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EQUIVOCI MUSICALI

13 MAGGIO 2018

CHIUSURA STAGIONE EQUIVOCI MUSICALI

OLÉ... TEMPO DI FLAMENCO​   
sabato 19 Maggio a Monza

Sabato sera è l'ultimo appuntamento della stagione musicale Terra al Binario 7 di Monza, prima della pausa estiva.

Vogliamo trasformare questo splendido concerto in una grande festa per celebrare questo bellissimo anno insieme. Sul palco ascolteremo gli stili più affascinanti del flamenco in un vortice di colori, forza ed entusiasmo dove la depuratissima tecnica del corpo si fonde con l’esplosione di energia degli artisti.

A tenere la scena sarà Punto Flamenco Ensemble che nasce dall'esperienza artistica di Maria Rosaria Mottola - artista flamenca, coreografa, insegnante, direttrice artistica del Milano Flamenco Festival, che vanta un curriculum di altissimo livello maturato nell'arco di un’esperienza decennale in Spagna, grazie alla quale è entrata in contatto con le più note figure del flamenco.

Una serata imperdibile. Uno spettacolo passionale, solare, romantico e malinconico come solo il flamenco può essere. Un'arte antica, nomade, dove piedi, braccia, corpo, musica, canto e poesia si fondono in modo elegante e sensuale, energico e travolgente per arrivare al cuore delle persone.

E' consigliata la prenotazione

Inizio alle ore 21.

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Biglietteria:  039 2027002

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA -CAPITOLO 19 - L'EVOLUZIONE POETICO TEATRALE DI ALBERTO

8 MAGGIO 2018

 

CAPITOLO 19
L’evoluzione poetico-teatrale di Alberto

Quella stessa sera si reiterò un rito che non veniva celebrato da tempo immemorabile, addirittura da prima che Alfonso partisse per militare, e che non era stato rispolverato nemmeno il mese precedente, dopo la creazione di “Miserabile”.
I dhg erano talmente esaltati dal nuovo brano ottenuto che, dopo averlo delineato e memorizzato tramite un audace registratorino a pile con microfono incorporato, quindi senza alcuna pietà per le distorsioni più accecanti, iniziarono ad urlacchiare ed a pogare, ossia a sbattersi con violenza l’uno contro l’altro cercando di farsi del male fisico, ed insultandosi con ferocia, come si usava fare all’epoca durante i concerti live nei momenti di maggior sublimazione.
L’unica parte proibita era il sottopancia, ma in quel frangente la regola fu sovente disattesa.
Dopo qualche minuto di una simile demenza, davanti ad un Karsi esentato e schifato, i tre poveracci smisero di percuotersi ma anche di suonare, abbandonandosi alla degustazione di alcune bottiglie di Bonarda offerto generosamente da Paolo (cui stavolta il signor Cassetti non si tirò indietro), che di fatto segnò per quella sera la fine delle prove.
Prima di uscire, l’eccelso leader mollò un tremendo calcione ad un amplificatore squartandosi certo un metatarso e digerì rumorosamente, per fortuna a microfono già spento, presto imitato dagli altri.
Una bella massa di avvinazzati uscì poco dopo in precario equilibrio dalla sala prove; Gary, che quella sera forniva la macchina, riuscì a mirare dopo alcuni minuti la serratura della ritmo azzurra, ma come poi i quattro arrivarono a casa i verbali della stradale non riportano, fatto sta che il giorno dopo fu, per tutti, una levata abbastanza difficile.
Il commerciante Garavani, ribaltato dalla sveglia, prima ancora di destarsi iniziò a rivolgersi domande epiche sulla vita ed i suoi significati più reconditi. L’agente immobiliare a tempo Garimbelli, che oltretutto in quella settimana lavorava la mattina, si recò presso l’agenzia immobiliare con la ferma intenzione di addormentarsi in bagno. Il gestore di pubblico esercizio Cassetti, il più fortunato dato che il giorno dopo il “Bologna” era chiuso, non si levò dal letto fino alle sette di sera, svegliato da una flebile protesta dei suoi che ne reclamavano la presenza quanto meno per cena. Grugnendo si alzò e sibilando improperi si diresse verso il tinello e risulta che aprì gli occhi tra il secondo ed il caffè. Il part time studente universitario e part time lavoratore Torretta, ululando di gioia aveva rimesso di tutto una volta giunto sulla tazza di casa, ed ebbe la grande idea di svegliare i suoi con un urlo in piena notte declamando: “Sono il più grande poeta del mondo!!!”. Ne ricevette in cambiocambio una sontuosa pedata nel sedere bella secca, che lo portò a ritirarsi in buon ordine nella sua stanza, ove s’addormentò senza fiatare.
Tra la fine di maggio e i primi di giugno, i quattro si imposero una serie di sessions di prove serie, energiche e prive di estrinsecazioni alcoliche. Il live-Klausura era ormai alle porte. I due nuovi pezzi furono riprovati e risposero perfettamente all’esigenza della band, la quale ormai non si accontentava più di presentare brani nuovi ma iniziava a curare con meticolosità gli arrangiamenti ed i particolari che soltanto un annetto prima venivano tralasciati.
Ed ecco che quella sera stessa il bridge di “Miserabile” venne ricoperto da un tocco di hammond ad accompagnare la scala di chitarra solista, suonato da Alfonso che poi aveva esattamente cinque secondi (il tempo della rullata di Karsi) per rimpadronirsi del basso e rientrare in tempo per la strofa.
Il primo tentativo fu un massacro, il trentesimo alfine presentabile.
Per “Strano cerca amore” non vennero decisi abbellimenti di alcun genere, il pezzo era già un gioiello così nudo e crudo, ognuno a pompare al proprio strumento ed un Alberto finalmente sincero ed espressivo.
Finalmente, dopo cinque mesi di stasi, il gruppo si rimette alla prova on stage. La sera del 10 giugno i quattro si ritrovano al Bologna a predisporre l’esibizione nei minimi dettagli.
Alberto, che non contava molto a livello tecnico-musicale, sebbene forse lo credesse, promise scintille come frontman. Asserì che si sarebbe impegnato a fondo a mandare a memoria i testi delle canzoni, non solo quelli in italiano che scriveva lui stesso e ciononostante riusciva a scordare ogni volta o a cambiarli a caso, bensì addirittura quelli in inglese, fornitigli da sempre da Gary e che non aveva mai tentato d’imparare eccezion fatta per una strofa di “Open”, che spesso era tentato di ripetere lungo l’intera canzone.
Il bassista quella sera era particolarmente intrigato circa le bellicose intenzioni del leader e lo tampinò più volte:
“Ma esattamente, cos’è che vorresti fare?”
“Non lo so ancora, lascerò che la farfalla dell’estro si deponga sul mio cuore denocciolato e la virgola dell’anima tragga linfa dal sorriso immacolato di un bimbo!”.
Era il suo modo deficiente di non voler anticipare nulla, così, presosi gli inevitabili invii a quel tal paese, rimase per conto suo a soffrire sulle liriche mentre gli altri tre “manovali” (definizione del capo), picchiavano sugli strumenti a provare inizi, stacchi, finali, cambi di strumento e quant’altro.
La scaletta della rappresentazione era ormai decisa da tempo e conteneva i pezzi espressi al “Magia Music” il 28 gennaio più i due nuovi.
Durante quella sessione venne provata ed immediatamente inserita una nuova cover: “Already gone” dei sempre maestri Miracle Workers, piccolo uragano in 4/4 raddoppiato per tutto il pezzo che resterà il brano più veloce mai suonato dalla band (standard = 1’34” !).
La sera del 14 giugno, per motivi tecnico-tattici si decise di stipare tutti gli strumenti, gli apparati scenici e i quattro componenti dei DHG sul capace volvo del Karsi. Il serafico e adiposo batterista si inquietò notevolmente notando con che tipo di arnesi il suo cantante aveva intenzione di gingillare sul palco, ma venne da quest’ultimo rassicurato, il che lo metteva effettivamente in una botte di ferro, come notò Paolo con sarcasmo. Lo spettacolo in effetti cominciò bene. Al singer, pena pedatoni nel sedere dati di punta, fu dagli altri proibito ogni accenno politico/campanilistico, come l’incosciente scherno a Saddam Hussein di pochi mesi prima.
Così Alberto se ne uscì con un impeccabile:
“Buona sera, cari astanti, noi siamo i dhegrado, da pronunciare con la “h”, mi raccomando, e suoneremo un oretta - oretta e mezza per voi, se vi piacciamo bene, in caso contrario andate a farvi fottere!”.
La gente sembrò ignorare questo esordio promettente, ma con lo scorrere dei pezzi, da “Ragazzo di strada” a “Miserabile”, passando per “Strano cerca amore” e “Already gone”, il pubblico si fece caldo ed iniziarono, agognati dalla band come la manna, applausi e versacci vari. La presenza dell’ultrà-storico dhg Fabietto, armadiesco energumeno tanto simpatico quanto facile all’ira, rese possibile un accenno di rissa durante “You knock me out”, naturalmente alimentata dall’incitamento della band, che si risolse in breve con un paio di bottiglie di ceres rotte e qualche sedia ammaccata.
Sarebbe tuttavia riduttivo non considerare le rilevanti innovazioni che il live portò dal lato scenico. Durante una riesumata “Metanoia”, che non veniva presentata live da oltre un anno, Alberto riesce a lievitare santamente in uno sfondo di candele ed uova piene disposte a circolo, che rappresentavano il terrore di Karsi durante il viaggio e fruttò al capogruppo ululati e spernacchiamenti vari dai fans più sfrontati, mentre Alfonso e Paolo emettevano dei cori di una mestizia opprimente e Karsi sparava a caso tra tamburi e crash, formando una lancinante versione da 9’45”, comunque apprezzata dalle menti etilicamente alterate di vaste frange di pubblico. Questo fu solo uno dei camaleontici allestimenti che in questa serata avrebbero accompagnato l’esibizione dei nostri. Nel corso di un intermezzo strumentale improvvisato dagli altri, il leader s’infilò in un lenzuolo bianco immacolato indicando a mani giunte una parete sulla quale venivano proiettate diapositive di popolazioni dilaniate da povertà e guerre civili. Durante “Strano cerca amore”, si mise a lanciare cuori di gommapiuma colorata alle ragazze del pubblico, che al solito non avevano occhi che per lui.
Il vero fatto nuovo è dunque rappresentato dalla evidente evoluzione teatrale che il leader stava attraversando con gradualità. Padrone assoluto del palco, perfettamente a suo agio tra intrugli e aggeggi assortiti cui nessuno verrebbe in mente di ricorrere durante un’esibizione di garage-punk, veste sempre di più le proprie performance di una melodrammaticità che sarà la chiave di volta del successo del complesso.
Al termine del concerto avrebbe voluto lanciarsi in mezzo al pubblico, ma si ricordò che il giorno dopo doveva recarsi in ufficio e ci teneva ad arrivarci sano e salvo.
Un sintomo di lodevole attaccamento al lavoro?
Non solo.
Aveva deciso ormai che, ad ogni costo, si sarebbe iscritto alla fine di quella stessa estate al Corso d’Arte Drammatica, anche se naturalmente doveva per arrivare a questo, passare attraverso le forche caudine del rispetto del Patto D’Acciaio col padre: la sincera vocazione del capo per questa nobile arte non sarà soltanto l’elemento distintivo del gruppo, ma darà come vedremo un’impronta decisiva alle scelte professionali future di Torretta.
Per il momento i quattro si accontentano di uscire vittoriosi da un nuovo concerto.
Inevitabile e meritata, la sbornia post-live.
Stavolta fu Paolo ad uscirne peggio degli altri. Una volta in strada, mentre i quattro discutevano ad altissima voce circa i dettagli dell’esibizione appena conclusa, Garavani incespicò malamente sui crash del Karsi, che li aveva staccati dalla batteria. Oltre al fracasso infernale che aveva causato, il chitarrista pensò di bene di scacciarli da sé a calci causando la stizzita reazione del largo batterista che smoccolò con asprezza. La gente dei dintorni, che eccentricamente aveva deciso di mettersi a letto nonostante fossero appena le due meno un quarto di notte, apprezzò il fragore creato dai quattro ed applaudì commossa, lanciando secchi e annaffiatoi d’acqua, che terminarono la propria corsa sulla vettura di Cassetti o in testa al leader.
Prima che accorressero i vigili, i dhg si sistemarono a caso sul volvo e ripartirono verso Boffalora, ove probabilmente arrivarono. Persino Fabietto pareva più sobrio, e si era allontanato con Ciccio ed il resto dello zoccolo duro dei fans, cioè una dozzina di persone in tutto praticamente in silenzio a parte qualche digestione leggermente amplificata dalla nottata di stelle pre-estive.
Alfonso riascoltò il giorno dopo la cassetta che aveva immortalato, come faceva sempre, tramite l’antichissimo registratore a pile che piazzava scriteriatamente sul palco.
“Senti qua, caro amico” esordì il ragazzo quando si trovò a tu per tu con il Fat, “Senti che sincronia, che tappeto sonoro, che perfezione ritmica, che…” “taci che non sento una mazza,” replicò bruscamente il compagno di sezione, ed anche gli altri annuirono, riducendo l’entusiasta Gary al silenzio, pena calcioni.
Il concerto era stato, invero, ben riprodotto e bizzarramente le parti si coglievano nitide.
Tutti i quattro furono soddisfatti, e Alberto asserì con solennità che ora i “suoi ragazzi” potevano anche dedicarsi a creare delle “espressioni musicali che io possa vestire di adeguati carmi ispirati dal mio stile puro”. Venne offeso. Ed anche contraddetto dallo stesso Alfonso, che disse che in verità, la band non aveva molto tempo per creare, dato che un nuovo live li attendeva tra meno di tre settimane.
Con una rivelazione simile ottenne in un istante l’attenzione congiunta dei compagni di band. Con tutta calma, prese a spiegare la faccenda:
“Beh, mi sembrava una causa interessante, poi si tratta di pochi pezzi e il repertorio non è certo un problema…quindi alla proposta del comune di partecipare ho accettato subito, ho dato per scontato che lo sareste stati anche voi…”
Domenica 7 luglio, presso il prestigioso cinema Teatro Oratoriano di Boffalora Ticino, si sarebbe tenuta una maratona musicale dalle ore 15 alle 24 con la presenza di tutti i gruppi e gruppettini della zona, con ingresso ad offerta libera. Il ricavato sarebbe stato devoluto ad una associazione di un paese vicino che prestava assistenza a un folto gruppo di diversamente abili.
La grande band “I Dhegrado“, co-organizzatrice dell’ happening, avrebbe avuto l’onore di aprire le danze, presentando i pezzi più eclatanti del proprio repertorio ed ottenendo così, parola di capo, il “solito, impetuoso favore di pubblico”.
Erano talmente sicuri di sé stessi che avevano decretato che non si sarebbe tenuta nemmeno una prova tra la fine del Klausura-live e il nuovo concerto, anche se qualcuno, all’interno della band, intravedeva un riverbero velatamente ostile in questo ritenere superfluo il trovarsi.
O quanto meno, qualcosa di sgradevolmente inusuale.
La settimana successiva, Alfonso telefonò al leader per cercare di dare un nome e possibilmente d’archiviare tra le paturnie insensate, lo strano senso di inquietudine che la situazione gli aveva instaurato. Il capo rispose che gli avrebbe concesso udienza il giovedì sera alle ventuno perché prima di quel momento gli impegni incessanti non glielo avrebbero permesso. Invece di ingiuriarlo come avrebbe meritato, Gary accettò l’invito.
La sera dopo scese in cantina e sellò la bicicletta. Come uscì in strada, respirò profondamente. Quella seconda metà di giugno era sfavillante, pensava mentre si recava dal boss. Le sere miti ma non ancora afose. Lo scintillio dei lampioni della piazzetta sull’acqua cheta del Naviglio, profumata dei tigli che abbellivano l’alzaia. La bella stagione che si faceva strada senza prepotenza, rigenerando pulsazioni positive.
Il diradare del centro abitato e l’inoltrarsi verso la campagna, solo lui e il suono delle suole di gomma sull’acciottolato, qualche bicicletta senza premura, radi autoveicoli. Tre ragazzi chiacchieravano sottovoce su una panchina, proprio davanti al campetto di calcio di periferia dove anche lui una volta tirava pedate a una palla in modo assolutamente inadeguato.
La vita che riprende, la casa di un amico.
“Allora, si può sapere come stai?”
E Gary iniziò a parlare subito dopo l’introduzione gentile di Torretta, e non si fermava più.
Alla fine aveva quasi scordato il motivo originale del meeting a due. E dopo pochi secondi che erano entrati in argomento, l’avevano subito abbandonato.
Sapeva anche lui dopotutto, perché non era stato ritenuto necessario trovarsi apposta per un nuovo concerto.
Non erano più a tre anni prima.
E sapeva che non era per quello, che aveva chiamato Beto, e sapeva che dopo sarebbe stato meglio.
Così, il giorno del nuovo spettacolo s’avvicinò e si materializzò senza ulteriori contatti tra i ragazzi.
Nel presentare la manifestazione agli altri, Alfonso aveva sbadatamente omesso di rivelare la forma con cui l’assessore alla cultura gli aveva proposto lo spettacolo, che più o meno recitava come segue:
“Senti, stiamo organizzando un concerto di beneficenza, vorresti partecipare? So che hai un complessino che piace ai giovani, magari per attirare anche gli adulti potreste mettere in programma qualche cosa di italiano, non so, i cantautori anni ’70, oppure qualche successo dell’estate per far ballare la gente…”
Il nostro aveva diligentemente promesso che proprio quello sarebbe stato il genere del repertorio.
Dimenticò soltanto di avvisare gli altri e quando gli sovvenne, la stessa sera del concerto, era naturalmente impossibile provvedere.
Malgrado il quiproquo sul repertorio, l’happening del 7 luglio si rivelò una riuscitissima festa globale in cui i dhg, che giocavano in casa, si espressero rilassatamente e senza concessioni alla teatralità o alle gag, per rispetto a quello che ne era lo scopo e per dimostrare la crescente personalità ed affidabilità musicale, il che fu invero molto apprezzato dal folto pubblico convenuto alla manifestazione.
I ragazzi furono presenti anche durante le esibizioni degli altri complessi e vennero invitati sul palco nel finale per lo scambio di saluti con gli esponenti della valorosa associazione di volontariato.
Gli amici di Beto dovettero riconoscere che in quella occasione il suo comportamento fu impeccabile; riuscì persino a blaterare qualche ovvietà di ringraziamento al microfono verso il comune e gli sponsor, tra cui anche l’azienda di Paolo, il quale sorrideva mettendosi bene in evidenza verso il pubblico e salutando cortese. Cassetti occupava quietamente il proprio posto dietro ai tamburi ed ogni tanto saliva sul palco a prestare le proprie bacchette anche alle altre bands, onorate di poter disporre del miglior batterista dei dintorni.
La prova a “Music for the people” fu anche l’ultima attività del gruppettino meneghino prima della doverosa sosta estiva, come sarebbe emerso durante la seguente riunione, tenutasi in un luogo invero originale.
Quella stessa sera i quattro ebbero infatti l’inaspettata idea di festeggiare il successo del concerto con una tappa al “Bologna”.
Il gestore del suddetto locale si trovò a un certo momento seduto al tavolo con tre quarti dei dhegrado e rivolse loro la parola con l’usuale gentilezza:
Karsi: “Dunque, cari amici, ora che abbiamo esaurito anche quest’impegno, quando abbiamo intenzione di radunarci? Quali sono i nostri piani per l’avvenire?”
Beto: “Sono cose che non ti riguardano, ricordati che tu non conti niente nel gruppo! E poi, cari amici a chi, chi ti conosce?!?”
Cassetti si innervosì con naturalezza ed invece di percuotere duramente il leader, si sollevò dalla sedia senza fare troppo rumore e uscì fuori nella calda serata estiva.
Raccolse alcune pietre dal ciglio della strada.
Iniziò a prendere a sassate i gatti randagi del quartiere, stendendone secchi almeno una decina e scaraventandoli con violenza inaudita nei sacchi dell’immondizia, ancora agonizzanti.
Paolo ed Alfonso, una volta smesso di ridere sguaiatamente, uscirono con cautela a richiamare l’irascibile batterista e tutti insieme si misero a pianificare, questa volta con più serietà, l’immediato futuro.


 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 18 - ALBERTO CERCA AMORE

3 MAGGIO 2018

 

I problemi fisici dello sfortunato batterista avevano dunque presentato il conto in quell’inizio di 1991, ma la loro origine era ben più remota.
Fabri aveva giocato a calcio nel ruolo di portiere fin dalla giovane età e già da quell’epoca la schiena aveva preso a scricchiolare. La sua professione di barman, che comportava il restare in continuo movimento e trascorrere lunghe ore in piedi non aveva certo contribuito alla risoluzione del problema.
A questo si aggiunga che Cassetti aveva sempre avuto negli ultimi sette-otto anni impegni regolari con delle band cui prestare le proprie bacchette, con gli immaginabili sbattimenti che questi implicavano.
I due concerti ravvicinati di rientro, al Redial e al Magia, s’erano tenuti senza particolari conseguenze, ma le dolenze del giovane non erano certo diminuite, anzi; divenendo queste via via meno tollerabili col trascorrere dei giorni, di concerto con la famiglia, Cassetti optò finalmente per l’operazione chirurgica.
L’intervento venne fissato orientativamente per la fine del mese di febbraio, ossia di lì a tre settimane. Tempi di recupero: sconosciuti.
Nel depositare il ricevitore, Alfonso e Paolo ebbero come prima reazione un moto di stizza. “Proprio adesso che stavamo carburando nella nuova formazione!” fu il commento più gettonato, per tacere della reazione del leader, il quale nella sua leopardesca negatività voleva sciogliere la band e darsi alla discomusic. Gli altri erano tentati di non dissuaderlo, poi lo ridussero alla ragione, pare in modo incruento.
Dopo il primo momento di sconforto, la brutta nuova fu accolta con filosofia dagli altri dhegrado, anche perché non avevano grosse alternative. Fu quasi fatale che lo stop forzato dell’attività della band portasse, nel periodo che seguì, ad una sensibile riduzione dei contatti tra i componenti il gruppo.
Alberto, abbandonò il proposito di ripopolare le dancehalls e si concentrò sull’aut-aut del genitore. Com è, come non è, se ne rimase quieto per alcune settimane.
Un pomeriggio, la sua bicicletta lo conduceva, ad andamento lento, di ritorno da una commissione verso il proprio ufficio. (Normalmente, l’andatura era briosa quando usciva, floscia quando rientrava). Nel mirare la curva che l’avrebbe istradato in cortile, qualcosa che luccicava dai margini d’un cespuglio attirò la sua poco desta attenzione.
Si fermò incuriosito ad osservare, tanto era già in ritardo e voleva dire che invece di tre persone nell’ufficio tecnico del Comune, avrebbe riferito di averne avute quattro davanti.
Era un nastro da musicassetta comune, attorcigliato su se stesso ed inservibile. I lembi proseguivano fino a rientrare nella cassetta di cui facevano parte. La ripulì dal terriccio, dai residui di fogliame e anche da qualcos’altro che è meglio non riportare, e notò una scritta in matita, leggermente sbiadita ma leggibile:
“Luxuria Betovox – Open Live in Studio,  18/10/89”.
Un anno e mezzo.
Ricordava bene che quella sera non erano stati soddisfatti del risultato. Saranno andati fuori a bere e poi lui probabilmente aveva scaraventato via il nastro una volta giunto a casa.
Adesso restava lì, titubante, senza sapere cosa fare. Lo sguardo affievolito, il risolino trasbordato in un ghigno di disappunto. La cassetta o ciò che ne era rimasto tenuta penzoloni tra pollice ed indice. Insalvabile, certamente. La rimirò ancora per qualche istante.
Poi, perché salvarla?
Spalancò la porta dell’ufficio e vi entrò con espressione impenetrabile, senza pensare a come avrebbe giustificato il leggero ritardo. Con un allegro splash, il nastro impattò nel frattempo l’acqua corrente della roggia in cortile, alla quale il leader aveva affidato i rimasugli della preziosa registrazione.
Alfonso si scopriva ancora piuttosto frastornato.
Proseguiva il suo impiego a tempo nello studio immobiliare, anche se un lavoro che sentisse davvero suo era ancora al di là da venire. I colloqui che era riuscito a fissare in quelle prime settimane da congedato non offrivano, si lamentava, grandi prospettive. “Non devi avere fretta”, lo rassicurava la madre, “certo che forse, con qualche specializzazione in più, ti si spalancherebbero più porte”. Come non averci pensato prima?
Era perito aziendale e corrispondente in lingue estere, ma oltre all’inglese e il francese, non sapeva penetrare la conoscenza di altri idiomi. La mattina dopo rientrò dal giro di ricerca con un pacchettino, che conteneva un corso audio-video di spagnolo. Ecco cosa avrebbe fatto, nei ritagli di tempo libero e nelle sere vuote, almeno in attesa di riprendere l’attività musicale.
Non usciva ancora molto la sera, preferendo non abbandonare troppo spesso la madre; oltretutto, un nuovo cambiamento aveva da poco investito la sua esistenza. La sorella aveva lasciato casa proprio quell’inverno: diplomata in canto, aveva superato un audizione per entrare nel coro lirico del teatro di Montecarlo, e la decisione era stata logicamente quella di partire e trasferirsi in loco.
Qualche volta un principio di struggente malinconia gli lambiva le giornate. Ripensava all’anno precedente e tutto quanto era successo gli pareva incredibile. L’assenza che avvertiva per casa lasciava ancora paurose voragini. Il silenzio, le nuove abitudini, essere due invece di quattro. Erano quelli i momenti in cui si metteva a leggere, o scrivere. L’unica, importante eredità lasciatagli dal servizio militare era la scoperta di quest’hobby sorprendente. Cose da poco: raccontini, poesie, pensieri catturati in una bolla d’inchiostro. Oppure piazzava sullo stereo una cassetta di qualche vecchio live-dhg per tirarsi su.
Ma anche Paolo attraversava un periodo particolare.
Per la seconda volta nel giro di pochi mesi, trascorse un lungo periodo non solo lasciando il suo hobby favorito in secondo piano, ma senza che i suoi pensieri vi si rivolgessero in alcun modo.
La sua giornata era lunga ed articolata: presenza nello show-room dell’azienda al seguito dei clienti; appuntamenti con fornitori e rappresentanti; stesura di programmi di fiere ed esibizioni e partecipazione alle stesse; sponsorizzazioni di eventi culturali.
Dal signor Pierluigi andava assorbendo pienamente la funzione di titolare/factotum, che il padre aveva svolto egregiamente negli ultimi decenni. Mirella, sempre al suo fianco, trovava sempre il tempo di dare una mano per la contabilità e rendersi utile in genere, pur trovandosi sempre abbastanza impegnata con l’università.
I contatti tra i membri del neonato complesso di musica “Dhegrado” ripresero una fresca sera di fine marzo.
“Pronto”.
“Sono il capo carismatico e testa pensante dei Dhegrado”.
“Avessi detto”.
“Vorrei parlare con il bassista Garimbelli”.
“L’ha trovato”.
“Peccato. Come va?”
“Così”.
Quel dialogo tra squilibrati proseguì sullo stesso tono per ancora almeno un minuto prima che il gioco stancasse uno dei due che insultò oscenamente l’altro, accusandolo di fargli perdere tempo. Tortuosamente, da lì scaturì una nuova telefonata, stavolta diretta al signor Garavani.
Ma il tutto non era per fissare una session di prove.
Un esuberante sabato pomeriggio di inizio aprile, tre personaggi poco raccomandabili varcavano l’ingresso dell’ospedale “Ambrosoli” di Magenta. L’operazione a carico del batterista, leggermente in ritardo (6 settimane) sulle previsioni, era stata effettuata un paio di giorni prima e il resto dei Dhg aveva finalmente stabilito che non sarebbe stato un atto del tutto cafone andare a trovare il ragazzo in ospedale.
Naturalmente, fu il leader storico a prendere in mano la situazione:
“Senta, scusi, può indicarmi dove è ricoverato il batterista dei Dhegrado?”
Mentre Paolo ed Alfonso iniziarono a sghignazzare più in silenzio possibile per rispettare il luogo nel quale si trovavano, il centralinista diede un’occhiata al leader come fosse un lavavetri senegalese e non si degnò nemmeno di rispondergli, al che i ragazzi preferirono cercarselo da solo.
Indecisi circa il reparto ove recarsi, proprio quando la selezione stava, dolorosamente, per ridursi al derby  pediatria-ginecologia, (anche se Garavani aveva irrispettosamente suggerito neurologia) incontrarono una parente di Fabrizio che li indirizzò verso l‘anelata sezione.
Finalmente, alcuni quarti d’ora dopo il loro ingresso nella struttura ospedaliera, individuarono la camera del sofferente batterista, ed erano talmente sfiniti che non lo salutarono nemmeno e si sdraiarono sul letto alla destra del suo, che era vuoto (ma non è detto che avessero verificato).
“Se quel letto regge te, questo a maggior ragione può reggere noi tre!”
La sorprendente affermazione di Paolo ebbe quanto meno il potere di rallegrare il compagno di stanza alla sinistra del Fat, un vecchietto col femore spaccato che spalancò la bocca sdentata ridendo con fragore, o quanto meno cercando di farlo. Karsi non si divertì affatto e proruppe in un turpiloquio lievemente mediato dallo stato di menomazione in cui si trovava, il che non intimidì i tre colleghi di complesso. Essi si informarono brevemente sulle condizioni di salute del batterista, non mancando di far notare a Cassetti che il loro interesse dipendeva dalla voglia di tornare a suonare quanto prima, e non da una qualsiasi forma d’apprensione circa le sorti del ragazzo.
Fabrizio, scosso da quell’attaccamento disinteressato, comunicò agli altri che sarebbe stato dimesso la settimana successiva e dopo un mesetto di riabilitazione avrebbe potuto - cautamente - riprendere a suonare.
Intascata la preziosa informazione, i degradi non avevano certo più motivi per trattenersi, dunque fuoriuscirono dalla camera con disordine, Alfonso voleva salutare Karsi con una pacca sulla panza scoperta ma ne fu saggiamente dissuaso da Paolo. Nel corso dei giorni successivi si informavano a lungo sulla messa a punto del drummer andando a parlare con mamma Donata o papà Manlio al banco del caro vecchio “Bologna”. Finalmente, il grande batterista Fabrizio Cassetti venne dimesso dall’ospedale una piovosissima mattina di primavera inoltrata, il 9 aprile.
Da questo momento, casa Cassetti fu tempestata di telefonate emesse - a turno - da tre bricconcelli che non vedevano l’ora di tornare a suonare, mascherando il fatto con un’improbabile apprensione circa il cagionevole stato di salute dell’apprezzato collega musicista. Il loro nobile interessamento sarebbe stato premiato in quella che risulta essere una data fondamentale.
Lunedì 6 maggio:
“Io vengo, però suonerò da rilassato”, era stato l’ammonimento di Fabrizio agli altri. Generosamente, i colleghi lo aiutarono a scaricare i pezzi e montare la batteria.
Era stato stilato per la serata un programmino che prevedeva un breve ripasso “rilassato” dei brani in repertorio.
Dopo le undici di sera, quando le forze di un convalescente Cassani iniziavano a venir meno, il gruppo si gettò in una jam session improvvisata. E questa si sarebbe rivelata la fonte di un nuovo brano originale, il primo dell’anno nuovo; era costituita da un intrigante riff punk ipnotico che veniva ripetuto all’unisono di basso e chitarra. Da uno stacco di chitarra, basso e batteria in tre battute, il leader cavò il refrain “Stanchi dell’età”, che rimase poi il ritornello definitivo. Ottimo lavoro di squadra di “rientro”, che ribadiva la tendenza post-punk assunta dal gruppo, e che d’ora in avanti rappresenterà la nuova “opener” scelta dalla band per i live successivi, con poche eccezioni.
Il brano, denominato “Miserabile”, aveva un testo a cura esclusiva del leader, come succederà per tutti i pezzi in italiano del gruppo, e nelle liriche Alberto tratta ancora una volta il tema, evidentemente a lui caro, dell’affievolimento del nostro “io”, proseguendo la via già aperta da “Sentieri interrotti”. Ma in quest’occasione c’è una condanna senza appello dei deboli e degli ipocriti (“…miserabile suddito di un re..”) senza che vengano offerti incoraggiamenti ed esortazioni a liberarsi da un simile stato di alienazione (“dolci arpie, portateli via, tempi nuovi ci trovino vivi..”), comunque il testo è leggermente più corto del precedente e tutti si augurano che quantomeno stavolta non sarebbe stato difficile per lui mandarlo a memoria.
La settimana successiva le prove saltarono perché Garavani era impegnato in una fiera del mobile che lo tenne lontano da casa per una decina di giorni, il che diede comunque la possibilità a Fat di rimettersi con ancora più tranquillità. Già dalla session seguente, che si tenne nella saletta dell’oratorio vista la temporanea inagibilità di quella “titolare”, il batterista sembrava aver ripreso la sicurezza di sempre ed affrontava con vigore anche i pezzi più battaglieri.
Il momento di stasi era ormai alle spalle, e la fortunata prova del 27 maggio ne fu la dimostrazione. La crescente reputazione che il complesso andava guadagnandosi nei paraggi fruttarono una nuova data, che si sarebbe tenuta alcune settimane dopo, il 14 giugno, presso il noto “Klausura” di Turbigo, locale aperto alle più sfrenate tendenze garage-punk che aveva visto più volte i nostri nelle vesti di spettatori. Dal suo palco erano transitati, agli inizi della loro breve ma luminosa carriera persino i Sick Rose di Luca Re, uno dei punti di riferimento del cantante Torretta. Quando quella sera il suddetto Torretta annunciò l’avvenimento, si mollarono temporaneamente gli strumenti per dar spazio ad un brindisi composto da tre ceres ed un’aranciata amara, dato che le cedrate erano terminate, ed il nostro bassista in quel momento preferiva evitare i liquori forti.
Ma il meglio della serata doveva ancora venire.
Il simpaticissimo ritmatore Fat Karsi aveva portato una cassetta di uno di quei gruppi strani che conosceva soltanto lui, tali Birdland, e inserì il nastro durante la bevuta collettiva. Normalmente nessuno avrebbe mostrato alcun interesse per l’iniziativa del pacifico convalescente, ma l’euforia della nuova esibizione fece si che anche lui contasse qualcosa, quella sera.
Si rivelò invece una grande trovata, poiché dopo appena qualche ascolto, la band ricavò un riff che si tradusse in pochi minuti in un nuovo brano originale. Un pezzo semplicissimo, basato su due accordi alternati ad libitum, di puro e classico rock, un 4/4 omogeneo e praticamente senza stacchi, tranne un piccolo break ad ogni inizio di cantato. Importante qui fu il ruolo di Alberto, che fornì praticamente in diretta un testo nuovo di zecca, che si dimostrò il più profondo da lui concepito nella sua fino a quel momento breve carriera di paroliere del gruppo. In questo brano, Alberto smette temporaneamente quella che è la sua caratteristica peculiare, cioè quella di “giocare” con le parole e di cercare la frase ad effetto, stravagante a tutti i costi a discapito magari di un po’ di senso compiuto e di sincerità, e riesce per un breve, magnifico istante ad esprimere il proprio talento letterario, mascherato troppo spesso dal suo amore per il nonsense. Nel pezzo, che non a caso intitolerà “Strano cerca amore”, dà vita ad un personaggio che viene esortato ad uscire, a cercare di lottare per la propria felicità senza arrendersi al buio, con una certezza espressa nell’illuminante finale:
“Amante lo sei già, non ti devi preoccupare /
scendi per le strade e ricordati che c’è”.
Il testo di questo brano è un vero capolavoro, il leader inventa anche un’accattivante melodia come ritornello senza svilirne l’efficacia, e la certezza di aver creato una grande canzone spingerà i quattro a presentarla coraggiosamente meno di un mese dopo al live-Klausura.
Alfonso ricordò spesso, da quel momento, di aver spesso ripetuto al leader che si trattava del suo testo migliore.
Una vera e propria poesia in musica, dettatagli probabilmente dalla propria solitudine che con il tempo iniziava a farsi sentire e che troppo spesso - forse- soffocava davanti ad un microfono.











Strano cerca amore

Scendi per le strade corri via
Scivola nel buio e crescerai
Voltati lontano verso il mondo
Nuova donna tu rinascerai

Scendi per le strade corri via
Chiuso nella stanza il tuo pudor
Quella prateria rompi tuono
Lasciati baciare e poi fuggitene via

Hey tu dove corri – hey tu perché piangi

Rallenta la tua stretta donna mia
Verso acque dolci che tu sai
Il tuo amore un giorno lo vedrai
Canta nuove fiabe che nessuno ti può avere

Pensa a me che sogno su tra i monti d’affogare
Dove il pianto si può bere per dimenticare
Amante lo sei già non ti devi preoccupare
Scendi per le strade e ricordati che c’è!

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 17

28 APRILE 2018

 

CAPITOLO 17
Lo spartiacque

I primi giorni furono, per sua stessa ammissione, bislacchi e sconclusionati.
Il fine settimana che rappresentava il suo Nuovo Inizio di vita civile, lo trascorse sbarrato in casa.
Troppo fresco, troppo recente il dolore.
Non aveva modo di gioire di questo suo congedo.
Cos’era per lui, ora, il cosiddetto ritorno alla vita civile? L’aveva tanto desiderato…ora, lo spaventava solamente.
Non sapeva decidersi a farsi vivo coi compagni di complesso, ma nemmeno con gli amici storici, preferendo passare le giornate in famiglia.
Si stava rendendo conto solo col trascorrere del tempo, di come quell’anno di militare avesse rappresentato un vero e proprio spartiacque nella sua esistenza. Comprese che i suoi famigliari avevano bisogno di lui, non sotanto a livello affettivo. Sarebbe presto stato messo di fronte a nuove responsabilità.
Una mattina, due o tre giorni dopo il proprio congedo, si sorprese a guardare a lungo fuori dalla finestra, e scorse, proprio in una pozza di terra a fianco del passo carraio, un punticino rossiccio risplendente sul verdastro opaco d’inverno. Scese di corsa le scale e lo raggiunse a grandi passi.
Una primula.
Non si sbagliava, era veramente una primula, che, incosciente, cercava il suo spazio vitale tra il gelo ovattato della metà di gennaio.
Qualcosa, in quel momento, parve risvegliarsi, farsi strada anche dentro lui.
Quello stesso pomeriggio, scivolò nell'agenzia immobiliare con cui aveva collaborato fino al momento della sua partenza per Cuneo. Al titolare parlò con franchezza, dicendo che, essendo appena rientrato dal servizio militare, aveva come priorità la ricerca di un lavoro.
Ma si premurò anche di spiegargli che lui, in realtà, ambiva ad un’occupazione confacente agli studi che aveva frequentato, quindi di perito aziendale, corrispondente in lingue estere. Era disposto l'altro a tenerlo "a termine" presso lo studio, in attesa che lui trovasse il sospirato impiego?
Il professionista accettò, ed Alfonso risolse quantomeno il problema di contribuire al bilancio familiare.
Riuscì a  recuperare abbastanza in fretta conoscenze e attitudini che aveva dovuto interrompere, cercando di districarsi tra orari sballati e sabati occupati, senza lamentarsi.
Era parte del suo nuovo ruolo.
In casa, la sua buona volontà era molto apprezzata, ma la madre e la sorella cominciavano a spingere affinchè Gary riprendesse i propri hobby ed i contatti con gli amici. Anche questo, faceva parte del “ritorno”, gli fecero giustamente notare.
Prima che facesse lui il primo passo, ricevette una telefonata la mattina (tardi) di domenica 20 gennaio. Afferrò l’apparecchio guardando fuori, una copiosa nevicata andava coprendo il panorama. Dall’altra parte del cavo, la voce allegra del leader, che ne “richiedeva l’urgente presenza per una questione d’eccezionale rilevanza”.
Depose la cornetta sorridendo.
“Meno male che non m’ha chiesto come sto”.
Aveva accettato l’invito.
E nel guardar fuori, gli parve che la coltre bianca che ovattava il paesaggio, nella sua consolante, quieta imparzialità smussasse ogni spuntone di sofferenza, ogni lembo d’afflizione.
Ma non era certo la solita faccia entusiasta da bassista stralunato che i tre compagni dhg si erano trovati davanti il lunedi sera, quando il gruppo si ricompose nella propria interezza di fronte a una Kronenburg, una Bud, la solita Guinness doppia dell'esteso batterista ed un ginger con ghiaccio per il neo congedato.
I suoi amici, persino Beto, cercarono d’essere discreti, ma
per forza di cose, Garimbelli si trovò presto al centro dell’attenzione, ruolo cui avrebbe volentieri rinunciato.
Alfonso cercò di tracciare la variopinta tavolozza di stati d’animo che andava attraversando in quel particolare periodo, ascoltando a sua volta con una certa indolenza le novità personali che i tre amici gli riportavano.
Quando si trattò di disegnare il punto del futuro della band, che doveva ipoteticamente ripartire proprio da quella serata, fu il leader che si sentì in dovere di prendere in mano la situazione, ma tutto ciò che seppe fare fu emettere il seguente, traballante enunciato:
"Dunque, senti…è chiaro che è un momento un pò particolare, no?!? Ok. Chiunque lo capirebbe, ma… non si può negare che hai certamente bisogno di distrarti, giusto?!?
Benissimo…per l’appunto, per cui, allora, intendo dire no, vorremmo chiederti di ovviamente (!) ricominciare l'attività con noi, cioè, bisogna pur riprendersi prima o poi, mica chiudersi in casa, casa e lavoro, lavoro e casa…vero?!?” (qui alza il tono di voce in modo irrazionale e gesticola in forma dissociata, poi si ferma a riordinare le idee)
Riprende:
“Naturalmente, e non solo, poi come band bisogna tornare operativi in fretta perché c’è bisogno a breve, non è che….no perché sai, i contatti che abbiamo preso sono molto positivi, e quindi, insomma..."
Nella desolazione opprimente d’una siffatta psicopatia, per carità intervenne Garavani: "Carica il basso, Gary, dobbiamo fare due concerti in una settimana!".
Ancora rintronato dalle visionarie esposizioni del leader, Alfonso avvertì finalmente un barlume di positività derivargli dal proprio chitarrista.
Alberto comunque ritenne d’essersi espresso con sufficiente chiarezza ed efficacia, e scolò soddisfatto, d’un fiato, la povera Kronenburg, sporcandosi pressoché ovunque di oleose e attaccaticce macchie di schiuma.
Ma la successiva uscita di Karsi riprecipitò la serata nel limbo dell‘ansia.
“Speriamo vada tutto bene” si intromise infatti Fabrizio inaspettatamente, “non tanto per come suoneremo, ma spero di esser in forma io, intendo..“
Gli altri lo esaminarono con fare inquisitorio.
“E’ già un po’ che mi fa male la schiena, ma anche senza fare sforzi, non so perché..non ho detto niente finora, ma speravo passasse di suo, invece è un fastidio piuttosto insistente. Naturalmente però, agli spettacoli ci sono di certo, poi vediamo cosa fare. Sicuramente mi sottoporrò a degli analisi, speriamo non sia nulla di patologico”
Gli altri erano stupefatti per l’adozione, da parte del nuovo addetto alla batteria, di terminologie tanto ricercate, ma si trattennero dal farglielo notare.
“Avrà studiato la frase a memoria da qualche ricettario”, riflettè Paolo con altezzosità.
Per fortuna il leader, che aveva pensato di rianimare il morbido batterista porgendogli pressanti pacche sul dorso, rivide il pericoloso intento e si limitò a un sorrisino di commiserazione.
Quattro giorni dopo, tra le mura “amiche” del Redial, si sarebbe tenuto, per i Dhegrado, il primo concerto dell’anno.
L’happening di venerdì 25 gennaio avrebbe rappresentato
l’unico caso di “esibizione umanitaria” che vedrà coinvolto il frizzante complesso musicale.
L’antefatto era tutt’altro che trascurabile.
Il 16 gennaio aveva avuto inizio quella che sarebbe stata tristemente famosa come “Desert storm”, ossia l’offensiva militare statunitense nei confronti del sanguinario dittatore Hussein. Il centro culturale magentino aveva organizzato una serie di manifestazioni tese a sensibilizzare il pubblico, ed anche a procurarsi un po’ di non sgradita pubblicità,
contro l’interventismo italiano e più genericamente contro il pericolo di un nuovo conflitto internazionale.
Ai dhg fu offerta la serata del venerdì sera, e naturalmente i ragazzi avevano raccolto con entusiasmo la proposta, dando per certa la presenza di Alfonso.
Ma la prospettiva davvero allettante era quella che, sempre nell’ambito “no war”, il nome della band era stato fatto dal Redial anche ad un locale ad esso gemellato, ed evidentemente le referenze dovevano essere eccellenti, perché al gruppo venne subito commissionato dal suddetto locale un nuovo show, a soli tre giorni dall’ennesimo “Redial Live”, e stavolta l’ambito era veramente prestigioso, anche a livello regionale.
Martedì 28 gennaio, i quattro avrebbero suonato nientemeno che al celeberrimo “Magia Music Meeting” di Via Salutati, a Milano.
Questo locale nei primi anni novanta costituiva una vera e propria istituzione nella sfera dell’underground meneghino. Non solo le bands emergenti della scena erano i protagonisti delle serate musicali, ma anche vere e proprie star internazionali, come Van Morrison o David Byrne, l’ex leader dei Talking Heads, che vi avrebbe suonato l’anno successivo, facevano tappa al Magia.
Per i nostri era stata, comprensibilmente, una legnata di adrenalina. Paolo e Karsi, seppur naturalmente entusiasti, erano atterriti dalla prospettiva di preparare un impegno tanto importante in pochi giorni ed oltretutto dopo un anno travagliato come quello appena trascorso.
Da parte sua invece, il capo del complesso, Alberto Torretta, detto Beto o Leader, nella sua giubilante incoscienza non vedeva l’ora di salire sul palco e “sputacchiare sul pubblico noccioline di violento post-punk”.
Intascata la sua generosa razione di insulti, se ne era poi uscito con l’unica asserzione sensata della serata: “OK, chiamiamo Alfonso, vediamo come sta e mettiamo giù il tutto”.
Così avevano riorganizzato la riunione della line-up al completo, sperando di recuperare psicologicamente il Gary quanto prima.
E finalmente, in quell‘ultima decade di quel gennaio fondamentale, una luce allegra pareva rischiarare il viso del giovane bassista. Comprese immediatamente che un programma tanto importante ed ambizioso non poteva che avere effetti benefici sul suo morale, e la madre e la sorella sarebbero state le prime ad approvare. Un’occupazione l’aveva rimediata, per cui…solo una domanda espresse di fronte agli altri dhegrado:
“E come pensiamo di essere pronti tra quattro giorni, senza nemmeno una prova?!? Ma che cacchio di gruppo serio siamo? Che aspettiamo ad imbracciare di nuovo gli strumenti ?!? Per me, va bene una sera qualsiasi!!”.
A questa reazione vennero profusi urla e “cinque“ a volontà, e fu chiaro a tutti che il Gary era davvero tornato.
Il nostro (provvisorio?) agente immobiliare rientrò a casa (presto) rasserenato ed intimamente convinto di riprendere l‘attività musicale. I ragazzi pensarono bene di accogliere in toto il suggerimento del bassista ed organizzarono ben due serate di prove, il mercoledì, che fu un mezzo massacro, ed il giovedì, ove tutto procedette invece per il meglio.
La sera successiva, l’appuntamento era di fronte al Redial per le otto precise.
Quel venerdì sera, il locale si presentava colmo di persone pronte ad assistere alla prima serata del “No war”.
Alberto si presentò in completo bianco latte.
La sua idea era quella di aprire l’esibizione esibendosi in un pezzo improvvisato, costituito da un semplice motivetto per pianoforte e lui che invece di cantare si limitava a guardare fisso il pubblico sventolando con sconforto un fazzoletto bianco. Ma fu lui stesso a scartare la propria intenzione. Disse che forse era meglio proporre un concerto duro e grintoso, “per smuovere le coscienze e dare un segno che noi, per noi, ci siamo!!”
Che noi, per noi, ci siamo?!?
Gli altri ignorarono il blaterare scomposto del capo e ingannarono l’attesa scambiandosi impressioni e consigli su stacchi, toni, volumi.
I dhg coprivano la seconda parte dello spettacolo, con un repertorio che pescava tra i più recenti brani originali, e terminava “ad effetto” con la versione garage-blues di “Gloria” dei Them e l’inevitabile “Give peace a chance” di John Lennon, che il gruppo avrebbe utilizzato solamente in questa occasione, vista la serata a tema.
Dal lato puramente tecnico, il concerto si snodò senza intoppi, malgrado qualche piccola imprecisione causata certo dalla lunga inattività.
Ma la parte del leone spettò al solito al leader. Alberto, fortunatamente, non aveva rinunciato del tutto a regalare improvvisazioni sceniche al pubblico.
Decise così di recitare, a spot durante lo show, alcune ficcanti “Odi per la pace”. Queste consistevano in violente invettive improvvisate dal capo contro non meglio identificati “maghi della guerra” e “dittatori di tragedie per i quali non vi sarà un domani!!!”.
L’ultima fu tutto in programma:
“Vili, codardi attentatori della pace/ la vostra anima affoghi nella pece/ il nostro disprezzo v’abbandonerà/ solo alle soglie dell’eternità!!!”.
La declamò ruotando le mani verso il cielo e grondante di sdegno misto a sudore, il che non era bello a vedersi; l’insensatezza di tali espressioni veniva immancabilmente esaltata dalla crescente euforia di un pubblico preda in modo uniforme d’ebbrezze etiliche non indifferenti. Ed allo scoccare della mezzanotte, il solito termine ultimo per deporre le armi, pardon gli strumenti, lo spettacolo si rivelò un successo totalmente inaspettato.
Altrettanto avvincente si sarebbe dimostrata la serata del martedì successivo, 28 gennaio, che vedeva i nostri evidentemente galvanizzati ed emozionati per quella che era la loro prima esibizione nel capoluogo.
I loro idoli, i “Ritmo Tribale”, vi avevano suonato pochi giorni prima, ed il nervosismo tra i quattro era palpabile sin da quando, nel tardo pomeriggio, avevano stipato di strumenti ed amplificazioni varie la vecchia ma capiente volvo del batterista, che si lagnò brevemente circa il peso delle stesse ma rimase ovviamente inascoltato. Gli altri tre si sistemarono sull’auto di Paolo e trascorsero l’intero tragitto a discutere la scaletta, talvolta pigliandosi anche a pugni e schiaffi. Alla fine concordarono, come era logico, di tenere la stessa del venerdì precedente con l’esclusione per motivi di tempo delle sole “Gloria” e “Lies lies” dei Miracle Workers. Coraggiosamente, insomma, si decise di puntare sui pezzi propri.
Alle 22,30 in punto, su un palco vasto non pìù di quattro metri per quattro, di cui oltre la metà occupati dalla batteria e dal suo percussore, Alberto Torretta afferrò il microfono e guardò dritto davanti a sé.
La sala era, in realtà piuttosto spaziosa. Tavolini e sedie sparsi un po’ dovunque, per circa ¾” occupati da avventori alquanto irregolari ed incuriositi da quel gruppo sconosciuto che stava per esibirsi.
Una sola frase, forte e scandita nel silenzio e nella semi oscurità, fu spesa come introduzione allo spettacolo, e si sarebbe dimostrata, ancora una volta, indimenticabile:
“Saddam Hussein! Saddam Hussein! Noi non ti temiamo!!”
Fortunatamente, dopo questo atto inconsulto, la band si lancia subito in una esecuzione forsennata di “Sentieri interrotti”, in modo da non lasciar tempo a chicchessia di riflettere sulla bestialità emessa dal leader in principio.
La canzone venne accompagnata dagli ululati di ragazzi con in mano bottiglie di birra e calici di vino e che si avvicinavano rischiosamente al palco. Irresponsabilmente, Beto li incoraggiò con ampi gesti delle mani e risate sgargianti che sbordano perfino nella strofa ed in parte del refrain. Senza alcun rispetto della metrica, Torretta cava verso il finale del pezzo una filastrocca anti-militaristica che costringe il gruppo a dilatare oltre modo il brano stesso, aumentando anche nello stesso tempo la velocità di esecuzione. Quando finalmente Karsi con un violentissimo colpo di crash determina la conclusione del brano, il tripudio accoglie la caduta (volontaria?) del leader che mima un soldato colpito nel compimento supremo del proprio dovere. Il pubblico, inverosimile a dirsi, pareva aver gradito, tali erano le risa ed i battimani degli astanti. L’incomparabile Alberto e gli altri ne furono beatamente incoraggiati, e la serata proseguì in crescendo, con nuovi gustosi colpi di scena. Durante l’esecuzione di Open, Torretta mostrò immotivatamente il proprio dito medio a due che stavano passando incuranti, e ne ricevette in cambio una bicchierata di birra in faccia, con liquido vischioso che si piantò anche sulla chitarra di Paolo, il quale non potè che smoccolare arditamente e scalciare il leader.
Tra un brano e l’altro, Karsi si lamentò a colpi di sproloquio di essere troppo stretto nell’angolo dove la sua batteria era confinata, e qualcuno nell’entourage del complesso fu visto accennare compiaciuto alla sua eccessiva vastità, vero nocciolo del problema. Insomma, il live si distese senza tensioni, ed alla band arrivarono anche gli elogi finali dei gestori del locale, che promisero ai quattro un nuovo invito per un altro spettacolo, senza dilungarsi troppo per quanto riguardava il compenso, il che allarmò Paolo.
Per l’esibizione di quel memorabile martedì sera, i ragazzi vennero caldamente ringraziati e fu loro offerto uno (striminzito) rimborso spese, oltre che, ovviamente, qualcosina da bere e mangiare alla fine del concerto.
La “ripartenza” del grande gruppo aveva avuto luogo, e venne certificata da un’esemplare storta collettiva a fine serata (a inizio nottata) che non vide però coinvolto Alfonso, che doveva ricondurre i reduci a casa sani e salvi, ed in parte, molto in parte, Karsi, che era autista di sé stesso. Il signor Cassetti fu visto zigzagare curiosamente al di qua e al di là della striscia di mezzadria per lunghi tratti di strada.
“Parassita tu che ululi dal fondo della stanza” fu il saluto finale di Beto ai padroni del pub, che probabilmente lo ignorarono mentre Paolo, barcollante il giusto, lo spingeva a calcioni in macchina.
Una decina di giorni dopo, proprio mentre stava facendosi strada l’idea che potevano anche tornare in saletta a provare qualcosa prima o poi, Alfonso e Paolo ricevettero una telefonata a casa di quest’ultimo.
Era Karsi, e gli sfottò che i due stavano già pregustando nei suoi confronti si seccarono loro in gola.
“Ragazzi, una brutta storia. Vi ricordate quei mal di schiena e i dolori di cui vi avevo parlato recentemente? Beh, non è così semplice la faccenda. Tra una settimana entro in ospedale, mi devono operare di ernia.”

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 16

23 APRILE 2018


Di tutti i componenti la band, Alfonso era l’unico che vivesse a Magenta. Con la famiglia si erano trasferiti quattro anni prima da Boffalora, ove erano proprietari di un bar caffè piuttosto frequentato.
Tra le motivazioni che avevano portato alla vendita dell’attività figuravano anche il peggiorare delle condizioni di salute del padre, che soffriva di una grave forma di diabete congenito e non era evidentemente più in grado di reggere i ritmi e gli orari di un‘attività tanto impegnativa. Il trasferimento a Magenta ebbe da principio effetti salutari per il babbo, che potè usufruire d’un riposo rigenerante. Per il ragazzo fu meno facile l’adeguarsi al cambiamento: fu infatti proprio nel vivace e moderno ambiente del caffè che ebbe il primo approccio con la musica, era l’epoca dei juke-box e del boom delle radio libere.
Con il trasloco in città, il ragazzo terminò gli studi e subito dopo intraprese l’attività lavorativa. La musica era entrata in circolo, ma ora le necessità erano, inevitabilmente, mutate.
All’alba di quel complicato 1990, la chiamata al servizio militare era missiva poco (nulla) gradita, ma non inattesa. Alfonso sfruttava il più possibile permessi e licenze per monitorare la situazione, sperando di non trovare ad attenderlo brutte notizie relative al padre e mettendosi a disposizione dei suoi per ogni occorrenza.
La sua valvola di sfogo, oltre agli amici, era il gruppo.
Quella notte, o meglio all’alba di sabato 1 settembre, sgusciando in casa dopo i bagordi del live, con un residuo di lucidità si era accertato che tutto era tranquillo ed un senso di sollievo l‘aveva pervaso, finendo presto per assopirsi come un agnellino.
Al risveglio, il pomeriggio seguente, il sarcastico cartello che l’aveva accolto (ingegnosa opera della sorella) gli fece subodorare che durante la sua assenza non era capitato nulla di rilevante e si fece subito di buon umore.
Passò il resto del sabato in famiglia, scegliendo di tradire l’amato Naviglio, nonostante la stagione ancora assolutamente propizia. La verifica dello stato delle pianticelle sui balconi ebbe naturalmente la precedenza. Padre, madre e sorella lo scrutavano incuriositi, mentre stabiliva quali piante avrebbero dovuto essere trapiantate e quali potevano attendere, considerava il livello di crescita dei vasi d’edera che i suoi stavano facendo arrampicare lungo la parete dei balconi, annotava lo stato delle surfinie, rose e margherite e delle erbe alimentari, specialmente il basilico, timo e maggiorana.
Alla fine:
“Complimenti ragazzi, sono fiero di voi. Avete seguito le mie disposizioni alla lettera e ora so che il giardino (!) è in buone mani fino al mio ritorno.” Un abbraccio suggellò la “promozione” conferita da Alfonso ai suoi famigliari.
Per il giorno successivo indette una gita sul lago di Como cui presero parte tutti e quattro. Complice la giornata ancora pienamente estiva, la passeggiata si rivelò un successo, con tanto di traghettata tra i due rami e bagno (non al largo).
In quei due giorni, il giovane godette profondamente dell’opportunità di passare delle ore serene in famiglia, senza permettere ad altro o altri di sormontare quella cortina di vita privata cui aveva consacrato la più parte della propria licenza. La domenica sera si sentiva per la prima volta libero dalle angosce che inevitabilmente lo coglievano al momento di inforcare il primo gradino dell’Intercity per Bolzano.
Nemmeno la prospettiva di dover trascorrere l’intero mese di settembre lontano da casa sembrava metterlo di cattivo umore. Quella notte rientrò in caserma molto tardi. Salutò il piantone, che non aveva mai visto. S’arrampicò in branda preoccupandosi per la prima volta di non far rumore e se possibile non svegliare nessuno, nemmeno tra le reclute dello scaglione nuovo, arrivate da pochi giorni. Si sdraiò senza sospirare, attaccò le cuffie a volume molto basso, e nel giro di una manciata di minuti prese sonno, scaricando così per l’ennesima volta le pile del walkman.
La sveglia della mattina successiva (ovvero di poche ore più tardi) fu l’usuale shock, ma Gary fu invaso in breve da un corroborante senso di armonia, perché sentiva di aver trascorso esattamente il weekend che desiderava, e di non aver nulla da temere nel periodo che lo separava dalla nuova licenza.
Anche il settembre del resto del complesso scorse senza irrequietudini. Dopo il periodo – off, che caratterizzava ogni post concerto, i tre galantuomini concordarono un incontro formale, al “Bologna” ovviamente, per giovedì 20 settembre. Fu l’occasione per rifinire i dettagli relativi all’integrazione del nuovo addetto alla batteria, e le cose procedettero così velocemente e senza intoppi che alla fine della serata Karsi diventava a pieno titolo il nuovo padrone di ritmo, tempo e stacchi dei brani originali e delle covers betovoxiane. Perdurando l’assenza di Alfonso, sempre a “pascolare muli su tra i monti“, lo stesso venne raggiunto telefonicamente durante la serata da Paolo e Beto. Data la distanza tra il bancone e il telefono, Karsi veniva informato degli sviluppi di dette conversazioni a voce altissima e sguaiata che inondava la sala, mentre lui sorrideva a denti stretti alla gente che si voltava incuriosita, progettando di defenestrare a calci il leader e il proprio chitarrista.
Nel corso di questo stravagante meeting fu convenuta l'eliminazione di un brano originale, ossia "Remember those times again", il solo contributo di Gianni al songwriting della band, dovuto segno di rispetto per non sfruttare l’opera di chi non faceva più parte del gruppo, così come era successo per i brani di Malini l’anno precedente,
Ma la decisione testimoniava a chiare lettere anche la volontà di un distacco a tutto campo dal passato.
Sorprendentemente, i tre stabilirono che non sarebbero state fissate session di prove fino al ritorno (mancavano circa tre mesi e mezzo) definitivo di Alfonso. Questo fu dovuto al moltiplicarsi degli impegni di lavoro di Paolo, sempre più impregnato di responsabilità all’interno della propria azienda, ma anche alla necessità del leader di rispettare l’inflessibile tabella studio-lavoro imposta dai genitori, e che in quell’estate movimentata era stata abbondantemente disattesa.
Anche Cassetti non era disponibile sin dall’inizio. Le serate che rubava al bar erano già predestinate per gli altri gruppi o per faccende personali. Al ritorno di Garimbelli, assicurò, avrebbe raddrizzato tutto in modo da ricavare una presenza settimanale per i Betovox.
Alla fine del mese ci fu la prevista, breve licenza di Alfonso, il quale però non si incontrò con gli altri membri del gruppo. Seguì, una decina di giorni più tardi, un nuovo contatto via cavo, sempre al “Bologna” e sempre con toni altisonanti, più che altro però per saluti, aggiornamenti circa la fine del servizio militare di Gary e ulteriori, ritrite banalità.
In quel periodo, c’era una membro del gruppo che era piuttosto lontano, metaforicamente scrivendo, dalla polvere attaccaticcia della saletta di registrazione.
Quando, quella sera di fine aprile, Paolo era finalmente riuscito, non senza emozione, ad esprimere compiutamente a Mirella il Grande Progetto, la reazione della ragazza era stata semplicemente entusiasta.
"Non stai scherzando, vero...?!?"
"Mai stato più serio in vita mia. Non esiste motivo al mondo, per cui non sia la cosa migliore che possiamo fare. Io ai miei ne ho già parlato e sono entusiasti, tu cosa.."
Lei non aveva nemmeno lasciato terminare, abbracciandolo con le lacrime agli occhi.
Nel giro di un paio d'anni, Mirella avrebbe terminato l'università, e nel contempo lui avrebbe assunto le redini della società: da lì, il passo successivo, quello delle nozze, era semplicemente naturale.
Una languida sera dei primi di maggio, a casa della giovane, il concetto veniva ribadito davanti alle due coppie di genitori, i quali, entusiasti, offrirono naturalmente il massimo sostegno ai ragazzi, prima di festeggiare con un brindisi.
Da quel momento, per Garavani iniziarono a dischiudersi le porte di una diversa dimensione e le sue priorità presero a modificarsi impercettibilmente, ma inesorabilmente.
Per diverse settimane, dopo il concerto del 31 agosto, il pensiero di Paolo s’era dunque staccato dalle vicende luxuriane; fino al mezzogiorno di venerdi 26 ottobre, allorché ricevette la telefonata di un leader esaltato come ai tempi migliori.
"Uhe, caro musicista, è un pò che non ci si sente, che si dice?!? Ascolta, guarda che stasera torna il Gary, dobbiamo trovarci a tutti i costi, fare una reunion…"
"Ma per provare, dici?" fece l'altro, che non impazziva dalla voglia di riprendere la chitarra in mano in quel momento. “Non avevamo deciso di aspettare il congedo del milite?”
"Non solo, non solo, ricordati che abbiamo un'altra questione in sospeso...quella del nome, per il cambio radicale del gruppo e tutte le altre cose...magari stasera ci vediamo dal Karsi e ci mettiamo d'accordo, puoi esserci?”.
Paolo accettò di buon grado, frapponendo la sola condizione di svolgere l'incontro in fascia post-cena affinché potesse regolarmente svincolarsi dalla ditta. Non aveva appuntamento con Mirella per quel giorno, si limitò a scambiare con lei due parole al telefono, annunciandole l’improvvisata reunion.
“Salutami Gary e gli altri, e divertiti!”
Contemporaneamente, Alfonso, che era arrivato a casa subito dopo pranzo, ebbe il tempo di passare qualche ora in famiglia. In realtà il bassista era piuttosto preoccupato circa le condizioni del padre. Dopo un mese di settembre caratterizzato dalla stabilità, nelle ultime settimane in caserma non erano, purtroppo, arrivate notizie rassicuranti: i dolori e la debolezza avevano ripreso ad affliggere il genitore e le cure riuscivano sempre meno a lenir la sofferenza, riducendosi via via a poco più che palliativi.
L’atmosfera cupa che s’era installata in casa ed il suo stesso rendersi conto dell’acuirsi delle condizioni del padre gli rese subito chiaro che il fare un'altra gita come quella di poco tempo prima era fuori discussione, e quasi si sentì in colpa quando verso le dieci di sera uscì da casa, ma fu il papà stesso a spronarlo a distrarsi per qualche ora, dopo che ebbero passato il pomeriggio insieme, ed anche la mamma e la sorella concordavano. Il Gary diede così l’OK per la reunion, anche se si presentò in tono dimesso e piuttosto amorfo.
Beto invece, reduce dalle consuete incongruenze lavorative, era carico e pimpante ed accolse gli amici con strani versacci d'esultanza. Si comportò in maniera gioviale e briosa per l’intera serata, e dopo mezzanotte inscenò il suo colpo da maestro tramite la formula seguente, che recitò quasi senza prendere fiato:
"Se tutto svanisce in questa valle di finti fiori, una è la certezza, una la strada, una la necessità imprescindibile, il nostro rendersi abbietti attraverso la musica, l'espressività che spicca nel rifiuto unanime di becere banalità. Oggi, ventisette ottobre millenovecentonovanta, sulle ceneri del nostro antico, intempestivo agglomerato artistico, sorge l'araba fenice del messaggio subliminale.
In questo giorno nascono i Dhegrado!!!"
Pronunciò il nonsense con una cantilena che andava in crescendo e le ultime sei parole vennero gettate fuori con voce cavernosa ed acuta insieme, dopodiché prese a scrutare i propri interlocutori con occhi iniettati di insania. Seguirono alcuni attimi di silenzio, nei quali Karsi si grattò il pizzetto, scosse la testa ed ingurgitò la Becks senza fare altri commenti, né digerirla con rumore come era solito fare. Paolo corse in bagno dove poi dimenticò il motivo per cui vi era entrato, e ne riuscì perplesso. Alfonso fece una smorfia come di uno che intinge il gorgonzola nel the e poi ne beve la brodaglia che ne scaturisce. Passato il momento difficile, uno dei tre finalmente chiese lumi all’invasato, che ora taceva ad occhi sbarrati in modo inquietante (tipo “Shining”).
Dopo ulteriori, calcolati attimi di quiete, il forsennato svelò infine l’ arcano:
“Ragazzi, ecco il nome. Dhegrado! Dhegrado, segno di negatività, con la “h” davanti, all’occidentale. Saremo i paria dell’underground meneghino, i pionieri dell’ hard’n’punk della bassa, gli eroi del garage padano…”
“Piantala con le stronzate e bevi la birra!” gli rise in faccia Karsi. “Comunque il nome mi piace, voi che ne dite?!?” si rivolse agli altri. La nuova denominazione della band fu giudicata all’unanimità con ululati di approvazione.
A questo punto non era difficile prevedere che anche quella serata di "riunione" sarebbe presto degenerata in vacca.
Alcune ore dopo la porta di ingresso del glorioso Bologna si fece molto più piccola ed Alberto e Paolo la infilarono a fatica, coadiuvati da un più sobrio Gary che fungerà per forza di cose anche da autista, mentre Cassetti non aveva la seccatura di dover uscire dal locale visto che vi abitava. Ciononostante quella notte, la scale interna che collegava il bar all’abitazione presentò più di un insidioso ostacolo per il grintoso batterista, che arrivò in camera ammaccato da colpi e botte varie.
Quell’occasione intensamente etilica ebbe però il merito di segnare ufficialmente l'inizio dei Dhegrado, o dhg come verranno spesso indicati e riconosciuti.
L’unico a rientrare a casa più pensieroso che allegro era, prevedibilmente, Alfonso.
La mattina seguente si svegliò presto, o meglio presto rispetto alla sua media "da licenza" e cercò di mettersi a disposizione della casa per mestieri o commissioni di sorta, che portò avanti con la sorella, senza dimenticare di tenere compagnia al papà:
"Sono contento che tu sia a casa, ci siamo visti così poco quest'anno.." iniziò il genitore a un dato momento.
"E' vero, papà, ma ormai sono veramente pochi i giorni che mancano, ancora due mesi e il congedo sarà una realtà, e avremo modo di recuperare tutto il tempo perduto."
"Lo spero, davvero, mi sento così debole.."
" Vedrai che ti riprenderai, ti ricordi l'ultima volta come siamo stati bene in gita, appena riacquisterai le forze ne organizzeremo un altra…“
A queste parole, il padre non rispose ed emise un sospiro faticoso.
“Ti accendo un pò la tele papà, vuoi qualcosa da bere?!…"
La sera la madre rientrò dal lavoro, e si stupì di vedere Alfonso passare prima il sabato sera e poi l’intera domenica in casa. Domenica durante la quale cercò, al pari degli altri famigliari, di star vicino al padre senza fargli pesare la penosa situazione nella quale si trovava, sino a che dovette giocoforza prepararsi all’appuntamento con l’intercity che l’avrebbe rispedito tra le beneamate cime.
Durante il viaggio, foschi pensieri attanagliavano fatalmente l’animo del ragazzo, che non vedeva l‘ora di catapultarsi in branda.
Certo però non poteva immaginare che identico stato d'animo era in quel momento condiviso dal proprio cantante.
Il giorno precedente il signor Enrico, stufo di vederlo, eufemisticamente parlando, affrontare con disinvoltura il suo impiego nell'impresa familiare, aveva messo il figlio di fronte all’ennesimo aut -aut. Se il lavoro lo distraeva dagli studi, bene, per il momento poteva anche tralasciarlo (il che non avrebbe presumibilmente causato un tracollo economico all'azienda) e poteva anche continuare a "trastullarsi con il complesso". Ma se entro i venticinque anni non si fosse laureato, avrebbe dovuto mollare sia l'università che la musica.
"Un posto per lavorare qui ci sarà sempre per te", aveva beffardamente chiosato all'intimidito vocalist.
In un sussulto d’orgoglio, Alberto aveva promesso al padre che ce l'avrebbe fatta, sigillando il fiero intento con una solenne stretta di mano. Deciso fieramente a portare avanti gli studi, il lavoro ed anche il complesso, senza scordare l’idea fissa dell’Accademia di Arte Drammatica, si mise d’impegno a sudare sui libri e in ufficio, dimenticando lo svacco estivo.
Non fu forse un caso che per gli interi mesi di novembre e dicembre, Paolo non ricevette alcuna telefonata con nuove vulcaniche illuminazioni del leader.
Quest'anno di grandi cambiamenti era però destinato a chiudersi in maniera amara.
La licenza successiva di Alfonso era fissata per il 16 novembre, un venerdì, e quel pomeriggio Alfonso riattraversava le valli verso casa di pessimo umore. Al telefono la sera precedente, la madre gli aveva preannunciato che il padre era nuovamente peggiorato e si era reso necessario il ricovero in ospedale. Giunto a casa trovò solo la sorella, con la quale si recò al capezzale del genitore. Purtroppo le condizioni dell'uomo proseguirono ad aggravarsi, finchè spirò la domenica mattina. Due giorni dopo ebbe luogo il funerale, ed Alfonso, che aveva ottenuto un ulteriore permesso di una settimana per gravi motivi di famiglia, ritrovò tutti i suoi amici nell'occasione più dolorosa. Non solo i tre costernati membri del neo gruppo dhg, ma anche l'ex Gianni, Fabietto, Ciccio e gli altri della compagnia-naviglio e tanti che nemmeno aveva più visto in quell'anno fuori da casa.
Visse quell’esperienza ed anche il susseguente rientro in caserma in una specie di trance. Poca voglia di parlare con gli altri, tranne che con l’affezionato Milioni il quale aveva inviato dei fiori. I primi rigori del rigido inverno dolomitico contribuivano ad acuire la distanza e la crescente sofferenza. Rieccolo a casa in ordinaria nel primo pomeriggio del 20 dicembre, per trascorrere tutte le feste con i propri cari. La tristezza veniva in qualche modo lenita, dall’ambiente familiare e la certezza che ormai stava per ricominciare la sua esistenza da cittadino civile.
Ma sapeva che nulla sarebbe più stato lo stesso.
Fu solo nel nuovo anno, e precisamente il giorno dopo l'Epifania, che Alfonso si ripresentò in caserma, nella quale trascorse la sua ultima settimana scarsa da militare.
Il congedo definitivo per il bassista dei dhegrado è datato venerdi 11 gennaio 1991.
"Anno nuovo vita nuova". Odiava il pensiero di una frase tanto scontata ma mentre l'intercity si lasciava alle spalle le ultime alture della zona di Rovereto non riusciva a pensare a niente di più calzante per il momento che stava vivendo. Cosa avrebbe scritto ora, nelle pagine bianche ed imperscrutabili che gli si paravano dinanzi?

 
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