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PASSEGGIATA NEL CORSO

5 OTTOBRE 2017

 

Il corso centrale cittadino, all’ora dell’aperitivo, è un luna park percorso da sciami schizofrenici di varia umanità. In questo pomeriggio avanzato di metà febbraio, l’augurio di un inizio anticipato di primavera si manifesta nell’alleggerirsi dei giacconi, nel diradarsi dei guanti e nella ombra lunga del buio che ritarda ancora qualche minuto prima di prendere possesso della scena.
La signora Bronzetti, 45 anni, ritirati di fretta i figli dall’abitazione degli amici ove han trascorso il pomeriggio, ha ora il problema di condurli a casa tentando d’imporre un minimo di disciplina.
Tace, sbuffa, va a passo di marcia e talvolta a corsa di trotto. In mente solo la meta dell’orario prefissato d’arrivo a casa, che funge da nevrotico, inflessibile paraocchi, mentre i tacchi dilaniano il marmo.
Matteo, 9 anni, senza guardare davanti a sé smanetta ininterrottamente sul cellulare, lamentandosi di come ormai ce l’abbia da troppo tempo e sarebbe ora di cambiarlo, evitando con mosse e stacchi da indovino la miriade mobile che gli frulla intorno.
Stefano, 4 anni e mezzo, agganciato alla ferrea stretta della madre, strattona invano ed urlacchia e piange alternativamente. Alla fine della seconda serie di portici, il semaforo scatta al rosso e l’urlo della madre blocca un imperturbabilmente trotterellante Matteo.
Un nanosecondo e vengono raggiunti dal cavaliere Pierpaolo Farasso, 89 anni, che attraversa quel corso dalla fine degli anni Venti, e come Matteo ma grazie a peculiarità del tutto differenti giunge al limite del semaforo senza guardare né davanti, né a fianco né dietro sé. Senza mutar passo o aprir bocca, con le lenti spesse piazzate sul naso, rosso più di freddo che di cicchetti, gli occhi piccoli semichiusi che reclamano il diritto di essere impiegati almeno part-time dopo quasi un secolo di onoratissimo servizio, in cima a un viso senza espressione. E’ un caso che si posizioni lì, proprio al centro del limite della seconda serie di portici, davanti al semaforo rosso sospeso a dei cavi, in aria. Lui non lo vede, ma non avrà dubbio e ripartirà con la medesima andatura non appena la luce (ri)cambierà di colore. Molto più rapide, più fantasiose, sono le traiettorie tratteggiate da Johnatan e Samuele, 20 e 21 anni, che slalomeggiano con lo skateboard, sfiorando a più riprese le vetrine eleganti, multicolori che addobbano i portici e lasciano filtrare le flebili lamentele di chi viene urtato dalle secche pedane di legno sulle quali scorazzano, come aria viziata dai finestrini del treno. Sghignazzando, ruminando, con le orecchie unite dai fili bianchi dell’MP3, compiono un’estrema, temeraria piroetta tra gli ultimi tavolini esterni dello storico caffè dell’angolo; il barman che ritira tazze e bicchieri e rientra nel locale prima dell’investimento sfoggia invidiabile sangue freddo, è abituato.

Eccoli tagliare trionfalmente il traguardo della fine della seconda serie di portici. Con un acuto urlo all’unisono, Johnatan e Samuele si bloccano al rosso, sfilano da sotto le tavole di skateboard infilandosele sottobraccio e s’accomodano a fianco del cavalier Farasso, ululando improperi e strani slogan in inglese, senza che ovviamente il vecchio gentiluomo li degni d’uno sguardo, nemmeno ne avverte la presenza.
Fermi per miracolo, ossessivamente impazienti, mimano a gesti e versi il sound che massacra loro i timpani con lo sguardo fisso al segnalatore luminoso.
In un momento, sbucando dal nulla, un individuo squarta la linea maginot delle tre/quattro file di pedoni accumulatesi al limite della seconda serie di portici. L’uomo attraversa fulmineamente, incurante delle luci, nel momento esatto in cui transita, a velocità sostenuta, per quanto col verde dalla sua, un furgone che lo investe in pieno, gettandolo dall’altra parte del corso, nella corsia preferenziale ove un fremente taxi bianco lo mette sotto.
Il decesso è immediato, come l’ambulanza, soggiunta dopo soli pochi minuti, può solo constatare. Breve momento di shock, strepiti, confusione poi tutto riprende. E i pedoni affrontano la terza serie di portici del corso.

La signora Bronzetti, adesso, è isterica. Urla ininterrottamente verso i figli, anche frasi non sempre connesse, trascinandoli a passo di corsa.
Matteo, 10 anni, scioglie in lacrime di puro terrore i suoi progetti di un nuovo telefonino “da grande”. Ora resta il bambino che, ancorato alla mamma, piange inconsolabile.
Stefano, 4 anni e mezzo, s’è viceversa quietato, chiedendosi forse il motivo per cui oggi, su quella strada che lui ha ormai imparato a riconoscere, ci sia molta più confusione del solito, e si lascia trasportare perplesso.

La mamma impreca, già era in ritardo prima, e nel ripensare all’uomo ammazzatosi divide tra la pietà ed un amarognolo senso di “se l’è voluta”, e comunque tira di qua e di là che alle sette deve esser a casa.
Johnatan e Samuele, 20 e 21 anni stanno tenendo i loro skateboard sotto braccio e procedono ciondolanti e muti, due automi cui solo una decina di minuti dopo viene ripristinato l’uso della parola. Il corso è ormai agli sgoccioli allorché spiccioli di dialogo si materializzano tra i due, anche se inutili, anche se frammentati da pezzi di risa, di esclamazioni, di stupore, di esitanti turpiloqui.
E dell’arroganza e lo spadroneggiare, solo silenzio scioccato, e timore.
Transita anche il cavalier Farasso, 89 anni. Lui attraversa quel corso dalla fine degli anni 20, ed anche dopo la seconda fila dei portici procede senza guardare davanti, indietro, a fianco. Senza mutar passo o aprir bocca,con le lenti spesse piazzate sul naso, gli occhietti semichiusi su un viso senza espressione. Si ferma alla fine dell’ultima serie di portici intuendo il rosso del semaforo.
Ripartirà al cambio, uscendo dal corso che ripercorrerà il giorno seguente.

 

GRAZIE

2 OTTOBRE 2017

 

ho sempre avuto dubbi ed incertezze

e forse non è stato mai un errore

il macchinare in calcoli ingombranti

od invischiarsi in flebili paure

ed anche le persone a me più care

molto spesso restano confuse

nel cogliere gli aspetti complicati

di certe mie giornate in chiaroscuro

 

mi sono abitualmente crogiolato

in discussioni prive di costrutto

ho abbracciato ideologie ingannevoli

che smascheravo sempre con ritardo

e se non m’ero mai guardato dentro

forse mi frenava il desiderio

di crearmi un facciata di rispetto

senza capir d’aver toccato il fondo

 

ma oggi non mi capita più spesso

di vivere giocando con l’assurdo

adesso ho fondamenta solide

che non mi fan volare troppo alto

ti chiedo scusa e spero mi perdoni

se forse troppo spesso non l’apprezzo

ma la riconoscenza chiede forza

e un coraggio non fine a sé stesso

quando le nostre rose fioriranno

certo ti rivolgerò un pensiero

e se niente ti ripagherà abbastanza

avrai queste parole e molto affetto

che di più non riesco a dare

mi conosco

 

UN'AMICIZIA

23 SETTEMBRE 2017

 

 

 

Non amava prendere l’ascensore e non c’erano particolari fobie dietro questa sua antipatia. Scendendo le scale, diceva sempre, si teneva in esercizio. Salendole invece si riprometteva che la prossima volta avrebbe senz’altro preso l’ascensore. Per il resto, la strada non era poi molta, pochi passi ed eccolo nell’orticello. Uno spicchio di verde in mezzo alle file di condomini diseguali che ornavano la vietta, proprio a ridosso di una stazione elettrica ormai dismessa. Ma io, che
abitavo nello stesso condominio da oltre vent’anni, lo avevo visto da sempre, all’interno di quel giardinetto, sorridermi con una vanghetta in mano, tra file ordinate di ortaggi e frutta, della quale,
ovviamente, non mancava di omaggiarmi con una certa frequenza. Si vantava con me che “faceva la giornata”. Rientrando a casa per la pausa pranzo, non era infrequente vederselo arrivare incontro con i suoi strumenti, come li chiamava, dopo una mattinata al sole. Talvolta mi vergognavo della mia pigrizia e assentivo a rinunciare all’ascensore ed a seguirlo per le scale, salvo poi maledirlo (col pensiero, ché non avevo più fiato) una volta giunto bocconi al quarto piano. Di pomeriggio non lo vedevo mai, sapevo che fin verso le 4 non sarebbe tornato all’orto, e come dargli torto? Non si trattava esattamente di un giovanotto, e la canicola pomeridiana poteva essere devastante. Ma
in compenso rientrava spesso a sera inoltrata, dopo gli spesso ripetuti appelli della moglie.
La quale oltretutto doveva fare su e giù per chiamarlo, non essendo proprio il tipo che si muniva di cellulare!. Il pezzo di terreno a disposizione del mio vicino non consisteva unicamente di terra
coltivabile. Nell’angolo più nascosto, lontano dalla strada, aveva creato anche una gabbietta coperta, destinata a una gattina bianca e rossa, che l’uomo aveva pressoché adottato. La micia si aggirava da tempo lungo la vietta, e nonostante i miei tentativi, da buona gatta selvatica non s’era mai fatta avvicinare. Lui era riuscito chissà come a guadagnarne la fiducia e tutti i giorni, quando si recava all’
orticello, non mancava mai di portarle del cibo. Dev’esser stato assolutamente naturale per lui pensare che fosse giusto darle anche una casa oltre al piatto di Kitekat, e la cosa che mi ha sorpreso è stata che la gattina si era adattata subito ad una siffatta sistemazione. Non tentavo più di avvicinarla, ormai sapevo che si trovava in buone mani. Adesso amava restare a lungo a poltrire al sole, appena fuori dalla sua cuccetta, davanti alle file di ortaggi e frutta, facendo festa al padrone quando questi arrivava con il piattino, od anche solo per lavorare nell’orto. Lui mi raccontava che più di una volta era arrivato al mattino e l’aveva trovata ancora nella casettina che dormiva. Nel
mio piccolo non mancavo di contribuire, con avanzi e ciotoline di latte che appoggiavo all’interno dell’orto attraverso la cancellata, ed anche se lei non si faceva vedere sapevo che avrebbe apprezzato, infatti ritiravo poi sempre il tutto, vuoto. La micia era esigente, e quando abbandonava la postazione, c’era sempre un motivo valido. Imparò presto la strada per arrivare al nostro palazzo. Più di una volta la sorprendevo fuori dall’ingresso con fare interrogativo, evidentemente il padrone era in ritardo con la consegna, e lei si recava a reclamare sul posto. Ma la scena più abituale era vederla corrergli appresso mentre lui si avvicinava al cancelletto, dimenando la coda proprio come un cagnolino che non vede l’ora di riportare la pallina che il padrone sta per lanciargli. Lui diceva spesso di non potersi fermare a lungo poiché doveva correre in giardino, come lo chiamava lui, alla sua terra ed alla sua gatta, ed io ero contento nel vedere che aveva trovato un modo tanto produttivo di occupare le giornate, piuttosto che bighellonare come tanti altri pensionati tra le piazze a lamentarsi
della vita che s’è dimenticata di loro. E voglio ancora credere che non è stato per questo, non può essere stato per questo che così, di punto in bianco s’era ammalato. Un sabato di giugno l’hanno ricoverato in ospedale. Ed una domenica di giugno, otto giorni dopo, era morto. Su cosa gli fosse capitato potrei pensare a lungo, e tutto ciò che avrei da dire è che forse aveva, davvero, trovato il suo scopo e raggiunto il suo obiettivo. Fu talmente repentino che lo appresi dalla coccarda a
lutto esposta all’ingresso il giorno dopo, nemmeno sapevo fosse in ospedale. Mi era già capitato di non vederlo per qualche giorno ma non vi avevo dato peso, sai quando dai tutto per scontato. Sono stato a trovare la vedova, e nel parlare mi dice che non avrebbe rinnovato il contratto d’affitto dell’orticello, lei ormai era sola ed il figlio sposato abitava troppo fuori zona per potersene occupare. Per qualche giorno, ma credo che sia stato un caso, non sono più passato di lì. L’effetto emotivo scemò anche piuttosto veloce, oggi un pensiero non resta mai troppo a lungo nella mente. Ma non è mai bello passare di lì e vedere l’erbaccia crescere alta e selvaggia, cancellando le file
simmetriche e produttive che ornavano il terreno. Due giorni dopo il funerale dell’uomo, la vedova si è recata nel giardinetto per portare da mangiare alla gatta, ma l’ha cercata invano. Ha lasciato il piattino presso la cuccetta, salvo trovarlo intatto la mattina successiva. La micia non si presentò più all’ingresso, a reclamare cibo o le coccole dell’uomo, né la si vide più rovesciata al sole nell’orticello. Da quel giorno è sparita, e proprio stamattina ho visto il figlio della vedova smantellare la casettina e portarne via le assi con la stessa carriola verde con cui il padre trasportava terra e sementi.

 

MIO PADRE HA VENT'ANNI

19 SETTEMBRE 2017

 

“Era burbero il papà?”
Da una telefonata con un conoscente, un accenno, un qualcosa buttato lì, gli accese il dubbio.
Macchè. Era buono. Gli ultimi anni molto ammalato, e la malattia grave incattivisce, ma era buono.
“Una persona squisita”, concludeva il conoscente, forse pentito d’essersi spinto un po’ troppo in là.
Chiusa la comunicazione. Vent’anni oggi, gli aveva detto. E vent’anni oggi è domenica e tu sei a casa in licenza. Sei a casa e guardi fuori dalla finestra. Quando finalmente anche lei è pronta, ti sei dato una mossa. Ti è spiaciuto distogliere lo sguardo dal vetro, guardavi giù e cercavi di seguire i cerchi irregolari che fitte gocce di pioggia leggera tracciano nelle pozzanghere che dilaniano il cortile. La linea rossa prosegue e tu e tua sorella siete saliti in macchina. Con calma, non avete molto da dire, non c’è da correre, non è necessario parlare.
Siete saliti al settimo piano. “E finita a mezzogiorno in punto.” La mamma piange lacrime di dolore miste a spossatezza. La consolate, lotti coi lucciconi, poi la riporti a casa. A dormire, l’ha vegliato tutta notte.  E’ domenica, il pomeriggio poi dagli zii, qualcosa da mangiare senza sbattimenti, un po’ di televisione. Fino a martedì non ci pensi più. Martedì piove fortissimo, ma voi vivete in un sogno, una specie di trance. Chi ti stringe la mano, chi ti bacia sulla guancia, e devi anche tenere l’ombrello, finchè non hanno murato tutto. Stai a casa ancora otto giorni, la chiamano GMF quel tipo di licenza, Gravi Motivi di Famiglia. E quello che pensi il mercoledì è semplicemente, meno male che per oggi non è morto nessuno, mentre l’acqua trasparente d’una lacrima t’attraversa le gote arrossate. E qui che la linea rossa sbiadisce, è lei che ti aveva accompagnato nel viaggio. Torni a oggi, che strano che qualcuno, poi uno qualsiasi, mica un affetto, abbia ricordato proprio oggi la figura che non c’è più da vent’anni esatti.

Quanta gente, in questi anni ti ha parlato di lui? Chi ti ha mai chiesto, com era. Che avrebbe detto, come si sarebbe comportato, al tuo posto, o in un posto qualunque, in una qualsiasi situazione.
Tralasciando quei giorni appena successivi, o quei mesi magari, quando qualche accenno era immancabile, e stava a te definirne il confine tra educazione, circostanza e curiosità, tu non hai mai pensato che la vita sarebbe cambiata. Infatti non lo è, ne per te, né per gli altri. Per i quali la tua figura è quella di una persona senza il tal famigliare, questo è il tuo posto nell’immaginario collettivo.
Sei ovvio come lo eri prima che accadesse. Si, preghi per lui, e per altri, lo ritieni giusto.
Non hai la controprova di come sarebbe stata la tua vita fino a questo momento se lui fosse rimasto con te. L’hai immaginato, in questi vent’anni? O è rimasto una faccia con un blando sorriso, che ti osserva dal basso di un lucernario, appena riparato dalle intemperie ed accarezzato solo da un sole potente e fugace come quello invernale?
Perché quando è estate lì non si resiste, e tu non sei mai stato lì tanto nella bella o bellissima stagione. Dici: Si prega anche a casa, il camposanto si trasforma troppo spesso in mercato di galline vocianti che non sanno dire altro che “ci si vede sempre in queste occasioni”.
E si dicono anche un sacco di ritrite insulsaggini, in quelle occasioni che la tua voglia di raccoglimento si tramuta in irrequietezza.
Immagina oltre l’ultima immagine con cui lo ricordi. Immagina a quando ha finito quel viaggio, che per tutti era l’ultimo e magari per lui è stato il primo, sbarcando in un dove talmente inimmaginabile da non tentar nemmeno un approccio d’ardita fantasia. Immagina se si sarà sentito solo, spaesato, strapazzato.
Se ha sofferto per il distacco o se fin da subito la nuova dimensione che l’ha accolto l’ha salvato da ogni reminiscenza umana.
E’ questo il pensiero che preferisci. Una nuova vita parallela alla nostra, ignara della nostra. Fermati, adesso.
Pensa che lui è arrivato a vent’anni, di questa nuova vita, è un ragazzone forte, entusiasta, che non sospetta neppure esistano dolore e rimorso, sofferenza e rimpianto. Non vorrebbe che piangessi. E se in questi quattro lustri tu avessi pensato meno a chi è stato, e di più a chi è adesso, avresti asciugato le tue lacrime con un impeto di gioia irrefrenabile. Ha vent’anni, la metà dei tuoi. E’ come un figlio, che non conoscerà il male, crescerà senza invecchiare, non morirà mai.

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA - 1 OTTOBRE

16 SETTEMBRE 2017

 



Palazzo Marino in Musica
VI Edizione 2017: “Il divino Claudio” – Ai tempi di Monteverdi
presenta:


Domenica 1 ottobre ore 11.00

La prima voce del violino

Federico Guglielmo, violino Andrea Amati, Carlo IX, 1570 ca.
Collezioni Civiche Liutarie del Comune di Cremona, Museo del Violino
Diego Cantalupi, chitarrone


Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano
Ingresso gratuito con prenotazione.

Domenica 1 ottobre alle ore 11.00 un concerto di eccezionale valore sarà ospitato in Sala Alessi di Palazzo Marino: protagonista assoluto uno dei più antichi e preziosi violini al mondo, il Carlo IX realizzato da Andrea Amati tra il 1566 e il 1570 per le nozze reali francesi, conservato nel Museo del Violino di Cremona. A suonarlo il violinista di fama internazionale Federico Guglielmo accompagnato da Diego Cantalupi al chitarrone

Evento di punta della stagione 2017 di Palazzo Marino in Musica, il concerto è un’occasione unica per ascoltare il suono di uno dei rarissimi violini di Andrea Amati giunti fino a noi: capolavoro dell’arte della liuteria cremonese, il Carlo IX faceva parte di un’orchestra di 38 strumenti commissionati da Caterina de’ Medici per le feste di corte del giovane re Carlo IX.

Un ricercato programma che racchiude alcuni dei primi brani scritti per violino accompagnerà il pubblico attraverso la musica che contribuì, a cavallo tra il XVI e XVII secolo, alla nascita e al perfezionamento di quella liuteria italiana che detterà legge nel mondo. Sarà dunque un autentico viaggio nel tempo alla scoperta della “prima voce del violino”.

Sulle note del Carlo IX eseguite da Federico Guglielmo con l’accompagnamento di Diego Cantalupi, il concerto si snoderà così all’interno del più antico repertorio per violino solista: dalle composizioni di Francesco Carubelli, Bellerofonte Castaldi, Biagio Marini, alle sonate di Niccolò Corradini e Innocentio Vivarino, dalle Diverse Bizzarrie di Nicola Matteis alle sinfonie per violino di Giovanni Amigoni. In programma anche musiche del francese Michel Farinel e dell’inglese John Playford. Si giungerà infine al Settecento con Arcangelo Corelli e Santiago De Murcia.

Il concerto, realizzato in collaborazione con il Museo del Violino, sarà introdotto dal Maestro Fausto Cacciatori, Conservatore delle Collezioni Museo del Violino, che presenterà il preziosissimo strumento e illustrerà la figura di Andrea Amati, fondatore della prima prestigiosa famiglia di liutai cremonesi.
Cornice dell’evento sarà la cinquecentesca Sala Alessi, realizzata proprio negli anni che videro la nascita dell’arte del violino. La concomitanza dell’appuntamento musicale con l’inaugurazione, il 29 settembre, della mostra “Dentro Caravaggio” allestita a Palazzo Reale, è inoltre occasione per immergersi ancor più profondamente in quello straordinario momento artistico nel quale vissero i due dei maggiori artisti del Seicento italiano: Claudio Monteverdi, di cui la VI Edizione di Palazzo Marino in Musica celebra i 450 anni dalla nascita, e Michelangelo Merisi, al quale anche Intesa Sanpaolo, sponsor della rassegna, dedicherà dal 30 novembre la mostra “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” alle Gallerie d’Italia in Piazza Scala.

Programma:

Francesco Carubelli, Brando, Spagnoletta, Corrente & Gagliarda
TerpsichoreMusarum, Wolfenbüttel, 1612

Giovanni Amigoni, Sinfonia a violino solo
Spartitura generale, et particolare di diversi Motetti, Roma 1610

Bellerofonte Castaldi, Un bocconcino di fantasia
Capricci per sonar solo varie sorti di balli e fantasticarie, Modena 1622

Niccolò Corradini, Sonata a due, violino e basso, "La Sfrondata"
Partitura del Primo Libro de Canzoni Francese, Venezia 1624

InnocentioVivarino, Sonata per il violino
Il primo libro de motetti, Venezia 1620

Biagio Marini, Variata per il violino
Sonate op. VIII, Venezia 1629

Michel Farinel, Faronell Divisions upon a Ground
The Division Violin, London 1685

John Playford, The Duke of Norfok or Paul’s Steeple
The English Dancing Master, London 1651

Nicola Matteis, Diverse Bizzarrie sopra la vecchia Sarabanda
Ayres for the Violin, book III, London 1676

Santiago De Murcia, Grave, Giga
Pasacalles y obras de guitarra, Ms. British Library 1732

Arcangelo Corelli, Sonata op. V, n. 10, in Fa maggiore
Preludio - Allemanda – Sarabanda – Giga – Gavotta
Sonate op V, Roma 1700
Federico Guglielmo, definito dal Boston Globe “la nuova stella nel panorama della musica antica”, è riconosciuto per le sue esecuzioni di Antonio Vivaldi e Giuseppe Tartini dei quali ha registrato rispettivamente tutte le opere a stampa e l'integrale dei concerti per violino e orchestra. Il suo repertorio violinistico - eseguito principalmente su strumenti storici - spazia da Biagio Marini a Felix Mendelssohn; come violinista e direttore riserva una particolare attenzione anche al recupero di opere meno conosciute del periodo classico-romantico e a composizioni del XX secolo in stile neobarocco e neoclassico.
Nato a Padova, Federico Guglielmo ha iniziato lo studio del violino sotto la guida del padre diplomandosi, diciottenne, al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Come solista (violino barocco/classico) e direttore tiene concerti in tutto il mondo. La storica The Academy of Ancient Music (Londra), la Haendel&Haydn Society (Boston), Australian Brandenburg Orchestra (Sydney) sono solo alcune delle orchestre che lo hanno ospitato.

Diego Cantalupi ha studiato chitarra con Mauro Storti; il suo interesse per la musica rinascimentale, barocca e preromantica l'ha portato ad approfondire la prassi musicale antica con Paul Beier e Andrea Damiani. Contemporaneamente si è laureato in Musicologia presso la Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Cremona - Università di Pavia. Il suo repertorio spazia dalla musica del Cinquecento fino a quella contemporanea, dal liuto, arciliuto, tiorba alla chitarra barocca e romantica. Collabora con i più importanti ensemble di musica antica italiani ed europei, come solista e continuista, esibendosi nelle sale più importanti in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ha registrato numerosi cd, come solista, come direttore dell'Ensemble 'L'Aura Soave' da lui fondato, e come continuista. E' docente di liuto presso il conservatorio di Bari.



Ingresso gratuito con prenotazione
70 biglietti potranno essere riservati online sul sito
www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 14.00 di giovedì 28 settembre.

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche a partire dalle ore 14.00 di giovedì 28 settembre.
Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche
Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala
Tel. 02 88 45 55 55
Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.



La rassegna Palazzo Marino in Musica, patrocinata dal Comune di Milano e giunta alla sua sesta edizione, è sostenuta da Intesa Sanpaolo con il contributo di SUEZ Trattamento Acque S.p.A. La direzione artistica è curata da Ettore Napoli e Davide Santi. La produzione è a cura dell’Associazione culturale EquiVoci Musicali sotto la direzione di Rachel O’Brien.
Media partner della stagione 2017 sono la rivista musicale Amadeus e il canale Classica HD (Sky, canale 138).

Palazzo Marino in Musica
Stagione 2017, VI Edizione – “Il divino Claudio” Ai tempi di Monteverdi.

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano

Direzione Artistica: Ettore Napoli, Davide Santi
Direttore di Produzione: Rachel O’Brien
Assistente di produzione: Francesca Napoli
Organizzazione: EquiVoci Musicali  

Ufficio Stampa: Giulia Castelnovo
Tel. 349 09 96 481 / Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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