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MORRICONE A EQUIVOCI MUSICALI

7 OTTOBRE 2019

 

Milano: Omaggio a Ennio Morricone per l'Amazzonia

Carissimi amici di EquiVoci Musicali questo Venerdì 11 ottobre alle ore 21.00 presso il Teatro Pime di Milano canterò per l'apertura della Stagione Pime con uno straordinario concerto dedicato alle colonne sonore di Ennio Morricone, con il cuore rivolto all'Amazzonia.

Se volete partecipare potete prenotare a questo link inserendo anche il codice promo EQUIVOCIPIME che vi permetterà di pagare il biglietto 10 EURO al posto di 16 (intero) o 12 (convezioni).

Ecco il link per prenotare: https://forms.gle/Smq7EmEpTPZLvtRg6

Se volete avere maggiori informazioni sulla Stagione visitate www.teatropime.it

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA

1 OTTOBRE 2019

 

Palazzo Marino in Musica

VIII Edizione – Stagione 2019

Classico, Neo-Classico?

Razionalità ed equilibrio nella civiltà musicale Europea.

Domenica 6 ottobre, ore 11.00
La musica nell’antichità classica
Stefan Hagel

Domenica 6 ottobre, alle ore 11.00, Stefan Hagel, uno dei massimi esperti mondiali di musica antica e ricercatore presso l’Istituto di studi di civiltà antica dell’Accademia Austriaca delle Scienze, terrà in Sala Alessi una lezione-concerto sulla musica dell’antica Grecia, ricostruendone le caratteristiche principali a partire dai rari frammenti giunti fino a noi. Il quinto appuntamento della stagione 2019 di Palazzo Marino in Musica, dal titolo “Classico, Neo-Classico? Razionalità ed equilibrio nella civiltà musicale Europea. è un’occasione davvero unica per scoprire le melodie antiche eseguite attraverso riproduzioni di strumenti originali.

A risuonare saranno musiche della civiltà ellenica, frutto dell’articolata concezione teorico-musicale, basata sul sistema diatonico, su scale a sette suoni e intervalli di suono e semitono. Il metodo greco, trasmesso nei secoli ai romani, ha permesso lo sviluppo della civiltà musicale dell’Occidente europeo, come la conosciamo e pratichiamo oggi. Stefan Hagel, oltre ad eseguire brani e componimenti degli antichi Greci mostrerà al pubblico lire e aulós: rispettivamente, strumenti a corde pizzicate e aerofoni, antenati dei moderni strumenti a fiato.

Sono diverse le fonti storiche a cui Hagel si è ispirato nella sua ricerca: rappresentazioni di strumenti musicali su antichi vasi dipinti, statue, rilievi, mosaici, nonché scritti teorici e pratici di autori come Aristosseno e Cleonide.
Da queste preziose testimonianze è stato possibile dedurre molte informazioni  anche sull'educazione musicale degli antichi Greci. La musica infatti rivestiva un ruolo fondamentale nella vita della comunità: accompagnava i riti religiosi, le feste, gli eventi militari, le rappresentazioni teatrali. Esistono reperti archeologici di tutto ciò, mentre sappiamo poco sulla prassi interpretativa e le tecniche usate.

L'enfasi posta sugli aspetti musicali dell'educazione è poco sorprendente se si considera la sua connessione con molti aspetti della vita di un cittadino dell’epoca. La danza era presente non solo nei rituali e nelle feste private, ma faceva anche parte dell'addestramento militare. La canzone era elemento indispensabile delle attività religiose e la presenza di uno strumento era consuetudine anche in molte occasioni rituali quotidiane come le libagioni. Nel simposio ad esempio ci si aspettava che gli ospiti dimostrassero la loro raffinata educazione contribuendo all'intrattenimento con alcune esibizioni musicali. Inoltre anche i cittadini partecipavano a spettacoli semi-professionali come membri del coro in concorsi ditirambici o addirittura in teatro. Stefan Hagel

Stefan Hagel lavora come ricercatore senior presso l’Istituto per lo studio della cultura antica dell'Accademia delle Scienze austriaca. Partendo da un’analisi dei modelli melodici in versi epici greci, si è specializzato nella musica antica, realizzando pubblicazioni che hanno messo in relazione teoria e pratica musicale dell’epoca. È un profondo conoscitore e costruttore di strumenti musicali antichi con una specializzazione sulle lire e double pipes, nonché su questioni di metro e ritmo. La sua ricerca è accompagnata anche da una vasta applicazione di tecniche informatiche e metodi matematici: Hagel ha ideato il Classical Text Editor, un software specializzato tra i più utilizzati dagli studiosi per le edizioni critiche dei testi antichi.

 

 

La rassegna Palazzo Marino in Musica, realizzata in collaborazione con la Presidenza del Consiglio Comunale, è sostenuta da Intesa Sanpaolo ed è organizzata dall’Associazione EquiVoci Musicali. La direzione artistica è a cura di Davide Santi e Rachel O’Brien. Consulente artistico è il prof. Ettore Napoli. Media partner della stagione 2019 è la rivista Amadeus.

80 biglietti gratuiti potranno essere riservati online sul sito www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 10.00 di giovedì 3 ottobre.

40 biglietti saranno disponibili presso la biglietteria delle Gallerie d’Italia – Piazza Scala, in Piazza della Scala 6, a partire dalle ore 10.00 di giovedì 3 ottobre. Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

Per accedere è necessario esibire un documento di identità, insieme al biglietto

 

STRATEGIE DI VICINATO

15 SETTEMBRE 2019

 

Prima di quel fatto particolare, non è che si fossero guardate poi molto. Pur essendo pressoché coetanee, abitanti una a fianco dell’altra, entrambe pensionate e vedove da tempo remoto, le arzille A e B potevano a malapena definirsi conoscenti. Qualche classico buongiorno/buonasera bastava e avanzava a definire il loro bagaglio di dialogo. Prima del fatto, appunto. Perché poi ci fu il fatto che instillò una indistruttibile lamina d’insofferenza tra le due, che perdura tutt’ora. Ma andiamo con ordine.   
La cordiale e tacita antipatia tra A e B era sorta una bella mattina d’estate quando, con eccellente sincronia, avevano varcato contemporaneamente l’uscio di casa e s’erano guardate in faccia senza simpatia. Poi avevano entrambe proteso il dito verso il bottone dell’ascensore, scontrandoseli. Li avevano ritratti insieme e riportati nuovamente insieme sul bottone, ritraendoli poi di nuovo. A ebbe infine l’accortezza di rinunciare al movimento, così B, che invece lo ribadì, chiamò infine l’ascensore. La scena si ripeté anche per l’apertura delle porte, la premuta del pulsante verso il piano terra e l’apertura delle porte per uscire dall’ascensore. A rinunciare ai movimenti ridondanti, in un atmosfera di nervosismo crescente, furono a turno B, A e poi ancora B. Erano uscite di casa (per fortuna la porta della palazzina era aperta) sperando di liberarsi quanto prima della vicendevolmente spiacevole compagnia. Sfortunatamente avevano preso la stessa direzione e fu solo in piazza che le loro strade si divisero, senza che le due avessero scambiato una sola parola, ignorandosi ferocemente.
Adesso entrambe avevano dunque preso dunque la bella abitudine di controllare che ci fosse il via libera, prima di uscire. Aprono l’uscio chiuso sempre a chiave, guardano dallo spioncino e drizzano le orecchie. In assenza di persone e rumori di chiavi che girano nella serratura, la fuggiasca esce velocissima, richiude con una mano e chiama l’ascensore con l’altra, e all’arrivo del mezzo, fugge indisturbata. Sapendo che, come descritto sopra, anche se l’altra stesse per uscire, avvertito il rumore e visto il nemico avrebbe saggiamente rimandato. Va detto a rigor del vero, che non sempre le sinergie tra le due donne funzionano tanto bene. Ieri è stato corso un rischio non indifferente, che solo la prontezza di spirito di B ha consentito d’evitare. La signora B era scesa, senza intoppi particolari, a buttare la pattumiera. Rientrata dal cortile stava per chiamare l’ascensore, quando s’accorge che sta scendendo dal quarto piano. In un attimo, B coglie una decisione difficile e fondamentale. Ragiona che a quell’ora, le dieci e trenta del mattino, gli unici esseri viventi al suo piano sono lei e la signora A, le due simpatiche pensionate vedove. Negli altri due appartamenti ci sono due giovani coppie di sposi che tornano la sera dal lavoro. L’ascensore sta per arrivare, ma B, con balzo fulmineo, sollevando la gonnellina sale a tre a tre la rampa di scale che la porta al piano primo. Non appena vi mette piede, l’ascensore giunge a terra e A ve ne discende, ignara, mentre B ha il fiatone ma respira piano per non far rumore. Ascolta A che scende i tre scalini e guadagna l’uscita. Poi, trionfante, chiama il mezzo e si fa gli altri tre piani.
Nel loro continuo tentativo di non incrociarsi, A e B hanno raggiunto col tempo, doveroso ammetterlo, vette di raffinate strategie. Capita che una delle due stia aspettando l’ascensore per salire al quarto piano, ignara del pericolo. Mettiamo sia B. Mentre è in attesa davanti al vano ascensore, arriva A. Naturalmente scorge B, che invece non la vede, perché lei è girata verso il vano. A si trova davanti a due possibilità. In alcuni casi, sceglie la soluzione sprint: finge d’essere affannata e di corsa, e prosegue il tragitto verso la cantina (ricordiamo che nessuno darà mai la soddisfazione all’altra di prendere le scale in presenza del nemico), ignorando bellamente la zona lift. La maggior parte delle volte però, rallenta il passo, si reca oltre l’area pericolosa e sosta tra la stessa e le scale che portano in cantina. Ossia alle cassette della posta. Con calma olimpica apre la borsetta, cerca le chiavi che finge di non trovare subito, le mette nella cassetta, estrae l’eventuale posta sperando che ci sia qualcosa cosi tira in lungo, richiude la cassetta, cammina verso la lift-zone. Naturalmente con lentezza variabile a seconda del tempo di partenza da parte di B. In questo caso, è evidente che i due soggetti sono intercambiabili. La vita, però, è anche costellata da avvenimenti imponderabili, che semplicemente ti capitano addosso, come scrisse un celebre filosofo, mentre ti trovi in tutt’altre faccende affaccendato. E tra gli stessi va certamente catalogata la disavventura che ieri è capitata alle due
donne. Era ieri lunedì, e le due gentili pensionate, come fanno da tempo immemorabile, si sono recate al mercato, dove passano la mattinata più bella della settimana, tra bancarelle e pettegolezzi. Hanno entrambe, e forse e su questo particolare che si dovrebbe lavorare in futuro, l’abitudine di rientrare in casa a mezzogiorno in punto. Una volta, quando erano sposate, a quell’ora doveva già esser pronto in tavola per i loro uomini, ma si sa, il mondo è mutato. Comunque ieri a mezzogiorno le due si sono avvistate sui due lati opposti della strada che porta alla loro palazzina. Era evidente che a quell’ora dovevano tornare a casa, il rischio d’incontro era altissimo. C’era solo una cosa da fare. A, che si manteneva sul lato sinistro, avrebbe avuto la possibilità di entrare dall’ingresso principale. B, che camminava sul destro, aveva a disposizione l’ingresso dal cortile. Naturalmente non dovevano per nessun motivo dare segnali di nervosismo o mostrare anche il più piccolo moto d’accelerazione. Così nella massima naturalezza, arrivati a ridosso della casa, B entrava in cortile e A si dirigeva verso l’ingresso principale. Nascoste l’una dall’altra, coprirono con scatti da centometrista le distanze che le separavano dalla loro meta comune. Quando A giunse alla lift-zone, notò con tripudio che la sua avversaria non vi era ancora arrivata. Ma fu una felicità di breve durata. S’accorse subito che qualcosa non quadrava. Una volta a destinazione, aveva sentito forti rumori di passi che scalavano, e si fermavano al primo piano. B aveva calato l’asso. Era in effetti arrivata lei per prima, aveva notato (fatto tra l’altro stranissimo) il lift fermo al primo piano ed invece di chiamarlo dal pianterreno e perdere istanti preziosi, era salita a prenderlo. Ma la reazione di A fu pronta e devastante. Non appena B entrò nell’abitacolo, A premette il pulsante e l’ascensore scese. Meglio un pareggio e un incontro/scontro, che una bruciante sconfitta. Il mezzo scese e A vi salì tranquillamente. Ovviamente B, furibonda, non la degnò d’uno sguardo, e schiacciò, senza interpellare l’altra, il pulsante del quarto piano. Il momento era essenziale. Tutte e due respiravano sul filo d’una silenziosa battaglia di nervi. Cosa fare? Presto l’ascensore sarebbe giunto a destinazione, non si poteva mica scendere e disperdersi, ognuno oltre il proprio uscio, senza un vincitore. Fare una piazzata? Sibilare frecciate? Un bello scontro fisico, magari, una volta per tutte. Le due stavano ancora pensando pensieri opposti e complementari quando, in corrispondenza del terzo piano, a pochi centimetri dal punto finale, il mezzo cominciò a brontolare, a dare colpetti, piccoli strattoni, rallentando finchè si fermò del tutto. Tra il terzo e il quarto. Le due guardavano fuori e vedevano solo cemento. A, terrorizzata premette il pulsante dell’emergenza. Ma si sa come sono i lavoratori. Pronto intervento si, ma a mezzogiorno tutti devono mangiare. Mi pare che siano giunti un paio d’ore più tardi. Borbottando frasi di circostanza hanno liberato le due leonesse, affamate, accaldate, impaurite, vittime d’un silenzio ovattante. Scesero che erano due stracci, già erano anziane, poverine, e se non si salutarono fu principalmente perché non avevano la forza di farlo.

 

SONATA IN LA BEMOLLE MAGGIORE, OPERA 26

10 SETTEMBRE 2019

 

Dissipata anche l’eco degli ultimi brusii, finalmente nella sala il buio era completo. L’artista abbracciò ancora una volta l’audience con lo sguardo, poi posò gli occhi sullo spartito accomodato sul leggio e diede carta bianca alle proprie mani e al proprio talento. Favorita dall’acustica avvolgente del teatro, la musica impiegò davvero poco tempo ad ammaliare la mente ed i sensi degli spettatori.
Il concerto era seguito da un pubblico decisamente disciplinato. Non si segnalavano disturbi all’esibizione, e ci fu chi soffiò il naso in modo tanto discreto che il rumore ne risultò soffocato dalla potenza del suono. Sporadico lo scavallare di gambe, solo tra le file più arretrate. Nessun innaturale dilatamento di mascelle, il che significava la rinuncia alle caramelle o chewing gum di sorta. Solo brevi, occasionali, svolazzi di ventagli in madreperla, che venivano generalmente tenuti in vista, al di sopra gli abiti da sera. A vegliare sul sacrosanto diritto alla quiete, quattro uscieri alle estremità del teatro, pronti a rilevare e accomodare ogni trasgressione al cerimoniale.
Tra la folla, una signora di una certa età, ma dal portamento tuttora giovanile e dignitoso, seguiva rapita la melodia, un sorriso etereo a modellarle l’espressione, immobile, estraniata dal mondo esterno.
Da piccola, portava sempre bellissimi vestitini di seta e i capelli raccolti nella treccia, e tutte le volte che il papà tornava a casa, gli chiedeva di suonare per lei. Il babbo, anche se era stanco e non rientrava da molti giorni, le sorrideva, la issava sul piano ed iniziava ad eseguire un motivo, la sonata in la bemolle maggiore, opera 26, di Ludwig Van Beethoven. La preferita dalla bimba.
E la piccola ascoltava, e sognava che il babbo potesse sempre restare a casa con lei a suonare quella musica celestiale. Invece lui ripartiva ogni volta, e lei non capiva perché. La mamma le diceva che il papà faceva un lavoro di grande responsabilità e che da lui dipendeva la vita di tante persone. Certo, lui doveva essere davvero una persona molto importante, rifletteva la piccola. Tutte le volte che partiva, infatti, indossava un’elegante divisa verde scuro, piena di stelline sul petto. Ed a ogni partenza la abbracciava tanto forte che pensava la volesse stritolare.

Un giorno, il padre non tornò. La bimba, stupita, ne chiese la ragione alla madre, la quale le spiegò che il babbo era diventato tanto coraggioso ed importante, che adesso avevano bisogno di lui anche in cielo. La piccola era fiera di avere un papà così. Qualche settimana prima, per il suo compleanno, il babbo le aveva regalato un mangiadischi, e lei adesso ascoltava sempre la sua sonata preferita da quel grande apparecchio che lui le aveva installato in cameretta, di fianco al lettino. Quando scendeva la notte, ascoltava piano quella melodia e guardava fuori dalla finestra, cercando d’indovinare dietro quale stella stesse riposando il babbo, dopo la sua giornata di lavoro.
E anche stasera quella bambina è presente, tra il pubblico attento e rispettoso, ad ascoltare la sonata. Guarda il pianista e vede il padre, nella sua uniforme così elegante. Non ha più la treccia, né il vecchio giradischi regalatole dal babbo. Ma a casa, dopo lo spettacolo, guarderà fuori dalla sua finestra, cercando la stella dalla quale il babbo l’avrebbe vegliata e protetta anche per quella notte.

 

COMPAGNIA TEATRALE ASTORTINTI

5 SETTEMBRE 2019

 

IL NUOVO TEATRO DI QUALITA' ITALIANO: LA COMPAGNIA ASTORTINTI.

Questa settimana poniamo l’accento su una delle più brillanti realtà del nuovo teatro italiano: la compagnia “Astortinti”, composta dagli attori e registi Paola Tintinelli e Alberto Astorri.

Con alle spalle un’attività ormai ultradecennale, la compagnia ha attraversato lo stivale con progetti avanguardistici, con un occhio sempre attento alle continue metamorfosi della nostra nevrotica quotidianità. Qualche tempo fa è sbarcato a Milano il nuovo lavoro della coppia, “Amurdur”, , in cooperazione coll’ attore tosco-ligure Simone Ricciardi.
Lo spettacolo non si basa su di una trama, consistendo bensì di una toccante trasposizione dell’Oggi, sopra un palcoscenico disseminato di amplificatori, casse e strumenti d’ogni genere, all’interno del quale il buio del mondo odierno viene delineato tramite il sound selvaggio di una band creata all’uopo, gli Hamletmachine.Un concerto-descrizione dell’uomo post-duemila.
Anche questa piéce, come le più graffianti produzioni dell’avveniristica compagnia, vive dunque di metafore ed immagini ed illustra alla perfezione il timore del domani, l’incomunicabilità derivante dai nostri stili di vita, la grettezza dei mezzi di informazione (un grande Ricciardi alla consolle) e del becero universo moderno.

Istigando a lottare, a rivoltarsi per cambiare, in un crescendo deflagrante di tensioni, di allucinazioni, di tormenti senza pace. Dilatati vieppiù dalla lacerante solitudine cui l’artista risulta inesorabilmente confinato, disdegnato com’è da un’audience che non comprende il messaggio che lancia. (Illuminante a tal proposito la mesta considerazione che “scappa” al frontman del gruppo: "Che vita che faccio...sempre così, sulla sponda del rischio...")

Come non dedicare poi una citazione alla figura di Paola Tintinelli, particolarmente efficace nell’impersonare il regista dello show, che cerca di far mettere al pubblico una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio (“E’ buono, e...perché è buono..."). Questi viene però viene duramente rimbeccato e biasimato dal pubblico stesso, sordo e cieco, nella figura di un vecchio, rappresentato dalla fiorente vena drammatica di Alberto Astorri, che, con asprezza e sarcasmo, smoccola sulla vanità degli impulsi, delle passioni. I nostri giorni s’ esauriranno comunque nell’amarezza, nella consapevolezza dell’inutilità delle lotte e delle precarie, inconcludenti proclamazioni di indipendenza.

Il momento topico è nel monologo finale di Astorri, con uno struggente richiamo/anatema al padre, dolorose considerazioni sulla sua “privilegiata” esistenza di rock star e le più profonde, amare riflessioni sulla vita attuale: “Gli angeli sono scesi sulla terra, hanno accatastato le loro ali creando una colonna altissima, e hanno attizzato il fuoco, bruciando tutto sino al cielo…siamo rimasti soli! Siamo rimasti soli!!!!” Ed insinuante, si fa largo in scena il simbolo del degrado cui l’umanità è ormai destinata: il ritorno ai primati, alla sembianza scimmiesca rappresentata da un camaleontico e pregnante Simone Ricciardi. Ossia il clamoroso fallimento della “vincente” e ipertecnologica generazione contemporanea. La cronaca della caduta delle aspirazioni umane ha la coprente, trascinante colonna sonora di Coule la vie, di Giorgio Canale & i Rossofuoco.
“Amurdur” trasuda decisamente tensioni artistiche e moti emozionali di tutto rispetto, quali avevamo già ammirato nelle più riuscite pièce della compagnia, dal Titanic alla crudele Rosa di nessuno.

Per qualsiasi informazione e contatto con i due artisti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Alfonso

 
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