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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 11

11 MARZO 2018

 

In effetti, frequentare con alterne fortune la facoltà di filosofia non era l’affare più remunerativo del pianeta. In effetti, forse il signor Enrico non aveva torto se, umilmente, gli ricordava che non era obbligato a non svolgere nessun tipo di attività, oltre naturalmente a dimenare un microfono spento.  In effetti, per il momento non era ancora riuscito ad usurpare lo scettro di Miglior Cantante garage-post/punk-new wave a pivelli come Luca Re o Gerry Mohr, che se facevano dischi di successo (coi Sick Rose e i Miracle Workers rispettivamente) era solo perché “avevano venduto la propria ispirazione all’eudamonìa delle grigie e nebulose major discografiche”. In effetti, l’universitario ventiduenne Alberto Torretta, in quella grigia fine inverno del 1990 cominciava a sospettare che avrebbe anche potuto mettersi nell’ordine d’idee d’iniziare a pensare di lavorare. Prese dunque quest’epocale decisione in un summit con i genitori, che sanciva il suo ingresso ufficiale nel mondo delle persone serie. Niente di pesante, sia chiaro, però anche quelle poche ore in cui aiutava i genitori nell’impresa familiare potevano dare respiro alle sue finanze dissestate.
Così gli venne messo in mano uno straccio, una scopa ed una paletta e gli fu affidato un localino ricavato nel laboratorio dove il padre lavorava con il proprio socio, che lui avrebbe riattato a mo’ d’ufficietto. La prima giornata di lavoro fu consacrata alla pulizia, ed Alberto soffrì terribilmente ma entro sera riuscì a rendere presentabile il proprio luogo di lavoro.
La seconda cosa che gli venne richiesta era di lavarsi il viso ogni mattina, pettinarsi, rasarsi se possibile e dimenticare il microfono in camera propria fino alle diciassette di tutti i giorni e le dodici del sabato.
Al termine della prima settimana aveva sperimentato tante novità, come l’ebbrezza della sveglia alle otto in punto, il contatto con l’acqua fredda e con il pettine dai denti aguzzi e nemici degli ispidi accavallamenti zazzeruti. Oltre al disbrigo di (semplici) pratiche contabili e di segreteria, gestione contatti ed appuntamenti e altre amenità.
Ma Alberto aveva una parola sola. Aveva promesso, in stretto ordine alfabetico: abnegazione, affidabilità, concentrazione, costanza, duttilità, impegno, presenza. E navigando a vista tra dubbi, perplessità ed istinto (e il costante monitoraggio del genitore, almeno all’inizio), s’adattò velocemente alla nuova “fase esistenziale” (come la definì lui stesso).
Un venerdì pomeriggio, un mesetto circa dopo il debutto di Alberto in società (lavorativa), il signor Enrico spalancò la porta dell’ufficietto del leader.
“Sono molto soddisfatto del tuo lavoro, figlio mio!” E con un sorriso a trentadue denti, gli appioppò una spaventosa pacca sulla spalla. Beto penò silente e mugugnò ringraziamenti.
“Eccoti la tua prima paga”. Gli allungò una busta. Discretamente, il leader l’aprì con avidità davanti al genitore e di fronte al primo stipendio della sua vita, una goccia di lacrima gli lambì il viso.
“Non ubriacarteli”, l’unica raccomandazione della madre. E Alberto la seguì alla lettera. Brindò quella sera stessa, in casa davanti alla tele, con birra e gazzosa e un panino alla nutella bianca.
Gradualmente, il signor Enrico prese ad affidargli incarichi di maggior responsabilità, senza dirglielo però, altrimenti se ne sarebbe certo spaventato ed agitato.
Forse desideroso di rendere partecipe il mondo della propria nuova dimensione, dopo una decina di giorni di lavoro aveva telefonato a Paolo.
“Amico, che si dice?!?”
“Oh, grande leader! Pensa che avevo proprio intenzione di sentirti. Allora, quand’è che ci troviamo per sbattere giù qualcosa?”
“Anche subito! Oh, ma lo sai che adesso lavoro dai miei?”
All’eclatante comunicazione seguì, dall’altra parte del filo, un attimo di silenzio: Paolo non riusciva a credere alle proprie orecchie. Aveva sempre considerato l’idiosincrasia per il lavoro di Beto un punto fermo del gruppo, da vero capo maledetto. Si riprese presto, e trattenne un dovuto “era ora!” uscendosene con un “eh, come mai?!?” che suonava ancora più irriverente. Alberto non ci fece caso e organizzò senz’indugio un meeting con il proprio chitarrista.
Quella sera, il cantante uscì di casa con un berretto da anziano calato sulle ventitré, un impressionante maglione a girocollo a sfidare le prime tiepide serate di metà aprile e un microfono senza cavo che avrebbe scosso durante quell’incontro col chitarrista.
Alberto riassunse nel giro di trenta secondi il proprio debutto professionale, dopodiché proclamò:
“Facciamo un pezzo.”
Chiese all’ospite un kit di bonghi, piatti e percussioni varie, perché voleva creare un brano che lo riconducesse al contatto perduto con la terra. Gli fu replicato che al massimo poteva avere un vecchio flauto che Paolo aveva usato alle scuole medie nell’ora di musica.
Lui rifiutò cortesemente, temendo di non poter assecondare la propria ispirazione in mancanza di un veicolo strumentale adeguato.
E per la mezz’ora che seguì, non successe nulla.
Ad un dato momento di quella serata all’apparenza inconcludente mentre Paolo si trastullava con dei giri in maggiore, il leader prese ad ululare con accanimento verso la porta chiusa della stanza, blaterando frasi sconnesse:


“…risveglia, risveglia il tuo orgoglio!…….”
“…..esci, esci dalle salme sepolte nei campi comuni, dove l’ombra t’insegue, non te ne liberi mai!!………..”


ed altre eccentricità del genere.
Paolo, dopo aver verificato che i genitori, al piano sottostante, non avessero interpellato il 113, iniziò ad accelerare i giri che stava suonando, creando una sequenza essenziale, che si ripeteva per il brano intero, su cui il leader imperniò un testo gagliardo, inneggiante al coraggio, appunto, di uscire “dall’imperdonabile mediocrità di un’esistenza anonima“, e lo colorò di un ritornello memorabile:


“Colora ciò che fai / e fatti i c…. tuoi
E brucia dentro te / e non ce la fai mai
Difenditi tra noi / Discolpa le tue colpe!!!!”

La canzone venne concepita come un’espressione quasi interamente garage-punk, secca e veloce, con un intermezzo rallentato e tendente al psichedelico, che i due immaginano coperto dal solo basso, in cui il leader declama le nefandezze poetiche sopraccitate, prima di riprendere in un finale ancora più accelerato il riff, ribadito ad libitum.
Per il finale della canzone, Astorri estrasse dal suo cilindro di proposizioni memorabili quanto segue:

“Ricorda quelli che / non si fanno più eroi / ricorda / non te liberi mai!!!”

Alberto nominò insensatamente il nuovo brano: “Sentieri interrotti”.
L’entusiasmo tra i due era alle stelle, ancora una volta da una serata qualsiasi era nato un pezzo memorabile. Non lo ripeterono che un’altra volta, davanti ad un registratore per non correre l’aberrante rischio di perderlo, dopodiché si prepararono a festeggiare degnamente l’Evento.
Alberto espresse il proprio compiacimento dimenando il microfono (che era rimasto spento per l’intera serata) in lungo in largo e sfiorando più volte i vetri del mobile bar del salotto, mentre il collega era senza fiato dal terrore.
Garavani s’affrettò a trasportare sé stesso, il registratore con il fresco parto ed il proprio pericoloso cantante in un bar.
“Certo che sarebbe bello riportare le creazioni di serate come questa in saletta, colla band al completo”.
La riflessione di Paolo davanti a due Guinness e al banco semi-vuoto del Beamish Pub di Magenta ebbe il potere di intristire leggermente il capo, che replicò blandamente:
“Ma come facciamo. Gary tornerà fra due settimane, e Gianni..”
“Gianni potrebbe anche farsi sentire, fa parte anche lui o no del complesso?!? Sempre che abbia ancora intenzione di farne parte!!”. Fu Paolo, questa volta, a mostrarsi deciso. Continuò poi lo stesso chitarrista: “Nel live del primo giugno voglio portare anche il brano che abbiamo creato stasera. Volente o nolente, il nostro buon batterista ha più di un mese per impararlo. Quando torna il Gary, chiameremo anche lui e faremo delle prove serie. Ma dopo il primo giugno, non potremo più posticipare la soluzione di questo problema.”
La sottile alterazione del normalmente imperturbabile Garavani colse Beto di sorpresa, tanto che dimenticò persino di scroccare da bere come soleva fare dal generoso amico. Brutto segno, notò quest’ultimo, felice però per una volta di non consumare una birra al prezzo di due.
Era abbastanza singolare che l’unico componente del gruppo costretto a sottostare al servizio militare fosse in quel momento quello con il morale più alto. D’altronde, se la sorella si sposava la mattina di sabato 2 giugno, lui ragionevolmente avrebbe dovuto essere a casa almeno nel pomeriggio di venerdì. Oltretutto stava avvisando “il suo maresciallo preferito” con circa due mesi di anticipo, certo che questi non avrebbe avuto nulla da ridire a rilasciargli una licenza di tre giorni con decorrenza venerdì a mezzogiorno.
Mentre esponeva questa “faccenda importantissima”, Alfonso aveva la faccia più sincera ed innocente dell’universo. Milioni non era uno stupido, eppure non ebbe difficoltà ad esaudire le richieste del ragazzo, forse convinto da una balla ben architettata, o magari semplicemente grande fan della band. Naturalmente il quattrocorde lo aveva adeguatamente ringraziato; pensò dapprima di fargli un autografo con dedica, ma saggiamente recedette da quest’idea, prima che l’altro si sentisse vagamente preso per i fondelli stracciando così sul nascere il preziosissimo permesso.
Alfonso quella sera non approfittò nemmeno della libera uscita, sopportò fischiettando l’abituale coda all’unico (!) telefono funzionante di quell’ala della caserma e comunicò senz’altro ai signori Torretta & Garavani la grande notizia della disponibilità assicurata per il secondo “Redial Live”.
Durante il contatto telefonico, incurante della fila che andava prolungandosi dietro lui, reclamò a gran voce una session di prove, come minimo, per il suo ritorno, previsto appunto per la sera dell’ultimo venerdì del mese.
“Contattate Gianni, estorcetegli la presenza a forza, ditegli che torno apposta per provare, inventatevi quello che vi pare, però cercate di convincerlo o lascio il gruppo!!”.
Gli altri non osarono nemmeno ventilare un eventuale fallimento della “missione“, limitandosi ad annuire saltuariamente. Esaurito il delirio, Alfonso mollò la cornetta in faccia al proprio leader e se ne tornò di corsa in camerata, passando ovviamente dallo spaccio a prendersi una scorta di Kinder cereali al latte. Elettrizzato dalla situazione, il nostro alpino si svaccò in branda con le cuffie in testa, rinunciando persino a sbirciare la ricchissima collezione di “Emozioni bagnate” che un suo commilitone grasso, occhialuto e sconvolto dall’acne non si faceva mai mancare.
Di fronte a un intimazione tanto perentoria che giungeva da quelle alte (più o meno) vette, Paolo e Beto si decisero alfine, un paio di giorni più tardi, ad interpellare il batterista. Stabilirono di compiere il contatto fuori casa, e si sarebbero così incontrati al bar armati di scheda telefonica per riaffrontare il riottoso drummer, che non vedevano ormai dalla disastrosa session a tre di fine febbraio.
La sera successiva, la due cavalli condotta da Beto frenò con violenza fuori dal Beamish Pub occupando incivilmente un passo carraio; ne scesero i due quarti dei Luxuria Betovox intonando senza troppo rispetto dell‘armonia una versione garage punk di “Crudele“ dei Bisonti.
Entrarono. “Prendiamo da bere? Solita guinness, leader?” Alberto non rispose subito, prese a guardarsi intorno in modo circospetto, la sua irrequietudine traspirava da ogni poro, finalmente aprì bocca.
“No, aspetta, dai, fai questa telefonata così vediamo come va.”
Perché naturalmente se lui aveva idee ed impartiva ordini, non era poi preposto ad eseguirli.
Paolo compose il numero di Gianni e il faccione barbuto (ma meno del solito, da quando lavorava) e spettinato (su questo non s’era potuto apporre rimedio) del capo si appropinquò al ricevitore per cercare di captare qualcosa.
Dopo qualche scambio di convenevoli, che non ebbe altro effetto che aumentare la tensione latente, finalmente Paolo espone a Colombini il reale scopo della telefonata.
“Certo ragazzi…si, capisco, dobbiamo suonare tra un mese e mezzo e una ripassatina è meglio farla…………no, no chiaro, non voglio mica tirar pacchi, ci sarò sicuramente………………a proposito, quando torna Gary? Fine mese? OK, facciamo quel sabato pomeriggio lì, allora………me lo confermate poco prima? Anzi no, diciamo che se non ci sentiamo più, resta fissato così, OK?!?..................No, no, non c’è niente che non va, ma tanto……………….sapete che a ranghi incompleti non mi piace mettermi lì a provare……………..certo tutto bene, tranquillo, allora ci si trova il 28 in saletta, ciao, grazie, ciao Paolo, salutami anche il Beto, eh!”
Garavani depose la cornetta e la sua smorfia non lasciava presagire molto di buono.
“Allora?!”, chiese impaziente il leader.
“Si, viene. Solo perché “una ripassatina è meglio dargliela” e perché “siamo a ranghi completi, sennò non mi va di mettermi lì a suonare“. Poi ha preso un calendario da qualche parte e ha stabilito il sabato delle prove, come dovesse fare una visita oculistica. Ti rendi conto.”
Certo che si rendeva conto il leader e, alla pari di Paolo, forse un po’ se lo aspettava pure.
Non s’attendevano certo sciabolate di entusiasmo dal loro distante batterista. Ma questo suo atteggiamento, quasi di un precettato al lavoro, li immalinconiva. Tutto ciò si ripercosse amaramente sull’umore dell’intera serata e al momento delle ordinazioni il gestore del locale non riusciva a credere alle proprie orecchie. Infatti rinunciarono alle guinness optando per una cedrata e un chinotto, addirittura col limone e senza ghiaccio.
Niente panini con speck, burro, mostarda, crauti e salsa whisky, ma pacchetti di salatini.
Oltretutto rientrarono presto e senza intonare cori di sorta.
All’ingresso del proprio cortile, Alberto non sgommò nemmeno, come era solito fare, particolarmente quando rientrava la sera tardi per il gusto di spaventare i vicini, ed effettuò una manovra corretta e silenziosa.
Paolo s’addormentò scordandosi di dare la buonanotte al poster di David Gilmour, immortalato on stage. Anche il walkman con una versione lisergica di “Set the control for the heart of the sun”, che aveva preparato per favorire il sonno, rimase inutilizzato.
Il giorno dopo, all’orario che l’amico gli aveva indicato, Paolo richiamò Alfonso e lo mise a parte degli avvenimenti della sera precedente. La missione era compiuta, Gianni era stato avvisato ed aveva dato il suo benestare al concerto prossimo venturo e a svolgere una prova alla fine del mese corrente, a formazione completa, beninteso. Nondimeno Gary ne fu molto contento, ed espresse prevedibili banalità circa il fatto che non vedeva l’ora di tornare ed altre insulsaggini sulla grande, imminente reunion del complesso, che Garavani ascoltava con un sgradevole senso di frustrazione.
Il piglio della telefonata di Paolo s’era mantenuto abbastanza elevato da non suscitare il minimo sospetto ad Alfonso sul reale clima che si respirava nell’ambito della band.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 10

6 MARZO 2018

 

CAPITOLO 10 -
Secondo distacco

Le ultime due settimane di CAR non portarono novità di rilievo, in quello che per Garimbelli si era rivelato poco più di un ripetitivo tran tran.
Finalmente il 6 marzo, di buon mattino, un pullman carico di reclute fresche di giuramento attraversava stancamente la Torino-Venezia. All’uscita di Peschiera, il mezzo iniziò l’arrampicata verso il Brennero. Vedendo le prime colline elevarsi fino a trasformarsi in veri e propri gruppi montuosi man mano che ci si avvicinava a Rovereto, una delle spine smise di guardare fuori dal finestrino con aria da sfigato per allacciarsi un walkman, che lo separasse almeno temporaneamente dal pensiero della sua destinazione.
E che altro poteva ascoltare Alfonso, se non la registrazione del live al Redial tenutosi meno di due mesi prima?!?.
Per quanto lo negasse a sé stesso, il pensiero tornava sempre lì. La prima fase del servizio militare era trascorsa nel migliore dei modi: la nostalgia, la noia, la sofferenza, erano termini lontani dalla realtà che stava vivendo, troppo grevi per essere applicati a quel momento. Aveva infatti appena speso un altro fine settimana a casa, il secondo in trentacinque giorni, non poteva certo definirsi un esiliato.
Ma ancora una volta aveva trascorso l’intera licenza in famiglia.
Tanto che i suoi cari gli avevano chiesto, la domenica mattina, se per caso fossero sorti dei problemi con gli altri amici della band.
Ma non volendo svelare il vero motivo del suo comportamento, aveva replicato da mentecatto:
“Queste licenze concedono un raggio d’azione troppo esiguo per radunare l’ispirazione e la concentrazione necessarie onde riprendere il discorso artistico momentaneamente interrotto”.
Con un simile excursus, i suoi cari non osarono più tornare sull’argomento.
In effetti, lui era stato dubbioso, poi aveva lasciato perdere. In una cosa aveva detto il vero: era davvero troppo breve la licenza per mettere mano ad una situazione delicata come si stava facendo quella luxuriana, ma non certo per motivi “artistici” come il bassman millantava.
Oltretutto il fatto che nessuno dei compagni si fosse fatto vivo con lui lo portava a pensare che non ci fossero novità di rilievo.
Non potè dunque andare diversamente dal fatto che, nel momento in cui Alfonso saliva per la terza ed ultima volta sul familiare treno per Cuneo, fossero ormai trascorsi quindici giorni dagli ultimi contatti con membri dei LB.
Ma la voglia di imbracciare il basso si insinuava sempre più prepotentemente.
Per il momento la calmava a colpi di ascolto, come stava facendo ora, sul pullman che lo recapitava sulle Dolomiti.
Si trovava curiosamente ad apprezzare i brani che aveva creato con gli altri tanto più adesso che era lontano e che, come capitava a coloro che venivano trasferiti alla destinazione definitiva, per almeno un mesetto non sarebbe più tornato a casa.
Giunsero a Laives, alle porte di Bolzano, che era ormai pomeriggio tardi.
La caserma era situata in una stradina di periferia, tra campi coltivati principalmente a frutta, e lui venne colpito dalle figure schematiche dei vigneti e dei meleti, dal silenzio e la tranquillità circostanti; il tramonto sembrava aver ritirato ogni anima viva al caldo delle proprie case, così nessuno si accorse che il celebre bassista dei Luxuria Betovox era giunto nella valle.
La corriera varcò il limite della zona militare e s’arrestò al centro del piazzale d’ingresso, dopodiché le porte si aprirono. L’inverno era agli sgoccioli, ma l’aria ancora frizzante portò ad Alfonso un brivido di freddo nello scendere dal mezzo.
Tralasciando tutte le tristi formalità cui un soldato primi anni novanta doveva sottostare, ecco la nostra recluta appena un paio d’ore più tardi che attraversa pensoso la celeberrima Piazza Walther, insieme ad uno sparuto gruppo dei nuovi compagni.
Guardava intorno a sé senza particolare malinconia, pensava solo ad acclimatarsi, anche in senso stretto, e a organizzarsi per rendere meno acuta ed inutile la lenta agonia del tempo in quel luogo per lui per forza di cose tanto estraneo.
Rifiutava di considerare quello che stava attraversando come un anno sabbatico, di forzata vacanza. Voleva sfruttare al meglio quelli che, inevitabilmente, sarebbero stati i tempi morti del suo soggiorno alpino.
Si sarebbe messo a scrivere, pensò di colpo.
Qualsiasi cosa: pensieri, poesie, persino testi di eventuali nuovi pezzi, lettere, perché no?!?
Sì, avrebbe scritto, grande idea!! Si sentì subito meglio.
Con fare più rilassato trascorse quella prima uscita serale concedendo maggior attenzione alle attrattive locali, le quali certo non mancavano. In una viuzza poco lontana dal centro individuò subito un negozio di dischi, e poche centinaia di metri più oltre una libreria. Ma quello che più lo incuriosiva era la miriade di bottegucce artigianali colme di prodotti folcloristici, talune ancora aperte sebbene fossero le dieci di sera.
Oppure i numerosi mercatini di Natale, tuttora attivi anche fuori stagione. Si ripromise poi di passare da quelle parti per i regalini da portare a casa in licenza.
Catturò l’ultimo autobus in tempo per non commettere un clamoroso mancato rientro a poche ore dall’arrivo e rientrò in caserma allegrotto, canticchiando una versione post-moderna di “C’era un ragazzo” di Morandi, mimando con gesti inconsulti le mitragliate citate nel testo. Si guadagnò in questo modo le prime occhiate perplesse da parte di alcuni militari, che attribuirono il suo comportamento allo shock da sbarco nella valle.
Verso la metà del mese, ecco partire le prime missive: una, doverosamente, alla famiglia. La seconda era invece indirizzata ad “Artista Cantante Alberto Beto Torretta, leader del gruppo rock-garage-punk Luxuria Betovox”. Fu tentato di non mettere nemmeno l’indirizzo, ma poi considerò opportunamente che la loro notorietà non era ancora tanto vasta.
Sarà però proprio via lettera che il nostro alpino riceverà, alcuni giorni più tardi, il testo della nuova canzone made in LB, “Metanoia”.
Ma per il ragazzo, la notizia più sconvolgente, ricavata dalla stessa missiva, era la seguente:


“Gentile bassista Garimbelli,

(………………..) la sua presenza è dunque fortemente richiesta presso il Club Redial di Magenta la sera di venerdi 1 giugno 1990, per lo svolgimento di un nuovo concerto dal vivo del ben noto complesso musicale dei Luxuria Betovox”.
Era la fine di marzo, Alfonso non era ancora tornato a casa dopo l’approdo a Bolzano e pensò che i suoi compagni di avventura musicale dovevano essere impazziti. Quel pomeriggio fu talmente sconvolto che al poligono riuscì addirittura a scheggiare un paio di volte il bersaglio, invece di disperdere le pallottole tra i boschi come aveva fatto finora, per la disperazione del caporal maggiore. “Meno male che stasera non sono di guardia” pensò ridendo. Era già eccitato, ormai mancavano pochi giorni alla licenza e all’inevitabile summit luxuristico che ne sarebbe seguito. Venerdi 6 aprile, a un mese esatto dall’arrivo nella valle dei tamocchi, come era allegramente definita la zona dai soldati lombardi e piemontesi che l’affollavano, un alpino in abiti borghesi che militava nel complesso di musica leggera “Luxuria Betovox” si recava in treno verso l’agognata Stazione Centrale di Milano. Tale era la smania di tornare, che sarebbe sceso a spingere lui stesso l’intercity affinché scivolasse più velocemente sulle rotaie.
Alfonso riabbracciò la mamma e il papà provando finalmente la gioia sincera del ritorno, sebbene dovesse ribadire a sé stesso che non aveva particolarmente sofferto quell’esperienza fino ad allora. Il sabato fu consacrato alla vaschetta in bicicletta sul Naviglio, in un clima già docile grazie ad una primavera stranamente puntuale.
Gli amici che lo accompagnavano l’accerchiavano di domande circa il servizio militare; lui tendeva a “betizzarsi”:
“Quindi ti stai trovando bene, finora?!?”
“Come no! Non è certo quell’inferno che si descrive, ho tempo per leggere e scrivere, poi anche la zona turisticamente ha un certo fascino, se si riesce a distaccarla dall’ambito militaresco in cui si è forzatamente inseriti, poi c‘è sempre il fascino della divisa, il blasone del corpo degli Alpini, il senso d‘appartenenza, l‘orgoglio de…”
Prima di essere lanciato nel corso d’acqua con la bici e lo zainetto, pensò bene di ridimensionare l’esagerazione.
Parlarono presto d’altro: Alfonso espresse la sua euforia:
“Ragazzi, tra due mesi scarsi ci sarà un nuovo live della mia band, sempre all’ideal, vi voglio tra il pubblico, portate anche le ragazze, le amiche, le amiche delle amiche, papà, mamma, chi vi pare, però venite a vederci, mi raccomando, è importante, importantissimo, fondamentale direi…”
“Perché?”, azzardò qualcuno dal centro del gruppo.
Non sapendo cosa replicare ad una domanda che era semplicemente logica, Alfonso piazzò uno scatto da consumato velocista, guadagnando in pochi secondi centinaia e centinaia di metri di vantaggio. Quando alfine gli altri lo raggiunsero lui era già sparapanzato al sole in una piccola rientranza a pelo d’acqua con una Sprite in mano, e nessuno gli ribadì la domanda di poco prima.
Rivide gli altri la domenica sera, e gli spiegarono che Paolo aveva contattato nuovamente Pisani per chiedergli la possibilità di una data, nascondendogli ovviamente il fatto che il repertorio sarebbe per forza di cose stato lo stesso di gennaio (“tanto cosa capisce quel vecchio?!?”); la scelta era caduta su venerdì 1 giugno.
Visto il successo dell’edizione precedente, il buon uomo aveva acconsentito di buon grado all’idea di un’altra serata.
Quella sera però solo tre furono i Luxuria che si incontrarono davanti a una birra scura al vecchio “Connie’s Land” di Pontevecchio.
Il militare mitragliava i due amici con spinose, irrisolte questioni:
“Ma..con Gianni?!? Come va? Vi siete trovati con lui qualche volta oppure...sa del concerto? Cosa pensa di fare con la band? Non dobbiamo aspettare il mio congedo per risolvere la questione una volta per tutte…”
Fu il leader ad aggiornare Alfonso sul difficile momento tra il batterista e gli altri. “Vedi, le cose non sono cambiate da quando ci siamo incontrati a Cuneo” iniziò dopo un sospiro. “Abbiamo preso dei contatti, ma si sono risolti in un nulla di fatto. Metanoia l’abbiamo scritta a casa, per conto nostro…la creatività in studio sta languendo …certamente gli abbiamo accennato al fatto che vorremmo fare un live sfruttando una delle tue licenze, ma ha fatto un sorrisino strano e ha detto solo di informarlo per le prove..cioè in pratica..”
“Cioè in pratica” lo aveva interrotto il chitarrista, “è chiaro ormai che, al di là delle motivazioni tecniche di cui parlavi il giorno del tuo giuramento, forse non abbiamo soltanto più molto da dirci.”
Ad Alfonso fu subito chiaro che quello sarebbe stato l’ultimo concerto con Gianni come compagno di sezione ritmica, ma si espresse in maniera contraria a quello che era il suo stato d’animo. “Lo chiamo io, se volete. Gli racconterò un po’ del militare e gli dirò che suoneremo il primo giugno, magari se ci rivediamo tutti assieme un po’ di brio ritorna..”
“Come sono le tue date adesso?”
“Riparto domani sera e tornerò alla fine di aprile, ancora per tre giorni. Cercherò di fissare le prove una di quelle sere, ci saremo tutti, sono sicuro. Stabiliremo la scaletta e prepareremo il concerto come si deve!!”
“E presenteremo sicuramente ai nostri cari vecchi amici dell’Ideal quel grande nuovo meraviglioso pezzo che è Metanoia, olèè!!!”, riprese un rincuorato leader.
L’urlaccio di Beto, oltre a far voltare gli astanti e crollare a terra con una manata il boccale di Guinness non ancora terminato, ebbe il merito di risollevare definitivamente il morale della band, e la colpa di lordare i calzoni di Paolo, che inveì pacatamente, come era nel suo stile.
Uscendo per rientrare, Alfonso pensava a Gianni.
Gli spiaceva che le cose andassero così, ma era evidente che Paolo aveva colto nel segno.
Il giorno dopo telefonò all’amico batterista, così come si era ripromesso, e fu una telefonata piacevole, addirittura allegra in certi punti…
Alterando la voce, aveva così impostato la chiamata:
“Pronto, parlo con il batterista della celebre band dei Luxuria, Luxuria Betovox?”
“Uè, Gary, vecchio milite, che si dice?”
“Acc…mi hai riconosciuto, e io che credevo di ..”
“No, in effetti non mi aspettavo di sentirti, non sapevo nemmeno fossi a casa…il fatto è che tu inizi sempre
le tue chiamate chiedendo se stai parlando con il batterista ecc.ecc.”
Quindi non è difficile riconoscermi, pensò Alfonso.
Se non era difficile riconoscerlo, era anche altrettanto inutile che lui si perdesse in formalismi e convenevoli di facciata.
Passò subito a parlare del gruppo, anche se una volta deposto il telefono si pentì quasi di quell’essere andato subito al nocciolo, dopo mesi in fondo che non si vedevano.
Avrebbe voluto sapere come stava, un po’ gli era parso strano che non si fosse presentato al suo giuramento,
ma una volta che la conversazione prese la piega scottante dei rapporti in seno alla band, non fu più possibile mutarla.
Non si rivelò comunque un contatto totalmente negativo. Gianni non si mostrò offeso di non essere stato avvisato dagli altri dell’idea del live, e si rese disponibile per il concerto.
Ma dai toni dimessi che il batterista usava, (“Si..vediamo…diciamo che in linea di massima ci sono“), Alfonso ebbe l’impressione che lo facesse solo per amicizia nei suoi confronti.
Stavano a un certo punto per chiudere il dialogo e darsi l’appuntamento alla fine del mese successivo. Quando però il bassista chiese a Gianni se nel frattempo si sarebbe trovato con gli altri, la risposta lo aveva gelato.
“Non è necessario, tanto non potremmo fare le prove al completo.”
Qui Alfonso ruppe gli indugi.
“Gianni, cosa pensi di fare?!?”
“Non so. Tu sai che io amo suonare, mi piace davvero. Ma questo senso di estraneità inizia veramente a pesarmi. Comunque non voglio rovinarvi i piani, ci sarò sicuramente il primo giugno. Quando poi hai finito la naia…magari dopo chiariamo tutto, OK?”
“Va bene, Gianni. Arrivederci al mese prossimo.”
Si era aspettato sinceramente qualcosa in più, a livello di band, da quella prima licenza “lunga”. Invece si rendeva conto che l’incomunicabilità tra le due parti rischiava seriamente di minare l’equilibrio del gruppo.
Sul treno del rientro di quel lunedì sera, fu soltanto blandamente distratto dal fascino del cambio di stagione, che permetteva d’iniziare ad assaporare una mitezza insospettabile solo un mese prima, allo sbarco nella valle.
Un temporale accolse il mezzo appena varcato l’ingresso della provincia di Rovereto, tanto avrebbe preso il taxi, pensava lui, non doveva distrarsi.
Era concentratissimo, circa una questione urgente da risolvere.
La certezza di ottenere una licenza per il primo giugno.
Scendendo dal predellino e mentre già si guardava in giro per scorgere l’agognata auto gialla, ecco l’illuminazione.
Convenne con sé stesso che l’idea era davvero brillante e si sbattè contento e stanchissimo sulla branda.
La mattina di martedì 10 aprile superò, non senza piccole sbavature da shock di rientro, le formalità usuali curando al minimo i dettagli: la pettinatura, la rasatura, l’ordine dell’uniforme, la lucentezza degli scarponi, e si recò fiducioso nell’ufficio di logistica ove lavorava.
Salutò a trentadue denti il suo diretto superiore, il Maresciallo Milioni, romano di Ponte Milvio al quale, con aria disinvolta, durante una breve pausa caffè, chiese di poter parlare.
“Dimmi, dimmi pure, Alfonso.”
“Caro Maresciallo, conto su di lei. E’ davvero una faccenda importante e delicata, ma non le ruberò molto tempo, poi tornerò subito al lavoro.”

 

AVVISO DI PUBBLICAZIONE

1 MARZO 2018

AVVISO DI PUBBLICAZIONE

Informo che la versione cartacea de “Il giardino cinese” sarà fra poche settimane disponibile in librerie dislocate per l’intero territorio nazionale.

La casa editrice è la Calebano Editore, la data prevista è l’11 aprile

Cliccando sul link trovate nomi e indirizzi dei punti vendita dove il romanzo sarà venduto a 20 euro.

http://www.directbook.it/librerie.php

Acquistate numerosi...

Grazie

Alfonso

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 9 - METANOIA

25 FEBBRAIO 2018

 

CAPITOLO 9 -
Metanoia


Il signor Pierluigi era certamente un uomo di buon carattere. Sempre sorridente, affabile, salutava i passanti dall’ufficio a fianco dello show room, che dava direttamente sulla strada, lo stesso ufficio nel quale anche Paolo ormai da qualche anno stava impratichendosi.
Quel lunedì sera, al ritorno del figlio dalla serata musicale, la sua faccia stranamente abbacchiata di Paolo rappresentava una novità che non era sfuggita né a lui né alla moglie.
Altresì singolare il fatto che il ragazzo si fosse presentato ben prima di mezzanotte, classico orario di rientro.
Loro sapevano che quel passatempo per lui era diventato di volta in volta più importante, ed avevano sempre incoraggiato il ragazzo a proseguire. Qualche volta si erano anche mischiati tra il pubblico, divertiti dalle performance del leader anche se, dovevano ammettere, ascoltavano generi di musica decisamente agli antipodi.
Così quella sera chiesero lumi al ragazzo. Paolo spiegò brevemente ai genitori il piccolo inconveniente verificatosi alle prove, o meglio al posto delle stesse. Il signor Pierluigi riflettè un pochino, poi disse al valoroso militante nella grande band dei Luxuria Betovox:
“Per quel poco di pratica che io ho di queste cose, non mi sembra che lo screzio con Gianni sia insanabile, o sbaglio?”
“No, papà, certo, però quello che notiamo, e che lui stesso ammette, è che non condivide l’entusiasmo, l’adrenalina, se così si può dire…è come fosse diventato un lavoro per lui. Finisce le prove, ritira le sue cose, saluta e se ne va. Non ride più, non partecipa agli scherzi…”
Il chitarrista fece una breve pausa, come a riordinare le idee, poi riprese:
“Stasera oltretutto ci ha detto chiaramente, ad esempio, che il gruppo per lui viene dopo tante cose, dopo gli impegni personali con la famiglia, con la ragazza…”
Il padre lo interruppe:
“Non trovi che abbia ragione in questo? Io non credo che tu, Alfonso o Alberto, riteniate davvero di vivere un’esperienza che metta in secondo piano i vostri affetti più cari, o i valori più importanti…”
“Certo, papà, questo è evidente, non c’è neanche bisogno di dirlo…ma l’avercelo sbattuto in faccia così chiaramente… quasi freddamente…è stato piuttosto scioccante…”
Stavolta fu il padre a restare qualche istante in silenzio, pensieroso, senza perdere di vista l’espressione corrucciata di Paolo.
Infine:
“Ascoltami, Paolo. Forse l’entusiasmo, i concerti, il gradimento degli amici, vi stava portando leggermente fuori strada. Tutto questo può essere esaltante, ma bisogna stare attenti a non mischiare, anche inconsciamente, realtà e fantasie, divertimento e gioco con la vita reale.”
Il giovane si fece più attento ed assunse un’espressione grave, quasi preoccupata.
Il padre s’affrettò a riprendere:
“Lo so che non è il tuo caso, sei sempre stato un ragazzo responsabile e tanto più lo noto da quando ti stai facendo le ossa qui. Come probabilmente hai sempre saputo, questa è una di quelle passioni che non potrà mai salire oltre la quinta, massimo quarta, posizione, nella scala dei valori importanti della vita, è così per il 99% dei ragazzi come voi.
Prima o poi, gradatamente, ci si stacca, è inevitabile. Subentrano nuove priorità, si fanno delle scelte. Con Gianni forse, questo è uno dei quei momenti, ma non sarà la fine della vostra avventura, se davvero vi va di suonare. E finchè puoi, vogliamo che tu vada avanti, ti diverta, purchè non vi prendiate troppo sul serio.
Per quanto riguarda il lavoro, il nostro futuro, io sono convinto anche che potrò fidarmi sempre più di te. Anzi, come avrai notato, lo sto già facendo da qualche tempo.”
Qui lo sguardo del signor Pierluigi si mosse rapido verso il figlio come a cercare una conferma alle sue ultime frasi.
Paolo, visibilmente rinfrancato ricambiò l’occhiata al padre con un sorriso: aveva capito.
Col trascorrere dei giorni si avvicinava anche il momento del giuramento del milite noto, fissato per sabato 24 febbraio. Non che Alfonso se la passasse male, solo che, come scrisse a Paolo una settimana dopo l’insediamento cuneese, aveva un bisogno quasi fisico di imbracciare il basso e “lanciarsi in lisergiche versioni di “Your brown eyes”.
Si lamentava particolarmente che le radioline dei camerati emettessero sempre “le solite cretine musichette pop”, che nessuno avesse mai sentito parlare dei Ritmo Tribale e che tutti confondessero il garage (punk,ndr.) con il posto auto.
Anche questa tematica venne affrontata nel vertice che i LB, senza Gianni, tennero lunedì 19 al vecchio “Circolone dei Reduci e Combattenti” di Boffalora.
Il leader, davanti a un ginger soda con una buccia d’arancia intinta nello zucchero, tornava inevitabilmente sulla spinosa problematica relativa al batterista.
Beto: “Più ci penso, più non capisco il discorso di Gianni. Cosa potrà aver causato la mancanza di confidenza, perché questo problema emerge solo adesso, dopo un anno e mezzo che suoniamo insieme, è strano…“
Paolo, memore del colloquio avuto la settimana precedente con il padre, cercava di tranquillizzarlo, brandendo con sicurezza il proprio succo di tamarindo al limone verde.
“Io credo che sia semplicemente apatico, stufo, o di noi o di quello che suoniamo, e magari pensa che senza il Gary (ennesimo nomignolo affibbiato al bassista) sia più facile farcelo capire. Una cosa è certa, se si estrania, è perché lo vuole lui, noi facciamo di tutto per coinvolgerlo”.
Durante la settimana non si registrò alcun contatto tra il batterista ed i suoi due colleghi. Questi ultimi avrebbero partecipato al giuramento di Garimbelli, il sabato successivo.
Quella mattina, cupa e molto fredda, i due ragazzi presero posto sul treno delle 9,42, poco affollato ed ancor meno pulito, con il morale non eccessivamente elevato.
Paolo, ancora assonnato, guardando fuori dal finestrino non riusciva a notare altro che nebbia fuligginosa mentre avvertiva un senso di disagio crescente.
“Non riesco a credere che tre anni fa c’ero dentro io”, mormorò rivolgendosi ad un leader svaccato sui tre posti in fila dello scompartimento, “non invidio proprio il nostro quattrocorde!”.
Alberto non commentava, ma doveva aver messo in circolo la considerazione del proprio chitarrista, dato che circa un’oretta più tardi, mentre transitavano per Fossano, iniziò a lanciarsi in un’invettiva pseudo-reazionaria sulla “necessità di un servizio militare duro e cazzuto, per l’educazione morale e patriottica dei giovani smidollati di oggi“, con voce tonante e fiera e mani teatralmente spinte verso l’alto.
Due fidanzati che si scambiavano effusioni tre posti più avanti si staccarono repentinamente senza osare alzare gli occhi; contemporaneamente, una vecchia dall’altra parte dello scompartimento lo guardava stranamente al di fuori dei suoi spessi occhiali neri, indecisa se premere o meno il pulsante d‘allarme.
Optò fortunatamente per l’indifferenza.
Scampato il pericolo, Paolo costrinse al contegno l’amico con un buon paio di ben assestati calcioni sugli stinchi.
Non si segnalarono ulteriori incidenti sino alla destinazione, ossia la stazione di Cuneo; i due musicisti presero poi il pullman per Borgo San Dalmazzo, diretti alla caserma del rocker najone. Con una certa freddezza seguirono le varie fasi del giuramento solenne dei giovani alpini messi in fila. Una massa compatta di soldati ventenni urlò finalmente il triplice, finale “lo giuro!”, al quale seguì il bramato ”rompete le righe”, e lo squadrone si dissolse in un amen.
Paolo e Alberto iniziarono subito ad aggirarsi tra la folla in cerca di Alfonso.
Torretta chiedeva a chi capitava dove potevano trovare il grande bassista dei Luxuria Betovox, ma ricevette solo pernacchie e sguaiate risate di scherno, alle quale si aggiungevano quelle dello stesso Paolo.
Prima di Gary, i due incontrarono altri amici comuni e familiari vari che si incasinavano in giro sulle piste del bassista, ed ottennero numerose indicazioni in conflitto tra loro circa l’individuazione dello stesso, col risultato di girare a lungo a vuoto e rischiare di smarrirsi in un deposito munizioni incustodito.
Finalmente Alfonso fu rinvenuto, in mezzo ad altre reclute che cercavano i propri conoscenti. Dopo i vari convenevoli a base di compiaciute ed assortite volgarità, i tre arrivarono al nocciolo della questione.
Alfonso ascoltò tutto il discorso, enfatizzato da Beto e razionalizzato da Paolo, poi si espresse:
“Credo che la parte più pregnante del problema stia in una differenza, sempre più crescente, di gusti e tendenze musicali. E’ tutto lì. Conosco bene Gianni, non ce l’ha con nessuno di voi, o di noi. La verità secondo me è che cominciamo ad essere un po’ troppo distanti, ma proprio “tecnicamente” più che altro. Noi amiamo il garage, o il post-punk; lui è legato al rock più classico, meglio ancora se con delle spruzzatine di funky, cioè non vedo più tanti obiettivi in comune.
Da questo poi, ci si comincia ad allontanare, magari impercettibilmente, anche a livello di rapporti umani. Venendo meno gli interessi collettivi, scema anche la confidenza, la voglia di trastullarsi.
Caratterialmente, lui poi è uno che si chiude, e piuttosto che causare discussioni cerca di barcamenarsi e di scovare delle soluzioni per salvare capra e cavoli. Poi è logico, oltre un certo limite avvantaggia altre priorità, in famiglia o al lavoro, o altrove, come faremmo tutti, credo. Capisco che ci si rimanga male se te lo dice seccamente, non per la sostanza, che è indiscutibile, ma forse per la forma. Dopotutto è chiaro che poi, col passare del tempo, queste situazioni portano al gelo, al deterioramento dei rapporti”.
Persino Beto pareva mantenere una faccia seria, quasi grave, mentre ascoltava il soliloquio dell’amico, ed evitò di ironizzare circa la proprietà di linguaggio inusitatamente mostrata dal milite. Il quale proseguiva:
“E’ un impressione che avevo già avuta prima di partire, non ne ho parlato perché avrei potuto sbagliarmi. Ma da come mi state raccontando, mi sto convincendo che le cose stiano così. E’ un peccato, ma non so bene come uscire da questa situazione.”
Gli altri due convennero che quella chiave di lettura aveva una sua validità. Quante volte ultimamente avevano notato il batterista piuttosto assente, o apparentemente poco interessato al lavoro di studio? Perché già da un po’ non partecipava alla stesura dei pezzi? Mancava adesione al “nuovo corso” luxuriano, era evidente!
Già ma che fare ora?
Alfonso era rientrato in 36 quel fine settimana, ma la band non si era riunita. Il bassista aveva, ovviamente, troppo poco tempo e più importanti priorità.
Una volta giunto a casa, ebbe la strana sensazione di non essersi mai staccato dal proprio ambiente. Trascorse l’intero week end in famiglia, rispondendo con pazienza, e dandosi anche una certa aria, alle curiosità dei propri familiari circa il primo impatto col mondo militare.
Anche se fortunatamente seppe trattenersi dallo sparare fregnacce improbabili circa fulminee promozioni a gradi superiori o fantomatiche conquiste di ragazze del posto grazie al fascino della divisa.
S’accorgeva che passava interi quarti d’ora sui balconi ad osservare i fiori e le piante protetti nelle serre. Si ritrovò ad invidiare quel loro sicuro, protettivo letargo invernale.
In particolare l’amata pianta di gardenia, che curava personalmente, pareva riposare beata immersa nel tepore dei grandi teloni in plastica che aveva installato sin dalla fine di ottobre.
Si era sentito anche con Gianni, la domenica mattina, limitandosi però ad un breve saluto telefonico ed a considerazioni di circostanza, senza che s’accennasse ai problemi sorti in seno alla band.
Altrettanto singolarmente, non ebbe magoni particolari poi nel ripartire la domenica sera.
Non ritrovò il commilitone che aveva incontrato durante il primo viaggio, ma sentì con sollievo che l’inquietudine di quel momento aveva lasciato il posto ad una quieta, rassegnata accettazione.
Nel frattempo, duecentotrenta chilometri più a nord-ovest, la strepitosa band di garage-punk-sixties-rock dei Luxuria Betovox riprendeva ufficialmente l’attività a ranghi ridotti.
Il lunedì successivo infatti, Gianni si presentò regolarmente alle prove, previa telefonata del leader. Questi aveva contattato Paolo ed insieme avevano concertato di non tornare sulle problematiche che affliggevano i ragazzi, ma di provare semplicemente a suonare, in attesa degli eventi.
Dopo un breve, imperfetto e superfluo ripasso del repertorio però, le idee languivano.
La serata procedeva stancamente e con pochi sorrisi, la caratteristica più notevole era un’evidente mancanza d’entusiasmo. L’assenza del basso oltretutto svuotava notevolmente i brani dal lato tecnico e fu molto in anticipo sulle tempistiche normali allorchè si decise di sciogliere la seduta.
“Ragazzi, ci vediamo lunedì prossimo?” fu la domanda di Beto prima del congedo, ma per qualche istante restò campata in aria senza ottenere risposta. Dopo un veloce conciliabolo, i tre restarono d’accordo di risentirsi telefonicamente prima di fissare una nuova session.
Ma il contatto non si sarebbe verificato tanto presto.
Una ventosa sera dei primi di marzo, Beto indossò una sciarpa di lana nera sopra un impermeabile grigio-scuro e spessi pantaloni di fustagno.
Nascose il proprio sguardo dietro l’impenetrabile facciata di un cappellaccio di paglia, occhiali scuri, baffi e barba ispida e si recò a casa di Paolo, naturalmente senza il minimo preavviso.
Si presentò al cospetto di uno sbigottito chitarrista piantando il faccione al videocitofono senza dire una parola. Prima che la madre di Paolo allertasse i carabinieri, per fortuna suo figlio prese in mano la situazione.
Insultò il proprio cantante via cavo poi lo fece entrare, e senza una parola Alberto gli allungò un foglietto, sedendosi sul divano senza che gli venisse chiesto di farlo.
Aveva scribacchiato una decina di frasi d’un buonumore indicibile, tra le quali le meno amare recitavano come segue:


“sono solo sul binario morto,
niente m’entusiasma come prima,
sono insieme torbido e neonato”


Esaltato da quell’allegria latente, il buon Paolo smise l’alterazione nei confronti del leader e corse in camera a prendere la chitarra.
Cominciò presto a ripetere ossessivamente due accordi in maggiore (do e mi) mentre il leader sbraitava tutta la sua negatività repressa creando una lamentosa melodia sui versi che aveva concepito. Il ritornello, sulla stessa armonia e gli stessi accordi, era formato da un termine tipicamente betovox, dunque insensato ed accattivante:
“Metanoia”. Sarebbe stato il primo pezzo originale dell’anno.
Paolo cavava latrati in falsetto, senza mai mutare l’ipnotico arpeggio che accompagnava la canzone.
L’amarezza del testo, che conteneva altre perle di positività del tipo:

“sono stanco e non mi va di fottermi per nient’altro…
il resto è solo incomprensione e metanoia”,

esprimeva bene, alimentato dalla crescente, drammatica teatralità del leader, lo stato attuale della band.
Tuttavia, quando finalmente anche le voci tacquero, i due si guardarono in faccia con un’idea ben precisa in testa.
Qual era il modo migliore per uscire dall’impasse?

 

PREMIO POETESSA POZZI

13 FEBBRAIO 2018

Pasturo. Torna il premio di letteratura dedicato alla poetessa Pozzi

 

PASTURO – In occasione dell’80° anniversario della morte della poetessa Antonia Pozzi, con i patrocini dei comuni di Pasturo e Roseto degli Abruzzi, in concorso con l’ideatrice del premio, la poetessa Caterina Silvia Fiore, si terrà la seconda edizione del Premio Internazionale di Letteratura “Per troppa vita che ho nel sangue”.

Tre le sezioni previste: poesia edita e inedita, narrativa breve edita e inedita, videopoesia. I vincitori, primi classificati di ogni sezione, oltre ai premi previsti (coppe, targhe, diplomi) saranno ospitati gratuitamente presso strutture alberghiere messe a disposizione per l’occasione.

In un’ottica internazionale, l’organizzazione del premio ha deciso di aprire il concorso anche agli autori esteri. Per informazioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Per partecipare c’è tempo fino al prossimo 28 febbraio.

Come nella prima edizione, il comune di Roseto degli Abruzzi assegnerà il prestigioso riconoscimento della Rosa d’Argento all’autore o all’autrice che si distinguerà per avere realizzato un’opera avente contenuti di alto valore sociale.

La cerimonia di premiazione si terrà a Pasturo, luogo elettivo della poetessa Antonia Pozzi, il 16 giugno prossimo, ore 15, presso il cortile di “Casa Pozzi” o, in caso di maltempo, presso il Cineteatro “Bruno Colombo”.

 
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