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ALESSIA E L'UFFICIALE

20 NOVEMBRE 2017

 

Nel corso dell’occupazione tedesca, col marito al fronte, la signora Luisa Baragiotti, di Boffalora sopra Ticino, a pochi chilometri da Milano, si trovò un giorno nella necessità di procurarsi la legna per casa, in vista dell’inverno. Ma per prendere la legna serviva un permesso speciale, visto che era necessario passare attraverso una zona off-limits, sorvegliata dalle truppe nemiche. Così prese la bambina, Alessia, di sette anni, per mano e si recò presso il presidio logistico, per ottenere l’autorizzazione al transito. C’era una lunga fila in attesa, per fortuna Alessia trovò qualche amichetta per giocare insieme, mentre la coda, lentamente, si sfoltiva sotto l’occhio vigile dei soldati armati. Quando arrivò il suo turno, Luisa fu condotta davanti a una porta chiusa. Un’intimazione in tedesco proveniente dall’interno fece tremare le pareti. Un soldato la spinse brutalmente in avanti e richiuse la porta. Luisa s’avvicinò, mezza tremante, all’ufficiale che la osservava da una scrivania, tenendo la bimba per mano.

Non era la prima volta che lo vedeva. Ogni tanto lo sentiva passare per strada, circondato da un gruppo di scagnozzi armati; urlava  in un italiano imperfetto, ma comunque minaccioso, impartendo comandi, sibilando improperi: lo sbirciava scostando le tendine della cucina, mentre la piccola Alessia le si accovacciava accanto.
Solo quando era ben certa che la truppa se ne fosse andata, lasciava l’angolino della cucina ed abbracciava la bimba, rincuorandola. Ora, trovandosi a un metro appena dall’ufficiale, era paralizzata dalla paura. Fu proprio Alessia a darle la carica, stringendo forte la mano con cui la mamma la teneva. Luisa si scosse e buttò fuori in un momento, come una lezione imparata a memoria, la sua richiesta, senza smettere di guardarlo. Aggiunse anche, dopo una breve pausa che il marito era partito da mesi e non aveva più notizie di lui, e doveva badare sola a quella figlia, non poteva permettere che morisse di freddo, come se questo potesse indurre l’ufficiale a una miglior predisposizione nei suoi confronti.
L’ufficiale la guardò attentamente in viso, poi girò gli occhi sulla figlia, che lo osservava apparentemente senza paura, forse incuriosita dalla situazione in cui si trovava. Ma ora che si trovava a pochi centimetri da quell’omaccione cattivo, dal quale la mamma la nascondeva sempre quando marciava per strada, non mostrava segni di terrore. E lui dovette accorgersene, visto che mantenne piuttosto a lungo lo sguardo sulla piccola. Luisa era paralizzata, pregava che quel momento passasse in fretta. Nel suo cuore non sperava più che gli venisse rilasciato il permesso, anzi, nemmeno più ci pensava, né alla legna né all’anelato foglio di carta. Voleva solo andarsene, al più presto, soprattutto la struggeva il pensiero di Alessia, che subiva quell’insopportabile tortura psicologica.

Ma l’ufficiale non pareva aver fretta. Nel silenzio plumbeo del locale, aggravato dalle espressioni glaciali delle due gigantesche sentinelle ai lati dello stesso, continuava a tacere in modo inquietante, privo d’espressione. Finalmente si mosse, in maniera impercettibile, sempre guardando Alessia. Luisa ebbe un fremito. L’ufficiale arretrò leggermente con la sedia e fece la mossa d’aprire un cassetto della propria scrivania. E la povera signora fu pervasa da un brivido.

Il tedesco recuperò in effetti qualcosa, dal cassetto, e lo mise sulla scrivania. Ma non era una rivoltella, bensì un piccolo scrigno in argento. Lo aprì con una chiavetta, e vi estrasse alcune fotografie. Luisa credeva di vivere in un sogno e ora anche Alessia appariva disorientata. L’ufficiale scelse una sola tra le foto e la mise sul tavolo, a favore di mamma e figlia. Ed entrambe non seppero trattenere un moto di meraviglia, nell’accorgersi che l’immagine raffigurava una giovane donna e una bimba, presumibilmente la figlia, abbracciate all’uomo. Il quale confermò l’impressione.
“Mia moglie e la mia bambina”, sussurrò a Luisa e Alessia. “Non le vedo da sei mesi, voi me le avete ricordate.” Con circospezione, le due allungarono il collo ad osservare.
Ma staccarono presto gli occhi dalle foto per rivolgerle, timorose, verso l’ufficiale.
Il quale però, senza aggiungere altro, stava iniziando a firmare i documenti relativi al permesso richiesto, mentre la signora Baragiotti tratteneva il respiro. Ad Alessia parve di vedere una lacrima, in quel preciso istante, sul volto dell’uomo. Il tedesco firmò con cura, una bella scrittura chiara e tonda, poi allungò le carte a Luisa. La povera donna, ancora spaventata, teneva le carte in mano senza decidersi a compiere alcun gesto, finchè un soldato le fece segno d’uscire, intimazione che Luisa non si fece ripetere due volte.

Col prezioso documento nella borsetta e la bimba stretta forte per mano, Luisa uscì e s’avviò verso la zona off-limits, per prendere la legna. L’ufficiale la guardò andare via, mentre sentiva salire un groppo in gola. Ma fu un attimo. Il suo volto riprese l’usuale espressione granitica ed intimò urlando al piantone di far entrare il prossimo in coda. Il soldato s’affrettò ad eseguire l’ordine. Nessuno dei militari presenti nella sala aveva notato, nei brevi minuti di presenza di Luisa e Alessia, nulla di strano.

 

IL SIGNOR "A", LA SIGNORA "A" E IL VECCHIO ANTENORE

16 NOVEMBRE 2017

 

“Io non vorrei ritornare sull’argomento”, ribadiva per l’ennesima volta il signor A alla signora A, ma penso che dovremmo fare qualcosa per il vecchio Antenore." "Ancora?!? E' un vecchio, ormai, è andato, lascialo lì, nel suo brodo." "Si, lo vedo che è vecchio, e allora, non possiamo mica metterlo nel compostaggio e riciclarlo come umido, è tuo papà, fai qualcosa, no?" "OK; faccio qualcosa, lo ignoro. Se vuoi vai tu a salutarlo che io ho da fare." La signora A si ritirò in laboratorio, ignorando le residue lamentele del consorte. Così il signor A si recò pietosamente in soggiorno, ove il vecchio Antenore era al solito seduto militarmente sulla poltrona regale, mantenendo uno sguardo altero e ritto. "Buon giorno, Antenore." "In che senso?" "Buona giornata, buon mattino, c'è il sole." "Ah, ecco...non mi arrenderò mai! Elencate pure le vostre condizioni, tutto vano! Periremo piuttosto che consegnarci!" "Benissimo, ma assodato questo, preferisce il caffellatte coi biscotti, oppure il the con le fette biscottate e la marmellatina alla fragola?" "Ah, vile, marrano..cercavi di cogliermi alle spalle, vero? Ma la mia spada è implacabile! Ora la sguaino e...ma direi..per stamattina vada per il caffellatte...riferite al vostro capitano che venderemo cara la pelle!" "D'accordo, Antenore, le porto la colazione poi glielo dico." Pochi minuti dopo la signora A uscì dal laboratorio. Stavolta l'operazione non aveva richiesto tanto tempo. Dovendo effettuare la sola consueta passeggiata del sabato mattina al centro commerciale si era limitata a rifarsi i piedi con una breve trattamento al laser che ne aveva addolcito le asperità e piallato i duroni, ed a un massaggio a raggi ultravioletti al collo, potendo così livellarne le crudeli rughe che lo attraversavano."Ci hai messo poco stavolta." "Si, voglio tornare presto, non sono stata lì a rifar tutto, poi al pomeriggio vediamo." Il signor A portò la colazione al signor Antenore, che si era riaddormentato mentre riascoltava la registrazione del "Silenzio". Il signor A si portò le mani alla bocca e riprodusse con maestria il suono della "ritirata", che aveva sempre il potere di risvegliare Antenore. Anche stavolta il vecchio si destò con fierezza e squadrò da capo a piedi il signor A. Dopo aver verificato che non si trattava di un messo nemico, accettò magnanimamente la colazione, che sbafò in 26 secondi netti, riuscendo a non sporcarsi e a non sporcare eccessivamente, o almeno non più del solito. "Si, ma qui ogni volta ci vuole l'ombrello..beh io la saluto Antenore..cioè, comandante, torno in cucina..si volevo dire, sotto coperta..hasta luego!". "Vaya con Dios, amigo!". Il signor A tornò difatti in cucina, si preparò la solita miscela di acqua, zucchero ed ansiolitici, che consisteva nella prima cura del mattino e la trangugiò velocemente. Si piazzò davanti alla tele dove davano la replica della "Casa nella prateria", della quale era da 38 anni affezionato spettatore ed approfittò dello stacco pubblicitario per correre disperatamente in bagno. Nel rientrare in tinello sbirciò di soppiatto in soggiorno e intravide Antenore immerso nella lettura de: "Le grandi battaglie aeree della seconda guerra mondiale", che leggeva ogni terzo sabato mattina del mese. Un'ora e mezzo dopo ecco di ritorno la signora A. Salutò allegra il marito e persino il padre e si presentò poi in tinello in tempo per preparare il pranzo. Vide il signor A affranto ed avvilito. "Non riesco a trovare il porta occhiali, ero sicuro di averlo messo nella terza tasca del quinto cassetto, tra la Montblanc nera ed i fazzolettini di carta colorati di tuo padre, invece vi ho trovato il finto spremiagrumi in similpelle che ci ha regalato lo zio Amelio per il nostro matrimonio!!!" piangeva. La signora A chiese al signor A a che diavolo gli servisse il porta occhiali per leggere il giornale, dato che lui indossava sempre gli occhiali, anche di notte, ed infatti anche in quel momento li aveva sopra gli occhi. "Se non trovò il porta occhiali vuol dire che la memoria vacilla e dovrò giocoforza aumentare le gocce di "Rinforzil" che prendo un giorno no e due si a partire dal primo giorno pari del mese". La signora A annuì con distacco e si mise ai fornelli. Antenore non parlò eccessivamente durante il pranzo, che consumò al solito tra la figlia e il genero. Questi si limitò a una bistecchina bianca con patate ed un paio di mele, perché sentiva di aver bisogno di proteine. La signora A discuteva ininterrottamente con la padrona del talk show in tivù perché non era d'accordo circa i criteri e le modalità delle scelte degli ospiti musicali, mentre il vecchio divorava insaziabile qualsiasi cosa gli venisse messa nel piatto dichiarando a bocca gremita che non ricordava un rancio migliore dalla battaglia per l'oro nel Klondike di fine '800. "Certo papà, neanch'io me lo ricordo, ora torna in trincea che devo mettere a posto qui, ok? Forza, riportalo in poltrona in soggiorno." Il signor A ubbidì, e si fermò qualche minuto con Antenore per qualche mano di briscola prima della siesta. Al solito il vecchio si addormentò carte in mano ed in pochi secondi russava rumorosamente. Il genero tornò in tinello. Fece bollire la consueta tisana alla malva forte pre-pennica del dopo pranzo del sabato e si catapultò in camera. La moglie riprese la via del laboratorio per il trattamento prefestivo. A partire dalle 15,30 era previsto un lungo ed assolato pomeriggio in spiaggia, così occupò per oltre un'ora, stavolta, il camerino di trasformazione. Iniziò dalla fronte, dalla quale rimosse con cura i solchi rugosi che ormai vi spadroneggiavano; stessa operazione per le profonde borse sotto gli occhi. Certo che questo nuovo unguento biochimico faceva miracoli. Stabilì che per quel pomeriggio, i piedi ed il collo potevano accontentarsi del trattamento fatto al mattino; dato che l'effetto di ogni ritocco durava per otto/dieci ore, sarebbe certo stato sufficiente. Si armò poi di santa pazienza e si collegò al compressore al silicone. Dopo circa mezz'ora ecco rialzati i due seni, ora sodi e rotondi come palle da bowling. Fu infine la volta delle radiazioni pronatiche, che riguadagnarono l'ideale forma snella, e procosce,he persero invece l'odiose squame a buccia d'arancia che da tempo ormai infestavano la povera signora. Decise che poteva bastare. Abbandonò senz'altro il rifugio atomico e lo chiuse a chiave. Troppo prezioso quel laboratorio, che le permetteva ogni volta di scolpirsi un fisico da ventenne, per rischiare l'accesso indesiderato del padre o del marito. Svegliò il signor A con delicatezza e di lì a pochi minuti erano pronti per la spiaggia. "Hai preso tutto?" "Si" replicò paziente il signor A. "Crema presolare, durante il sole e doposole, parasole, occhiali da sole, unguenti ed oli a base di vitamine dalla a alla d per te, "Origine e sviluppo del trattamento dei metalli nel peloponneso" per me". La signora A approvò e i due si misero in marcia. Nel tragitto, la donna procedeva fiera ed impettita senza degnare chicchessia di uno sguardo. Il signor A considerava pensieroso che se il porta occhiali non era nella terza tasca del quinto cassetto, sarà certamente stato deposto per errore nella prima antina a vetri del salotto partendo da sinistra, dove normalmente dimorava lo spremiagrumi in similpelle. "Un semplice scambio di luoghi, ecco di cosa s'è trattato!!". Risollevato dal fatto di non aver perso la memoria e che quindi per il momento non necessitava di aumentare la dose di "Rinforzil", seguiva la moglie sereno e svagato pensando alla succulenta lettura che l'attendeva sotto l'ombrellone. I signori A giunsero infine in spiaggia e trascorsero un indimenticabile pomeriggio, distensivo e divertente. Verso le 19,30 ripresero la strada del ritorno. Stavolta toccava al signor A preparare la cena, dato che la moglie era molto stanca e doveva oltretutto sottomettersi al martirio psicologico della fine dell’effetto dei trattamenti di laboratorio cui si era sottoposta. Durante la cena, come previsto, tutti gli accomodamenti sparirono e riaffiorarono tutte le magagne, ognuna al suo posto come prima e più di prima. Il signor A sosteneva sempre la moglie durante questo momento difficile per la propria autostima, sostenendo che, se poteva esprimere la sua opinione, la moglie era bellissima anche così e non aveva nessun motivo di pomparsi e liftarsi ogni giorno. “Grazie caro” rispondeva lei sospirando, “ma una donna deve avere cura di sé, e tutto sommato non è che il tuo parere m‘importi molto”. Grato della considerazione, il signor A servì in tavola. Antenore mangiava a quattro palmenti. Aveva chiesto, come faceva ogni volta che restava solo, dove fossero andati i due coniugi, ed allorché il signor A rispondeva al solito che erano stati al quartier generale del nemico a trattare la tregua, ebbe i lucciconi agli occhi per il coraggio dimostrato dai suoi due ragazzi. Dopo cena, il signor A si ritirò sotto un telo per l’usuale aerosol delle 21, in genere concomitante all’inizio del film in prima serata. La moglie aveva deciso di non uscire e si limitò ad osservare la proiezione con spirito critico e molteplici osservazioni a livello di sceneggiatura e recitazione. Il marito annuiva convinto, e si assentò dal divano soltanto tra le 22,15 e le 22,28 per preparare l’infuso di the indiano digestivo alle spezie selvagge che approntava a mezza sera. Quella era in genere l’ultima cura della giornata, naturalmente prima delle forche caudine del Trattamento Potenziante. Il Trattamento Potenziante consisteva in una mistura di ritrovati biologici di dubbia provenienza scovati dalla signora A su internet ed acquistati in enorme quantità, alla quale la signora sottoponeva il marito alcune sere alla settimana, a scadenza abbastanza regolare. Il signor A accennava talvolta labili proteste, che venivano ben presto rintuzzate dalla consorte. Quella sera andava lamentando sommessamente un leggero mal di gola ed aveva infatti trascorso in aerosol alcuni minuti più del solito, ma la signora A fu inflessibile. Terminato il film, la bevanda fu somministrata senza pietà all’uomo, che assunse subito in viso una tintura rosso acceso. Deglutiva a fatica ma riuscì a terminare la bevanda in poche sorsate. Poco oltre mezzanotte, i coniugi A s’apprestarono a coricarsi. Nel giro di alcuni minuti dalla stanza da letto dei signori A presero a levarsi forti urla e gemiti scomposti, emessi in particolar modo dalla signora, oltre al sordo e gracidante suono di molle che cigolavano senza pace facendo un rumore infernale. Anche quella volta l’intruglio aveva dato i suoi frutti. Ma forse stavolta la dose era stata eccessiva. La porta infatti si spalancò con furore ed Antenore entrò ululando: “Ognuno ai propri posti, dagli al nemico, pugniamo con coraggio ed abnegazione! Chi si rifiuta di lottare verrà passato per le armi sul posto, avanti tutt..ma…dove sono le truppe avversarie? L’avamposto da espugnare, il territorio da conquistare?!?…” “Papaaaaaaà! Tornatene a letto, maledizione! Altro che nemico, ti faccio internare, ti faccio!!” Il momento di massima esaltazione per la signora A fu interrotto così bruscamente che non si pose neppure l’idea di riprendere il discorso, una volta allontanato il fastidioso genitore. Si girò dall’altra parte e spense la luce inviperita. Chi ne trasse il maggior vantaggio fu il signor A, che poté così recarsi in casa a sistemare le pendenze. Si diresse in tinello e aprì il quinto cassetto, nella cui terza tasca reperì lo spremi agrumi in similpelle regalo dello zio Amelio e lo asportò, dirigendolo in salotto, nella prima antina a vetri partendo da sinistra. Lo scambiò con il porta occhiali, che ne occupava inopinatamente il posto e con un sospiro di sollievo realizzò che la memoria funzionava a dovere e l’aumento di dose del “Rinforzil” poteva attendere. Giocherellò con il porta occhiali mentre lo portava sul comodino, non vi depose gli occhiali che indossava anche la notte e s’addormentò fischiettando.

 

ACQUA SEMPRE NUOVA

13 NOVEMBRE 2017

 

Incantato da tanto verde, il piccolo scese dalla macchina e cominciò a correre. Si fermò proprio in prossimità del limite del bosco, rallentato naturalmente anche dai richiami del padre, che portava il pallone ed il sacchettino della merenda. Accennò una smorfia mentre tornava verso il genitore. Si acquattò sull’erba soffice a una decina di metri da lui.

L’uomo gli lanciò la palla, il sorriso frammentato da brevi parole di incoraggiamento. Lui attese qualche istante, poi si tuffò sul morbido e bloccò la sfera, che rilanciò subito verso il babbo in attesa del prossimo tiro.

Mezz’ora dopo, lui e il padre si rinfrescavano ad un ruscelletto che zampillava semi nascosto tra gli arbusti e gli imponenti tronchi di acero che delimitavano il limite del bosco. L’acqua gli scivolava arrecandogli un sollievo che non si decideva ad interrompere.

Il bambino non ascoltava il padre, che lo richiamava ai giochi, chiedendogli di allontanarsi dal torrentello. L’acqua che gli bagnava le mani lo costringeva lì, mentre i rumori, i fruscii del vento, la luce filtrante del sole, la voce apprensiva del babbo, tutto andava ovattandosi e si rendeva impercettibile. L’acqua sempre nuova gli riempiva le mani e lui non vedeva né sentiva più niente altro.

“Acqua sempre nuova, già”. Chissà perché ci aveva ripensato in quel momento qualsiasi di una sua giornata qualunque, così di botto, tenendo la posta in mano e lo sguardo fisso nel vuoto. “Meno male che non è entrato nessuno” cercava di riderci sopra. Prese a smistare le missive nelle buche. C’era polvere e sporco sulle cassette, così le pulì a dovere, dopodiché si lavò ben bene le mani.

“Buongiorno Attilio, giornata splendida, nevvero?”

Attilio udì la sua voce rispondere: “Proprio così, ragioniere, bellissima senza dubbio”. Il ragionier Bertani raccattò la posta e la propria soddisfatta mezz’età ed uscì, accompagnando con cura la porta a scatto automatico. Attilio corse allora alla finestra e notando che in effetti il sole compiva il suo dovere in modo quasi accecante, si sentì meno idiota. Restò in garitta ancora qualche minuto. Tra poco le pianticelle ed i fiori del cortile interno sarebbero stati raggiunti dall’ombra ed avrebbe così potuto iniziare ad innaffiare. Si recò poi sul retro e predispose gli attrezzi: annaffiatoio, forbici, concimi. Al termine dell’operazioni risciacquò le mani in acqua abbondante. Subito dopo, il suono metallico e stridente del citofono lo fece sobbalzare. Non appena sbloccata l’apertura, vide con poco stupore il ragionier Bertani entrare saltando sulle punte. Indossava calzoncini corti e maglietta a strisce colorate, e chiese con voce infantile ad Attilio se aveva voglia di fare due tiri al pallone con lui nel parchetto adiacente il condominio. Lui avrebbe acconsentito volentieri, ma doveva lavorare; il ragioniere, pur mostrandosi deluso in volto, parve comprenderlo.

“Senti, resta qui un momento, ti va? E se qualcuno mi cerca, digli che sto arrivando”.

Bertani rideva con gli occhi mentre si accomodava in postazione, immaginando il nuovo gioco. Qualche minuto più tardi, Attilio scese con un enorme panino stracolmo di nutella, che regalò subito al ragioniere. Questi lo divorò a quattro palmenti senza ovviamente scordare di sporcarsi in molteplici punti viso, maglietta e persino i calzoncini. Stavolta fu il portinaio a ridere di gusto. “Adesso vai, che devo lavorare!”. Bertani se ne uscì ridendo, tenendo strette nella mano i tre pacchetti di figurine che Attilio gli aveva ammollato nel congedarlo.

Chiuse la guardiola si portò sul retro, ove come previsto le piante avevano ombra sufficiente per essere annaffiate. Prima però procedette alla eliminazione degli scarti, come gli chiamava lui. Potò le rose ormai sfiorite, per dare ai germogli che s’intravedevano più in basso la possibilità di crescere. Ripetè l’operazione sulle margherite. Ripulì le surfinie che dilagavano imponenti dall’alto del muretto creando una scia maestosa come la ruota di un pavone. Rinvasò alcune pianticelle le cui radici ormai eccessivamente diramate non trovavano quasi più terreno. Finalmente era il momento di dar loro da bere, poi la pulizia. Al termine era davvero soddisfatto. Verso sera, quando il sole avrebbe abbandonato anche l’altra metà del cortile, le stesse operazioni sarebbero state ripetute laggiù. La mattinata volgeva al termine, mentre Attilio lavava accuratamente le mani in acqua corrente, indugiandovi a lungo. Assaporava già l’anelata pausa pranzo quando la porta si spalancò. Di corsa, entrò il ragionier Bertani, di ritorno dallo jogging post lavoro, col borsone dei vestiti d’ufficio nella mano. Le spalle quadrate e luccicanti dallo sforzo prodotto, i bicipiti luccicanti di forza, la bandana inzuppata di sudore. Salutò Attilio con la consueta baldanza, senza per questo frenare il proprio slancio. Falcate talmente rapide che il portinaio non riuscì nemmeno ad inquadrare il fisico scolpito del giovane che guadagnava, a piedi naturalmente, il proprio appartamento al quarto piano. Sparì in un baleno ed Attilio avvertì appena l’eco calante della sua risata, per una battuta che lui non aveva neppure avuto modo d’afferrare.

Come ogni altra, anche quella giornata si concluse per Attilio nel miglior modo possibile. Rientrò nel suo alloggio nel momento preciso in cui la moglie stava servendo in tavola.

“Tutto bene?”
“Direi di si. La vita della guardiola riserva sempre sorprese impensabili”.

“Come l’hai chiamato, oggi?”

Attilio era soprappensiero, non rispose subito. La donna insistette:

“Il Prossimo, come l’hai chiamato, oggi?”

“Ah, scusa, si, dunque..oggi era il ragionier Bertani”.

“Risultati?”
“Eccellenti”.

Raccontò poi l’esperienza che aveva vissuto quel giorno, concludendo: “L‘ultima volta che l‘ho visto è stato proprio pochi minuti fa, era un nonnino dall’espressione talmente serafica, così serena , da lasciarmi dentro un gran senso di pace, di benessere.”

La donna osservava silenziosa l’acqua che continuava a fluire, poi annuì, commentando soddisfatta: “L’acqua scorre sempre nuova, ed il tuo prossimo ha avuto una vita splendente e benedetta. Speriamo domani in un’altra buona giornata.”

E ripresero il viaggio.

 

EQUIVOCI MUSICALI

9 NOVEMBRE 2017

 

Gran Concerto Lirico a Villa Ghirlanda

Domenica 12 Novembre alle ore 21.00 l'attesissima finale del Concorso Lirico SALVATORE LICITRA promosso da EquiVoci Musicali in collaborazione con l'amministrazione comunale di Cinisello Balsamo e giunto alla VIII edizione.

L'appuntamento è in Villa Ghirlanda Silva a Cinisello Balsamo in via Frova 10,  nella  splendida Sala degli affreschi e sarà  possibile per la prima volta seguire in streaming la diretta della finale in Sala degli specchi in modo da poter accogliere un numero maggiore di spettatori.

I cantanti lirici provengono da oltre 18 Paesi del mondo e i 10 finalisti canteranno le più celebri arie del repertorio operistico.

L'ingresso è libero ma suggeriamo di arrivare in anticipo per essere sicuri di sedersi in Sala degli affreschi o in Sala degli specchi. Vi aspettiamo!

 

CATENE DI SANT'ANTONIO

30 OTTOBRE 2017

 

Vi arriva una catena di Sant’Antonio? Potete scegliere come

comportarvi, se come il signor Pastafresca o come il signor

Verdecampo, i protagonisti di questa storiella, che troverà poi

spazio nel prossimo libro di racconti.

Imbecillità e suggestione, connubio fatale………

LA CATENA DI SANT'ANTONIO


Il signor Giovanni Pastafresca e l’amico Luigi Verdecampo sono due appassionati hi-tech. Fanno a gara per acquistare gli ultimi modelli di telefonia e per aggiudicarsi ogni nuovo aggiornamento software sviscerando con pignoleria le cascate di offerte che quotidianamente il web propone. Vivono col cellulare in mano e il note-book nella ventiquattr’ore.  Una mattina di fine maggio, il signor Pastafresca riceve sul cellulare la classica catena di Sant Antonio, con la quale gli si promette salute, ricchezza e felicità tramite un semplice “inoltra” del messaggio ad altri dieci utenti. La mancata esecuzione gli avrebbe causato (in questo caso era stata ancora abbastanza magnanima) tre mesetti di disgrazie. Il signor Pastafresca non ci pensò un momento e cancellò il messaggio, detestando mentalmente l’”amico” che glielo aveva girato. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, anche Verdecampo ricevette la catena. Restò indubbio sul dafarsi, dopodichè la rinviò ad altri dieci utenti, cercando di evitare gli amici più intimi per non avere storie; dimenticò presto l’episodio.
Qualche giorno dopo i due si incontrarono al bar e commentarono insieme.
“Io l’ho cancellata subito”, affermò Pastafresca.
“Ma no, io l’ ho rimandata, così per ridere”, ribattè l’amico, poi parlarono d’altro.
C’era da verificare un imperdibile offerta di tot ore di traffico
gratis sul cellulare mediante un vantaggiosissimo nuovo tipo di contratto, per cui trascorsero le successive tre ore a controllarne l’affidabilità. Quando verso mezzanotte stabilirono che non ne valeva la pena, rientrarono soddisfatti a casa.
Tre giorni dopo, Verdecampo ricevette una nuova catena. Piuttosto annoiato dalla circostanza, tuttora in dubbio su cosa fare, si accorse che arrivava dallo stesso mittente della precedente. Decise ancora una volta di inoltrarla, ma telefonò al conoscente pregandolo di non mandargli più nulla del genere. Stavolta inviò la catena a dieci utenti diversi dai precedenti, sempre selezionati tra quelli con cui aveva meno familiarità. La catena stavolta millantava unicamente salute certa per lunghi anni. Naturalmente l’interruzione della stessa avrebbe causato malattie improvvise ed in alcuni casi anche decessi.
L’umore del signor Verdecampo subì un’impennata la sera stessa quando, in collaborazione col fido Pastafresca, scovarono ed applicarono in due ore nette la più conveniente tra le quindici offerte uscite in quella settimana, che promettevano la miglior risoluzione assoluta nelle fotografie da telefonino. Non avrebbero mai scattato alcuna foto, cosa che non interessava minimamente i due amici, ma l’orgoglio di appropriarsi della miglior risoluzione sulla terra fu tale da meritarsi un brindisi a base di cedrata e patatine rosse.
Al risveglio il giorno dopo però un messaggino sospetto lo mise in allarme. Era la catena del giorno precedente, rinviatagli, evidentemente per errore, da uno dei destinatari. Così il buon Luigi chiamò subito la persona chiarendo il fatto che la catena non andava rispedita al mittente ed altre amenità, riuscendo anche ad entrare in frizione con l’ottimo antagonista e dato che nessuno voleva dar ragione all’altro, la telefonata proseguì per svariati minuti consentendo a Luigi di arrivare tardi al lavoro e di spendere 6/7 euro al vento. Trascorse il resto della giornata in calma apparente. Ma l’angoscia lo colse sul far della sera, allorchè realizzò che, seppur per errore, gli era pur sempre arrivata una nuova catena cui non aveva tuttora dato seguito. Dopo aver attraversato una notte agitata, decise che avrebbe inoltrato la catena vecchia per la seconda volta, fortunatamente aveva ancora una buona riserva di contatti cui non aveva ancora girato quel tipo di messaggio. Lanciò la nuova decina.
Secondo i suoi calcoli, ora avrebbe dovuto finalmente sentirsi meglio, invece una strana inquietudine s’impadroniva di lui man mano che passavano le ore. Ne parlò a Giovanni il quale fu davvero sorpreso di apprendere dello stato d’ansia dell’amico. Era sempre stato una persona serena, non riusciva a capacitarsene. Per distrarlo, quella sera lo portò allo stadio comunale ove era in corso la gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Per la cronaca, il trofeo (un barattolo di ciliegie snocciolate) se lo aggiudicò un tale che sparò il nocciolo a 27,50 mt. senza rincorsa. Quella notte Luigi dormì sereno, e per qualche giorno le nuvole scomparvero dal suo orizzonte.
Ma nel pomeriggio del terzo giorno, un lampo lo attraversò: aveva già spedito tre catene eppure non aveva avuto benefici, né d’ordine economico, né di salute o altro genere. Non se ne dispiaceva in realtà, non che si aspettasse subitanee ricchezze o elisir di lunga vita, però detestava il pensiero di essere stato in qualche modo infinocchiato. Inoltre ricordò che il suo amico Giovanni non aveva ancora ricevuto la “giusta punizione”. Quella sera, al bar:
“Ma…a te, finora, non è capitato niente?”
“Niente, di che genere?”
“Beh, nessuna rogna, che ne so… stai bene di salute? A soldi, come va? Il lavoro, la crisi, succede niente?!?”
“No, perché dovreb..ma che fai, meni gramo?”
“No..anzi, mi preoccupo per te..anzi, sono felice che va tutto bene! Magari andrà peggio più tardi…no, scusa, non volevo..beh ci vediamo, eh? Ciao, ciao…”
Giovanni scosse la testa e reputò che l’amico lavorava troppo. La sera seguente Luigi, per smuovere l’impasse, ebbe un’idea geniale. Pianificò di creare una catena tutta sua. In essa, prometteva genericamente che un desiderio che esisteva da sempre sarebbe divenuto realtà; l’interruzione della catena comportava il doverlo abbandonare definitivamente. Mandò il messaggio a ben venti contatti, includendo alcuni di quelli cui aveva già inviato i precedenti e che non avevano avuto niente da ridere, più altri.
Da questi ultimi però ricevette alcune telefonate di lamentela, dovendo così depennarli dalla lista dei futuri papabili riceventi. In più, dovette richiamare più volte coloro tra questi con cui teneva ad aver buoni rapporti per cercare di ricucire lo strappo, cosa che gli costò non poca fatica, stress e denaro. Invece di stare meglio, nuove sensazioni d’apprensione lo colsero. Inevitabilmente aveva l’impressione di commettere qualcosa di poco pulito. Un nervosismo latente lo accompagnava anche sul lavoro e nella vita di tutti i giorni. Non stava meglio finanziariamente. Non aveva ancora ricevuto alcuno dei benefici decantati ed aveva già speso decine di euro tra catene inviate e relative telefonate di chiarificazioni.
Cominciarono le ritorsioni. Più d’uno dei riceventi delle sue catene, create o inoltrate, gli rinviarono catene sempre nuove e dalle condizioni più stravaganti ed ovviamente irrinunciabili. Entrato ormai nel vortice della dipendenza, le reinoltrava tutte. Non badava più ormai a cosa promettessero o minacciassero. Anche i suoi destinatari erano ormai scelti a caso tra i suoi contatti. Se qualcuno richiamava per questionare, non si dava più nemmeno la pena di ribattere lasciando sfogare l’interlocutore senza replicare. Staccava il telefono per lunghi tratti, e spesso trovava una nuova catena una volta riavviatolo. Lungi dallo sparire, le sue agitazioni si dilatarono, tanto da causargli insonnia e palpitazioni improvvise, finchè cadde malato.
Una bella mattina verso il 20 di giugno, Giovanni Pastafresca realizzò che erano svariati giorni che non aveva contatti con l’amico. Eppure nuove offerte hi-tech piovevano a catinelle e Luigi era sempre il primo a combinare appuntamenti per approfondirle. Si preoccupò ulteriormente a causa del fatto che non riusciva a contattarlo al cellulare. Si risolse così a recarsi a casa sua e lo trovò in stato pietoso. Luigi, che era stato molto riservato su quanto gli andava capitando, alla fine si decise a raccontargli l’intera faccenda.
Giovanni restò un intero pomeriggio al capezzale dell’amico, e tornò per tre o quattro giorni di fila. Riaccese il cellulare di
Luigi e cominciò a cancellare senza pietà ogni nuova catena che si ripresentasse, intimando a Verdecampo di fare lo stesso in sua assenza, pena l’abbandono al suo destino. Piano l’ammalato iniziò a dare segni di miglioramento, il quarto giorno ricominciò ad interessarsi al lancio di una nuova irrinunciabile fornitura di adsl + tot ore di navigazione gratis. Dieci giorni dopo tornò al lavoro e Giovanni gli lasciò in prova il cellulare in gestione, per testare la sua guarigione. Intorno alla metà di luglio, non arrivò più nessuna catena, né telefonate relative. Ogni traccia di malattia era sparita.
Luigi si dimostrò molto riconoscente. Per prima cosa offrì a Giovanni una cena ed intestò a suo nome un irrinunciabile convenzione telefonica con un gestore emergente per 800 ore a spesa ridotta, purchè effettuata tutta entro una settimana. Durante la cena però, non ce la faceva più dalla curiosità ed infine porse a Pastafresca la domanda che voleva fargli da quasi due mesi.
“Per non aver inoltrato quella prima catena, dici? No, mai niente di niente, anzi! Sto benissimo, il lavoro va a gonfie vele, ho rimediato una cena ed un vantaggiosissimo contratto telefonico
!”

 
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