile. Però..”
“Però?!?”
“Però, che tristezza, povera Chiesa, sopportare un dolore del genere, proprio in un periodo come questo, d’intolleranze, di persecuzioni contro i cristiani, di smobilitazione, quasi, della Fede nel nostro Paese…”
L’altro lo interruppe con veemenza:
“Povera Chiesa?!? Ma se lo sanno tutti, che chi va in chiesa è peggio degli altri. Lo fanno solo per farsi vedere, si mettono tutti belli, eleganti nelle prime file e ruffianano i preti..i preti poi, pensa te, disgustosi, tutti in galera dovrebbero metterli, o ai lavori forzati..ma poi le chiese, a cosa servono? Chiuderle, chiuderle tutte, altrochè, è lì il male vero, altro che!!”
S’infervorava a tal punto che dovette fermarsi a riprendere fiato. Al termine dell’ esaltazione, evidentemente soddisfatto con sé stesso e della propria illuminata esposizione, si accese una sigaretta ed effuse ampie boccate di fumo. Trangugiò con aria compiaciuta una generosa sorsata di birra.
Poi parlò ancora il suo collega. E l’altro si aspettava manforte.
Invece: “Io conosco persone che vanno in chiesa, e non mi sembrano né peggio né meglio delle altre”.
Il collega lo guardò male. Ma l’altro continuava. “Però mi complimento con te. Quando dici che tutti quelli che vanno in chiesa sono peggio degli altri, vuol dire che conosci, e bene, tutte le persone che frequentano una o più determinate chiese.”
L’altro adesso sembrava non capire. E il suo amico, che prendeva una pausa nel dialogo per assaporare una bibita rinfrescante, non ci badava e proseguiva, pacato. “Tuttavia può darsi che tu abbia ragione, e cioè che esistano persone che vanno in chiesa, e che sono peggiori di quelle che non la frequentano. Ma si potrebbe anche pensare che, magari, loro vanno in chiesa proprio per cercare di correggersi, per pregare di diventare migliori. Può essere che accostandosi all’altare, o alla statua della Vergine, chiedano perdono, cerchino di rianimare una fede sbiadita, chi lo sa?”
L’amico ora accennava ad annuire, mantenendo comunque una maschera diffidente sul viso.
“E’ chiaro che il male c’è sempre, in agguato, e quel prete ha commesso mancanze gravissime. Ma non si può negare che per uno o più sacerdoti che sbagliano, ce ne sono altri che vivono il loro mandato con umiltà, con sincerità. Anche restando ogni giorno in mezzo a realtà difficili, a contatto con persone già segnate da destini amari. Conosco preti che, ad esempio, passano tra le corsie degli ospedali, a dare conforto a chi non può muoversi dal letto, a somministrare la Comunione, a pregare con e per gli ammalati. Oppure I preti delle Missioni. Ma lo sai, non sono loro a fare notizia, tranne quando li ammazzano.”
Il primo collega aveva finito la birra nel momento in cui l’altro aveva smesso di parlare. Il suo furore s’era parzialmente chetato, ma non pareva convinto.
Venne l’ora di cena, i due amici si salutarono, dandosi appuntamento al giorno dopo. Presero ognuno la propria strada verso casa.
Il primo collega non cambiò mai idea, non perdendo occasione per parlar male della Chiesa, della fede e della religione in genere. Il secondo collega continuò a contrastare il pregiudizio e la generalizzazione, e spesso lo pigliavano in giro. Ma le sue convinzioni non vacillarono.


 

ATTIVITA' SERALI DI BRUNO EMPOLI

14 GIUGNO 2017


Attività serali di Bruno Empoli.

Il pregiudizio contro pseudo colpevoli, il rapporto con la Santa Messa, a pranzo dai suoi.



 

 

Anche quel venerdì sera, Bruno Empoli aveva deciso di trascorrerlo a casa. Se ne stava seduto in salotto, con la televisione accesa al volume più basso possibile ma comunque udibile, in modo da non distrarsi nel lavoro, ma mantenere un sottofondo sonoro a tenergli compagnia. Scriveva e leggeva. Leggere e scrivere erano le sue attività preferite. Era pensare, che non gli riusciva tanto bene, e quando gli capitava entrava in crisi, o meglio, si costringeva a restare fermo su un punto, su un concetto, una riflessione, finchè riusciva a trovare un suo equilibrio, quella che, illusoriamente, chiamava la pace interiore. La tranquillità transitoria, l'armistizio tremolante, la tregua di controllo, ecco che cos'era, invece.

Pensando a lungo, tra lunghe, estenuanti crisi di coscienza, di riuscire a pareggiare i conti con sè stesso.

Quel venerdì sera dovette combattere una battaglia dura. Dal volume minimo del televisore colse una notizia che lo lasciò inebetito. Subito depose la biro. Scostò il quaderno (usava raramente il computer, in pratica soltanto per ricopiare e salvare il materiale che riteneva degno), si passò la mano sulla fronte.

Due ragazzi, ormai circa trentenni. Alcuni anni prima erano stati coinvolti nell'omicidio di un'amica. Vivevano insieme in uno di quegli appartamente condivisi da universitari, per limitare le spese. Un brutto giorno l'amica era stata rinvenuta cadavere. I due ragazzi, all'epoca fidanzati, erano stati quasi sin da subito additati come i possibili colpevoli. Tre gradi di giudizio. L'assoluzione in primo grado, la condanna in appello a ventotto e trent'anni, il maschio era ritenuto l'esecutore materiale del delitto. Poi la cassazione. In mezzo, sette anni di esposizione mediatica. E lui, Bruno, s'era fatto la sua idea, che probabilmente corrispondeva a quella dell'osservatore medio. I due ragazzi non potevano che essere colpeoli. Empoli li aveva classificati. Imbottigliati con etichetta indelebile. E quelli dovevano essere. Ogni volta che i tre volti venivano esposti sui media, lui riconosceva e separava martire e carnefici. Che terribile coraggio avevano avuto quei due, pensava. Si sentiva migliore, e da quella bottiglia non li liberava più. Quella sera però, apprese che in cassazione i due erano stati dichiarati definitivamente innocenti.

E lui aveva smesso di scrivere, scostato il quaderno e s'era messo la mano sulla fronte. I due giovani riconosciuti innocenti erano ora di fianco a lui, ad occupare altre due sedie intorno al tavolo del salotto.

Gli chiesero di ridar loro la propria vita, o almeno gli otto anni che avevano trascorso nel limbo. Con sguardo gentile, fu il ragazzo a rivolgersi a Bruno:

"Dovresti proprio renderci quegli otto anni, per favore. Solo allora li riavremo davvero, quella della legge non è che una assoluzione formale, noi abbiamo bisogno di quella della gente. Pensaci, ti prego. Adesso dobbiamo andare, abbiamo tante di quelle persone ancora da convincere..."

Rimasto solo, ci mise più di un pò, il buon Bruno, prima di ricominciare a scrivere. E quando riprese, lo fece senza convinzione. Avrebbe aperto, infine, quella bottiglia?

La fissava dallo scaffale, restava sigillata, l'etichetta bianca in buona evidenza. Non l'ha riaperta, per qualla sera. Ricorrendo a quello che era un classico compromesso con sè stesso, si disse che l'avrebbe lasciata chiusa ancora per un pò. In fondo le giurie non erano infallibili. Quei due giovani dovevano essere gli assassini, lo dicevano tutti.

A questo punto gli era venuto un brivido di freddo.

Dunque lui giudicava a seconda di quel che dicevano tutti?

Certamente no, che diamine! Era un uomo che sapeva discernere! Ma per quella sera, dopo essersi alzato tre volte, deciso a riaprire la bottiglia e liberarne i due innocenti, per tre volte s'era risieduto, senza farlo.

E non era più riuscito a leggere o scrivere. La mente s'era ormai allentata e lui non provava più gioia a restarsene in salotto circondato dai suoi libri, a svolgere l'attività che amava. Intorno a mezzanotte era andato a letto. Non temeva che non sarebbe riuscito a dormire: non soffriva d'insonnia e smettere di pensare gli faceva sempre bene.

Il giorno dopo, sabato, era tranquillo. Una giornata che passava normalmente, a riassettare la casa, fare un pò di spesa, riposarsi, insomma viveva da persona normale. Quel sabato pomeriggio tardi andò in chiesa. Era molto religioso: non saltava mai una Messa, anche quando sentiva che non aveva troppa voglia di andarci. Perchè sapeva che si trattava di un suo preciso dovere: nè più nè meno che andare a lavorare.

Questo lo faceva stare male.

Sentiva che avrebbe dovuto andarci con gioia, invece talvolta la frequenza gli si rivelava un peso.

Bruno era molto devoto alla Madonna: le dedicava la prima preghiera del mattino e l'ultima della sera. E a Lei chiedeva di diventare migliore in quanto riteneva di non essere buono e di non meritarsi tutto quello che aveva.

Per quale ragione, le chiedeva, nonostante fosse un credente convinto, s'annoiava spesso nel corso della funzione religiosa?

Era successo anche quel sabato sera.

La Vergine gli aveva risposto tramite il sacerdote officiante, durante l'omelia. Il prete parlava di cose pratiche. Del doloroso fenomeno dei Cristiani in medio oriente. Incitava i fedeli a pregare per loro, senza lasciarsi prendere da sentimenti di odio o rancora per i "nostri fratelli che sbagliano". Parlava di questo ed altre questioni di primaria importanza quali la tolleranza, l'accoglienza, la follia umana, il discernimento, il perdono. Inevitabile, inestimabile. Per tutto il tempo della predica, Empoli ascoltava sempre con estrema attenzione. Non s'accorgeva nemmeno che passava il tempo e riteneva che quello fosse il momento pregnante della celebrazione. Quelle che lo annoiavano erano altre funzioni della celebrazione: certe invocazioni vuote, costituite da terminologie pompose, obsolete, astratte. Certi inni cantati a più voci, impeccabilmente suonati, che parevano ogni volta sollecitare più che altro il narcisismo degli esecutori. Credeva che la funzione, oltre che da un'omelia anche corposa purchè significativa, dovesse essere in sostanza costituita dalle letture, il Vangelo, il Padre Nostro ed i riti di Comunione.

Era convinto che questo avrebbe attirato più giovani alla Santa Messa, non certo le formule più vetuste della celebrazione. Ma quando aveva accennato a queste sue convinzioni in confessione, il prete l'aveva squadrato con aria di rimprovero, lui s'era subito sentito un blasfemo, mentre in realtà cercava solo un dialogo, un confronto, una risposta.

Il prete non aveva invece nemmeno voluto ascoltarlo, e lui era rimasto nel dubbio. Era davvero un'opinione tanto ardita?

Non l'avrebbe mai saputo, e nel frattempo aveva continuato a frequentare fedelmente le funzioni religiose, tenendosi per sè le opinioni indesiderate, i momenti di noia e quelli, fortunatamente non mancavano mai, di sincera condivisione e ardimento di fede.

E anche quel sabato era uscito da chiesa mediamente risollevato.

La domenica mattina aveva chiamato la madre. Era stato invitato a pranzo dai genitori e preannunciava il suo arrivo.

Erano cinque anni che abitava da solo, malgrado in realtà non ne avesse bisogno. Lui avrebbe potuto benissimo continuare a vivere coi suoi, ma s'era arreso, non sapeva bene nemmeno lui a cosa. Alla logica, forse.

Una logica astratta, che voleva che un trentacinquenne non potesse più, e già da tempo, suvvia, restare nella sua casa d'origine. I suoi non lo avevano influenzato, ma s'erano sentiti sollevati nel momento in cui Bruno li informava che aveva trovato un trilocale in semicentro accollandosi un mutuo a tasso variabile ventennale.

S'era accorto che da quel momento la sua figura era cresciuta di considerazione agli occhi della gente. Anche se lui avrebbe preferito non avere quegli ottanta metri da pulire e ripulire, quella sacca periodica di vestiti da portare in tintoria, la pigna di piatti da lavare ogni tre/quattro giorni finchè l'acquaio si permeava di ragnatele. Era un emancipato, era maturato, adesso? Non lo sapeva e non ci poteva pensare. La differenza era che aveva molte più cose da fare, ma la panettiera lo chiamava "Signor Empoli" e non "il figlio della Pierina".

Arrivò dai suoi alle dodici e trenta: il padre lo attendeva in poltrona mentre la madre era china sui fornelli, lo salutò frettolosa, doveva curare il risotto.

"Siedi figliolo, come va?"

"Bene, papà, bene, grazie".

Il padre gli sorrise, il figlio ricambiò.

Bruno Empoli si sedette a tavola coi suoi occupando lo stesso posto che aveva quando ancora abitava con loro. Mangiavano senza troppe parole, seguendo il telegiornale. Bruno era sinceramente affezionato ai propri genitori, ma da loro aveva ereditato una certa sobrietà nei modi e tendeva ad evitare gli slanci affettivi. Tra il risotto e il pollo, guardò sua madre. Gli pareva che la ruga che le solcava la fronte si facesse più marcata. Avrebbe voluto, di colpo, alzarsi e darle un bacio, ma non lo fece. Pensò d'informarsi circa la sua salute, rinunciò, nel timore di ricevere cattive notizie. Ma se ci fosse stato qualcosa glielo avrebbero detto, era suo figlio in fondo. IL padre invece gli sembrava avere sempre la medesima espressione paffuta, con quel bel ventre tondo eppure non aveva mai sofferto di colesterolo o patologie particolari. Si, lui scoppiava di salute, come sempre. Almeno sperava. Scacciò quei pensieri dalla mente, avrebbe pregato la Madonnina per i genitori, come sempre, ma non gli andava di parlarne. Dopo pranzo, se ne andavano tutti a riposare, un'oretta, non di più, era come un rituale. Bruno Empoli rientrava nella cameretta ove aveva vissuto sino a un quinquennio prima. Lo pervase il solito attacco di nostalgia, che al solito scacciò. Il pomeriggio decise di restare coi suoi. Non era una privazione per lui, come loro pensavano. Gli dava davvero piacere passeggiare per le vie del centro, chiudersi al tepore di un bar per una cioccolata, informarsi genericamente su dispiaceri e gioie, serenità e contrattempi. Perchè abitare separati, allora?

Se lo chiedeva quando malinconicamente riprendeva la strada di casa sua, o meglio, del luogo dove abitava, che non era lo stesso.

"Sei sempre solo?", gli chiedevano i suoi

"Si"

"Ti dai da fare?"

Che voleva dire, darsi da fare?

Sforzare l'eliminazione di una solitudine accompagnandosi con chi era altrettanto solo, tanto per migliorare una statistica? Per realizzare l'escalation sognata dai suoi e miliardi di altri genitori nel mondo. E' cresciuto, ha trovato un lavoro, è uscito di casa, ha trovato una brava ragazza, s'è  sposato...

Ma secondo lui l'amore non si provoca, e le solitudini non si cancellano a forza. Intanto però viveva una situazione ibrida, era rispettato e scontento, stimato e irrequieto.

La sera di quella domenica si trovava in salottino, col televisore acceso al minimo. Era deciso a non pensare, perchè stavolta non avrebbe superato facilmente la crisi, guai se si fosse fossilizzato su un pensiero, un'idea, un'intuizione...come avrebbe pareggiato i conti con sè stesso? Così scriveva, leggeva, occupava in pieno il tempo che si era dato prima d'andarsene a dormire. Il giorno dopo era giorno di lavoro, e lui seguiva schemi inflessibili per il riposo. La mattina seguente, la testa era libera, lucida, priva degli insidiosi interrogativi - improvvisi, spietati - che gli frastagliavano l'esistenza

 

GRUGLIASCO SWING 2017

8 GIUGNO 2017


GRUGLIASCO SWING è una rassegna musicale della durata di una settimana che si svolge sul territorio di Grugliasco: un'occasione di incontro per orchestre, musicisti e appassionati, formata da spettacoli, concerti, intrattenimenti musicali al chiuso e all'aperto, corsi di formazione musicale e di ballo. Tutte le iniziative della rassegna hanno il comune denominatore nel genere musicale, lo Swing, la più nota e apprezzata forma di jazz orchestrale, nata nell'America degli anni '20 e caratteristica colonna sonora di un’intera epoca, la “Swing-Era”, identificata nel periodo che va dagli anni '20 alla fine degli
anni '40. Da alcuni anni la musica Swing gode in tutta Europa di un meritato revival, come testimoniano le decine di “swing-festival” presenti anche nel nostro Paese, riacquistando il ruolo che le era proprio negli anni iniziali, quello di musica “sociale”, capace di entusiasmare un pubblico vasto ed eterogeneo. Così nasce il progetto di GRUGLIASCO SWING, ad opera dell'AGAMUS (Associazione Giovani Amici della Musica) di Grugliasco, che promette di coinvolgere e divertire la città con le note e le atmosfere degli anni di Glenn Miller e Benny Goodman.

La rassegna, quest’anno alla sua terza edizione, si terrà nei giorni da Sabato 10 a Domenica 18 giugno, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Grugliasco, con Società Le Serre e con Fondazione Piemonte dal Vivo, sotto il Patrocinio della Regione Piemonte. La realizzazione si avvale del supporto e della consulenza artistica della scuola di swing-dance di Torino Dusty Jazz, e della collaborazione della Pro Loco di Grugliasco.

Le giornate di festival includeranno due concerti serali: Venerdì 16 presso il Padiglione “La Nave” e Sabato 17 al Teatro Le Serre. Il primo dedicato allo swing tradizionale “da ballo”, con l'alternanza di due orchestre da due palchi distinti; il secondo un concerto “da ascolto”, con il Trio del trombettista Fabrizio Bosso, ospiterà anche il cantante Walter Ricci. Durante la giornata di Sabato 10 le vie del centro cittadino saranno animate da esibizioni musicali nello stile di New Orleans, tenute da orchestre dixieland itineranti. Un'anteprima di musica itinerante sarà anche ascoltabile nel pomeriggio di Sabato 3 giugno presso la galleria del Centro Commerciale Le Gru di Grugliasco. Sempre Sabato 10, in diversi momenti della giornata, si terranno inoltre dei concerti all'aperto nelle piazze e nelle vie del centro. Domenica 11 il festival sarà nuovamente ospitato dal Centro Commerciale Le Gru, dove si terrà un concerto con l'intervento alternato di due orchestre. Per tutta la settimana, da Lunedì 12 a Giovedì 15, in orario tardo pomeridiano vi saranno concerti-aperitivo presso esercizi ristorativi del centro cittadino. Infine Domenica 18 giugno sarà di nuovo all'insegna dello swing “on the road”, con musica itinerante e concerti nelle vie del centro, per terminare la sera con un concerto in piazza con due formazioni alternate, con possibilità di ballare e, per i musicisti, di cimentarsi in jam-session. Per gli appassionati di balli swing, Sabato 17 e Domenica 18 vi sarà la possibilità di partecipare a corsi di Lindy Hop e Charleston di diverso livello, a cura dell'Associazione torinese Dusty Jazz, che si terranno presso il Padiglione La Nave del Parco Le Serre. Sempre il 17 e 18 si terrà inoltre uno stage musicale intitolato alle tecniche e agli stili di jazz orchestrale e di big band, a cura del M° Gianpaolo Casati, docente del Conservatorio di Torino, che si terranno presso la sede dell'Associazione Agamus di Grugliasco.

Infine, il festival ripropone la sezione “educational” dedicata agli studenti delle Scuole di Grugliasco: nel corso del mese di maggio si terrà un ciclo di sei incontri con le scuole medie, a cura degli insegnanti dell'Associazione Dusty Jazz, nei quali, attraverso un approccio teorico-pratico e interattivo, i ragazzi potranno imparare, cimentandosi direttamente, i passi fondamentali del ballo swing. Il ciclo di lezioni prevede una esibizione-saggio durante la serata di Venerdì 16.

GRUGLIASCO SWING 2017
III Festival della Musica Swing

SABATO 10 GIUGNO
“Swingin’ on the road” a cura dell’Associazione Agamus
Centro cittadino

 
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