Home Notizie

News

UN'AMICIZIA

23 SETTEMBRE 2017

 

 

 

Non amava prendere l’ascensore e non c’erano particolari fobie dietro questa sua antipatia. Scendendo le scale, diceva sempre, si teneva in esercizio. Salendole invece si riprometteva che la prossima volta avrebbe senz’altro preso l’ascensore. Per il resto, la strada non era poi molta, pochi passi ed eccolo nell’orticello. Uno spicchio di verde in mezzo alle file di condomini diseguali che ornavano la vietta, proprio a ridosso di una stazione elettrica ormai dismessa. Ma io, che
abitavo nello stesso condominio da oltre vent’anni, lo avevo visto da sempre, all’interno di quel giardinetto, sorridermi con una vanghetta in mano, tra file ordinate di ortaggi e frutta, della quale,
ovviamente, non mancava di omaggiarmi con una certa frequenza. Si vantava con me che “faceva la giornata”. Rientrando a casa per la pausa pranzo, non era infrequente vederselo arrivare incontro con i suoi strumenti, come li chiamava, dopo una mattinata al sole. Talvolta mi vergognavo della mia pigrizia e assentivo a rinunciare all’ascensore ed a seguirlo per le scale, salvo poi maledirlo (col pensiero, ché non avevo più fiato) una volta giunto bocconi al quarto piano. Di pomeriggio non lo vedevo mai, sapevo che fin verso le 4 non sarebbe tornato all’orto, e come dargli torto? Non si trattava esattamente di un giovanotto, e la canicola pomeridiana poteva essere devastante. Ma
in compenso rientrava spesso a sera inoltrata, dopo gli spesso ripetuti appelli della moglie.
La quale oltretutto doveva fare su e giù per chiamarlo, non essendo proprio il tipo che si muniva di cellulare!. Il pezzo di terreno a disposizione del mio vicino non consisteva unicamente di terra
coltivabile. Nell’angolo più nascosto, lontano dalla strada, aveva creato anche una gabbietta coperta, destinata a una gattina bianca e rossa, che l’uomo aveva pressoché adottato. La micia si aggirava da tempo lungo la vietta, e nonostante i miei tentativi, da buona gatta selvatica non s’era mai fatta avvicinare. Lui era riuscito chissà come a guadagnarne la fiducia e tutti i giorni, quando si recava all’
orticello, non mancava mai di portarle del cibo. Dev’esser stato assolutamente naturale per lui pensare che fosse giusto darle anche una casa oltre al piatto di Kitekat, e la cosa che mi ha sorpreso è stata che la gattina si era adattata subito ad una siffatta sistemazione. Non tentavo più di avvicinarla, ormai sapevo che si trovava in buone mani. Adesso amava restare a lungo a poltrire al sole, appena fuori dalla sua cuccetta, davanti alle file di ortaggi e frutta, facendo festa al padrone quando questi arrivava con il piattino, od anche solo per lavorare nell’orto. Lui mi raccontava che più di una volta era arrivato al mattino e l’aveva trovata ancora nella casettina che dormiva. Nel
mio piccolo non mancavo di contribuire, con avanzi e ciotoline di latte che appoggiavo all’interno dell’orto attraverso la cancellata, ed anche se lei non si faceva vedere sapevo che avrebbe apprezzato, infatti ritiravo poi sempre il tutto, vuoto. La micia era esigente, e quando abbandonava la postazione, c’era sempre un motivo valido. Imparò presto la strada per arrivare al nostro palazzo. Più di una volta la sorprendevo fuori dall’ingresso con fare interrogativo, evidentemente il padrone era in ritardo con la consegna, e lei si recava a reclamare sul posto. Ma la scena più abituale era vederla corrergli appresso mentre lui si avvicinava al cancelletto, dimenando la coda proprio come un cagnolino che non vede l’ora di riportare la pallina che il padrone sta per lanciargli. Lui diceva spesso di non potersi fermare a lungo poiché doveva correre in giardino, come lo chiamava lui, alla sua terra ed alla sua gatta, ed io ero contento nel vedere che aveva trovato un modo tanto produttivo di occupare le giornate, piuttosto che bighellonare come tanti altri pensionati tra le piazze a lamentarsi
della vita che s’è dimenticata di loro. E voglio ancora credere che non è stato per questo, non può essere stato per questo che così, di punto in bianco s’era ammalato. Un sabato di giugno l’hanno ricoverato in ospedale. Ed una domenica di giugno, otto giorni dopo, era morto. Su cosa gli fosse capitato potrei pensare a lungo, e tutto ciò che avrei da dire è che forse aveva, davvero, trovato il suo scopo e raggiunto il suo obiettivo. Fu talmente repentino che lo appresi dalla coccarda a
lutto esposta all’ingresso il giorno dopo, nemmeno sapevo fosse in ospedale. Mi era già capitato di non vederlo per qualche giorno ma non vi avevo dato peso, sai quando dai tutto per scontato. Sono stato a trovare la vedova, e nel parlare mi dice che non avrebbe rinnovato il contratto d’affitto dell’orticello, lei ormai era sola ed il figlio sposato abitava troppo fuori zona per potersene occupare. Per qualche giorno, ma credo che sia stato un caso, non sono più passato di lì. L’effetto emotivo scemò anche piuttosto veloce, oggi un pensiero non resta mai troppo a lungo nella mente. Ma non è mai bello passare di lì e vedere l’erbaccia crescere alta e selvaggia, cancellando le file
simmetriche e produttive che ornavano il terreno. Due giorni dopo il funerale dell’uomo, la vedova si è recata nel giardinetto per portare da mangiare alla gatta, ma l’ha cercata invano. Ha lasciato il piattino presso la cuccetta, salvo trovarlo intatto la mattina successiva. La micia non si presentò più all’ingresso, a reclamare cibo o le coccole dell’uomo, né la si vide più rovesciata al sole nell’orticello. Da quel giorno è sparita, e proprio stamattina ho visto il figlio della vedova smantellare la casettina e portarne via le assi con la stessa carriola verde con cui il padre trasportava terra e sementi.

 

MIO PADRE HA VENT'ANNI

19 SETTEMBRE 2017

 

“Era burbero il papà?”
Da una telefonata con un conoscente, un accenno, un qualcosa buttato lì, gli accese il dubbio.
Macchè. Era buono. Gli ultimi anni molto ammalato, e la malattia grave incattivisce, ma era buono.
“Una persona squisita”, concludeva il conoscente, forse pentito d’essersi spinto un po’ troppo in là.
Chiusa la comunicazione. Vent’anni oggi, gli aveva detto. E vent’anni oggi è domenica e tu sei a casa in licenza. Sei a casa e guardi fuori dalla finestra. Quando finalmente anche lei è pronta, ti sei dato una mossa. Ti è spiaciuto distogliere lo sguardo dal vetro, guardavi giù e cercavi di seguire i cerchi irregolari che fitte gocce di pioggia leggera tracciano nelle pozzanghere che dilaniano il cortile. La linea rossa prosegue e tu e tua sorella siete saliti in macchina. Con calma, non avete molto da dire, non c’è da correre, non è necessario parlare.
Siete saliti al settimo piano. “E finita a mezzogiorno in punto.” La mamma piange lacrime di dolore miste a spossatezza. La consolate, lotti coi lucciconi, poi la riporti a casa. A dormire, l’ha vegliato tutta notte.  E’ domenica, il pomeriggio poi dagli zii, qualcosa da mangiare senza sbattimenti, un po’ di televisione. Fino a martedì non ci pensi più. Martedì piove fortissimo, ma voi vivete in un sogno, una specie di trance. Chi ti stringe la mano, chi ti bacia sulla guancia, e devi anche tenere l’ombrello, finchè non hanno murato tutto. Stai a casa ancora otto giorni, la chiamano GMF quel tipo di licenza, Gravi Motivi di Famiglia. E quello che pensi il mercoledì è semplicemente, meno male che per oggi non è morto nessuno, mentre l’acqua trasparente d’una lacrima t’attraversa le gote arrossate. E qui che la linea rossa sbiadisce, è lei che ti aveva accompagnato nel viaggio. Torni a oggi, che strano che qualcuno, poi uno qualsiasi, mica un affetto, abbia ricordato proprio oggi la figura che non c’è più da vent’anni esatti.

Quanta gente, in questi anni ti ha parlato di lui? Chi ti ha mai chiesto, com era. Che avrebbe detto, come si sarebbe comportato, al tuo posto, o in un posto qualunque, in una qualsiasi situazione.
Tralasciando quei giorni appena successivi, o quei mesi magari, quando qualche accenno era immancabile, e stava a te definirne il confine tra educazione, circostanza e curiosità, tu non hai mai pensato che la vita sarebbe cambiata. Infatti non lo è, ne per te, né per gli altri. Per i quali la tua figura è quella di una persona senza il tal famigliare, questo è il tuo posto nell’immaginario collettivo.
Sei ovvio come lo eri prima che accadesse. Si, preghi per lui, e per altri, lo ritieni giusto.
Non hai la controprova di come sarebbe stata la tua vita fino a questo momento se lui fosse rimasto con te. L’hai immaginato, in questi vent’anni? O è rimasto una faccia con un blando sorriso, che ti osserva dal basso di un lucernario, appena riparato dalle intemperie ed accarezzato solo da un sole potente e fugace come quello invernale?
Perché quando è estate lì non si resiste, e tu non sei mai stato lì tanto nella bella o bellissima stagione. Dici: Si prega anche a casa, il camposanto si trasforma troppo spesso in mercato di galline vocianti che non sanno dire altro che “ci si vede sempre in queste occasioni”.
E si dicono anche un sacco di ritrite insulsaggini, in quelle occasioni che la tua voglia di raccoglimento si tramuta in irrequietezza.
Immagina oltre l’ultima immagine con cui lo ricordi. Immagina a quando ha finito quel viaggio, che per tutti era l’ultimo e magari per lui è stato il primo, sbarcando in un dove talmente inimmaginabile da non tentar nemmeno un approccio d’ardita fantasia. Immagina se si sarà sentito solo, spaesato, strapazzato.
Se ha sofferto per il distacco o se fin da subito la nuova dimensione che l’ha accolto l’ha salvato da ogni reminiscenza umana.
E’ questo il pensiero che preferisci. Una nuova vita parallela alla nostra, ignara della nostra. Fermati, adesso.
Pensa che lui è arrivato a vent’anni, di questa nuova vita, è un ragazzone forte, entusiasta, che non sospetta neppure esistano dolore e rimorso, sofferenza e rimpianto. Non vorrebbe che piangessi. E se in questi quattro lustri tu avessi pensato meno a chi è stato, e di più a chi è adesso, avresti asciugato le tue lacrime con un impeto di gioia irrefrenabile. Ha vent’anni, la metà dei tuoi. E’ come un figlio, che non conoscerà il male, crescerà senza invecchiare, non morirà mai.

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA - 1 OTTOBRE

16 SETTEMBRE 2017

 



Palazzo Marino in Musica
VI Edizione 2017: “Il divino Claudio” – Ai tempi di Monteverdi
presenta:


Domenica 1 ottobre ore 11.00

La prima voce del violino

Federico Guglielmo, violino Andrea Amati, Carlo IX, 1570 ca.
Collezioni Civiche Liutarie del Comune di Cremona, Museo del Violino
Diego Cantalupi, chitarrone


Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano
Ingresso gratuito con prenotazione.

Domenica 1 ottobre alle ore 11.00 un concerto di eccezionale valore sarà ospitato in Sala Alessi di Palazzo Marino: protagonista assoluto uno dei più antichi e preziosi violini al mondo, il Carlo IX realizzato da Andrea Amati tra il 1566 e il 1570 per le nozze reali francesi, conservato nel Museo del Violino di Cremona. A suonarlo il violinista di fama internazionale Federico Guglielmo accompagnato da Diego Cantalupi al chitarrone

Evento di punta della stagione 2017 di Palazzo Marino in Musica, il concerto è un’occasione unica per ascoltare il suono di uno dei rarissimi violini di Andrea Amati giunti fino a noi: capolavoro dell’arte della liuteria cremonese, il Carlo IX faceva parte di un’orchestra di 38 strumenti commissionati da Caterina de’ Medici per le feste di corte del giovane re Carlo IX.

Un ricercato programma che racchiude alcuni dei primi brani scritti per violino accompagnerà il pubblico attraverso la musica che contribuì, a cavallo tra il XVI e XVII secolo, alla nascita e al perfezionamento di quella liuteria italiana che detterà legge nel mondo. Sarà dunque un autentico viaggio nel tempo alla scoperta della “prima voce del violino”.

Sulle note del Carlo IX eseguite da Federico Guglielmo con l’accompagnamento di Diego Cantalupi, il concerto si snoderà così all’interno del più antico repertorio per violino solista: dalle composizioni di Francesco Carubelli, Bellerofonte Castaldi, Biagio Marini, alle sonate di Niccolò Corradini e Innocentio Vivarino, dalle Diverse Bizzarrie di Nicola Matteis alle sinfonie per violino di Giovanni Amigoni. In programma anche musiche del francese Michel Farinel e dell’inglese John Playford. Si giungerà infine al Settecento con Arcangelo Corelli e Santiago De Murcia.

Il concerto, realizzato in collaborazione con il Museo del Violino, sarà introdotto dal Maestro Fausto Cacciatori, Conservatore delle Collezioni Museo del Violino, che presenterà il preziosissimo strumento e illustrerà la figura di Andrea Amati, fondatore della prima prestigiosa famiglia di liutai cremonesi.
Cornice dell’evento sarà la cinquecentesca Sala Alessi, realizzata proprio negli anni che videro la nascita dell’arte del violino. La concomitanza dell’appuntamento musicale con l’inaugurazione, il 29 settembre, della mostra “Dentro Caravaggio” allestita a Palazzo Reale, è inoltre occasione per immergersi ancor più profondamente in quello straordinario momento artistico nel quale vissero i due dei maggiori artisti del Seicento italiano: Claudio Monteverdi, di cui la VI Edizione di Palazzo Marino in Musica celebra i 450 anni dalla nascita, e Michelangelo Merisi, al quale anche Intesa Sanpaolo, sponsor della rassegna, dedicherà dal 30 novembre la mostra “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” alle Gallerie d’Italia in Piazza Scala.

Programma:

Francesco Carubelli, Brando, Spagnoletta, Corrente & Gagliarda
TerpsichoreMusarum, Wolfenbüttel, 1612

Giovanni Amigoni, Sinfonia a violino solo
Spartitura generale, et particolare di diversi Motetti, Roma 1610

Bellerofonte Castaldi, Un bocconcino di fantasia
Capricci per sonar solo varie sorti di balli e fantasticarie, Modena 1622

Niccolò Corradini, Sonata a due, violino e basso, "La Sfrondata"
Partitura del Primo Libro de Canzoni Francese, Venezia 1624

InnocentioVivarino, Sonata per il violino
Il primo libro de motetti, Venezia 1620

Biagio Marini, Variata per il violino
Sonate op. VIII, Venezia 1629

Michel Farinel, Faronell Divisions upon a Ground
The Division Violin, London 1685

John Playford, The Duke of Norfok or Paul’s Steeple
The English Dancing Master, London 1651

Nicola Matteis, Diverse Bizzarrie sopra la vecchia Sarabanda
Ayres for the Violin, book III, London 1676

Santiago De Murcia, Grave, Giga
Pasacalles y obras de guitarra, Ms. British Library 1732

Arcangelo Corelli, Sonata op. V, n. 10, in Fa maggiore
Preludio - Allemanda – Sarabanda – Giga – Gavotta
Sonate op V, Roma 1700
Federico Guglielmo, definito dal Boston Globe “la nuova stella nel panorama della musica antica”, è riconosciuto per le sue esecuzioni di Antonio Vivaldi e Giuseppe Tartini dei quali ha registrato rispettivamente tutte le opere a stampa e l'integrale dei concerti per violino e orchestra. Il suo repertorio violinistico - eseguito principalmente su strumenti storici - spazia da Biagio Marini a Felix Mendelssohn; come violinista e direttore riserva una particolare attenzione anche al recupero di opere meno conosciute del periodo classico-romantico e a composizioni del XX secolo in stile neobarocco e neoclassico.
Nato a Padova, Federico Guglielmo ha iniziato lo studio del violino sotto la guida del padre diplomandosi, diciottenne, al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Come solista (violino barocco/classico) e direttore tiene concerti in tutto il mondo. La storica The Academy of Ancient Music (Londra), la Haendel&Haydn Society (Boston), Australian Brandenburg Orchestra (Sydney) sono solo alcune delle orchestre che lo hanno ospitato.

Diego Cantalupi ha studiato chitarra con Mauro Storti; il suo interesse per la musica rinascimentale, barocca e preromantica l'ha portato ad approfondire la prassi musicale antica con Paul Beier e Andrea Damiani. Contemporaneamente si è laureato in Musicologia presso la Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Cremona - Università di Pavia. Il suo repertorio spazia dalla musica del Cinquecento fino a quella contemporanea, dal liuto, arciliuto, tiorba alla chitarra barocca e romantica. Collabora con i più importanti ensemble di musica antica italiani ed europei, come solista e continuista, esibendosi nelle sale più importanti in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ha registrato numerosi cd, come solista, come direttore dell'Ensemble 'L'Aura Soave' da lui fondato, e come continuista. E' docente di liuto presso il conservatorio di Bari.



Ingresso gratuito con prenotazione
70 biglietti potranno essere riservati online sul sito
www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 14.00 di giovedì 28 settembre.

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche a partire dalle ore 14.00 di giovedì 28 settembre.
Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche
Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala
Tel. 02 88 45 55 55
Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.



La rassegna Palazzo Marino in Musica, patrocinata dal Comune di Milano e giunta alla sua sesta edizione, è sostenuta da Intesa Sanpaolo con il contributo di SUEZ Trattamento Acque S.p.A. La direzione artistica è curata da Ettore Napoli e Davide Santi. La produzione è a cura dell’Associazione culturale EquiVoci Musicali sotto la direzione di Rachel O’Brien.
Media partner della stagione 2017 sono la rivista musicale Amadeus e il canale Classica HD (Sky, canale 138).

Palazzo Marino in Musica
Stagione 2017, VI Edizione – “Il divino Claudio” Ai tempi di Monteverdi.

Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano

Direzione Artistica: Ettore Napoli, Davide Santi
Direttore di Produzione: Rachel O’Brien
Assistente di produzione: Francesca Napoli
Organizzazione: EquiVoci Musicali  

Ufficio Stampa: Giulia Castelnovo
Tel. 349 09 96 481 / Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

www.palazzomarinoinmusica.it
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Facebook, Youtube: Palazzo Marino in Musica
Twitter: InMusica

 

SUL TORNANTE

12 SETTEMBRE 2017

 

Il quarto giorno della loro vacanza in montagna, nella città di Genzianella, milleottocentometri sopra il massiccio frastagliato del Lupetto, i signori Eugenio e Marisa Vergnaghi avevano deciso di visitare un paesino di cui alcuni amici del loro hotel avevano detto un gran bene, Risonetto di Sopra. Dato che distava poco meno di due chilometri e si sentivano particolarmente in forma, Eugenio e Marisa decisero di raggiungerlo a piedi. Eugenio aveva preso informazioni nella hall, e gli avevano spiegato che sarebbe bastato prendere per un sentiero che, a poche decine di metri dall'albergo, si dipanava intorno a un dolce pendio disseminato di abeti e pini proseguendo sino ad arrivare a Risonetto. Con la benedizione di una mattina incoronata da un sole smagliante, i Vergnaghi erano partiti zainetto in spalla subito dopo un'abbondante colazione. Se la prendevano davvero comoda. Il sentiero era nel suo tratto iniziale ampio, per niente pericoloso, e la vegetazione non foltissima lasciava filtrare ampi raggi di luce solare. Di tanto in tanto, il viottolo s'allargava in piazzette di prati verdi, immacolati, dove si stendevano a riposare prima di riprendere il cammino. Visitarono anche una suggestiva cappella consacrata alla Madonna della Neve, e non incontrarono mai anima viva. Marisa si fermava spesso, pretendendo di riconoscere nelle tracce che rinveniva sul terriccio umido e blandamente fangoso la testimonianza del passaggio di chissà quali animaletti. Eugenio le opponeva un sorriso indulgente, roteando lo sguardo in cerca del tesoro nascosto di un angolo di panorama, degno di essere immortalato sulla digitale nuova di zecca.
Finalmente qualcuno si ricordò di controllare anche l'orologio, solo per rendersi conto con incredulità che l'ora di pranzo era trascorsa da un pezzo e ancora non s'avvistava traccia del paesino, meta della loro gita. Si risolsero allora ad accelerare il passo e fermarsi a pranzo al primo bar. Il sentiero nel frattempo s'era leggermente ristretto e s'inerpicava più ripido sopra il versante. Adesso i signori
Vergnaghi non effettuavano più soste, né indugiavano sulle meraviglie della flora o fauna locali. Marisa collassò quasi di spavento, allorchè un animaletto le tagliò la strada, squittendo sgraziatamente, senza che lei riuscisse nemmeno ad azzardarne le sembianze. Eugenio rise della paura della dama, ma era un riso con latenti sfumature nervose. Anche la vegetazione intorno a loro si faceva più fitta, spesso impedendo per lunghi tratti il filtrare della luce del sole. Marisa cominciava ad avvertire isolati brividi di freddo e il suo passo arrancava lungo la pendenza che si faceva
via via più aspra. Proseguirono ancora per una decina di minuti, il silenzio che era sceso tra loro era indicativo di una tensione che non si preoccupavano più di nascondere. Poco dopo superavano, con imbarazzate esitazioni, un ponticello di legno, dalle assi piuttosto fatiscenti, che si stendeva alcuni metri sopra un corso d'acqua poco più che stagnante, soffocato da arbusti, sterpaglie e alcuni segni di civiltà in carta e alluminio, il che acuì la loro apprensione. Ma subito dopo sentirono battere l'una e mezza da un campanile e le loro forze si ridestarono. Ciò nonostante, proseguirono per alcune centinaia di metri senza che si riuscisse ad intravedere la fine del sentiero. Esasperati, stavano ormai pensando di telefonare in albergo per chiedere aiuto, quando giunsero a un bivio, il primo da cui, ormai alcune ore prima, erano partiti. Dal viottolo si diramava una stradina più o meno delle stesse dimensioni, in direzione opposta. Un cartello quasi del tutto reso illeggibile dalla ruggine permetteva comunque di decifrare che per di là si sarebbe potuta raggiungere la strada principale. Dopo un breve conciliabolo, i signori Vergnaghi stabilirono di abbandonare la strada vecchia per la nuova, prendendo decisi la deviazione. Circa trecento metri più oltre, eccoli al cospetto della provinciale. Non restava loro che imboccarla sino a Risonetto; Eugenio stimò che ormai non dovesse mancare che meno d’un chilometro. Un momento di rinnovato entusiasmo, subito raggelato dal fatto che non c’era nessun cartello ad indicare loro la direzione da prendere. Si portarono sul ciglio della strada ed osservarono con attenzione la veduta che si parava loro davanti. Alla loro destra, la valle si stendeva fiera, con le sue asperità ardite disseminate da isolati ciuffi di boschi e pinete, la macchiolina azzurra dei laghetti di Pinabella e Losita. Più lontano ancora, le prime case di Genzianella. Era verso sinistra, che dovevano andare. A breve distanza infatti, scorsero un gruppetto di abitazioni sparse su una verde
collina abbacinata dal sole, con un fiumiciattolo che l’attraversava guizzante, creando in alcuni punti pittoresche cascate naturali, e riducendosi altrove a sottile striscia d’un paio di metri d’acqua. Ripartirono sicuri. In quel tratto, la provinciale era larga e dritta, e data l’ora percorsa da un traffico poco più che sporadico. I Vergnaghi procedettero per circa mezz’oretta senza novità di rilievo. Talvolta guardavano verso il paesello coltivando la speranza che si stesse avvicinando. Ma poco dopo ebbero la sorpresa di veder la strada cominciare a restringersi ed arrampicarsi subito dopo su un colle, che andava risalito sino in cima per poi ridiscendere a valle, al paese. Il cartello stavolta c’era, e beffardamente indicava: “Tornanti pericolosi”.
Marisa ed Eugenio si disposero in fila indiana, l’ora di pranzo era ormai trascorsa del tutto e il passaggio di veicoli andava crescendo: in più, lo spazio della carreggiata era sensibilmente diminuito. Senza più la protezione del bosco, il sole adesso si faceva sentire, e loro, pur dovendo arrampicare, cercavano di mantenere un passo sostenuto. In linea d’aria, il tratto di strada mancante non era eccessivo, ma loro si trovavano nella spiacevole situazione di dover scalare per poi scendere, per tornanti via via più ripidi, e il pericolo proveniva anche dalle motociclette, che sfrecciavano come su un circuito, zigzagando tra le auto e affrontando le curve senza premere troppo sul freno. Più di uno sfiorò più volte sia Eugenio che Marisa, i quali in un paio d’occasioni si videro addosso anche le vetture meno prudenti. Erano ormai letteralmente terrorizzati: alla loro sinistra, i costoni sporgenti di roccia, la strada ristretta e trafficata; sulla destra, un profondo crepaccio contro cui unica protezione era un guard-rail arrugginito, tanto lacerato da parere di plastica. In cima, finalmente, una piazzettina di sosta. Sfiniti, i Vergnaghi cercarono invano una pozza d’ombra, se non d’acqua, ove ristorarsi. Nemmeno un albero, area inondata dal sole cocente delle tre del pomeriggio. In compenso, c’è qualcuno. E’ un signore distinto, con giacca e pantaloni color crema, pelato da luccicare,  in piedi di fianco ad un’automobile di media cilindrata. Si stava guardando in giro con fare interrogativo, ed è lui a fermare i Vergnaghi, mentre questi gli transitano di fianco. Con aria indefinibile chiede: “Scusate, che Paese è questo, per favore?”. I due lo scrutano, esterrefatti. Poi è la donna a rispondere: “In Italia, signore.” “Allora è giusto. Prego, salite”, riprese lui accomodante, aprendo le portiere destre dell’auto. Increduli per quanto stavano facendo, Eugenio e Marisa s’accomodarono in macchina, che partì senza la minima fretta. Solo una volta in macchina, Marisa ed Eugenio si resero conto dei pericoli che avevano attraversato, e di come ancora peggiori sarebbero stati quelli che li aspettavano, se avessero proceduto a piedi. In discesa infatti i tornanti restavano assai erti, ma i tratti di strada tra l’uno e l’altro si distendevano più lunghi, il che scatenava conducenti e motociclisti. Sfiancati dall’arrancare in salita, scendevano a velocità folle, strombazzando e ululando contro la lenta imperturbabilità dell’autista dei Vergnaghi. Anche le biciclette ci si mettevano, adesso, e Marisa e Eugenio vedevano ogni sorta di mezzo mobile saettar loro intorno, pensando con un moto di terrore a cosa sarebbe successo se fossero stati obbligati a discendere a piedi. Un quarto d’ora dopo, arrivarono a valle. Presero una lunga strada, dritta e larga, completamente in piano, sempre con la solita andatura placida. I Vergnaghi non avevano il coraggio di dire nulla al guidatore, che, tacendo a sua volta, manteneva un’espressione serafica sul volto. Dopo un paio di chilometri, in prossimità di un incrocio, l’uomo accostò. Al di là dell’incrocio, ecco finalmente le case di Risonetto di sopra. L’uomo sorrise, il che fu interpretato da Marisa e Eugenio come un invito a scendere. Oltretutto erano ormai giunti a destinazione. Scesero dalla macchina e vi passarono davanti, salutando e ringraziando lungamente l’uomo. Davanti e dietro a loro, alla loro destra e sinistra, la carreggiata si manteneva ampia e in piano, e lo sguardo poteva allungarsi per miglia, cogliendo facilmente chi la percorresse. E ripensandoci poi a mente fredda, questo era il particolare più incredibile. Dopo una frazione di secondo,i Vergnaghi si erano voltati indietro per ringraziare ancora il loro benefattore, ma l’uomo e la sua macchina s’erano dissolti nel nulla.

 

DETTAGLI SULLA PRESENTAZIONE

4 SETTEMBRE 2017


A proposito della serata di presentazione de "Il giardino cinese", ecco il programma completo:
Sabato 9 settembre,
RIVER'S CAFE'
VIA 25 APRILE
BOFFALORA TICINO

Dalle ore 18, apericena;
Dalle ore 19,30 presentazione del romanzo
Dalle ore 21,00 karaoke

cultura, musica e divertimento assicurati!
A sabato prossimo!
 
Altri articoli...