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IL CUCU' DELLE CINQUE

12 APRILE 2019

 


Al centro della piazzetta, l'edificio è tipicamente agghindato, in perfetto stile del piccolo paesino abbarbicato sul declivio del monte.
Non altissimo ma squadrato e robusto, rigorosamente in legno, possiede un’attrattiva: ospita il particolarissimo cucù che ogni giorno alle cinque raduna sulla piazzetta una variopinta folla di turisti.
In cima alla casa, dove le travi che formano il tetto s'incontrano, un'enorme aquila reale squadra sovrana il cielo di montagna.
Poco più sotto, ecco due finestrelle decentrate, congiunte da una mensola in legno intarsiato sulla quale scorrono due piccoli binari. Ancora più in basso, sotto la mensola, un cacciatore tende lo sguardo verso l'aquila reale quasi con fare intimidito, pare renderle omaggio, pur stringendo la doppietta tra le mani. Alla destra della figura umana,
ecco uno stambecco, immortalato nell'atto di scorrazzare libero, tra i boschi.
Alle cinque precise, le finestrelle si aprono, e da ognuna di esse escono due coppie di ballerini, che raggiungono danzando sui binari la finestrella opposta.
S'incrociano in perfetta sincronia ed al termine di alcuni giri di valzer, rientrano per la finestra dalla quale sono usciti. Sotto gli sguardi dell'aquila reale, che china il proprio orgoglio alla danza, dello stambecco, che si ferma ammirato, del cacciatore, che ha deposto il proprio fucile. E della folla che immancabilmente applaude contenta.
Anche oggi mi sono recato nella piazzetta per godermi lo spettacolo, non solo del cucù delle cinque, ma anche della gente che si raduna a guardare e che le nubi basse e concentrate sul centro del paesello non scoraggiano di certo.
Il bimbo ha indicato la scena con l'indice per tutto il tempo,
incapace di levarvi gli occhi da dosso, mentre la nonna, retta forte al bastone, sorride al di fuori delle lenti spesse, un attimo di pace anche per lei.
Sergio e i suoi tre amici hanno ascoltato il valzer ed ancora esitano prima di recuperare le moto potenti e i caschi ultimo grido e riprendere la strada verso il lago; soffermati ad osservare gli intagli ricercati delle finestrelle, sembrano pensare a qualcosa di molto, molto lontano da loro, magari alle corse degli stambecchi che scorazzano per valli e fiumi senza motori rumorosi ed inquinanti.
Pietro e Sabrina transitavano distratti, dentro e fuori tra una pizzeria take-away e una sala giochi, e lo spettacolo al centro della piazzetta li coglie di sorpresa: quasi s'infastidiscono. Poi, senza ragione razionale, lei si ferma ad ascoltare la danza dei ballerini e si trova ad immaginare eleganti saloni da ballo, ricevimenti, corse di cavalli...lui guarda senza capire ed automaticamente stacca il filo
variopinto dell'MP3, forse invidia le ali brillanti dell'aquila che domina il cucù.
Vincenzo ed Emilio, dal balcone della pensione situata dalla parte opposta della piazzetta, hanno interrotto l'eterna partita a briscola, il primo ha deposto il calice di rosso, l'altro rimette nel pacchetto la nazionale senza filtro. "Se quel cacciatore fosse vero e sparasse coriandoli e caramelle, i bambini sarebbero più contenti", dice Emilio,
ma Vincenzo non lo ascolta, aspetta che i ballerini tornino a riposare al di là delle finestrelle che si richiudono piano, sono le cinque e cinque minuti, per permettere alla lacrima titubante sul ciglio del suo occhio semi chiuso di scendere e rinfrescare finalmente la guancia perennemente arrossata da freddi inverni di lavoro.
Anche le nubi si sono ritirate verso la cima del monte ed hanno  concesso al sole di riscaldare la scena. Prima di ritirarsi, i ballerini sembrano guardare la folla, quasi a rapirla e condurla con loro
dietro il buio delle finestrelle, mentre un silenzio irreale
s'impadronisce della piazzetta.



Altri articoli.

 

L'AMAZZONIA NON E' VERDE

8 APRILE 2019

 

L'AMAZZONIA NON E' VERDE

MUSICA E PAROLE A SOSTEGNO DEI POPOLI DEL GRANDE FIUME

Mercoledì 10 aprile ore 21.00
Teatro Pime p. Piero Geddo
via Mosè Bianchi 94, Milano


INGRESSO LIBERO

Amazzonia. Polmone del pianeta, culla della biodiversità, patrimonio dell’umanità, ma anche terra di contrasti, di sfruttamento indiscriminato dell’ambiente e delle popolazioni native. Un modo anche per scoprire le biografie di donne e uomini che hanno dato la vita per l'Amazzonia e per i popoli che la abitano. Tra loro, anche i missionari.

Sul palco artisti e musicisti di grande profilo come Elda Olivieri, Rachel O'Brien, Nadio Marenco, Adalberto Ferrari, Kal Dos Santos. Testi e narrazione a cura di Andrea Zaniboni.

Una produzione a cura del Centro Pime di Milano all'interno della stagione Emissioni Teatrali e della campagna "Il grido dell'Amazzonia".

 

 

EQUIVOCI MUSICALI

27 MARZO 2019

 

O' SOLE MIO

IL SALOTTO NAPOLETANO DELL'OTTOCENTO A MONZA

Sabato 30 Marzo 2019 ore 21
Teatro Binario 7 di Monza

Napoli patria della musica, che fonda i primi Conservatori del mondo, il primo teatro d’Opera in Europa e che inventa la canzone più famosa di tutti i tempi: ‘O sole mio.
Un concerto di rara bellezza, ricco di pagine di straordinaria melodia che regalano agli ascoltatori momenti di alta commozione. Un suggestivo racconto che narra come nacquero le canzoni napoletane che hanno reso l’Italia famosa in tutto il mondo.

Il programma prevede brani del calibro di 'A Vucchella, Funiculì Funiculà, Torna a Surriento, Core n'grato, Malafemmena e tanti altri ancora...

Sul palco il tenore della Scala Michele Mauro, il pianista Bruno Nicoli e la voce narrante di Ruggero Cioffi.

Consigliata la prenotazione.

info e prenotazioni qui

 

 

L'ALTRA VITA

24 MARZO 2019

 

Finalmente, dopo tre settimane aveva aperto gli occhi. Non che potesse vedere granchè, immobilizzato come era a letto. Poteva leggermente muovere le gambe, ma con cautela. Le braccia erano un pò più libere, almeno sarebbe stato in grado di cibarsi da solo, leggere, usare il computer. Non poteva in alcun modo nè alzarsi, ne sedersi. Bacino fratturato e convalescente, operazione teoricamente riuscita, ma era meglio aspettare ancora qualche tempo. Il dottore che aveva assistito al suo risveglio era stato categorico e l'aveva subito investito, era il caso di dirlo, di raccomandazioni.
Era stata proprio questa la preoccupazione della madre, la coercizione alla quiete assoluta. Proprio lui, obbligato sotto le coperte, proprio lui che aveva sette vite d'esuberanza addosso. Proprio lui, che in ventidue anni di scapestratura medio-alta, era passato dalla mania per il calcio a quella per le moto e adesso se ne stava sempre in giro rombando il più assordantemente possibile, su quelle astronavi a due ruote che a lei facevano paura soltanto a vederle, e tutte le volte che usciva di casa annunciato da quel rombo di tuono si rintanava in camera scoppiando in singhiozzi e pregando che anche per quella volta tutto andasse bene. Che qualcuno gli poggiasse la mano sulla testa, a quel figlio tanto temerario, per non dire incosciente, finchè risentiva lo stesso rombo di tuono tornare verso casa e spegnersi di colpo a un metro dal garage, e il suo cuore riprendeva il ritmo normale.
L'incidente poi, per colmo di ironia non era certo stato colpa sua. Dietro una curva d'un sentiero di campagna, dove amava scorrazzare più che sulle strade, s'era d'improvviso trovato davanti un leprotto, e l'unico leprotto immobile del mondo, forse paralizzato dalla paura e dal rumore, era toccato a lui. Lui che aveva sempre amato gli animali e che, diceva, stimava più degli umani. Aveva fatto un estremo tentativo per evitarlo, ed era finito lungo disteso sul prato, mentre la moto continuava la sua folle corsa per schiantarsi, lei sì, definitivamente, contro un palo della luce.
Tutti questi pensieri attraversavano la mente della madre mentre il figlio si svegliava, dopo un letargo di oltre venti giorni, ed ascoltava senza rispondere le mitragliate di raccomandazioni del medico. Il quale pareva aver sempre qualcosa di nuovo da vietare, da condizionare, da illustrare. Non taceva più. E lui, nel letto che lo guardava con aria strana, un'aria che la mamma non gli aveva mai visto. Lei invece, non vedeva l'ora che il medico finalmente tacesse, per risentire la voce di suo figlio. Finalmente lui gli chiese cosa si sentisse, in questo momento.
Il ragazzo guardò il dottore, senza dire nulla, finchè quest'ultimo lo incitò nuovamente a parlare. Ma dalla bocca del giovane uscirono solo brevi suoni disarticolati, a singhiozzo, intercalati da respiri faticosi, rossori, lacrime che spuntavano agli angoli degli occhi e gli rigavano la guancia. La mamma credette di svenire. Invece era sveglia, e terribilmente lucida quando vide il medico uscire a precipizio dalla stanza per rientrarvi dopo pochi minuti con un paio di colleghi, che provarono a sbloccare il semi mutismo del ragazzo. Fu a questo punto che la madre scoppiò in lacrime e s'abbandonò su una sedia presso alla finestra, giunse presto un'infermiera ad occuparsi di lei mentre il ragazzo fu riportato nello studio del medico, tra l'imbarazzo evidente del professionista e dei suoi colleghi.
Una settimana dopo, la madre del ragazzo fu finalmente messa a parte di ciò che era successo. Stavolta il medico non parve imbarazzato. Si limitò a dire che l'incidente era stato "brutto", l'intervento "tecnicamente riuscito" ma purtroppo un "minimo di rischio" andava sempre tenuto presente, e una "spiacevole conseguenza" s'era verificata. Il figlio aveva perso in parte l'uso della parola e anche le facoltà motorie non s'erano riprese come "s'erano auspicati". In questo momento il ragazzo era affetto in sostanza da "lieve ritardo". Terapie? A iosa, signora, quasi le sorrise il medico. Avrebbero cominciato con un bel corso di fisioterapia, poi tutta una serie di cure tese a "recuperare il più possibile le capacità psicomotorie del ragazzo", il quale peraltro, era sottinteso, non correva più alcun pericolo di vita ed era perfettamente reinseribile nella società.
Solo, con palese lentezza di movimenti e difficoltà d'espressione e, dulcis in fondo, l'assoluta incertezza che un giorno sarebbe potuto tornare normale.
Nella casa piombò una lancinante disperazione, tanto più cocente perchè seguita alla gioia dovuta al risveglio, per niente scontato, del ragazzo. Ma il tempo, che non rimargina mai le ferite, riesce talvolta a tramortire la rabbia e l'impotenza trasformandole in una quieta rassegnazione. Il ragazzo seguiva il programma di rieducazione, ma i progressi erano pressochè impercettibili. Tutti pensavano che la sua vita passata sarebbe stata un ricordo irripetibile. Lo stipendio che aveva già da qualche anno iniziato a percepire era stato sostituito da una pensione di invalidità, e lui passava i momenti delle giornate durante le quali non aveva a che fare con fisioterapisti e macchinari vari, seduto sul balcone in casa sua a guardare la strada, con uno strano sorriso stampato in faccia. Il padre, separato e da tempo lontano da casa, non vide nella nuova condizione del figlio una ragione per riprendere con maggior frequenza le visite.
La madre invece era pensionata, da poco. Impiegò alcuni mesi ad elaborare la nuova situazione; ad aiutarla compariva talvolta in casa la sorella, e più spesso qualche pietosa vicina di casa. Dopo alcuni mesi, il ragazzo cominciò a uscire di casa. Passò per le vie che faceva sempre prima dell’incidente, superò il parco, vide la piazza, i negozi, i colori dell’autunno che stava scendendo. Qualcuno che lo conosceva decise di ignorarlo, altri lo salutarono senza fermarsi. Un amico lo fermò. Volle informarsi brevemente su come stesse, pareva non aver remore a parlargli; pur trattandolo con gentilezza, poi se ne andò con un vago ci vediamo. Lui riprese il cammino, procedeva un po’ a fatica, si fermò spesso su delle panchine per prender fiato, non era abituato al movimento.
Arrivò sul sagrato della chiesa, stava per proseguire, ma si fermò, pensando che sua madre era certamente lì. Non aveva mai amato molto andare in chiesa, quando lo faceva era per compiacere sua madre. Entrò e sentì subito gli sguardi della gente addosso, di quella pietà mista a curiosità un pò macabra, sapeva che avrebbe dovuto abituarsi. Vide infatti subito suo madre, era inginocchiata poco lontano dall'altare. Volle andare da lei, chissà, magari le avrebbe fatto piacere vederlo lì, anche se lui, in realtà, s'era già pentito d'essere entrato e non vedeva l'ora di riguadagnare l'uscita.
Procedette lento sino alla panca ove era inginocchiata lei, le si sistemò di fianco, lei non se ne accorse subito. Restava giù, la testa fra le mani. A un metro da loro, il Crocefisso e le Sue cinque piaghe parevano fissarlo. Il ragazzo parve stupito da quello sguardo. Uno stupore che quasi si tramutava in disagio. Pensò: “Hai un bel guardarmi, con quello che mi è successo! Perchè non l'hai evitato? Mia madre dice che puoi tutto, che bisogna pregarti, affidarsi a te. E lei prega sempre, viene qui da sempre. Perchè hai lasciato che accadesse?"
Formulava questi pensieri con difficoltà, la madre era sempre raccolta, in ginocchio. Il Signore continuava a guardarlo. Finalmente la madre alzò il viso, guardò il figlio, gli sorrise. Il disagio di lui creebbe ancora. “Perché sono entrato qui?”, si chiese. Voleva andarsene, lasciare la madre alle sue preghiere e tornarsene a casa, ma i pensieri e i suoi riflessi parevano, in quel luogo, ancora più lenti, appannati. Il Signore continuava ad osservarlo, dalla sofferenza delle sue cinque piaghe.
Il ragazzo non ne poteva più. Salutò la madre, che ricambiò delusa, sperava che sarebbe rimasto un pò con lei, fece per uscire dalla panca. Prima d'andare via, guardò un'altra volta il Signore. Fu in quel momento: gli parve di vederlo sorridere, e il sorriso di Gesù sembrava quello di sua madre. Come in trance, si fermò, si risiedette alla panca. La madre se ne accorse subito: fece finta di niente, continuò a pregare, con un bisbiglio sommesso, ma il cuore le batteva un pò più forte.
Lui ci mise un pò, a dirlo, ma la madre lo comprese benissimo.
"Mamma, preghiamo insieme?"
Fu la prima di tante volte, che madre e figlio si presentarono in chiesa insieme, a pregare e a ringraziare. Grazie che lui fosse sopravvissuto, che compisse ogni giorno minimi miglioramenti, seppur talmente piccoli che la gente non se accorgeva neppure. E ogni volta che erano davanti al Signore lo vedevano sorridere, loro soltanto, sorridere malgrado le Sue cinque piaghe.
E iniziarono a sorridere anche loro.

 

QUEL GIORNO SULLA TERRA

5 MARZO 2019

 

Quel giorno sulla terra


Quel giorno sulla terra splendette un sole eccezionalmente caldo ed accecante fin da prima che sorgesse l’alba. In ogni angolo di mondo la tensione era, come sempre, al livello di guardia. Ma con lo sbiadire della notte, un presagio di sventura, un che di malvagio s’era insidiato nell’atmosfera statica e rovente della canicola. Sinistri focolai di male s’accesero in molteplici punti del globo, in numero molto superiore all’usuale. Dapprima trascurabili screzi, irrequietudini di frange estremiste, ma ben presto la loro violenza si decuplicò, coinvolgendo maestranze, studenti, impiegati, politici, artisti e via discorrendo. Nel frattempo la temperatura saliva inesorabile e alle dieci del mattino ogni record d’escursione termica e d’umidità recepita era stato annientato. Era la più bruciante mattinata da sempre. Malgrado questo, i tafferugli non s’esaurirono, al solito, a colpi di fumogeni e manganellate. I disordini trascesero in battaglia. In tutti i Paesi entro mezzogiorno fu dichiarato lo stato di Guerra Civile. Un bimbo lo apprese dal tiggi. Pochi minuti dopo, durante una pubblicità di fucili ad alta precisione, il padre gli chiese: “Sai, piccolo, che vuol dire guerra civile?” Lui replicò: “Cosa c’è di civile in una guerra?” Ma il padre non rispose ed abbassò le tapparelle. S’improvvisarono riunioni di capi e rappresentanti di stato istantanee che non portarono a nulla tranne qualche bagno in piscine miliardarie e abbondanti libagioni. Le gravissime agitazioni s’erano ovviamente assommate alle guerre in servizio permanente effettivo che tra le dodici e le tre triplicarono di intensità. Il pianeta intanto era divenuto una fornace irresistibile, le foreste seccavano a vista d’occhio, ghiacciai si sciolsero e si susseguivano terrificanti inondazioni, chi non moriva in battaglia lo faceva per annegamento o paradossalmente per disidratazione, fu una vera e propria decimazione, a partire come al solito da vecchi e bambini.Erano le quindici in punto quando, rivelatosi impossibile ogni tentativo, comunque tenue, di mediazione per la pace, qualcuno dichiarò la Prima Guerra Planetaria, poi un’insolazione lo stecchì. Da questo momento in poi, il numero della popolazione mondiale prese a diminuire progressivamente, perché alle falcidie causate dalle belligeranze e ai decessi naturali s’aggiunse il fatto che ogni gravidanza in corso venne irrimediabilmente interrotta dall’eccezionale ondata d’afa. Le insopportabili temperature contribuivano quanto le guerre a assottigliare il popolo terrestre, e ne una né l’altra tendevano a placarsi. Fu solo verso le sei del pomeriggio, che il bollore che inceneriva la collettività iniziava leggerissimamente a scemare di veemenza, nel frattempo però gli umanoidi s’erano ridotti del sessanta per cento ed oltre. Le battaglie proseguivano sanguinolente ed incessanti per tutto il pianeta, coinvolgendo ogni essere vivente sopravvissuto alla calura, ossia tra i 15 e i 60 anni. Erano quasi le sette di sera quando, con gli abitanti della terra ormai ridotti a poche centinaia di milioni di esemplari ma sempre più inferociti e decisi ad trucidarsi a vicenda, il sole calò dietro una montagna qualsiasi e crollò in mare. Si verificò uno sbalzo termico di una cinquantina di gradi in pochi minuti, meno di u’ora più tardi il termometro segnava già meno sei. Spesse coltri di ghiaccio iniziarono pigre a ricoprire la terra, come un medicamento che risanava le ferite rosso sangue che la inondavano. La gente non era assolutamente preparata a un trasformazione tanto repentina, una vera e propria glaciazione s’abbattè sul pianeta ben prima che calasse la notte. Crebbe progressivamente di forza e un numero incalcolabile d’umani sopravvissuti al caldo delle ore prima trapassò per congelamento. Alle undici di sera la popolazione terrestre era scesa a poche centinaia d’esemplari gelo resistenti che si fronteggiavano implacabili tra paesaggi esangui, costituiti da un unica, continua, crosta di  macerie, detriti e resti umani, il tutto avviluppato in manti di ghiaccio dai quali traspariva uno spettrale senso d’ibernazione. Già da molte ore, prima ancora della nodale mutazione di clima, gli esseri umani non parlavano più. Non promulgavano dichiarazioni di guerra, non urlavano, non esultavano, non si disperavano. Dominati da un silenzio rigidamente teso al compimento dell’azione di sterminio, non si ricordavano più di provare sensazioni e volerle esprimere. Finalmente, proprio qualche istante prima di mezzanotte, sull’intero pianeta sprofondato ormai in un assideramento irreversibile, si trovarono ad affrontarsi solo due umani, ognuno con un bazooka puntato contro l’altro. Ecco il momento di esitazione. Si guardarono attorno. Non videro nulla, intorno a sé ed avvertirono solo il suono lugubre di dodici gravi battiti, che producevano un riverbero insopportabile. Prima che l’effetto acustico cessasse, fecero fuoco estinguendo infine la razza.

 

 
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