Home Notizie

News

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 8 - MOMENTO DIFFICILE

12 FEBBRAIO 2018

 


Ci sono persone, e gruppi di persone, per i quali la fine di un decennio e l’inizio del successivo segnano davvero lo spartiacque di un’intera esistenza. Il passaggio dal 1969 al 1970 era stato così per i Beatles, allorchè la band vide le tensioni esplodere e deflagrare fino allo scioglimento. Vent’anni dopo, i corsi e ricorsi storici portano ad un nuovo, considerevole scombussolamento nella storia di un altro grande gruppo: i Luxuria Betovox, senza però causarne, fortunatamente, la fine.
L’8 gennaio era lunedì, e grazie a questo, Alfonso aveva dovuto andare a lavorare. Tornato a casa per la pausa pranzo, trovò ad aspettarlo di fianco al piatto un’invitante cartolina rosa. Lui intuì subito che non poteva provenire una delle sue fidanzate in giro per il mondo, dato che non ne aveva nemmeno al paesello, e comprese che anche per lui era arrivato il momento di imboscarsi per un annetto dalla vita reale. La prese bene, limitandosi ad imprecare serenamente tra una portata e l’altra. Diede un buffetto in testa al cagnolino che voleva giocare e lo lanciò sommessamente sul divano, ove per lo spavento il poveretto orinò, guastandone il tessuto in modo pressoché irreparabile. Il bassman rifiutò poi di guardare il programma sportivo delle 13,30. Nessun’altra reazione tranne un prolungato mutismo. La madre e il padre cercavano di farci dello spirito sopra, e piano il ragazzo ritrovò un principio di serenità.
C‘erano anche altri soggetti, però, ai quali Alfonso doveva rendere partecipi della fastidiosa novità.
Quella sera alle prove:
“E quando dovresti partire?”
Con sguardo indagatore, il leader aveva preso in mano la situazione.
“Non dovrei partire, partirò martedì 30 gennaio.”
“Te ne han dato di preavviso!” se ne uscì un ironico batterista. Ma fu l’ultima battuta prima di un silenzio carico di tensione, che nessuno sembrava avere il potere di spezzare.
Finalmente anche Paolo parlò. “Mazza, che botta. Sono ancora scioccato. Pensare che anch’io avevo una sorpresa per voi, ma questa è decisamente superiore”. Tutti si fecero attenti, Alfonso ridendo ricordò che lui il militare l’aveva già concluso da un paio d’anni.
“Non mi riferivo alla naja”, replicò Paolo. “Avete da fare venerdì sera?!?”
Tra i clienti del mobilificio del signor Pierluigi figurava anche un certo Pisani, socio di un locale vicino alla stazione di Magenta. Era il noto “Redial”, centro di ritrovo situato presso la stazione di Magenta, che aveva tutto il piano superiore dedicato alla musica dal vivo. Durante le vacanze di Natale e capodanno Paolo aveva a lungo tampinato Pisani, il quale alla fine gli aveva promesso una serata “per il suo complessino”. Avevano alfine stabilito una data: venerdì 12 gennaio, intorno alle 22, fino a mezzanotte.
“E io dovrei suonare per uno che ci definisce complessino?” la replica piccata di Beto. Alfonso invece era entusiasta, avrebbe fatto un’uscita di scena (temporanea…) in bellezza. Paolo spiegò che non ci sarebbero stati problemi di repertorio, in quanto era sufficiente replicare la scaletta del secondo live natalizio, più “le trovate sceniche del leader, qualche break strumentale nei momenti giusti e la serata è fatta”. Il chitarrista aveva già sparso la voce presso “gli amici della band” ovvero i ragazzi del posto che ormai amavano il sound LB, ai quali aveva raccomandato di propagare la notizia del live presso gli amici degli amici, e così via. L’entusiasmo era finalmente tornato. Si stabilì anche di riproporre l’idea made in Beto dei cori del pubblico durante le esecuzioni, in modo da aumentare il feeling tra la band e l’audience (ed anche i tempi di un concerto che altrimenti sarebbe durato un’oretta appena). “Incrementeremo così il numero dei nostri affezionati in tutto il circondario!” aveva ripreso un nuovamente eccitato leader.
A questo punto si era levata però una voce, quella di Gianni, che protestava il fatto di avere già un impegno prefissato per quel fine settimana, la qual cosa detta dal drummer faceva prefigurare sviluppi poco positivi. Alberto giocò allora la carta drammaturgica con una tipica filippica nonsense: “Esci dal campo comune degli impegni di una vita ammortizzante! Scolpisci la tua libertà sulla dorata soglia del trionfo artistico di un’esistenza allibrata!!!!!”
A monte di tali nefandezze vocali, Alfonso ricordò pragmaticamente a Gianni che quella sarebbe stata l’ultima uscita del gruppo per chissà quanto tempo, data la sua partenza imminente, e fu più probabilmente quest’argomento a convincere il batterista, che diede infine il suo consenso.
Ci fu una sessione straordinaria quella settimana, mercoledì sera, durante la quale il gruppo eseguì tutta d’un fiato quella che sarebbe stata la scaletta del Redial Live.
Tutto procedette perfettamente, sin dall’inizio: la serata si sarebbe rivelata un nuovo successo. I Luxuria si producono in quello che resta certamente uno dei loro migliori live. Beto, gasatosi presto grazie all’affluenza del pubblico e da qualche drinkino di troppo prima di cominciare, si dimostra fin da subito padrone assoluto della scena, inserendo nel suo repertorio di front-man anche scambi di battute con gli avventori del locale, di cui viene riportato un esempio:
Fine della cover di “You knock me out” (Miracle Workers):
Il Leader, indicando un tipo qualsiasi nella sala: “Ciao, sono contento che ci sei anche tu! Ti stai divertendo, vero?!?”
Avventore: “Un casino! Ma come fai a conoscermi?!”
Beto: “Che ne so chi sei, l’importante è che mangi, bevi, stai allegro e canti con noi!! Vai ragazzi, forza!!”
E attaccano con “Open”. Vigorosità, battute, slogans e pubblico scimmiottante. Gli ilari intermezzi scenici di Alberto erano un intervallo gustoso e gradito, anche se non si poteva mai immaginare la portata delle improvvisazioni del capo. Più rideva la gente, più si divertivano sul palco, e viceversa. Paolo e Alfonso erano a turno la spalla degli scherzi del leader, ma non per questo la resa tecnica fu scarsa, anzi: in due ore abbondanti di spettacolo si susseguono tutti i brani originali post-Molteni, i dovuti tributi al garage (Miracle Workers), ai sixties (“Gloria” - “Ragazzo di strada“); in più viene messo in piedi praticamente in diretta un originale medley floydiano costituito di “Dogs” e “Another Brick in the wall part II”, sempre con audience attenta e partecipe.
I bis non accontentano gli “esultanti fans dei Luxuria Betovox” (inutile svelare l’origine della definizione) e quando alle 0,30 il complesso è costretto a smettere, ancora una volta la manifestazione è sommersa dai fischi come quattro mesi prima a Boffalora.
Ma la fine dello spettacolo viene salutata con tristezza particolare, dal momento che pochi giorni dopo il gruppo avrebbe perso Alfonso per un anno; si decise così d’intensificare i contatti il più possibile per quanto riguardava i pochi giorni che mancavano alla fatidica fine di quel mese di gennaio.
Il lunedì seguente, Paolo, Beto ed Alfonso si recarono al “Rocky Raccoon” di Pessano con Bornago, un celeberrimo mercatino dell’usato colmo di occasioni imperdibili per i fanatici del garage punk e del rock in genere.
Pieni di gioia, i tre riempirono la macchina di Garavani con gadgets di cui si sarebbero vantati per anni, ed a ragione, dato che includevano tra l‘altro:
-    tre copie autografate del vinile di “100 Micrograns of Miracle Workers“, della band omonima,
-    cassette pirata di concerti dei Sick Rose,
-    locandine variopinte manoscritte annuncianti il memorabile concerto dei Fuzztones a Perugia del 1981 (Paolo avrebbe millantato poi per anni di essere stato presente al concerto, mentre in realtà lui all‘epoca ascoltava ancora la dance),
-    le bacchette da batteria sfasciate dal batterista dei Chesterfield Kings durante la tourneè italiana di “Stop!”.
Certo, un sottile velo di amarezza adombrava i loro volti. Nessuno di loro tre, nonostante gli sforzi economici congiunti, era riuscito ad aggiudicarsi la canottiera usata da Edda Rampoldi, adorato frontman dei Ritmo Tribale, alla Festa della Birra di Arluno della primavera precedente, con tanto di pezze di sudore grigiognole documentate originali.
Martedì 23 gennaio, in occasione del 22esimo compleanno del leader, si tenne a casa dello stesso una cena di commiato per il bassista, che sarebbe poi partito per Cuneo una settimana dopo.
Sarebbe stata l’ultima circostanza a vedere i quattro insieme, per un tempo in realtà più lungo di quello che al momento immaginavano.
La verve di Alberto, corroborata da spumantini assortiti, fece si che la serata si trasformò subito in una festa; Alfonso non pensò all’imminente partenza, tranne quando, largamente oltrepassata la mezzanotte ormai, i membri della band presero congedo. Fu la voce di Gianni, a levarsi nella notte:
“Come rimaniamo, adesso?”
Ci si accordò come segue: i tre civili si sarebbero incontrati a breve per decidere le linee guida da seguire in quest‘anno di transizione, e il najone li avrebbe ricontattati con l’occasione della prima licenza.
Il treno che alle 7,50 del mattino del martedì successivo trasportava un giovane bassista di garage verso un’esperienza dimenticabile (definizione dello stesso, circa due anni dopo) avrebbe funto da spartiacque più di quanto i quattro non si potesse pensare in quel momento.
Sul treno fece la conoscenza di un’altra recluta che aveva la sua stessa destinazione, il che lo aiutò a mitigare per qualche ora la angoscia che lo attanagliava.
Come per tutti gli accadimenti più sgradevoli, ma che sappiamo ineluttabili, Alfonso si era attaccato allo striminzito tesoro delle tre settimane di preavviso come ad una scorta di vita inestinguibile, ma ora che affrontava il momento nella sua apparentemente irrimediabile negatività, il non ritrovarsi solo era motivo di conforto.
Così chiacchierò col “collega” praticamente durante l’intero viaggio, sino a Cuneo, ove scesero in attesa del pullman che li avrebbe trasportati alla Caserma di Borgo san Dalmazzo.
Meno di mezz’ora dopo un pulmino colmo di commilitoni sbarbati ed intimoriti faceva il proprio esultante ingresso in loco, salutati da un’insegna beffarda che recitava:
“Vincere o perire!!!”
Con una generale grattatina nelle parti inferiori, le reclute scesero dal mezzo in attesa di ordini, per trovarsi presto radunate in un piazzale insieme a molte altre, provenienti da chissà dove. S’avvicinarono ufficiali che presero ad impartire indicazioni, ordini ed avvertimenti.
Fu solo verso l’una che il nostro bassista potè finalmente collocare i propri bagagli nell’armadietto della camerata, indossare la divisa assegnatali e prepararsi per il pranzo.
Con Alfonso che doveva adeguarsi a vivere mimeticamente per un anno, gli altri s’erano concessi una settimana di pausa ed avevano fissato la riunione per lunedì 12 febbraio.
Dopo brevi convenevoli, ecco subito la patata bollente:
Gianni: “Ragazzi, ho problemi, problemi seri”
Alberto: “?!?”
Paolo: “Oh, ma dai? Dì, dì che è successo? Non sarà qualcosa di grave, mi auguro, racconta, racconta.”
Gianni: “No, grave no.. il fatto è che…ecco, insomma, si, ho litigato con Lucia..“.
Le facce degli altri due divennero improvvisamente più serie del solito. Il primo a parlare fu Paolo. “Come mai? Cosa ti è capitato?”
Gianni cercava di non dare eccessivamente peso a quello che stava per dire, ma si capiva che la difficoltà era latente.
“Vedete ragazzi, si tratta dell’ultimo concerto al Redial. Come vi avevo detto, io e Lucia avevamo un impegno, già fissato da un pezzo. Dovevamo passare il fine settimana in montagna, e saremmo partiti il venerdì pomeriggio. Invece col fatto del live…ho cercato di spiegarle, Alfonso partiva per naja, l’ultima occasione di suonare dal vivo per un po’..saremmo potuti partire il sabato mattina presto…invece…”
“ invece ?!? … “
“ invece poi la discussione si è allargata e ci siamo presi di brutto…oh, intendiamoci, niente che non si stia cercando di rimediare. Ma il problema di base è un altro. Discutendo con lei, mi sono chiesto se fossi stato nel giusto a rinunciare al fine settimana con lei per suonare con voi. “
Paolo cominciava a non capire, ed anche Alberto adesso guardava il batterista con aria stralunata. Contestualmente, Gianni sembrava schiarirsi le idee su quanto volesse dire ed aveva assunto un aria più sciolta. Continuò. “Non possiamo negare che le cose non vanno più come un paio d’anni fa, quando abbiamo cominciato. Mi sembra evidente che tra di noi non c’è lo stesso livello d’amicizia…”
“Questo che significa ? Cosa vuoi dire?”
“Intendo dire che è normale che in un gruppo ci sia gente più o meno legata, ma anche un bambino capirebbe che tra voi c’è un altro rapporto rispetto che col sottoscritto. Parlo di gusti in comune, di complicità…si vede da tante piccole cose, nell’entusiasmo che mettete, nelle cose che ascoltate, nelle idee, nei concerti che andate a vedere…non dico che sia colpa di qualcuno in particolare, ma penso che voi formiate un nucleo a parte, ecco”
“Stai dicendo che non ti diverti più con noi?” intervenne Paolo, con un’espressione attonita.
“Non è questo, adoro suonare con voi, ma credo che per fare questo tipo di divertimento assieme ci voglia quella
confidenza e complicità, dicevo, che tra me e voi non esiste…o meglio non esiste più…per questo voglio dirvi che d’ora in avanti, in caso di contemporaneità di impegni, mi sento di privilegiare quelli con la mia famiglia, e con Lucia ovviamente.”
Finalmente parlò anche il leader. “Non vogliamo certo causarti problemi in famiglia, quella del mese scorso era un occasione speciale, come hai capito anche tu, per il resto, anche se non abbiamo molto in comune come vita fuori dalla band, credo si possa suonare ottimamente insieme comunque, non credete ?!?”  
Gianni annuì debolmente, mentre Paolo restava zitto, pensando a cosa avrebbe potuto dire o fare per risolvere quell‘inattesa complicazione. Poi chiese a Gianni se non c’erano per caso problemi anche dal lato prettamente tecnico. Il ciclone sixties-garage-punk era stato digerito meno proprio dal batterista, che, pur non disdegnandolo, non aveva mai neppure nascosto la preferenza per altri stili e generi più specificatamente funky-rock. L’abbandono di Mauro non era evidentemente bastato per amalgamare del tutto la band in questo senso.
Ma Gianni negò questo tipo di difficoltà, e dopotutto gli altri potevano riconoscere che fino a quel momento aveva accompagnato le melodie della band senza lesinare impegno e presenza.
Niente prove, per quella sera.
Gianni poi se ne era andato senza ulteriori spiegazioni, limitandosi a segnalare che il lunedì successivo aveva già un impegno e si sarebbero sentiti per fine mese, “se a voi va bene“.
Alberto aveva scambiato brevi commenti con Paolo sull’accaduto. Chiese all’amico se fosse stato possibile il trovarsi comunque, il lunedì successivo, anche se solo in due. Ottenutone il consenso, i due si separarono, senza passare dal “Bologna”, era chiaro che lo shock di quanto accaduto aveva reso troppo amara la serata per potersi divertire. Paolo offrì al leader un passaggio ma quest’ultimo rifiutò, preferendo rientrare facendo quattro passi in solitudine; una mezz’oretta più tardi eccolo a casa.
La sua era una di quelle vecchie abitazioni di ringhiera, che amava moltissimo, accanto alla quale sorgeva il deposito di marmi del padre e vecchie capannine rurali, come le chiamava lui, semplici sgabuzzini di ferraglia in realtà.
Salì le scale senza far rumore, ma non si coricò subito.
Dalla finestra si mise a rimirare la roggia che fluiva rilucendo nell’oscurità della notte invernale. Prese la chitarra ed iniziò a canticchiare qualcosa.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 7 - ELEVATION

8 FEBBRAIO 2018

 

La seconda metà del mese di settembre si rivelò esattamente come il leader l’aveva pronosticata, ossia grigia e malinconica. La natura stava con silenziosa rapidità
trasformando le proprie vesti, tinteggiando il cielo di venature grigiastre e la fauna di un forte rosso scarlatto, ove fino a pochi giorni prima regnava un verde acqua spensierato ed invitante. I quattro componenti della gloriosa rock band boffalorese dei Luxuria Betovox vivevano con stati d’animo differenti la mutazione in atto.
Il batterista Colombini ed il chitarrista Garavani galleggiavano nei paraggi di una imperturbabile indifferenza. Il bassista Garimbelli assunse i toni plumbei e nostalgici dell’autunno incombente, serrando in un baule pinne, costumi ed occhiali e rinviando con cruccio le esplorazioni dei lerci fondi del Naviglio e del Ticino alla prossima bella stagione.
Doveroso inciso a parte per il quarto membro del complessino. Il cantante Alberto Torretta, non ancora ventiduenne studente in filosofia con il pallino del teatro, rappresentava in questo momento un’entità difficilmente classificabile. Scegliamo un frame qualunque di una sua giornata qualsiasi: ecco, giovedì 27 settembre, ore 15 circa, nell’atto di svolgere una commissione affidatagli dal padre.
Torretta jr. guidava pensieroso lungo la statale, rompendo la monotonia dell’uggioso pomeriggio con vigorose pennellate musicali che lo sballottavano dentro e fuori dal Sogno.
Più si addentrava nell’ascolto di “Primary domain”, più gli si mischiavano le sensazioni. Biascicava ritornelli, urlava fuori tempo stonando orrendamente, dialogava con i rockers di Oregon (in italiano, visto l’inglese tuttora precario), che ormai considerava già suoi colleghi dato l’Evento Imminente che stava per sperimentare con i suoi compagni (o vassalli, come talvolta li denominava lui).
“I Luxuria in sala! I Luxuria in sala! Una cosa normale per voi, vero?!?! IO SONO FUORI DI TESTA!!!”. Investito da questi ed altri pensieri ugualmente sconnessi accompagnava il brano in corso picchiando sul volante, col rischio di farne uscire l’airbag, riuscendo comunque a rallentare in prossimità del rosso, già pericolosamente vicinissimo e a calmarsi contestualmente.
L’estasi aveva ormai rapito il leader, che dimorava in uno stato d‘entusiasmo incontrollabile.
Enrico, padre saggio, aveva rinunciato a due solide braccia in più per il suo lavoro e come abbiamo visto usufruiva del figlio solo per incarichi sporadici. Non badava più di tanto ormai agli strani sproloqui che avvertiva ogni tanto fuoriuscire dalla camera del cantante, “purchè andasse avanti seriamente con gli studi”, era stato il suo ultimo avvertimento. Da quel momento in poi, bisogna ammettere, Alberto aveva iniziato ad impegnarsi con maggior profitto. Ma ogni momento di pausa era buono per scatenarsi. Chiuso nella privacy della propria stanza, il nostro attaccava di continuo: “1,2,3,4….” e brandiva l’asta pericolosamente davanti alla specchiera scimmiottando l’inizio di “Open“, piuttosto che gli ingressi a trabocchetto di “Luxuriotica”. Oppure provava nuove ammalianti scenografie per gli spettacoli dal vivo, armeggiando con improbabilità uova, candele, stoffe variopinte e quant‘altro, saggiando nel contempo declamazioni poetico-teatrali che inchiodassero a lui gli sguardi rapiti del pubblico (non) pagante.
Un pomeriggio di questi, una telefonata interruppe le “prove” del nostro sbalestrato leader.
“OK ci vediamo al Bologna stasera 9,30, vai tranquillo, ciao infame!”. L’infame in questione era il suo chitarrista, che immaginava esattamente cosa stesse facendo il proprio cantante, così non si scompose più di tanto e ripose il ricevitore. Nello stesso momento, Alfonso aveva effettuato la stessa telefonata a Gianni.
Poche ore dopo, il Bar Caffè Bigliardo Bologna ospitava quattro individui intorno a un tavolino sul quale giacevano tre birre, una coca cola, patatine varie, un sandwich senza senape ed una brioche (!) alla crema.
Naturalmente, l’introduzione del dibattito spettava al Leader il quale, digerendo silenzioso e tossendo per darsi un contegno, esclamò:
“Allora, cari amici, cosa registriamo?!?”
Alfonso: “ La mia opinione è di incidere “Open“. Pezzo diretto, orecchiabile ma non banale…”
Paolo: “…e, fattore non di poco conto, abbastanza semplice da riprodurre in studio…”
Beto si svaccò ancora di più sulla sedia osservando la Ceres con aria riflessiva e rallentando teatralmente la replica.
“..Si, si, certo che… il sogno… l’ideale…sarebbe…”
“Sarebbe?!?”, gli altri tre in coro.
Riprese il boss: “…sarebbe…registrare “Luxuriotica“, naturalmente!”
Gli altri iniziarono a schernirlo senza nemmeno prendersi la briga di replicargli. Qualche istante più tardi fu Gianni a prendere la parola, iniziando a spiegare con educazione ad Alberto “che neanche con una settimana di fila di prove notte e giorno si sarebbe stati capaci di riprodurre in studio tutto quanto è contenuto in quel pezzo”.
“Oltretutto la psichedelia adesso tira meno del garage-punk nei pubs e nei locali dove si fa musica”, la corretta, ulteriore obiezione di Garavani.
Perché Paolo aveva anche manifestato il desiderio di  circolarizzare il nastro dove potesse servire da esca per ottenere delle scritture.
Alberto incassò con onore il fatto di essere stato messo in minoranza. Accettò dunque con magnanimità che gli altri gli pagassero le (due) Ceres che aveva trangugiato quella sera, e decretò ufficialmente che “Open” sarebbe stata “la prima traccia d’arte-Betovox ad essere incisa per i posteri”.
Fu blandamente deriso, dopodiché tutti a casa.
Il 18 ottobre i Luxuria Betovox si presentavano quindi presso la sala di registrazione di Magenta “Music Line”, decisi a produrre un’impeccabile registrazione del brano.
Torretta si presentò con un cravattone lungo e largo che faceva tanto Syd Barrett post-floyd e subito chiese al primo essere umano che gli capitò a tiro se davvero in quello studio si fosse in grado di “rendere su nastro le innate magie, le sfumature nascoste, i toni sinuosi della mia voce irripetibile”. Questi lo scrutò in maniera inguardabile per un nanosecondo, s’accese una Muratti e scrollando la testa si recò nell’ufficio adiacente a far firmare delle bolle di consegna. Opportunamente, gli altri membri del gruppo presero in mano la situazione; pochi minuti dopo ogni Betovox aveva una cuffia in testa e delle precise istruzioni da seguire.
La registrazione della canzone richiese all’incirca due ore e mezza, iniziando dalla parte di basso e batteria per finire con la sovraincisione di cori a cura di Alfonso e Paolo. Finalmente intorno a mezzanotte il vinile con i 2’48” di Open era una realtà. Nonostante l’ora tarda, i quattro s’erano poi ritrovati di nuovo tra le accoglienti mura del Bologna, ascoltando e riascoltando il prodotto finito e scambiandosene le impressioni. Ma non erano entusiasti come ci si sarebbe potuti aspettare.
“Si, sono contento, ma…” aveva iniziato il leader, “ma…non lo so, è stato come lavorare in una catena di montaggio. Mi è mancata l’adrenalina, la spontaneità che ritrovo on stage, o anche durante le nostre prove…tutto troppo perfetto, tutto curato al minimo dettaglio..” Lo interruppe Paolo: “ In effetti è stato un lavoro, un’operazione a tavolino, niente di più..”.
Nemmeno gli altri parevano sprizzare eccitazione da tutti i pori; il fatto che poi fosse stata per i ragazzi la prima esperienza in sala di registrazione aveva comportato una serie piuttosto corposa di piccoli-grandi contrattempi, dilatando le attese ed i tempi di riuscita dell’operazione.
“Negativo, negativo”, se ne uscì finalmente il capo, “i Luxuria Betovox non sono nati per farsi imprigionare in studio. Mai più!!“. Come sempre Beto viveva il proprio momento come in un ottovolante che lo trasportava dalla massima eccitazione ad una compiaciuta negatività. La conclusione fu che per il momento l’esperimento, pur da definirsi riuscito, non sarebbe stato ripetuto tanto presto.
I ragazzi si diedero appuntamento al lunedì seguente per fare il punto della situazione. L’atmosfera piuttosto mogia derivante dalla “disillusione da studio” (Alfonso dixit) venne ravvivata dal fatto che il leader, tramite le solite ruffianerie con il parroco, aveva ottenuto una fresca scrittura all’oratorio, e stavolta niente meno che come special guest, per una nuova manifestazione da svolgersi sotto Natale.
Quella serata venne così consacrata ad un generico ripasso del repertorio, senza spunti creativi di rilievo.
Nel ritornare a casa dopo quella sessione di prove, Gianni stava spiegando per filo e per segno ad Alfonso tutte le particolarità della registrazione, infarcendo l’esposizione con dettagli di ordine elettronico e tecnico, di cui al bassista, che non ne aveva la minima competenza, non fregava nulla.
Quando infatti Gianni gli chiese un parere su quanto aveva esposto, lui aveva semplicemente affermato che gli bastava avere un ampli ed un basso cui attaccare le due estremità del cavo, e sperare che ci fosse corrente. Ciò gli guadagnò l’indignazione del batterista, che gli tolse la parola e lo scaraventò sul portone di casa a macchina non del tutto ferma.
La nuova occasione dal vivo sarebbe stata, come accennato, la seconda edizione del Boffarock Natale, che si sarebbe svolta il 15 dicembre successivo.
Per il mese di novembre venne deliberato che non sarebbero state effettuate sessioni di prove straordinarie. L’importanza dell’evento non era tale da generare preoccupazioni di sorta su un repertorio ormai collaudato. Il lavoro maggiore era sulle spalle del leader, che s’impegnò allo spasimo nella preparazione del live, sia per la necessità di produrre una resa impeccabile a livello scenografico (che era ciò a cui lui più teneva) che per l’assimilazione sicura dei testi e delle varie entrate dei brani (che era ciò a cui i suoi compagni più tenevano).
Nella prima metà del mese di dicembre, gli operatori ecologici di Boffalora Ticino e dintorni raccoglievano continuamente da terra con un certo fastidio bislacchi volantini raffiguranti un energumeno capelluto, baffuto e vestito di nero che allargava le braccia a cingere altre tre facce non meno inquietanti, sopra una didascalia che recitava così:
“Tu, nullità del mondo, dai un senso alla tua avvilente sopravvivenza! Fai un regalo di Natale davvero memorabile a tua moglie, ai tuoi figli o a chi ti pare: portali al Concerto Dal Vivo della Ultimate Band garage-punk Luxuria Betovox. Venerdì, 15 dicembre 1989, Sala del Cinema Oratorio di Boffalora Sopra Ticino, ore 23.
Non mancare, essere abbietto!!”
Forse convinta da un invito tanto morigerato, la folla s’accalcava davvero nel tepore del Cinema Oratorio alle 23,15 di quella serata, quando uno strano individuo in occhiali da sole, calzoni a tre quarti e giubbotto di jeans salì sul palco ed, afferrato il microfono, squadrò gli spettatori, gridando:
“Parassita tu, che urli dal fondo della stanza!!”
Con queste parole si apriva la partecipazione dei Luxuria Betovox al “SECOND CHRISTMAS LIVE 1989”, replica dello show dell’anno precedente.
E fu solo la prima di una lunga serie di epiteti, aforismi ed eccentriche esposizioni, non sempre di senso compiuto ma ad alto livello scenico e teatrale, di un leader carico che all’inizio di “Luxuriotica”, ad esempio, strisciava sul palco emettendo strani gemiti ed una volta giunto al microfono lanciava mazzi di rose finte al pubblico con gli auguri di Buone Feste. Oppure di un Alberto che nei ritornelli di Open voltava il microfono stesso verso l’audience, tendendo l’orecchio ed incoraggiandoli a fare il coro (e talvolta la richiesta veniva pure esaudita).
Una piccola polemica aveva animato le giornate antecedenti allo spettacolo, allorquando emerse che i manifesti (quelli ufficiali, non personalizzati) relativi all’evento avrebbero contenuto la seguente dicitura a caratteri evidenziati:
“CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DEI LUXURIA BETOVOX!!”.
Il gruppo si esibiva per ultimo, da vero protagonista, e Beto respingeva sdegnoso i mugugni delle altre bands asserendo che “il complesso migliore doveva avere l’esposizione migliore”. Non secondario si rivelava anche il fatto che il mobilificio del signor Pierluigi, padre di Paolo, era uno degli sponsor dell’happening. Il chitarrista, immune dai deliri artistici del leader, mostrava uno sviluppato senso degli affari e aveva presto compreso che non necessariamente l’hobby di musicista doveva restare slegato dalla professione di commerciante. Ma la passione era forte e sincera.
Con grinta sosteneva le parti melodiche dei pezzi laddove Beto pareva qualche volta cedere eccessivamente al proprio talento istrionico a discapito della ferrea disciplina richiesta dagli ingressi vocali o della buona norma di cantare i testi con le parole al posto di competenza. Anche la sezione ritmica era inappuntabile. Nei pochi assoli di chitarra, come in “Open” o “Luxuriotica”, il buco melodico veniva coperto da poderose pompate a quattro corde, ed anche Gianni si perdeva raramente in fronzoli d’abbellimento, badando piuttosto alla sostanza. Questo concerto inappuntabile durò quasi un’ora e comprendeva tutte le canzoni originali e le cover più recenti. Notevole fu, come accennato, il successo di pubblico, che oltre a “Open” e “Luxuriotica“, ormai già entrate nella memoria collettiva, sembrava apprezzare molto l’energia di “Vertigine”. Le imprevedibili uscite del leader tra un pezzo e l’altro, e sfortunatamente anche all’interno degli stessi pezzi, ebbero il potere di aumentarne il carisma e la presa sull’audience e contestualmente l’autostima del bravo Torretta. Con l’unica eccezione di “Unknown despair”, tutti i pezzi presentati un anno prima al Natale Rock erano stati dimenticati per sempre.
Il lunedì successivo la band si ritrova in studio, ma solo per festeggiare “Natale e San Silvestro insieme“, con la torta ed i dischi dei Morlochs e dei Vipers, portati da Alfonso e Paolo. Scenograficamente, Alberto aveva preso per sé il centro della sala e vi aveva preso posto, brindando ad altri anni di gloria per i Luxuria Betovox, Paolo accennava qualche giro d’acustica per accompagnare la festa. Gianni scattava foto, e ad Alfonso non restava che rimpinzarsi di dolci e bevande, non sempre non alcoliche.
Le nebbie etiliche ottenebrarono presto anche gli altri componenti il gruppo, tranne l’astemio batterista, il che provocò poi le ironie del singer:
“Ma da quanto cavolo (eufemismo!) è che esiste, un batterista astemio?!?! Ma lo sai che tutti i batteristi più mitici hanno bruciato la propria esistenza in un amen? Perché non sei come John Bonham o Keith Moon, perché non ti abbandoni anche tu all’altare delle tue sregolatezze?!? Non bevi, non fumi, non ti droghi, ma che diavolo (eufemismo) di batterista ci ritroviamo?!!”
Gli altri erano ventre a terra dal ridere, Gianni lo guardava ironicamente senza rispondergli, ma non sembrava divertirsi più di tanto; ad ogni buon conto non cedette e si limitò ad un paio di chinotti, uno con limone e uno senza.
Il resto della serata venne dedicato al riascolto del riuscito Christmas Live, a generici colloqui e sproloqui circa l’incombente nottata di San Silvestro ed ai progetti (per la verità, al momento, piuttosto inconsistenti…) artistici per l’anno che stava arrivando.
Dopodiché, il congedo.
Tornando a casa, Gianni, intercalando un parlare generico, si rivolse così ad Alfonso: “Non trovi che il leader qualche volta voglia fare lo spiritosone a tutti i costi?”
Al solito, il bassista, che chissà perché un’uscita del genere dell’amico se la stava aspettando, era portato a minimizzare.
“Beh, è in un momento di esaltazione, ci può stare la battutina, poi lo sai, no? Ci piace scherzare tra noi”.
Ma Colombini non rispose.
Si mise a osservare il tetro paesaggio invernale che transitava oltre il finestrino e non disse più nulla per alcuni minuti; emise brevi frasi di circostanza in prossimità di casa sua prima di salutarsi con l’amico, con gli auguri di fine anno, da inoltrarsi naturalmente alla famiglia.
Quel “tra noi”, cominciava a dare da pensare a Gianni.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 6 - NUOVO REPERTORIO

4 FEBBRAIO 2018


"Reichtumer besitzen die Bewohner meines Dorfes nicht..."
aveva iniziato a recitare il giovane, continuando a pedalare. L’altro ciclista, appena a fianco del primo, all’udire la stravagante cantilena prese a sbirciarlo senza commentare, convinto si trattasse d’un attacco d’epilessia e rallentando in modo impercettibile ma costante l’andatura. Indovinatone il disagio, l’altro lo rassicurò, informandolo che stava soltanto ripassando a voce alta l’ultima lezione di tedesco.
Se c'era una cosa di cui Alfonso era certo nella vita, era che il mese di luglio era perfetto per i bagni nel naviglio. La difficoltà maggiore era semmai trovare qualche amico disposto a calarsi nel gran vascone d'acqua corrente, dato che la sola compagnia di libellule, mulinelli, alghe, zanzare e ratti di fogna non gli pareva sufficiente. Un sabato aveva chiamato l'amico Ciccio che si era prestato volentieri, ed eccoli colle bici lungo la riva per raggiungere il punto preposto all'immersione. La quindicina di chilometri da coprire e la velocità meno che di crociera faceva si che sul tragitto i due dibattessero spesso dei massimi sistemi ed anche più in là. Una volta evaporato lo sbigottimento derivante dalle teutoniche declamazioni, Ciccio chiese cautamente all’amico:
"Senti, ma la band come va?!?"
"Bene grazie, siamo in pausa estiva ma verso la metà di agosto torneremo a far le prove perché ci aspetta un concerto il 1°settembre, mi pare venerdì, alla festa dell'amicizia qui a Boffalora."
E si mise a raccontare con dovizia di particolari tutte le recenti evoluzioni delle vicende luxuriane. Dopo una quarantina di minuti Ciccio, che era un ragazzo educato e non sapeva come dire all’altro che non ne poteva più, simulò un malore e s’accasciò a terra con bici, casco e borraccia. Alfonso allora, mosso a compassione, gli regalò una cassetta con le registrazioni della band e gli reiterò lungamente l’invito al concerto.
Alla fine, tanto entusiasmo doveva essere contagioso, dato che il compagno di navigliate si sarebbe presto convinto a seguire il gruppo, sia alle prove che alle esibizioni. Durante il successivo mese di agosto, i due pubblicizzarono l’evento del primo settembre creando volantini ad hoc che distribuivano proprio lungo il naviglio, oltre che in piscina, al ticino ed in altri luoghi di refrigerio, dunque maggiormente affollati per sfuggire alla calura. Anche Paolo, nel frattempo, condivideva lo stesso entusiasmo. I giorni a casa, impiegato nell’ azienda commerciale di famiglia che un giorno avrebbe rilevato, la sera fuori con Mirella, viveva nell’eccitazione del momento musicale, e la cosa non sfuggiva in famiglia.
Il padre Pierluigi aveva già notato da qualche tempo una sinistra gigantografia campeggiare sulla parete dell’ufficio del figlio ed ad un certo punto non era più riuscito a contenere la sua curiosità:
“Insuma, sa po’ savé cusè ca l’è cala roba chi?!”
“Ah questo, papà? Grande, sapevo che te ne saresti accorto prima o poi! Siamo io, Beto e Alfonso al live più randagio del secolo, quello dei Sick Rose di Luca Re ed i suoi alfieri del garage punk nostrano, hai presente, no?!?”
Il signor Pierluigi non aveva presente, ma pensò bene di non indagare oltre circa quell’immagine. Nel 1989 non molti erano i commercianti del mobile patiti del genere. Naturalmente promise che sarebbe stato presente al live d’inizio settembre e, ignaro di avere una rockstar in famiglia, riprese placidamente ad occuparsi delle proprie mansioni.
Il leader, da parte sua, attraversava in quel luglio, torrido più o meno come gli altri, una fase di tranquillità, come può essere tranquillo uno che a ventun anni e mezzo era già convinto di rappresentare “l’ inarrestabile avanguardia della scialba scena musicale italiana”. Studiava svogliatamente per il conseguimento della laurea in filosofia, trascorrendo la maggior parte delle “dovute pause ricreative” pavoneggiandosi col microfono come neanche Freddie al live aid ed mandando fuori urlacci e cacofonie assortite; come gli altri sognava il ritorno in saletta previsto la metà del mese successivo.
“Ti sembra il caso d’emettere di continuo versacci del genere?”. Albertò sbuffò. Il padre come al solito opponeva del sano realismo agli abbagli di grandezza del figlio.
“Se sei stufo di studiare, puoi sempre venir giù in bottega a dare una mano, sempre che non ti sia di troppo disturbo”.
Il sarcasmo del genitore lo divertì soltanto e ribattè pronto: “Papà, un giorno io oscurerò la fama di Edda e di Matt Rogers!” (frontmen di Ritmo Tribale e Miracle Workers).
Indignato per le incomprensibili nefandezze blaterate dal ragazzo, il signor Enrico pensò bene di prendersi un’aspirina e soprassedere, prima di andarsene dalla stanza e lasciare il leader alle sue fantasticherie.
Subito dopo Ferragosto, non appena tutti e quattro i luxuriani erano rientrati dalle più o meno brevi assenze estive, qualcosa comincia a muoversi.
Sera di lunedì 21 agosto. In macchina, verso le prove, Alfonso e Gianni stavano discorrendo amabilmente del per e del diviso, con sottofondo i Level 42.
“Certo che “Chinese Way” è proprio massiccia”, aveva iniziato il batterista.
“Per me è un po’ umiliante, non sarò mai in grado di snappare come Mark King..certo che il loro suono ha una matrice sempre molto funky…” la replica di Gary.
“Si, ed è veramente coinvolgente, non trovi?”.
Alfonso non trovava molto, ma non voleva offendere l’amico così si limitò ad annuire poco convinto: “…certo che però i Miracle Workers o i Fuzztones sono il massimo in questo momento, stanno rivoluzionando il rock mondiale…” esagerava, certo, e Gianni si limitò a un sorrisetto privo di commenti.
Alfonso era sinceramente amico di Gianni da lungo tempo, e aveva deciso di attuare un tentativo di convincere a tutti i costi l’altro ad addentrarsi nella loro dimensione, ma per il momento stava ottenendo risultati risibili.  
Intimamente, vedeva che l’amico non era coinvolto come gli altri e se ne rammaricava, trovando altresì soverchie difficoltà a sviscerare la cosa con lui, che non si apriva mai volentieri su quell’argomento. Decise dunque di rimandare ogni approfondimento del discorso a dopo il concerto imminente. Fu confortato dal fatto che le tre prove che precedettero l’happening furono interamente soddisfacenti. Non solo si procedette ad un esaustivo ripasso del repertorio, ma ci fu persino tempo e modo di creare
tre nuovi pezzi.
Il primo era una scimmiottatura stoniana di poco conto, “Fuck the stones”, nata in studio da una collaborazione fattiva di tutta la band su un classico giro alla Miracle e con dabbenaggini berciate da Beto circa Jagger ed i suoi giovanotti. Meglio la più originale “How Babe”, rock distorto e lento su un’oscura storia di violenza su una donna, nella quale Beto soffrì molto pur di imparare il testo senza cantare obbrobri, ed infine il primo pezzo in italiano, “Vertigine”, che rappresenta il fiore all’occhiello della produzione propria di questo periodo. La canzone, le cui parole erano per la maggior parte a cura dello stesso Alberto, segnava un nuovo passo in avanti. Secondo le spiegazioni di Torretta, il testo descriveva la desolante immagine di una persona che si trovava “al bivio primario della vita”, indecisa se incanalarsi in un comodo anonimato o imparare a rifiutare gli umilianti compromessi esistenziali (che peraltro non venivano indicati). Musicalmente il brano parte lento per poi espandersi a tempo raddoppiato in un crescendo di grida e ululati che (nell’opinione del leader) rappresentavano l’apoteosi delle sue “sagge idee” contro la mediocrità imperante… il tema un po’ ingenuotto viene abbondantemente riscattato da un vestito musicale di puro punk, come ancora non era scaturito dalla penna dei quattro. Il pezzo risultò talmente valido, che la band all’unanimità decise di rischiarne la presentazione al concerto di pochi giorni più tardi.
La sera di venerdì 1 settembre 1989, i Luxuria Betovox salgono sul palco alle 23 in punto e mentre tre quarti degli stessi LB s’accomodano pacatamente al proprio strumento, un giovane barbuto, spettinato, con un bicchiere di plastica colmo di birra in una mano ed un microfono nell’altra, apre le braccia al pubblico declamando quanto segue:
“Lasciate che lo struggimento di quest’ultimo, malinconico mese estivo si dissipi e si trasformi in nuova linfa vitale grazie alla nostra grinta dilagante, alle nostre melodie esuberanti, alle nostre liriche graffianti, alle nostre movenze seducenti!!”
Bevve gran parte della birra, si trattenne per fortuna dallo sprigionarne una rovinosa digestione e gettò poi sul pubblico la quantità di liquido residua, con un bellissimo lancio a ventaglio.
“Acqua, vita e musica a voi, fratelli miei!!”
Mentre partiva la musica e contestualmente s’elevavano alti gli insulti e le minacce al leader da parte degli innaffiati nelle prime file, pochi avrebbero scommesso in un successo dello spettacolo.
Invece il live si dimostra un trionfo.
Il pubblico, presto dimentico della doccia al doppio malto, mostra di gradire assai il nuovo trend di un complesso che in luogo di “Farfallina” o “Don’t you forget about me” di soli otto mesi prima propone la freschezza e l’energia di “Open” piuttosto che la dura lentezza di “How Babe”, lo schiaffo heavy di “Vertigine”, ma soprattutto la visione di “Luxuriotica”, i cui refrain saranno cantati in coro dagli astanti rendendo il pezzo un vero manifesto. Anche le covers diventano numericamente inferiori ai brani originali, ma restano innegabilmente di alto livello, ove basti citare il rock grezzo italiano “Ragazzo di Strada” (Corvi) o i Them di “Can only give you everything”.
Alle ventiquattro di quel memorabile venerdì, le autorità cittadine impongono lo stop ai Luxuria, e vengono contemporaneamente subissate dai fischi di un audience ovattante! (Anche questo termine, completamente fuori luogo nell‘ambito in cui era usato, venne coniato dal leader per indicare il consenso di pubblico, ed entra subito a pieno titolo nel gergo dei nostri).
Alberto, esaltato ed incredulo, dichiarò al microfono di essere “profondamente grato alla gioventù garage boffalorese” e ruttò poi felicemente al microfono, purtroppo prima che questo venisse spento dai vigili.
Alfonso, contento ed emozionato, dimenticò il basso sul palco e tornò a prenderlo in piena notte, scavalcando la recinzione del prato come un ladro qualsiasi e rischiando pistolettate sulla schiena.
Paolo, sorridente e rilassato, scambiava battute coi molti clienti della sua azienda commerciale intervenuti ad ascoltarlo, mentre Gianni, con a fianco una raggiante Lucia, mostrava alfine una silenziosa, composta soddisfazione. Sarà lui stesso, più tardi, a notificare ad Alfonso che il placido bassista se n’era andato senza strumento, perfino Beto aveva riportato a casa il leggio e persino il microfono, con tanto d’asta.
La settimana seguente l’attività della band osservò un meritato turno di riposo.
Ma il lunedì dopo, Alberto entrò in saletta, prese un foglio e scrisse un indirizzo e un numero telefonico.
“E sarebbe?!?” la corale richiesta degli altri.
“ Il recapito di un sala d’incisione: una VERA sala d’incisione!”

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 5 - LUXURIOTICA

30 GENNAIO 2018

 

Intanto però, la defezione di Molteni aveva sottratto al repertorio due pezzi originali.

Oltretutto, il malefico leader aveva avuto la bella pensata di coinvolgere la band in un nuovo concerto, che si sarebbe tenuto durante la Festa degli Alpini, il 3 giugno successivo, a Magenta. Venuto a conoscenza della manifestazione, il buon Torretta s’era recato dagli organizzatori, millantando con sicurezza l’appartenenza secolare della propria stirpe al “glorioso corpo degli Alpini”.

In quel momento, pur di esibirsi dal vivo, il leader si sarebbe anche fatto passare per maestro di taglio e cucito; fatto sta che una tal fiera rivendicazione era bastata a convincere gli organizzatori a regalargli un’oretta per sé e la sua band, tra l’altro in zona privilegiata, ossia tra le sei e le sette del pomeriggio.

Il tempo stringeva e si rendeva così necessario utilizzare alcune covers che nulla avevano a che fare col Nuovo Corso. Si tratterà di uno spettacolo transitorio, il primo concerto a quattro della band, e servirà soprattutto ad abituarsi all’assenza della tastiera. Questo strumento sarà d’ora in poi suonato alla bisogna da Paolo o più saltuariamente da Alfonso.

A dire il vero, le prove appena precedenti il nuovo appuntamento dal vivo, non erano propriamente traboccanti d’entusiasmo:

- Beto: “Allora, cosa suoniamo al live?”

- Alfonso: “Questo me lo chiami “live”?!?”

- Paolo: “Ci conviene portare armonica e cappello e fare una versione di strada del mazzolin di fiori…”

Gianni non faceva troppi commenti e durante il sarcasmo dei chitarristi si limitava a pulire i piatti e selezionare le bacchette in attesa del pezzo da eseguire.

In una decina di giorni furono introdotte alcune covers celebri unicamente ad uso e consumo di questo particolare spettacolo, tra cui “Love Rescue Me” e “With Or Without You” degli U2, o “Imagine” di  John Lennon, grazie alle quali il riscontro di pubblico sarebbe stato assicurato.

Questa rappresenta però l’ultima occasione in cui i Luxuria Betovox scendono a compromessi del genere.

I brani originali vennero proposti nel finale, laddove il crescente tasso alcolico della maggior parte degli astanti metteva sullo stesso piano la performance di “Open” o di “La mia moto” di Jovanotti, che venne veramente suonata, con il leader al basso e Gary alla voce, così per divertimento rimba, fortunatamente non oltre il primo ritornello.

Ma la verve intrattenitrice di Alberto, che sfornava simpatiche battute sul “…glorioso, storico, nostro (?!?) Corpo degli Alpini” ed effettuava stralunate movenze sceniche, le canzoni famose ed il succitato livello etilico avevano reso la performance un buon successo.

Al termine, tutto l’entourage luxuriano, comprendente anche un nutrito gruppo di amici invitati all’happening, scesero dal palco intenzionati a proseguire la festa dal basso cercando di non ubriacarsi eccessivamente ed, in parte, riuscendoci.

Lucia e Gianni invece se ne andarono quasi subito.

Il batterista appariva soddisfatto del pomeriggio trascorso e della propria prestazione, eppure una volta restato solo con la fidanzata venne riassalito dal disagio latente che, in relazione al gruppo, lo attanagliava già da qualche tempo.

Cercò di parlarne con lei, anche se in un primo tempo pareva incapace di spiegare alla fidanzata l’origine di quel malessere.

Infine:

“Cosa intendi dire?” fece la ragazza, leggermente turbata.

“Vedi, Lucia, il fatto è che io..non c’entro con loro…non riesco a farmi coinvolgere dal loro entusiasmo, non so condividere la complicità che c’è tra loro..”

“Ma sei sicuro di ciò che dici?!? Non è che l’abbandono di Mauro ti ha un po’ frastornato?!?”

“Non so, non so, mi accorgo che..qualche volta mi sento fuori posto…”

Una pizza ed un cinema riportavano poi fortunatamente una certa serenità nell’animo di Colombini.

Lunedì sera, 5 giugno, riecco le prove.

La session era iniziata allegramente, con svariati commenti sul singolare evento del sabato precedente.

I ragazzi avevano poi preso a fare un ripasso veloce dei brani originali e delle cover a disposizione per una nuova eventuale uscita, poi alla pausa-birretta, ecco l’Idea.

Beto: “Perché non creiamo un pezzo lento, ipnotico, magari…psichedelico?!?”

Le due ore successive resteranno impresse per sempre nella mente dei ragazzi. Ognuno cercava di trarre dal proprio strumento un suono “strabordante di psichedelìa allucinata”, come richiesto dal leader che al solito amava piazzare dei termini a caso tra la bocca e l‘ambiente esterno e se ne compiaceva pure.

Accordi distorti con echi e riverbero, dal timbro sussultante. Giri di basso gravi ed ossessivi, ribaditi all’infinito.

Voci gutturali, risa soffocate, urla, mormorii, per buona sorte talvolta anche melodia, cantata per ora senza testo.

Tutto questo venne poi debitamente sviluppato e raffinato fino a raggiungere una forma compiuta.

La “forma compiuta” era un irripetibile esercizio lisergico di nove minuti abbondanti, che sarà denominato (dal leader, s‘intende) “LUXURIOTICA“.

Non che le atmosfere allucinogene fossero qualcosa di totalmente avulso dalla formazione musicale dei nostri. Paolo e Alfonso avevano addirittura creato un effimero gruppo nell’87 (gli “Intripped“) votati esclusivamente a questo genere, che d’ora innanzi affiancherà il garage punk come forma base d’ispirazione dei LB. “Luxuriotica” resterà il brano più ambizioso dei quattro, aperto da un accordo “indefinito” che sarà da Paolo citato come un “re minore con qualcosa che non so”, ed è costituito da una vera opera musicale con strofe cantate da Paolo, ritornelli cantati da Beto, cori ad opera di Alfonso che inserirà un bridge inquietante caratterizzato da un reiterato giro di basso in un crescendo di ottave fino all’esplosione di tutti gli strumenti con assoli e riprese finali.

Il testo mostrerà l’apertura dei temi trattati dal gruppo a storie fantastiche ed affascinanti. Raccontava la storia di una ragazza che viveva nel letto di un fiume e faceva prigionieri i visitatori del suo incubo…evidenti le influenze sull’autore del testo degli epici racconti narrati nel rock barocco-progressivo dei primi anni 70, e Peter Gabriel sarà sempre riconosciuto tra gli idoli del bassista.

A fine serata, o meglio ad inizio nottata, l’entusiasmo regnava incontrastato, tanto che i ragazzi decisero di festeggiare con un giro del paese inneggiando al brano appena concepito.

Gianni invece aveva preferito tornarsene a casa, ma anche lui pareva contento della canzone e salutò gli altri molto cordialmente dando appuntamento per il lunedì seguente.

A margine di quella esperienza indimenticabile, restava da annotare lo spettacolo di due strani individui i quali, abbandonata l’auto (di Paolo) sul ciglio di una strada, presero a saltare in lungo e in largo su un prato ululando: “Luxuriotica!” “Luxuriotica!” , mentre un terzo a fianco a loro rispondeva con un gemito: “UOOOHOOOH!!”, prima di incepparsi in una zolla di terreno scavata e fracassarsi faccia a terra.

Pochi minuti dopo però, udendo da lontano l’ululato di sirene e latrati di cani in avvicinamento, i tre poveri dementi pensarono saggiamente di riguadagnare alla velocità del suono la vettura del chitarrista e sparire.

I tre forsennati rientrarono privi di fermi o denunce, e non risulta che le indagini successivamente svolte dalla Polizia locale abbia prodotto risultati di rilievo.

Giovedì 8, Beto telefonò a Paolo annunciando un nuovo, imperdibile spettacolo dal vivo: il famoso complesso di musica italiana shuffle-sixties “Sick Rose”, di Torino si sarebbe esibito il sabato successivo alla Festa della Birra di Arluno.

Seguì subito una nuova telefonata:

Paolo:”Allora, infame, sei dei nostri, ovviamente.”

Alfonso: “Grande! Non vedo l’ora che arrivi il momento! Avviso io Gianni. A che ora è l‘evento?!? Nove e un quarto in piazza! Il leader si ricorderà di esserci, vero?”

“Si.. così come ricorda i testi delle canzoni!!”

“Allora a sabato, chi non c‘è va a suonare con Pupo”.

“Ma, io veramente andrei volentieri a suonare con Pupo, magari ci fa un contratto…”

Non si registrarono, in ogni caso, contatti tra i Luxuria Betovox e il signor Ghinazzi, e chissà se quest’ultimo saprà mai quello che s’è perso.

Rimase il dato di fatto d’una nuova serata di musica memorabile. Quella sera, i Sick Rose sciorinavano il repertorio dei loro due long-playing (“Shaking streets” e “Faces“) e i Betovox, che avrebbero dato i calzini sudati del leader pur di salire su quel palco, si divertirono dannatamente scimmiottando da terra le movenze di Luca Re e della sua banda di randagi.

In macchina al ritorno, i tre ragazzi commentavano esaltati la serata appena trascorsa, che sarebbe stata fonte preziosa di ispirazione artistica, fino a che:

“Certo che Gianni è strano, però..” aveva iniziato il leader.

“Mi ha detto che aveva già un impegno con Lucia…non poteva proprio rimandarlo. Diceva che gli sarebbe bastato saperlo un paio di giorni in anticipo ed avrebbe accomodato tutto, per esserci.”

Come tutti o quasi i ventenni dell’universo, i luxuriani gestivano un quadro sentimentale in continua evoluzione. Paolo era in questo momento l’unico altro membro del gruppo fidanzato, con Mirella, mentre la principessina di Alberto se ne era già volata via da mesi e per Alfonso le ragazze erano qualcosa di nebuloso e sfuggente (in senso tangibile).

Con le orecchie ancora piene di selvaggi riff garage, il buon chitarrista protestava: “Questa ragazza mi pare eccessivamente possessiva, con Mirella non è così, il rapporto è profondo ma elastico, voglio dire un live è un live!!”

“Non è che c’è sotto qualcos’altro?!?”

Il dubbio espresso da Alfonso aveva leggerissimamente guastato l’euforia della serata.

Ma il lunedì che sopraggiunse non vide nessuno della band tornare sull’argomento. La serata fu quasi interamente dedicata al riarrangiamento di “Luxuriotica”, che tutti morivano dalla voglia di presentare dal vivo. Non si prevedevano però altre esibizioni nel breve termine.

Fu allora che, verso la fine della serata, Torretta fu illuminato da un’intuizione notevole.

“Perché non organizziamo noi, una serata dal vivo? Magari a settembre, quando tutti rientrano dalle ferie? E hanno pochi soldi in tasca ma fa ancora caldo e vogliono divertirsi?

Chi meglio dei Luxuria può offrire spettacolo e distrazione al popolo depresso da rientro?”
“Ottimo discorso”, fece Alfonso.

“Lo organizzi tu?”, il tocco sarcastico di Paolo.

“Io ci sto, ma vi avviso già che dal 3 al 17 agosto sono via per ferie, per cui eventuali prove per me vanno dal 19 in poi”, la precisa ed opportuna specifica di Colombini.

Ma per Alberto quelle dei suoi compagni in quel momento erano solo voci confuse che s’ammassavano l’una sull’altra creando indifferente cacofonia.

Era già concentrato sul piano d’azione.

Il giorno dopo, martedi 13 giugno, intorno alle sei di sera si presentò in Comune sbarbato, pettinato, con gli occhi aperti (non è precisazione da poco) e declamando con il fare più deferente del mondo e sottilmente untuoso, che sarebbe stato per lui “un onore ottenere udienza dal Pregiatissimo Assessore alla Cultura” e che, malgrado si rendesse conto “che le gravose responsabilità istituzionali lo rendessero certamente oberato di impegni pressanti”, gli sarebbe stato grato in eterno “se avesse potuto concedergliela subito, o giù di lì“.

L’usciere lo guardò attonito.

Forse inquietato, lo fece entrare.

Sicuro di sé, il leader attese fuori dall’agognato ufficio solo pochi minuti.

Com è, come non è, ne uscì poi meno di mezz’ora dopo con un‘investitura ufficiale: i Luxuria Betovox venivano incaricati di organizzare un concerto per la serata finale della Festa dell’Amicizia di Boffalora Ticino, che si sarebbe tenuta il 1° settembre prossimo.

Ossia due mesi e mezzo dopo, ferie incluse.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAP.4 IL CAMBIAMENTO

20 GENNAIO 2018

 

Capitolo 4 -
Il cambiamento


La porta si aprì, ed il Capitano del Titanic, nella solitudine della sua cabina di comando, dichiarava enfaticamente:
"Perirò con la nave! Non l'abbandonerò, e chi mi ama mi segua. Questi cavalloni, le schiume assassine che mi pervadono, si prenderanno il mio corpo ma non la mia anima, e dagli abissi di fondali melmosi io sarò l'angelo custode dei mar....blob blob blob…“
Eroicamente, cadde ma non si piegò, per l’appunto, ai furiosi flutti che lo investivano. Applausi.
Il capitano del Titanic, risorto nelle sembianze del quasi ventunenne Torretta Alberto, studente in filosofia con il pallino del teatro, fece il pieno di consensi in famiglia, ove aveva organizzato una piccola performance drammatica per
gli invitati al pranzo di Natale.
La pièce fu un successo, ed al protagonista furono così perdonate, nel corso della giornata, alcune stravaganze inopportune come una versione distorta di "Go tell it on the mountains" alla pianola, che non sapeva suonare, ed l'eccessivo fragore delle (abbondanti) digestioni della sua giornata.
Era, per lo studente in filosofia nonché leader dei Luxuria Betovox, un momento di gioia ed esuberanza incontenibile.
Per il veglione di capodanno, con Angela ed i fidi amici Paolo e Alfonso, partecipò ad una grandiosa festa, naturalmente al Salone Oratorio, ove non suonarono ma furono comunque grandi protagonisti. Molti ricordano ancora l'espressione stralunata di un tale che abbordava ogni ragazza gli capitasse a tiro introducendosi come "Eccelso Leader dei Luxuria Betovox", reperendo in cambio per lo più pernacchie e ingiurie. Inevitabilmente i tre, sotto lo sguardo schifato di Angela, si rovinarono in maniera vergognosa di leccornie e bevande non sempre leggermente alcoliche, ottenendo così di giacere dormienti, ben prima dello scoccare della mezzanotte, su divanetti e poltroncine, ove la ragazza li abbandonò al proprio destino.
Anche Gianni la sua fidanzata Lucia, erano presenti alla festa ma si ritirarono presto, fornendo ai conoscenti i più corretti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Mauro non c'era, si trovava all'estero ove stava trascorrendo una settimana di ferie.
Adesso, il complessino si sarebbe ritrovato dopo l’Epifania; quando la vita normale riprendeva per ogni essere vivente, a maggior ragione lo avrebbe fatto per i luxuriani.
In quell’inizio di 1989 Alfonso attendeva, non proprio trepidante, di essere chiamato per il servizio militare. Aveva così trovato un impiego come agente immobiliare per non occupare nullafacendo il tempo che gli restava da libero cittadino. Mentre cercava di districarsi tra compromessi e rogiti, affitti e vendite, terreni agricoli o edificabili ed altre complessità, una delle prime azioni che intraprese in questa carica fu quella di coinvolgere la band, tramite un suo collega, ad un pomeriggio di “festa” che si sarebbe tenuto il 22 gennaio presso un altro oratorio, stavolta a Saronno. L’ambiente verrà definito in seguito da Alberto “centro sociale per molto giovani”. In effetti il pubblico constava per la maggior parte di under 13 lentigginosi, maleducati e sovrappeso che s‘affannavano dietro a palloni e s’agguerrivano a rissare fin sotto il palco.
Il risultato fu piuttosto deludente: quei ragazzini petulanti ed ululanti in mezzo ad educatori un po’ distratti non erano forse la platea ideale per caotiche versioni di “Cocaine” o l’assolo lancinante che chiude “Unknown despair”. Per chiudere in bellezza la terza uscita della band, ci furono poi ben due tamponamenti sul viaggio, di Paolo e Gianni, senza per fortuna conseguenze fisiche.
Piuttosto imbronciati, i cinque si erano poi dati appuntamento alla settimana successiva per decidere il da farsi. Ma dalle prime prove post-Saronno non sorgeva nulla di artistico, anche se le cover e i pochi brani originali venivano sempre più perfezionati.
Quella nuova esperienza dal vivo ebbe però l’effetto di riverberare nel gruppo un senso di pesante infiacchimento, col risultato che per tutto il mese successivo creatività e brio restarono chiuse fuori dal cinque per quattro della sala prove.
Finalmente, una sera di marzo, Beto si era presentato a casa Garavani, con a guinzaglio il proprio bassista e senza avvisare della visita, esclamando: “Paolo, senti qua cosa ho trovato!!”
Durante i primi mesi del 1989 era stato pubblicato un album di una rock band americana, “Primary Domain“ dei Miracle Workers. Il genere del gruppo era costituito da giri di chitarra grezzi e veloci, arrangiamenti essenziali e voci snelle ed arrabbiate.
La stampa alternativa classificava questo stile come “garage punk”.
Una copia del disco era poi capitata nelle mani di Alberto, probabilmente senza che quest’ultimo ne corrispondesse un prezzo; l’eccelso leader ne era rimasto folgorato e aveva subito voluto dividere “l’emozione” di una simile scoperta con Alfonso e Paolo.
Che a loro volta si dichiararono entusiasti di quei suoni. Quando divenne chiaro che questo sarebbe stato il tipo di musica che volevano fare in quel momento, portarono il materiale a conoscenza del resto del gruppo. Il lunedì seguente, scendendo di corsa i tre scalini antistanti lo studio, i ragazzi erano certi che anche Gianni e Mauro avrebbero apprezzato il nuovo sound.
E per metà la previsione si rivelò azzeccata: Gianni esclamò: “Ah, i Miracle, ho sentito qualcosa, si, non sono male, per me si potrebbe fare anche qualcosa dei Morlochs o dei Chesterfield Kings, il garage in genere si sta riaffermando alla grande..”
L’atmosfera elettrizzante che si stava creando nello studio venne però presto smorzata dal tiepido riscontro di Mauro: “Mah..io non è che li conosca molto…si, potremmo vedere di mettere giù qualcosina..anche se io preferirei qualcosa di più tradizionale, non so, di più conosciuto…”
Vista la mala parata, Paolo se ne uscì con un diplomatico “Ehm..beh, dai vedremo, adesso facciamo qualcosa per riscaldarci…”
Per quella sera le innovazioni restarono intenzioni.
E la band si limitò ad un’ennesima riproduzione del repertorio, completamente priva di entusiasmo, seguita quasi automaticamente dai saluti e dall’appuntamento alla settimana dopo, tipo lavoro.
“Eppure questa è la musica da fare!!”
Stranamente aggressivo, Alfonso si era recato da Paolo qualche giorno più avanti con un nuovo testo.
“Perché non abbozziamo qualcosa su queste dodici righe, usando pochi accordi secchi e un riff veloce, un po’ cruento, magari?!?”. Presero in mano due chitarre e prima della fine della sera la canzone nuova era pronta.
Il cortile di proprietà di Paolo era l’ideale per le improvvisazioni artistiche dei ragazzi, rendendoli immuni da proteste per rumori o intrusioni di qualsiasi genere. Da questo momento, quella sarebbe stato un’ottima sede alternativa per sviluppare e mettere a punto le idee della band.
“Over the top” era effettivamente un buon esempio della nascente vena garage del gruppo, con una linea di basso coinvolgente e una giusta esplosione d’energia nel ritornello, mentre le parole altro non erano che un’insieme di maldestre invocazioni sessuali che facevano tanto volpe e uva...
“Chi più che il leader può cantare un testo del genere?!?” fu l’azzeccato commento finale dei due. Il pezzo fu portato il lunedì seguente in saletta. I commenti più entusiasti furono ovviamente quelli del leader. Gli accordi semplici e veloci e l’assenza di stacchi particolari, che facilitava di molto il lavoro di Gianni, resero possibile la definizione della canzone in pratica quella stessa sera.
Al termine: “Bravi, miei fidi, che pezzo, che pezzo! Con questo spacchiamo tutto…” aveva cominciato il leader nel solito, incontrollabile delirio. “Sempre che tu ne impari il testo, gli ingressi e il cantato” l’immancabile sottolineatura degli altri.
Inevitabilmente però, una piccola crepa stava insinuandosi nell’euforia del momento.
L’arrangiamento fornito da Mauro era piuttosto piatto, privo delle pur valide intuizioni che avevano reso accattivanti la cover di “Farfallina” o “Veliero”, ad esempio. Come in “Unknown Despair”, il tastierista si limitava al compitino, alla copertura. Fornì infatti una parte di tastiera freddamente impeccabile, senza esprimere giudizi o impressioni sul brano, come uno stipendiato al lavoro.
Già da qualche tempo, in verità, Molteni non trovava cose particolari da dire.
Sembrava poco interessato a rivestire di spunti di rilievo i brani non scritti da lui, e affiorava ogni giorno di più il suo crescente disinteresse, amplificato dai suoi silenzi e dalla mancanza assoluta di partecipazione a una vita sociale comune al di fuori del complesso. Ancora una volta, l’entusiasmo nascente veniva parzialmente offuscato. Ma per quella serata, come suggerì argutamente Gianni a chiosa della session, ciò che contava era “mettere una canzone nuova in cascina, buona per il repertorio e per i concerti”.
Fatto sta che, quando alla fine del mese un leader nel pallone più completo spalancò a calci la porta della saletta urlando esultante che aveva reperito, tramite ruffianerie ed ammiccamenti, alcuni biglietti per l’unica data italiana dei Morlocks a Brescia per il prossimo 11 aprile, persino Gianni si mostrò grato ed entusiasta, aderendo prontamente all‘invito. Ma la voce del loro assente tastierista forzò per una volta l’oblio ormai consueto nel quale s’era rifugiata per diffondere una frase raggelante:
“Grazie, ho di meglio da fare.”
E le prove, quella sera, furono un calvario. Pochi giorni più tardi, fu Beto a prendere in pugno la situazione.
“Mauro, cosa c’è che non va?”
“In che senso, scusa?’”
“Lo vedi anche tu, non prendiamoci in giro.Ti vediamo poco partecipe, poco entusiasta, anche a livello di rapporti tra noi, qualcosa è successo per forza…i primi tempi non eri così…”.
Il tastierista aveva fatto seguire un breve silenzio prima di rispondere.
Sospirò.
“Ragazzi, niente di personale, ma…questa musica che voi amate tanto, questo garage-punk, questi suoni nuovi, incasinati che avete portato nel gruppo..ecco, è questo il punto…vi siete accorti quanto sia lontano dalla mia estrazione musicale…è troppo il salto, la differenza tra la struttura e lo stile di uno “Stato In” e la vostra “Over the top“, ad esempio.”
La “vostra” “Over the top“?
Non era una canzone della band?
Ma anche quella traccia di discorso, quel tentativo di comunicazione tra parti distanti, fu lasciato cadere e superato dal connettersi svogliato degli strumenti nelle prese. A parlare, senza sorrisi, fu una musica stantia e risaputa, per un paio d’ore piuttosto vacue.
Il concerto dell’11 aprile fu l’unico momento memorabile dell’intero mese. I ragazzi se la spassarono immensamente, in modo particolare un leader carico e senza vergogna, che al termine del concerto si recò fin al backstage (incustodito) e si mise a chiacchierare con un inglese inventato con il chitarrista della band, che alla fine concesse al cantante dei LB di portarsi via la propria lattina di birra mezza sbevazzata, un plettro di plastica inservibile ed una delle sue magliette grondanti sudore e tanfo inenarrabili.
Ben felici di lasciare al leader i suoi trofei, gli altri si limitavano a farsi firmare autografi e a ridacchiare imbarazzati.
Ma anche Gianni, per quella sera, fu coinvolto e partecipe all’euforia generale. Per la settimana dopo, alle prove, fu lui stesso a proporre un elenco di possibili covers della band straniera, ma non se ne fece poi nulla.
In sala prove infatti, l’aria era sempre quella da due novembre: i ragazzi avevano l’impressione, ritrovandosi per suonare in quei primi, timidi, periodi primaverili, che il tempo trascorresse invano senza apportare impulsi e motivazioni artistiche di sorta.
Fino a che…
Il 19 maggio, arrivando in macchina alle prove, Alfonso aveva concluso il testo di “Open”.
Si trattava di un brano nuovo di cui Paolo aveva scritto la musica, uno scattante tricorde, sia strofa che ritornello, con intermezzo rallentato e breve ripresa del refrain nel finale. Alfonso lo aveva fornito di parole incitanti a muoversi, a dar sfogo alla propria creatività genuinamente, istintivamente, per non restare “fuori dalla vita che emana calore”, prendendo in prestito per l’occasione un possibile adagio del proprio capocomplesso.
Scendendo dall’auto, stava ripensando ai vari avvenimenti che avevano scombussolato la line-up della band nelle ultime, fondamentali, settimane.
Durante le prove precedenti, Mauro aveva infatti continuato a lavorare sulla propria musica quasi da separato in casa, proponendo ad un certo punto un pezzo nuovo, “Controcorrente”, che ricalcava i canoni del suo stile ormai collaudato. Ma la canzone era stata clamorosamente bocciata dal resto del gruppo, che ormai era incanalato verso stili e sounds decisamente agli antipodi.  
Al termine di quella stessa sessione di prove, il tastierista aveva lasciato la band, senza rancori, vista la crescente incompatibilità.
Non si sarebbe comunque dimostrata, a livello prettamente tecnico, una perdita irreparabile: Paolo aveva subito portato in saletta una tastiera di sua proprietà e, data la totale padronanza dello strumento, avrebbe provveduto lui a suonarne le parti necessarie.
Alfonso non potè reprimere un moto di tristezza, nel valicare l’ingresso della saletta con la consapevolezza che proprio la persona che lo aveva invitato a far parte di un complesso musicale era stata la prima ad abbandonarlo. Si rinfrancò, piazzando al suo fianco, tra il basso e il leggio, una nuova, bellissima, pianta di beniamino.
E la sessione di quel diciannove maggio procedette senza esitazioni o sbandamenti, inaugurando ufficialmente il nuovo corso.
I “Luxuria” erano rimasti in quattro, ma le idee erano chiarissime. Il rock grezzo e sporco era la loro strada.



 
Altri articoli...