Home Notizie

News

SUONI CHE NON ASPETTANO RISPOSTA - CAP.3 - UNA REALTA' NUOVA

16 GENNAIO 2018

 

Capitolo 3    
Una realtà nuova

L’occasione per il secondo concerto dal vivo del complesso locale dei Luxuria Betovox (mi piace essere tanto obsoleto e formale) è rappresentata da un’interessante manifestazione denominata “Natale Rock”, che si sarebbe ancora una volta tenuta all’oratorio del paese sotto il patrocinio della parrocchia, con finalità benefiche.
Vi avrebbero partecipato alcuni tra i gruppi emergenti del momento, tra cui i Fleetin’Angels, cioè il secondo gruppo di Alfonso. (O meglio, quando suonava con loro, il secondo gruppo diventava i Luxuria Betovox, e viceversa).
Per la giovine band di Torretta, i preparativi fervevano durante tutto il periodo prenatalizio; le intenzioni erano quelle di ribadire la buona impressione scaturita dal primo live.
Le sessions vertevano sui tre brani originali e sulle personali versioni di pezzi già editi.
Ma nella saletta l’atmosfera non era sempre la migliore auspicabile. Mauro restava piuttosto sulle sue, probabilmente ancora risentito per la bocciatura del suo ultimo arrangiamento. Tutti erano però coalizzati a premere contro Alberto, il quale non mostrava particolare entusiasmo all‘idea di imparare i testi, che tra l‘altro nemmeno si prendeva la briga di scriversi (lo farà per fortuna più tardi):
Alfonso: “Allora, Beto, hai imparato i testi o dobbiamo cercarci un cantante nuovo?!?”
Paolo: “Unknown Despair..l’hai studiata, o ti dobbiamo bucare le gomme della macchina?!”
Mauro: “E i testi di Veliero, Stato in? Te li ricordi o conti di sbagliarli come l’ultima volta?!? E le covers? Devo slegarti i cani addosso?!?”
Gianni: (sorrisetto ironico, scrollata di spalle…)
Di fronte al torrente di nervosismi ed intimidazioni dei suoi compagni di band, Torretta cercava di ostentare sicurezza, ma non è che gli riuscisse granchè bene.
Tossendo per darsi un tono, replicava:
“Ragazzi, potete, anzi dovete, tranquillizzarvi. Darò il massimo e sarà un grande concerto, da ricordare per le generazioni a venire...”
E bisogna in effetti sottolineare che l’abnegazione del cantante cresceva proporzionalmente col diminuire dei giorni che mancavano al live.
Il leader, (così ormai ribattezzato, più da sé stesso che dai compagni, a dire il vero) sudava sangue nell’assimilare le parole delle canzoni, particolarmente quelle delle covers straniere, ed era purtroppo facile allo scoraggiamento.
Così, durante un momento di particolare sofferenza per non riuscire a mandar giù il bridge di “Wonderful tonight”, che normalmente è a prova di mentecatto, si fece coraggio e proclamò solennemente:
“Cari sottoposti, vi comunico fin d’ora che, qualora non dovessi ricordarmi le frasi in inglese o italiano dei testi delle canzoni, ovvierò alla mancanza improvvisando e declamando, tingerò la mia vocalità di colorate imprecisioni, esprimerò melodie e fonemi indipendenti dal senso compiuto e…”
E sarebbe certo andato avanti per chissà quanto se Paolo opportunamente non gli avesse staccato a strattoni la spina del microfono, ponendo alfine termine a quella massa di cialtronerie. Tutti o quasi ridevano, alleggerendo alfine la tensione, ed in un certo modo sdoganando le velleità poetico-sceniche di Alberto, alle quali Torretta non si sarebbe fatto scrupolo ricorrere.
Ci fu anche un’inaspettata novità nel catalogo personale dei brani. Durante la stessa session di prove, Gianni, in uno dei suoi rari interventi sul contraddittorio, se ne era uscito come segue:
“Ma, sentite…se volete…io ho buttato giù qualcosa…una roba semplice, un po’ funky, così per movimentare un po’ il repertorio…”. Incuriositi, gli altri spinsero il riservato batterista a presentare la propria canzone.
Aveva composto un brano dal titolo vagamente barocco, “Remember those times again” che era esattamente come il suo autore l’aveva descritta. Ossia disseminata di accordi di barrè in minore accompagnati da un tempo sincopato, per intenderci le grattate di chitarra presenti in “Another Brick in The wall” ma col ritmo leggermente più spedito. Non incorse nei fulmini della censura anche perché un nuovo brano originale da presentare era un segno distintivo per i LB, che ora avevano la possibilità di presentare ben quattro proprie canzoni. Il pezzo del batterista era poi privo dalle esagerazioni techno dei brani di Mauro, che manteneva anche qui un arrangiamento misurato, e complice un ritornello in maggiore risultava accattivante e “vinile” al punto giusto.
Col termine vinile, coniato proprio durante questa presentazione, il leader decideva di denominare i pezzi “ordinari, dozzinali e privi di profondità ispirate e multiformi”.
Gli altri ridevano, e Gianni si era limitato ad opporre al nonsense del capo un concreto: “Pensa a studiare i testi, piuttosto!”, il che ci stava bene comunque.
Quel novembre di fine anni ‘80 procedeva nel frattempo senza strappi verso il suo traguardo più naturale, ossia lo shopping natalizio.
Il mese aveva da poco doppiato la metà, quando gli spot televisivi e radiofonici più disparati, manifesti stradali, giornali e riviste presero a celebrare la corsa all’acquisto più bello per la Festa più bella. Naturalmente, i luxuria betovox non potevano fare eccezione; fu così che un ventosissimo sabato pomeriggio ben quattro di essi si incrociarono al calduccio ristoratore di un centro commerciale della zona.
Alberto, che vi si era recato con Alfonso, si comprò un paio di libri di storia del teatro, un leggio e una nuova asta da microfono. I due stavano scendendo le scale quando incontrarono Mauro e Gianni, che avevano invece fatto man bassa di materiale elettrico, cavi, spinotti, prolunghe e quant’altro, perché, come argutamente fece notare il batterista, “non c’è crescita artistica senza gli adeguati mezzi tecnici“. Il serafico bassista, che non aveva alcuna particolare competenza tecnologica, anzi non ne aveva affatto, per non essere da meno acquistò una bellissima stella di Natale, con la quale “ingentilire la fredda e austera sala prove.”
Qualcuno degli altri tre gli fece notare che avrebbe dovuto ogni volta portarsela avanti e indietro da casa; ma lui ormai l’aveva comprata ed era contento lo stesso, dal tanto gli piaceva.
Si sarebbero volentieri intrattenuti a chiacchierare più a lungo, ma il fatto che si trovassero su due scale mobili che procedevano in direzioni opposte fecero sì che dopo qualche secondo non poterono più comunicare, malgrado urlassero come ossessi allarmando i visitatori e mettendo in guardia la security.
Un ulteriore passo in avanti verso il concerto fu fatto nelle ultime tre prove, quando vennero definitivamente messe a punto anche “Confortably Numb”, finalmente metabolizzata, e “Don’t you forget about me” dei Simple Minds, che era stato un enorme successo tre anni prima, inserita “per far contenti i ragazzini”, come da commento di Alfonso.
Garimbelli venne poi svergognato implacabilmente allorchè il quarantacinque giri del brano stesso venne ritrovato a casa sua dal leader, che era stato a trovarlo come ogni tanto faceva.
A proposito di leader, il suo umore nei dieci giorni antecedenti il concerto era, in modo del tutto inatteso, radicalmente mutato. Era allegro, carico, spavaldo, in forma e non vedeva l‘ora di salire sul palco.
Naturalmente i testi non c’entravano.
Aveva appena stabilizzato una relazione con una ragazza carina e piuttosto ambita nel paese.
La sera che lo annunciò in saletta, gli altri se ne congratularono alla maniera americana:
Tutti: “Grande Beto, hai fatto il colpaccio!”. E lui confermava e se ne compiaceva, dimenando quella sua zazzera indomabile e saltando su e giù per la saletta come uno scimmione, fortunatamente non proprio a ridosso delle attrezzature; trotterellava zigzagando da star consumata e raggranellava “five” tra i compagni.
Se ne guardò bene, in ogni caso, dall‘offrire da bere.
Continuò ad autoincensarsi per qualche minuto, finchè finalmente si ricordò di trovarsi lì (anche) per un altro motivo.
Brandì allora l’asta del microfono come una lancia ed ululò agli altri: “dai, ragazzi, cavate dei suoni, brutti scioperati…, spacchiamo tutto!!!”, dando così il via alle prove.
Salvo poi dimenticarsi nel corso delle stesse, con regolarità,  l’ingresso in un ritornello o il cantato di una strofa, ad esempio in “Stato in”, e promettere ghignando che dal vivo tutto sarebbe filato liscio comunque, tra la viva, desolata preoccupazione degli altri.
Naturale che la sera del live fosse gasatissimo.
Ai Luxuria Betovox era stato garantito una posizione privilegiata – di suonare per ultimi alle 23 circa, con tetto massimo a mezzanotte – e tutti erano certi che sarebbe stata una grande esibizione.
Il 15 dicembre 1988 era una serata spettrale, un perfetto quarto di luna su un cielo gelidamente rivestito di stelle accecanti accompagnava l’ingresso dei ragazzi nel salone del cinema dell’oratorio. Tanta gente affollava il locale, fino ad occupare tutti i posti a sedere e molti di quelli in piedi, a ridosso delle pareti addobbate di stelle filanti, decorazioni ed immagini del Santo Natale.
Contrariamente alle aspettative, trascinati da un leader al massimo della forma, i ragazzi erano molto più sciolti rispetto all’esibizione precedente e puntarono tutto sulla musica, senza agghindarsi in maniera particolare.
Ma il protagonista dello spettacolo, sarebbe stato uno e uno soltanto.
La partenza fu tutto un programma.
L’Uomo salì in silenzio, tutte le luci su di sé, squadrò spavaldamente l’audience che lo fissava silente, accese con fare cerimonioso il microfono e si chinò verso la folla, urlando:
“Ciao, noi siamo i Luxuria Betovox e state per assistere a qualcosa di davvero imperdibile!! Siete bellissimi? Bene, anche noi lo siamo! Ora zitti, mettetevi comodi e lasciatemi cantare! Veliero!!”
Gli altri erano esterrefatti. Con una simile introduzione, solo un grande spettacolo li avrebbe salvati da fischi e cori di scherno. Opportunamente, le promesse (e le premesse) vennero mantenute. Alla sua seconda uscita, la band dimostrava infatti una certa coesione grazie alle prove costanti. I pezzi originali erano stati astutamente inseriti tra un brano famoso e un altro, ecco quindi l’alternarsi di “Stato In” con “Don’t you” , oppure l’unione di “Remember “ di Colombini con “Comfortably Numb”. Il tutto condito da amenità in serie del leader, che mostrava di trovarsi sempre più a suo agio davanti al microfono e a un pubblico:
“Occhio ragazzi..lo fa uguale l’assolo, eh, occhio!” (in Comfortably”) – “Ho bisogno di sesso” e “Sono un reietto!” (invece di “Ho bisogno d’affetto” come recita il testo di “Farfallina“).
Le dimenticanze dei testi o parte degli stessi, i mancati ingressi o le leggere incrinature di una voce ancora acerba passavano in secondo piano di fronte all’istrionismo ed alla presenza scenica del leader, ed erano comunque superate dalla compattezza del suono della band.
La sequenza finale era perfetta.
“Wonderful Tonight“, “Unknown Despair” e il “Portiere di notte“, in cui Paolo si esibiva prima al piano e poi alla chitarra solista, passando tre volte da uno strumento all’altro, segnavano quello che si poteva definire un piccolo grande trionfo. Memorabile l’introduzione di Alberto alla canzone di Clapton:
“Questa canzone..(pausa)…vorrei dedicarla a una principessina…(pausa)…(risatine degli altri betovox)…una principessina, che ho conosciuto circa due mesi fa, (colpi di tosse del leader)…e che stasera è qui a sentirmi…(silenzio imbarazzato, voci e fischi di sottofondo dalla folla e dei colleghi di band)..no, il nome non lo dico, una principessina e basta…”
Naturalmente il pubblico, nonché gli stessi compagni di palco del cantante, pressavano per la rivelazione, finchè:
“…beh, insomma (pausa)…, Angela, questa è per te!”.
Una vera e propria ovazione saluta queste parole, mentre il leader miagola, amorevole ed emozionato, le sdolcinature del testo, portando così a termine nel migliore dei modi, ormai al lambire della mezzanotte, la seconda uscita pubblica del complesso.
A sera tarda, o meglio a notte fonda, i ragazzi uscirono dal centro oratoriale gonfi d’orgoglio per aver superato brillantemente la nuova prova dal vivo.
“Ragazzi che si fa, si festeggia, non è vero?”, l’intimazione quasi urlata di un Alberto ebbro di gioia, una volta rotolato giù dal palco.
Paolo: “Non c’è il minimo dubbio.”
Alfonso: “Io ci sto! E’ stata una serata memorabile, bisogna finirla degnamente! Voi siete dei nostri, vero?!?”
Ma Molteni e Colombini, cui il bassista si era rivolto, certo di una pronta adesione, opposero un rifiuto, seppur con differenti motivazioni, e la compagnia si spaccava in due.
Anche Angela doveva ormai rientrare, dato che l’indomani l’aspettava un’intensa giornata di studio, e Alberto l’accompagnò a casa, raggiungendo poi gli amici pochi minuti più tardi.
Non che i superstiti fossero entusiasti di tutto ciò, ma dopo pochi minuti, valicarono trionfalmente l’ingresso di un bar vicino, nel quale si riscaldarono a colpi di grappotte e gin tonic.
Il nucleo più vitale della band “festeggiò” così a dovere quello che ritenne il primo trionfo di una lunga serie, per poi rientrare tratteggiando traiettorie singolari ed infilando fortunosamente l’uscio di casa.

 

SETTIMO ROMANZO: LA VITA IRRAGGIUNGIBILE

12 GENNAIO 2018


Ecco una info gustosa..

Al solito, i primi dieci capitoli del romanzo saranno postati al più presto...

 

LA VITA IRRAGGIUNGIBILE

Settimo romanzo di Alfonso Gariboldi

Titolo: LA VITA IRRAGGIUNGIBILE

Romanzo di 464 pagine

Brossura, formato 15 x 23, bianco e nero

Terminato il 15 luglio 2016 - Stampato l'11 gennaio 2018

La vita vera resta irraggiungibile, e le teorie astruse, i vari "ci fosse giustizia nel mondo", le elucubrazioni più desolantemente utopiche che la sete di un lieto fine porta inevitabilmente a generare, rimangono permanentemente disattese.


Per l'acquisto e ogni informazione:

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

SUONI CHE NON ASPETTANO RISPOSTA - CAP.2 - LA PRIMA USCITA

9 GENNAIO 2018

 

Capitolo 2    -
La prima uscita

Gli anni ottanta, come accennato, trasudavano gli sgoccioli di un oscuro e freddo elettronismo, quando i cinque affrontarono la prima uscita dal vivo, il primo ottobre 1988. Occasione: niente meno che la festa dell’oratorio di Boffalora sopra Ticino. Da bravi ragazzi frequentatori di quel centro educativo quali erano, non ebbero difficoltà a strappare al parroco la promessa di celebrare la festa “con una schitarrata!” (parole di Alberto).
Tutto molto bello, ma il repertorio languiva.
La sera stessa dell’annuncio, annaffiato da un giro di cocacole e salatini vari offerti da Paolo, i ragazzi si misero fare una lista dei pezzi papabili e, per usare le parole dello stesso Garavani,”qui dopo qualche cover appena decentemente presentata dovremo raccontare barzellette, e nemmeno troppo spinte!”
Per quella sera si decise allora di ripassare a dovere i brani certi dell’inclusione al concerto, ma entro il lunedì successivo (ultima serata di prove) appariva indispensabile creare quanto meno un nuovo brano originale.
Alberto sosteneva infatti con enfasi che “è il materiale proprio, che delinea lo spessore di una band rilevante come la nostra! E’ necessario, anzi indispensabile, imparare sin da ora ad elevarci al di sopra della miriade di gruppi e gruppettini poveri di spirito che infestano sguaiatamente il saturo ambiente musicale contemporaneo!!”
Al termine del vaneggiamento, che nessuno si guardò bene dall’arrestare, il cantante venne ovviamente spernacchiato a lungo dal resto del gruppo al completo. Lui stesso s’unì alle risa di scherno ed inciampò goffamente sull’asta del microfono, finendo a faccia in giù sulla chitarra di Paolo agganciata al trespolo. Lo strumento cadde a terra e la cassa si scheggiò leggermente, generando la collerica alterazione di Garavani, che scalciò Torretta con impetuosità, presto imitato dagli altri.
Risolto l’incidente con sentito dolore per il cantante, il repertorio continuava a scarseggiare.
Per risolvere la situazione, Mauro si chiuse allora “tre sere di fila in casa” e ne uscì poi con un nuovo pezzo inedito.
“Stato In”, questo il titolo, era un lavoro incentrato su una condanna senza remissione del servizio militare. Risentiva in modo inevitabile di una pesante sintetizzazione, tipica del nostro “elettrosolista” (stavolta la definizione era di Paolo); oltretutto il riff era proprio tipicamente elettropop, giocando su due accordi ripetuti nella strofa ed altri due diversi presentati nel refrain.
Quando gli altri ascoltarono il prodotto finito, non si levarono propriamente urla di giubilo all’interno della saletta.
Fu Garavani a prendere in mano la situazione, inserendo un nuovo assolo di chitarra distorta a fine brano, il che, unito al solito basso martellante che non arrivava mai al “re” alto, riuscì infine a vestire “Stato In” almeno un po’ di rock. La variazione stilistica cui la canzone era stata assoggettata provocò però il risentimento del suo autore, il quale provò a dire che forse la chitarra non serviva e Paolo avrebbe potuto (avendone le capacità) inserire un’altra tastiera…
Tuttavia quest’ipotesi fu presto abortita.
Ma Mauro stavolta non aveva molta voglia di lasciar cadere la questione e rimbeccò:
“Era solo un’idea…d’altronde se non ci sono altri pezzi originali oltre ai miei…”
Si trattò di un’uscita che trasmise un vago senso d’imbarazzo negli altri, ma ormai c’era altro a cui pensare, tre giorni dopo era tempo di live.
Anche se il primo spettacolo dal vivo durò una ventina di minuti in tutto, servì ad assicurare ai cinque le simpatie di una buona fetta del pubblico locale: le quattro cover in programma furono, come prevedibile, i brani più semplici del repertorio: doppio Clapton (oltre a “Cocaine” la melensa “Wonderful Tonight”), più le nostrane “Farfallina” e “La mia banda suona il rock”. Saggiamente, i brani floydiani furono per il momento accantonati.
Alfonso si presentò in giacca beige ed una camicia bianca abbottonata fino al collo, tipo Spandau Ballet, salutando di tanto in tanto gli spettatori con la mano, che comunque non vedeva dato che aveva scelto di rinunciare agli occhiali.
Paolo optò per un abbigliamento sportivo in jeans, un grosso foulard arancione ed un sorriso accattivante e rilassato.
Mauro indossava una tuta da ginnastica con scarpe da tennis multicolori senza stringhe che sporgevano dalla base della tastiera e grossi occhiali da sole “per avere più carisma e sintomatico mistero.”
Gianni espose una maglietta con la scritta “Non sono grasso, è la stoffa che fa difetto” e calzoni tigrati, come amava fare il suo idolo Roger Taylor (dei Queen, non dei Duran Duran).
Per Alberto, che da questo momento sarebbe stato denominato anche “Beto”, impomatato all’impossibile con una cresta gellata effetto elettroshock, la sobrietà era d’obbligo per il primo spettacolo. Si limitò a doppiopetto, calzoni di raso e scarpe in cuoio, tutto rigorosamente nero pece.
Una breve presentazione del gruppo da parte di Alberto (molto scolastica, stile: ciao-siamo-i-luxuriabetovox-e-speriamo-che-ce-la-caviamo) sarà l’unica escursione extra-canto del vocalist, che per il resto si limitò a presentare le canzoni nel modo più disinvolto possibile. Ma sarebbe cresciuto molto, in un prossimo futuro.
Dopo una prestazione attenta e piuttosto rigida, ma in ogni caso priva di sbavature, i cinque scesero dal palco tra gli applausi e piuttosto sollevati. Alberto dichiarò scherzando (credo) che era disponibile per foto ed autografi, ma nessuno lo considerò e se ne tornò a casa prima degli altri.
La giornata successiva, domenica, registrò tutto un susseguirsi di telefonate tra i ragazzi, a scambiarsi opinioni e complimenti circa il “buon esordio” (parole di Alberto), ma “faremo ancora meglio” (sempre parole di Alberto).
Giovedì 6 ottobre, forse memore di queste ultime parole, Alfonso si recò a casa di Paolo portando un testo in inglese ed una chitarra.
“Perché non proviamo anche noi?” fu l’unica idea di base da cui i ragazzi partirono. Ma a furia di canticchiare melodie, ripetere accordi, buttar giù frasi e cercare di dare un ordine metrico al tutto, singolarmente entro mezzanotte e mezza nacque davvero qualcosa di appetibile.
Sarebbe stato denominato “Unknown Despair”, e si trattava un ottimo esordio compositivo per i due amici; un brano orecchiabile ma dotato di complessa struttura melodica (gli studi di pianoforte di Paolo davano i loro frutti), che si sviluppa in maniera sorprendente dopo un cambio di tono. Paolo, finalmente libero di sviluppare la propria creatività, vi immaginava già uno struggente assolo di chitarra del finale che dal vivo gli avrebbe procurato il tripudio dell’audience.
Il testo esprime il tipico malessere post-adolescenziale, il disagio inspiegabile che affligge molte anime giovani che spesso non hanno neppure il coraggio di parlarne, limitandosi ad esprimerne un addolorato sbigottimento.
Ma i ragazzi negarono ogni riferimento autobiografico. In quel momento non apparivano per niente a disagio, erano anzi soggetti a una vera e propria esaltazione.
Alfonso: “Però che pezzo!! Ma l’abbiamo davvero fatto noi?!? Vedo già il Beto che si esalta davanti al microfono!”
Paolo: “Sempre che si ricordi di portarlo..no, scherzi a parte, è notevole, questo lunedì lo proponiamo subito e lo sbattiamo in repertorio!!”
Felici e contenti, i due fecero quanto stabilito.
Il lunedì successivo suonarono la canzone al resto del gruppo che, entusiasta, si mise a lavorare per rivestirlo con il dovuto arrangiamento. E qui cominciarono a sorgere dei problemi. Mauro imparò subito la linea melodica di “Unknown despair” e disse che avrebbe fornito un accompagnamento impagabile.
La cosa preoccupò leggermente gli altri, tranne Gianni impegnato ad ammorbidire i toni del rullante e molto attento ad indovinare le entrate nei periodici stacchi del brano. Durante la sessione successiva, Mauro se ne uscì trionfante: “Sentite che botta!”
In effetti, specialmente per Alfonso e Paolo, fu una botta ascoltare l’arrangiamento creato dal tastierista. Era “tecnoghiaccio”. Dove nelle intenzioni doveva esserci “una lieve carezza di organo ad accompagnare le riflessioni del protagonista” (parole di Beto), Mauro aveva immaginato un suono di tastiera ossessivo che pompava raddoppiando il quattro quarti originale della canzone, praticamente solo con la cassa a tenere il ritmo.
Si trattava in tutto e per tutto di un omaggio al genere techno che iniziava a prendere piede con lo sbiadirsi dell‘epoca dell‘elettronica.
“Acceleriamolo, rendiamolo moderno, ballabile, forte!!” sosteneva di fronte alle facce allucinate degli altri. La risposta fu no, su questo tutti e quattro furono d’accordo.
“Vedi, Mauro,” cominciò Paolo, “non tutto è riconducibile alla tecnologia…il pezzo è stato pensato con una linea melodica che non può essere eliminata così brutalmente…”
“Qui serve un rivestimento leggero,” proseguiva Alfonso “costante ma non preponderante, che si libri nell’aria ad illustrare la profondità del tema trattato..”
Riprese Paolo: “Un arrangiamento che sottolinei le meditazioni del protagonista della canzone, le turbative che nel delicato momento della sua crescita sta conoscendo…”
“Insomma”, intervenne finalmente Beto, “questo tuo accompagnamento fa veramente cagare!!”
Mauro fu sconcertato dalle reazioni degli altri ma, trovatosi in minoranza, si adeguò limitandosi a rimarcare gli accordi del pezzo senza variazioni particolari fino all’assolo finale di Paolo. In realtà quella che uscì fu una gran bella produzione, il miglior brano tra i primi pezzi originali della band.
Gianni non si era esposto molto, ascoltava cercando di fornire il ritmo necessario alla canzone, ma non fu dato sapere che opinione avesse su queste piccole discussioni sorte in seno al gruppo.
Durante il prosieguo di quel mese di ottobre, l’entusiasmo tra i ragazzi andava sensibilmente lievitando, contagiandoli anche oltre la buia soglia della saletta. Alfonso, dopo il diploma, aveva trovato un’occupazione da magazziniere in una ditta a Settimo Milanese, e durante la pausa pranzo amava prendere la chitarra e suonare le “canzoni della mia band” ai colleghi, senza accorgersi che più d’uno, dopo mangiato, escogitava pretesti singolari per andarsene a fare un giro, rinunciando così “a malincuore” all’esibizione. Quando suonava la campanella del ritorno al lavoro e finalmente taceva alzando gli occhi dallo strumento, si guardava in giro e non c’era nessuno.
Paolo faceva apprendistato presso la ditta del padre, una società di mobili ed arredamenti, e fu il primo a farsi una cassetta con i primi tre pezzi originali del gruppo, che riascoltava con attenzione per cercare punti passibili di miglioramento durante le (frequenti…) pause dal lavoro che in quel momento poteva ancora permettersi di prendere.
Anche Gianni, il più anziano del gruppo ed ormai affermato nella propria professione di collaudatore elettronico, pur essendo di gran lunga l’elemento più introverso e riservato del gruppo, mostrava di gradire il momento della band. Nelle periodiche telefonate a Mauro, l’attività musicale era ormai il leit-motiv della conversazione.
Alberto cercava di rapportare gli studi di filosofia al suo fiorente hobby, ed allungando lo sguardo oltre la porta chiusa di camera sua lo si sarebbe potuto ammirare con un microfono spento in mano, mentre studiava e improvvisava, assumendo pose ispirate, versi declamati con vigore e sofferenza, cercando di concepire carmi utili per il complesso.
Due settimane dopo “Unknown Despair” era pronta e ci si cominciò a concentrare su nuove covers.
Alla fine di ottobre, Beto annunciò al resto del complesso che i Luxuria Betovox avrebbero affrontato una seconda prova dal vivo prima di Natale. Ancora una volta un boato di esaltazione invase la saletta, ed il mese di novembre diventava fondamentale per la band, per ribadire la buona impressione suscitata nel corso del primo concerto.







Unknown despair

Unknown despair
I can feel in the air
I can feel in my words
In the things that I heard
Unknown despair
I can feel anywhere
Especially in my soul
Where something goes wrong
If the rain don’t close my mind
If the sun don’t make me unkind
I’ll show it

Unknown despair
The snow covers the air
Tears filling in my eyes
Disappear in the night
Unknown despair
It’s hard to be there,
I feel a cold embrace
As I fade to the space
If the rain don’t close my mind
If the sun don’t make me unkind
I’ll show it

Unknown despair
I can feel in the air
I can feel in my words
In the things that I heard
Unknown despair
I been trying to share
But no one ever knows
How hard is to grow
If the rain don’t close my mind
If the sun don’t make me unkind
I’ll show it  

 

BUON ANNO CON SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA

5 GENNAIO 2018


Buon anno a tutti!

In attesa di comunicare notizie circa il sesto romanzo, imminente, inizio da oggi una riedizione del primo della serie, "Suoni che non aspettano risposta", 2011.

Così, per rinverdire...

 


SUONI CHE NON ASPETTANO RISPOSTA

 

Capitolo 0 -

Intro

Solo alcuni fatti narrati nel libro sono realmente accaduti; tutta la vicenda è stata comunque descritta con toni romanzati, direi quasi fiabeschi. A tal fine, caratteri e personalità sono stati qualche volta accentuati, senza malizia o cattiveria.

I miei amici e familiari si riconosceranno subito nei cognomi di fantasia che ho affibbiato loro. Ho adottato il trucchetto per amor di privacy e credo di aver sfiorato con gentilezza le loro esistenze. Mi scuso anticipatamente se qualche volta (spero di no) avrò urtato la suscettibilità di qualcuno.

E’ stato fatto senza volerlo.

D’altronde, nemmeno come bassista ero perfetto.


Capitolo 1

Luxuria Betovox

Soddisfatto dell’abbondante fioritura, osservava ormai da qualche minuto le bellissime surfinie multicolori discendere a cascata di là del balcone.

L’arsura della bollente metà d’agosto per il momento non aveva procurato danni particolari. Versò poca acqua sulla gardenia e stava per eliminare a colpi di forbice le rose ormai sfiorite (ma altre spingevano già, da sotto) quando lo sgangherato squillo del telefono lo distolse dalle operazioni.

“Ehi, Al, sono Mauro, come va?”

Dall’altra parte del filo, Alfonso si stupì che l’amico fosse già tornato dalle vacanze. Mauro dissipò subito i dubbi.

“In realtà per quest’anno non se ne fa niente..tu, piuttosto, come sei messo questo mese?”

“Io sono già tornato..cosa vuoi, è poco che lavoro, non ho molte ferie, e già lunedì devo riprendere, in ditta.”

“Tempo libero, in questi giorni dunque..?”
“Mica tanto! Sto riorganizzando il giardinetto che ho sul balcone, surfinie, rose, gardenia, edera, vedessi che bello, mi dà un sacco di soddisfazioni, e speriamo che il tempo tenga e non faccia né troppo caldo né troppo freddo, che piova ma non troppo, che il vento sia giusto, che bevano abbastanza...poi devo stare attento al concime, agli antiparassitari, a…”

“Vengo lì e te le faccio appassire tutte se non taci. Ho una proposta da farti. Ti ricordi di Gianni, vero?”

La proposta sarebbe stata svelata presso lo storico "Bar Bologna" di Boffalora sopra Ticino alle ventuno di quella sera. Alfonso riuscì a presentarsi all‘appuntamento alle dieci meno venti, pur non avendo assolutamente nulla da fare post-cena oltre a lavarsi i denti, uscire di casa e coprire una distanza di cinque chilometri. Mauro, che stava per addormentarsi al banco con un bicchiere di chinotto senza limone in mano ed il porta bicchiere nell’altra, all’arrivo del ritardatario lo accolse con tutti gli onori.

“Ciao, Alfonso, scusa ma io e Gianni eravamo enormemente in anticipo….”. Non infierì oltre.

Gianni strinse la mano del nuovo arrivato senza cercare di stritolarla come avrebbe avuto ragione di tentare, ma addirittura abbozzando un sorriso; si recò poi al tavolo con gli altri.

Dopo brevi scambi di convenevoli, Mauro arrivò al nocciolo della riunione:

“Vogliamo costituire un gruppo. Una rockband. Io mi occuperò delle tastiere, Gianni alla batteria, come sai e tu suonerai il basso, come stai facendo con quegli altri. E non ti dico a chi ho pensato per la voce…”

A sentire il nome rivelatogli da Mauro, il viso di Alfonso s’illuminò. “Ma come pensi di convincerlo? E chi mettiamo alla chitarra?” furono le sole sue obiezioni, che avrebbero presto trovato una risposta.

Il resto della serata fu trascorso a dilatare con roboanti propositi l’euforia che s’era installata tra i tre ragazzi; dopo un’oretta di voli pindarici, decisero finalmente d’inaugurare anche a livello pratico il progetto.

“Per il posto non c’è problema”, la sicura asserzione di Mauro “dobbiamo solo impegnarci a tenerlo chiuso, a tenerlo pulito e smettere inflessibilmente alle undici e trenta.” Si trattava di una saletta ricavata dallo scantinato di un oratorio, che subì il giorno dopo una sommaria ma passabile revisione di pulizia. Poi venne addobbata da strumentazioni più o meno di proprietà, e per sera poteva dirsi pronta.

L’attività della neonata band prese il via la sera successiva, sotto un acquazzone terrificante che, se da un lato mortificò la vispa presenza delle surfinie del balcone di Alfonso, dall’altro ebbe il merito di battezzare le prime prove in assoluto del nucleo originario dei Luxuria Betovox (denominazione che risalirà comunque a qualche mese più tardi), con la seguente formazione:

Gianni è Gianni Colombini, 23 anni, batterista con una lunga esperienza alle spalle negli Smiles, gruppo di Pontevecchio di Magenta, fautore di un rock piuttosto classico e talvolta d’atmosfera. Ha uno stile piuttosto legnoso e predilige i toni più secchi del rullante. Non per niente è cultore del funky estremo, per la cui cosa sarebbe spesso stato (affettuosamente) sbeffeggiato.

Il nostro floricoltore ritardario risponde al nome di Alfonso Garimbelli, 20 anni, ex batterista ed ora bassista nella band di pop melodico Fleetin’Angels, che si crea così un secondo gruppo, sempre nel ruolo di bassman.

Il terzo componente, bevitore di chinotto e potenziale devastatore di piante da balcone, Mauro Molteni, 21 anni, tasterista, a sua volta già bassista degli Smiles con Gianni, era tipico one-man band, elucubratore di suoni campionati, che infatti caratterizzeranno i primissimi pezzi made in Luxuria.

L’idea base dei tre è semplicemente il suonare insieme. Per alcune serate, si limitarono a radunarsi nello scantinato buttando giù idee musicali, senza avventurarsi nel canto, finché alla fine di quell’agosto, accompagnato da Mauro, fa capolino in saletta Alberto.

Di cognome Torretta, 20 anni, è un vocalist senza particolari esperienze musicali dietro sé, tranne un timido tentativo d’imparare il basso, pratica per il momento abortita ma che riprenderà più tardi. Trattasi di individuo già piuttosto conosciuto nell’ambito artistico-musicale dell’area del Ticino, vista la spiccata passione per il teatro e l‘arte scenica, gli studi di filosofia che aveva intrapreso ed il carisma magnetico che lo contraddistingueva ogni volta gli capitava di esibirsi in monologhi improvvisati, davanti a una platea altrettanto improvvisata, sia sulle sponde dell’amato Naviglio oppure in occasione delle feste di piazza che scandivano la vita tranquilla di Boffalora sopra Ticino.

Era lui la “sopresa” promessa da Molteni. Alfonso, che conosceva Alberto e gli era amico e coetaneo, non avrebbe mai pensato che desiderasse cimentarsi nel canto.

Poco dopo l’inizio di settembre, ecco completarsi la formazione con l’aggiunta d’un addetto alla chitarra, Paolo Garavani, 21 anni, fresco di fine naja, per brevissimo tempo era anche stato tastierista dei succitati Fleetin’ Angels, da qui la conoscenza e l’amicizia con Alfonso, il quale conoscendo le sue capacità di chitarrista, lo invita ora a ricoprire quel ruolo “nel nuovo gruppo che lui aveva fondato”. La line-up a cinque è una realtà, e vide il suo debutto un lunedì sera blandamente piovoso, parzialmente nebbioso, immaturamente freddo, gonfio di pessime premesse dell’autunno incombente, con Alfonso che arrivò in ritardo alle prove perché impegnato ad installare delle serre sul balcone per proteggere le pianticelle, cosa di cui si vantò in saletta tra l’indifferenza generale.

L’atmosfera uggiosa di quell’estate precocemente invecchiata non riuscì però a farsi strada oltre le anguste soglie della saletta dell’oratorio, ove aveva avuto inizio l’attività musicale di uno dei più originali complessi musicali dell’hinterland milanese (secondo i suoi stessi componenti, naturalmente).

Alberto, Mauro, Gianni, Paolo e Alfonso, in verità, durante la prima serata di prove non fecero molto di più che guardarsi in faccia con fare interrogativo, accennare qualcosa sui rispettivi strumenti, azzardare un sorrisetto ogni tanto ed infine, intorno alle 22,45, concordare che “forse è meglio iniziare a metter giù qualche canzone di altri.”

Fu così che i nostri presero a ricercare un minimo di amalgama spulciando tra i più celebrati totem della musica internazionale; come molti altri gruppi all’inizio, avrebbero pagato dazio ai più noti classici del rock (basti citare “Cocaine” su tutte). Le riprese migliori sarebbero comunque state quelle accomunate da una vena delicata e decadente, tra cui “Il portiere di notte” di Enrico Ruggeri, autore molto amato dalla totalità della band, oppure “Wonderful Tonight”, sempre di Clapton, un lento di sicura presa tra il pubblico.

Le prime tre/quattro sere di prove furono dunque marchiate dal coverismo più sfrenato.

Una sera Mauro andava gingillandosi con la tastiera accarezzando l’idea di creare un pezzo proprio. In quel periodo di fine anni ottanta l’elettropop aveva tormentato le scene musicali di tutto il mondo, e i nostri non potevano non risultarne, magari anche inconsciamente, influenzati…

Ottenuta l’audience del resto della band, Mauro cavò dal suo “scatolone finto-musicale” (definizione affibbiatagli da Alfonso, fiero sostenitore del rock “duro e puro”) una melodia ossessiva e ripetitiva basata su un breve, elementare giro di accordi in minore, per intenderci piuttosto cupa e per così dire, “ipnotica”.

Alberto espresse subito: la propria perplessità:

“Sembra di essere in una dance-hall per tecnopoppisti!” ed anche gli altri non apparivano particolarmente entusiasti. Tuttavia il pezzo fu rivestito di un arrangiamento a base di chitarre e basso distorti e batteria pesante (il che costò un certo sforzo a Gianni), corredato da un testo banalotto sulle visioni di una mente allucinata ed accreditato ufficialmente come primo brano originale dei Luxuria Betovox.

“Veliero” sarebbe tuttavia rimasto a lungo senza la compagnia di altri pezzi propri; per molte prove ancora, le sessioni furono infatti dedicate allo sviluppo dei brani altrui. Paolo, che ogni sera prima di addormentarsi dava la buona notte a David Gilmour che lo scrutava da un poster troneggiante in camera sua, era un grande estimatore dei Pink Floyd, passione condivisa da Alfonso e parzialmente anche da Alberto. Fu così che “Comfortably numb” e “Another Brick part.2” entrarono presto in repertorio.

La sera che il primo brano fu provato, si rivelò in realtà un mezzo coma. Torretta era in leggera difficoltà col testo. “Just a little pin prick” divenne “Just a little pin preach” ovverosia una punturina divenne una predichina…il maestoso doppio assolo di chitarra echeggiava nelle prime versioni la vibrazione di un elastico. Mauro, che forniva una ricoprente tastiera, si mostrava abbastanza perplesso e lo esternava pure:

“Forse dovremmo cimentarci con qualcosa di più semplice..”

In realtà, le sue velleità da dance floor mal si sposavano con le distorsioni post psichedeliche della cover floidiana.

Alberto da parte sua propose saggiamente qualche ripresa italiana, anche per, parole sue, non cedere “eccessivamente all’invadente esterofilia dilagante”, uno dei primi ampollosi e talvolta disorganici aforismi con in quali avrebbe sempre amato condire le proprie presenze con gli altri.

“Perché non inserire “La mia banda suona il rock?”.

Il suggerimento fu presto messo in atto.

La serata successiva, Molteni se ne esce con una trovata: “In due prove “Farfallina” di Carboni è su!” Il cantautore bolognese era in quel momento nel suo periodo di maggior successo, e si cercava di cavalcarne l’onda; anche il taciturno Gianni aveva nel frattempo detto la sua, e fu merito/colpa sua se Dylan si ritrovò l’ennesima cover di “Knockin’ on…” versione pre-Guns’n Roses, interpretato da Alberto con l’intensità lirica d’un vero reduce di guerra.

Martedì 20 settembre, Alberto e Paolo scesero in saletta con una “notizia bomba” (parole di Torretta). Ai Luxuria Betovox era appena stata proposta la prima uscita dal vivo, ed Alberto aveva dato l’OK a nome di tutta la band. Tutti furono abbastanza incoscienti da accettarla con entusiasmo - dopo appena un mese di prove! Sconvolto dalla notizia, Alfonso dimenticò le amate surfinie senz’acqua per una settimana..le avrebbe salvate appena in tempo, proprio il lunedì vigilia del concerto, e lo considerò un ottimo auspicio.

Quanto avrebbe avuto ragione, lo vedremo dai prossimi capitoli.

 

THE GOSPEL LIGHT VOCAL ENSEMBLE

20 DICEMBRE 2017

 

 

THE GOSPEL LIGHT VOCAL ENSEMBLE
venerdì 22 Dicembre ore 21 al Teatro di Nova Milanese

Gran concerto venerdì sera, per accompagnarci al Natale.

Uno show che diventa energia, ritmo e passione che riesce inevitabilmente a coinvolgere ed emozionare la platea.

I Gospel Light propongono con il loro repertorio un viaggio attraverso la musica afro-americana, dallo spiritual al contemporary gospel, passando per il musical e arrivando agli standard jazz più sofisticati. Dagli immancabili traditional "Amazing Grace" e "Oh, Happy Day", ai successi di Sister Act "I Will Follow Him" e “Ain’t No Mountain”, alle coinvolgenti composizioni del reverendo Kirk Franklin "Brighter Day" e “My Love, My Life, My All”, fino allo swing incalzante di “My Favourite Things” e “On The Sunny Side Of The Street”.

Una serata imperdibile per chi ama la musica dal vivo: l'altissima qualità degli interpreti sul palco e la potenza di questo repertorio sapranno infatti conquistare il pubblico di ogni età.

Non mancate.

Teatro Comunale di Nova Milanese, via G. Giussani 9

Biglietteria tel. 039 2027002

 
Altri articoli...